Utopie con la v

Da mercoledì a sabato, a Macerata, c’è questo festival di teatro contemporaneo indipendente che si chiama Utovie, con la v. C’è dentro tantissima roba, probabilmente tutta bellissima, di certo nuova e rara per Macerata. Non sarà un festival teatrale normale, infatti niente si svolge dentro un teatro, ma in vari luoghi della città, spesso aperti, spesso strani. Utovie è alla prima edizione, ed è obbligatorio che parta col piede giusto, quindi andateci in tanti, andateci tutti, voi là fuori.  Ci si vede lì.

Qui il sito, con il programma e tutto quanto.

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G. Meneghello

Un ricordo da un bel convegno su Gigi Meneghello, organizzato da una fantastica comunità di giovanissimi studiosi che va sotto il nome di Formalit: la copia anastatica del diario di Gigi Meneghello che per un mese, nel 1928, ha raccontato e disegnato giorno per giorno gli eventi più significativi della sua vita di seienne. E già si vedeva che aveva qualcosa di strano, quello lì.

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La letteratura viva

Organizzare e condurre a termine un laboratorio di lettura che coinvolge trecento studenti, di due città e molte scuole diverse, con cui ci si incontra per un anno per discutere di e intorno a un libro, per vedere quali domande suscita, e infine condividere queste domande con l’autore, costa una gran fatica, e richiede il contributo di tantissime persone. Che però valga la pena di farlo lo dicono molte cose; e fra le tante scelgo il sorriso e l’emozione colte in questa foto.

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Tre appunti su un bel romanzo

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Ho buttato giù qualche appunto di lettura sull’ultimo romanzo di Romano Luperini, L’ultima sillaba del verso:

1. Le cose ultime

Il titolo del nuovo romanzo di Romano Luperini (L’ultima sillaba del verso, Mondadori 2017) istituisce immediatamente, attraverso la parola ‘ultima’, un dialogo con il lapidario incipit dell’introduzione a Tramonto e resistenza della critica (sempre di Luperini, Quodlibet 2013): “Questa è la mia ultima raccolta di saggi”. E del resto quella introduzione recava un titolo, Per chiudere i conti, altrettanto inequivocabile.

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Il rammarico e l’incanto

che festa è

Fra due giorni è il 25 aprile, festa della Liberazione, una festa di cui molti hanno dimenticato il senso, e vanno a cercarlo su Google. Una festa che molti hanno cercato di sfruttare, addomesticare, snaturare. Ma c’è, al fondo, dietro la data che ricorda l’entrata dei partigiani a Milano e, per sineddoche, tutte le città d’Italia liberate dai nazisti e dai fascisti, una storia che ci interroga e ci richiama alle nostre responsabilità. Ci chiede di decidere da che parte stare perché siamo figli di quei ragazzi e quelle ragazze che non hanno potuto scegliere l’indifferenza; persone a cui la storia ha chiesto: con l’esercito della RSI o sulle montagne? Una terza via non si è data, per loro, quasi mai.

A quella pagina della nostra vicenda nazionale non possiamo non guardare con incanto, per come la Storia ha saputo trarre da individui apparentemente uguali a noi tanta forza e tanto coraggio, e con rammarico, per quanto, di ciò che i partigiani si aspettavano da un’Italia liberata dalla dittatura, non si è saputo realizzare.

Di questo rammarico e di questo incanto parlava già, nel 1965, il grande Carlo Dionisotti, filologo e storico della letteratura, militante del Partito d’Azione (un partito generoso e utopico, che però “non votavano nemmeno le nostre fidanzate”, diceva un altro grande azionist9788806192549_0_0_307_80a, Gigi Meneghello, finito pure lui come Dionisotti per “dispatriare” in Inghilterra). Il grande critico ne parlava recensendo un libro (la Storia della resistenza italiana di Roberto Battaglia, uscita per Einaudi nel 1964) pubblicato in quegli anni decisivi per la costruzione di una narrazione della Resistenza (gli anni in cui esce postuma Una questione privata, gli anni della celeberrima prefazione al Sentiero dei nidi di ragno di Calvino, gli anni in cui Meneghello pubblica I piccoli maestri, libro “scritto con un esplicito proposito civile e culturale: […] esprimere un modo di vedere la Resistenza assai diverso da quello divulgato, e cioè in chiave anti-retorica e anti-eroica”). In quella recensione, che si può leggere nei suoi Scritti sul fascismo e sulla Resistenza, a cura di Giorgio Panizza (Einaudi, 2008), Dionisotti scriveva queste parole che a me sembrano bellissime e dolorosamente valide ancora oggi:

 

Non è il caso […] di cristallizzare dopo vent’anni il rammarico, che inevitabilmente ci ha un poco avvelenato la vita e continuerà ad avvelenarcela, di non aver saputo e potuto coronare l’opera della Resistenza con un’Italia più sana, più schietta, più nuova. Se non avessimo un qualche veleno in corpo, non saremmo uomini, né saremmo qui a celebrare le imprese e  sacrifici di uomini che vent’anni fa si batterono per il sacrosanto veleno dell’odio e della guerra non meno che per il balsamo dell’amore e della pace. […] Importa oggi, come importò allora, vincere l’insidia e l’eccesso del veleno, risolverne il flusso nel sangue di una vita attiva intrepida e limpida […] una vita anche aspra e pronta e senza illusioni, ma non senza l’incanto di una maggiore libertà e di una maggiore giustizia nella convivenza umana.

Buon 25 aprile, a chi ricorda ancora che festa è.

PS: Scrivendo questo post mi sono imbattuto in questa notizia, di un altro libro che forse vale la pena di procurarsi.

Bruciare Walter Siti

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(appunti più o meno sparsi sulla polemica letteraria di questi giorni)

Non so quasi niente di Walter Siti (parlo dell’uomo), della sua vita e del suo carattere. Non so quanto sia generoso o cinico, narcisista, misantropo o cos’altro. Di certo non credo sia uno sciocco, e siccome non è sciocco (credo) sapeva che scrivendo un romanzo con protagonista un prete pedofilo avrebbe suscitato polemiche e scandalo. Infatti.

Ha cominciato