Italo Calvino, La giornata di uno scrutatore, cap. XII

La scena centrale di La giornata di uno scrutatore si svolge in una camerata del Cottolengo occupata da degenti fra i più gravi, occasionalmente trasformata in “seggio mobile” per le elezioni politiche nelle quali il protagonista del racconto, Amerigo, è scrutatore. Il tema polemico è la deplorevole abitudine di permettere il voto (per tramite delle suore assistenti) a malati chiaramente incapaci di intendere e di volere. Ma alla scena principale Calvino intreccia, in questo XII capitolo, un quadro secondario, che trovo bellissimo e voglio trascrivere.

Un letto alla fine della corsia era vuoto e rifatto; il suo occupante, forse già in convalescenza, era seduto su una seggiola da una parte del letto, vestito d’un pigiama di lana con sopra una giacca, e seduto dall’altra parte del letto era un vecchio col cappello, certamente suo padre, venuto quella domenica in visita. Il figlio era un giovanotto, deficiente, di statura normale ma in qualche modo – pareva – rattrappito nei movimenti. Il padre schiacciava al figlio delle mandorle, e gliele passava attraverso al letto, e il figlio le prendeva e lentamente portava alla bocca. E il padre lo guardava masticare. […]

Amerigo continuava a guardare il padre e il figlio. Il figlio era lungo di membra e di faccia, peloso in viso e attonito, forse mezzo impedito da una paralisi. IL padre era un campagnolo vestito anche lui a festa, e in qualche modo, specie nella lunghezza del viso e delle mani, assomigliava al figlio. Non negli occhi: il figlio aveva l’occhio animale e disarmato, mentre quello del padre era socchiuso e sospettoso, come nei vecchi agricoltori. Erano voltati di sbieco, sulle loro seggiole ai due lati del letto, in modo da guardarsi fissi in viso, e non badavano a niente che era intorno. Amerigo teneva lo sguardo su di loro, forse per riposarsi (o schivarsi) da altre viste, o forse ancor di più, in qualche modo affascinato […]

Interviene nel campo di osservazione di Amerigo una suora, la Madre, che è normalmente adibita al servizio quotidiano nello stanzone, e che sembra tutta compresa nella grazia metafisica della sua vocazione.

Anche la Madre sorrise, ma d’un sorriso che era per tutti e per nulla. Il problema d’esser riconosciuta, pensò Amerigo, per lei non esisteva; e gli venne da confrontare lo sguardo della vecchia suora con quello del contadino venuto a passare la domenica al “Cottolengo” per fissare negli occhi il figlio idiota. Alla Madre non occorreva il riconoscimento dei suoi assistiti, il bene che ritraeva da loro – in cambio del bene che loro dava – era un bene generale, di cui nulla andava perso. Invece il vecchio contadino fissava il figlio negli occhi per farsi riconoscere, per non perderlo, per non perdere quel qualcosa di poco e di male, ma di suo, che era suo figlio. […]

Amerigo torna a pensare alla Madre, e vede nell’amore della Madre per i suoi poveri derelitti qualcosa di simile al suo amore – da comunista – per l’umanità. Si perde in questi pensieri…

Ma più s’ostinava a pensare queste cose, più s’accorgeva che non era tanto questo che gli stava a cuore in quel momento, quanto qualcos’altro per cui non trovava parole. Insomma, alla presenza della vecchia suora si sentiva ancora nell’ambito del suo mondo, confermato nella morale alla quale aveva sempre (sia pur per approssimazione e con sforzo) cercato di modellarsi, ma il pensiero che lo rodeva lì nella corsia era un altro, era ancora la presenza di quel contadino e di suo figlio, che gli indicavano un territorio per lui sconosciuto.

La suora aveva scelto la corsia con un atto di libertà, aveva identificato – respingendo il resto del mondo – tutta se stessa in quella missione o milizia, eppure – anzi: proprio per questo – restava distinta dall’oggetto della sua missione, padrona di sé, felicemente libera. Invece il vecchio contadino non aveva scelto nulla, il legame che lo teneva stretto alla corsia non l’aveva voluto lui, la sua vita era altrove, sulle sue terre, ma faceva alla domenica il viaggio per veder masticare suo figlio.

Ora che il giovane idiota aveva terminato la sua lenta merenda, padre e figlio, seduti sempre ai lati del letto, tenevano tutti e due appoggiate sulle ginocchia le mani pesanti d’ossa e di vene, e le teste chinate per storto – sotto il cappello calato il padre, e il figlio a testa rapata come un coscritto – in modo di continuare a guardarsi con l’angolo dell’occhio.

Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari.

E pensò: ecco, questo modo d’essere è amore.

E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo.

Ecco. Finito. Un Calvino secco, scabro. Un Calvino che pare quasi Fenoglio. Bello, no?

Paolo Nori, Bassotuba non c’è

Non sono un gran lettore di letteratura italiana contemporanea. Di solito il mio problema con la letteratura italiana contemporanea è lo stile: quando mi trovo davanti i libri degli scrittori che vanno per la maggiore (quelli che vincono i premi, quelli che trovo esposti sui banchi della Feltrinelli, perché io poi non sono uno che frequenta più di tanto siti specializzati , o che compra riviste di settore) ho di solito un problema: mi sembrano tutti un po’ uguali, tutti con la stessa voce. E mi stanco. Mi sembra di leggere sempre lo stesso libro. O meglio: mi sembra di leggere libri di diversi autori stranieri tradotti in italiano dallo stesso traduttore. Perché provo questa sensazione? Io credo che dipenda dal fatto che ultimamente ci diano giù un po’ troppo di editing, le case editrici maggiori: ma non sono un esperto, quindi non so se questa sensazione può corrispondere a realtà.

Ogni tanto però capita che si incontri qualcuno che una voce sua ce l’ha. Che non è detto che sia una voce perfetta e cristallina, ma insomma è una voce. Piuttosto reale, sembra. Mi capita, quelle volte lì, come al protagonista del secondo episodio di Black Mirror prima serie, di cui parlavo ieri: in un mondo completamente falso un ragazzo sente, in un cesso, una ragazza che canticchia per coprire il rumore della pipì che cade nella tazza: una vecchia canzoncina canticchiata distrattamente, ma più vera di tutto il mondo di musiche che possono arrivare alle sue orecchie dal suo sofisticatissimo Ipod. Ma sto divagando.

Una voce vera, ogni tanto, mi pare di incontrarla, dicevo. Ecco: ultimamente mi piace la voce di Paolo Nori, che ho scoperto prima come giornalista, poi come blogger, poi come autore piuttosto geniale di “pubblici discorsi” (mi riferisco in particolare alla bellissima raccolta intitolata La meravigliosa utilità del filo a piombo) e infine per quello che è veramente: uno scrittore di romanzi.

Bassotuba non c’è è il racconto in prima persona di un frammento della vita di Learco Ferrari, alter ego nemmeno troppo nascosto di Paolo Nori stesso. Aspirante scrittore con in ballo qualche contratto, animatore saltuario della vita dei locali emiliani, magazziniere e traduttore part-time, Learco si divincola in una vita molto precaria, forte solo del suo carattere pieno di contraddizioni, che corrisponde poi esattamente alla sua voce, appunto.

Mentre Learco sta elaborando il lutto della fine di una storia (Bassotuba – al secolo Elena Chiodi – la sua ragazza, se n’è andata con un allievo di Vattimo), succedono fatti piccoli (un gruppo musicale si scioglie, si organizzano serate, si intessono faticosamente relazioni) e grandi (il padre di Learco – l’amato, silenzioso Renzo – che vive in campagna e coltiva le viti, scopre di essere gravemente malato) che non sempre hanno risoluzione narrativa, ma ci consentono di partecipare ad una vita che percorre la sua strada, una strada sconclusionata e contorta come tutte.

Non dico altro, perché essendo soprattutto come dicevo una questione di voce, l’unica è leggerlo. Ma magari l’avete già letto tutti, eh, perché è un libro di una quindicina d’anni fa e io arrivo sempre dopo amen.

Eleonora

Ecco, se devo dire chi mi viene da ricordare in questo otto marzo 2013, dico che mi ricordo di questa donna morta a Napoli nel 1799, appesa ad una forca per i suoi ideali, e forse per la sua ingenuità, che fu quella di tutti coloro che, come lei, provarono a portare al popolo libertà e uguaglianza, e che dal popolo furono invece sbranati, distrutti. Si chiamava Eleonora de Fonseca Pimentel, e fu la direttrice del “Monitore Napoletano”.

Vincenzo Cuoco, che di quella rivoluzione napoletana miseramente fallita fu protagonista e testimone, di lei lasciò scritte queste poche righe:

Pimentel Eleonora Fonseca. “Audet viris concurrere virgo“. Ma essa si spinse nella rivoluzione, come Camilla nella guerra, per solo amor della patria. Giovinetta ancora, questa donna avea meritata l’approvazione di Metastasio per i suoi versi. Ma la poesia formava una piccola parte delle tante cognizioni che l’adornavano. Nell’epoca della repubblica scrisse il Monitore napolitano, da cui spira il piú puro ed il piú ardente amor di patria. Questo foglio le costò la vita, ed essa affrontò la morte con un’indifferenza eguale al suo coraggio. Prima di avviarsi al patibolo, volle bevere il caffè, e le sue parole furono: – “Forsan haec olim meminisse iuvabit“.

Qui di seguito una scena dal film Il resto di niente (2004), tratto dall’omonimo romanzo di Enzo Striano (1986)

Parlamentari per caso

C’è un problema enorme di selezione della classe dirigente. E non sto parlando del PD. Stavolta.

Ma seriamente: quando un movimento prima decide di candidare al parlamento chi non ha cariche amministrative locali (ovvero i meno esperti, o i trombati alle elezioni comunali), e poi stabilisce di fare delle primarie in cui per essere in posizione eleggibile bastano poche decine di voti in una specie di sondaggio on line, poi ci si stupisce se vengono fuori certi elementi o se per avere qualcuno da candidare tocca raccattare tra amici e parenti? (e al tutto si aggiungo anche tante poco chiare storie locali, come questa).

Questo è un problema enorme del Movimento 5 Stelle, e Grillo probabilmente lo sa. Ma soprattutto è un problema enorme per l’Italia.

La pagliuzza e la trave

Ora, è buona norma quando si attribuisce un comportamento a qualcuno, […] conoscere il significato del termine che si usa.
Attenzione, questa mia non è una banale pedanteria lessicale, ma qualcosa che impone una seria attenzione alla conoscenza del linguaggio.
Quindi è un valore che impone un atteggiamento molto serio, specie in un confronto dialettico corretto.
Questa particolare attenzione vale soprattutto oggi.

A parlare è Dario Fo. Si riferisce a quelli che danno del populista a Grillo. Perché no, vorrei sapere quale “attenzione alla conoscenza del linguaggio”, quale “atteggiamento molto serio”, e soprattutto quale “confronto dialettico corretto” emerga invece da simpatiche espressioni quali “facce da culo” e “morto che parla“. Vorrei saperlo, ecco.

(Però, a parte questo, lo scetticismo verso profferte tardive e non sempre credibili da parte del Partito Democratico, ha una sua giustificazione – anche alla luce di alcuni interventi che ho sentito alla direzione nazionale in corso…):

Ecco che all’istante i nostri gattopardi indelebili cercano di inventarsi una’ altra pantomima, nuova di zecca, così vanno piagnucolando:”Come possiamo risolvere? Noi, è vero abbiamo usato qualche trucco per anni, rimanendo inattivi e silenti e tenendo nascosto nel cassetto le proposte fondamentali tipo il conflitto di interessi, la riduzione dei parlamentari, il problema degli aerei da bombardamento e strage che oltretutto ci costano miliardi, pur di difendere fino alla morte i nostri privilegi prebende e le paghe da nababbi“. Ma ora, lacrimando, i pentiti ci dicono: “Oggi stiamo dimostrando di aver capito il nostro errore e siamo qui proni e inginocchiati disposti a fornire una alleanza attraverso la quale portare a termine finalmente i programmi che voi stessi sceglierete come essenziali.
Fermi lì! Attenti che la manfrina del gatto e la volpe la conosciamo già da tempo. Non vorremmo che come noi abbocchiamo alla proposta ecco che voi cominciate le omelie del: “Purtroppo ci sono le regole da rispettare, la democrazia si sa è insidiosa, ci vuole tempo, bisogna accettare modifiche, rimandare“…danzare offrendo le natiche comode al capo danza di governo. Il tempo passa e naturalmente ci troveremo da capo beffati e cornuti. Mi dispiace per voi cari maestri dello sberleffo ma stavolta la danza è un’altra, è cambiata l’orchestra, i musici e anche i ballerini e non è più il tango col casquè ma un Rock. (grammelot cantato)
Col lancio in aria di chi fa il furbo e ci allunga troppo le mani sul culo.” (grammelot cantato)

Loro devono essere responsabili, noi dobbiamo essere credibili. Entrambe le cose sono difficilissime.

Però ha un difetto.

In meridione siamo piaciuti talmente, che una delle nostre ascoltatrici meridionali ha deciso di venire al nord a sentire anche questa lettura. A casa di chi ha deciso di andare, con tutti gli scrittori che c’erano? Che ce n’erano sette? A casa mia. No, ma, gentilissima. Però ha un difetto, che è un’insegnante.

Gli insegnanti hanno questa mania che parlano sempre dell’insegnamento. Ogni tre frasi dicono una parola che dev’essere una parola che gli piace molto, Pedagogico. Un’altra mania degli insegnanti è che quando ti parlano, dopo pretendono che gli rispondi. Ti dicono Eh?, alla fine delle loro frasi. Buona questa pizza, eh? Bella questa chiesa, eh? Un altro difetto degli insegnanti di sesso femminile è che gli piacerebbe fiondare con gli scrittori di sesso maschile, gli piacerebbe.

Da Bassotuba non c’è di Paolo Nori (Feltrinelli, 2009). Ecco, giusto per mettere agli atti un significato del verbo fiondare che non conoscevo.

E intanto, durante la diretta streaming della presentazione degli eletti M5S…

Roma, 4 marzo 2013, ore 15.18.

– Ah Ste’, ma li senti come parlano? Se stanno a presenta’ come all’Arcolisti anonimi…

…Ho fatto tante esperienze. Oltre a lavorare sul lavoro mi piace molto il settore dei servizi sociali e se c’è bisogno anche la sanità…

– Ah Matte’, che te devo da di’, se l’itagliani so’ stati così fessi da mannalli su, questi so’ pure più fessi de l’italiani medesimi. Quessi io e te, dopo le Frattocchie, i Giovani Democratici, milioni de riunioni e de segreterie, ce li magnamo a scottadito. Ma li senti?

…Mi sono occupato nell’ambito dei rifiuti…

– Ah Ste’, te lo dico io: tempo un mese e tu all’economia, io alla scola… all’istruzione… insomma, come se chiama? a quella robba là. Te lo dico io: è fatta. Ma guarda che tocca da senti’…

…I miei argomenti sono soprattutto riguardo al lavoro, la casa e la famiglia. Direi che… più di così…

– Manco l’italiano, manco. Ah Matte’, ma quanto semo forti, eh? Dimmelo, quanto semo forti.

…Ciao io sono Francesca e voglio migliorare le cose. Ciao mamma…

– “Ciao mamma”?. Ciao? Mamma? Ma so’ dei bimbiminchia, so’. Ma che avemo studiato da politici pe’ fa da balia a sti subnormali? Non ce se crede. Sci, Ste’, semo forti. Ce li magnamo. A scottadito.

#finiràmalissimo

Chimica

Secondo me stavolta non sarà questione di leader, di caminetti, di guru. Come ci vogliono far credere i media, che ancora ragionano secondo vecchi schemi. Secondo me alla fine sarà una faccenda di reazioni chimiche: bisognerà vedere cosa succederà quando i 632 parlamentari di centrosinistra (molti giovani, moltissime donne, parecchi alla prima esperienza parlamentare) e del Movimento 5 Stelle (moltissimi giovani, molte donne, tutti – credo -alla prima esperienza parlamentare) si conosceranno, si guarderanno negli occhi, si annuseranno, si scambieranno il numero di telefono e il contatto di skype. Ecco, lì forse si capirà se questa legislatura ha un futuro.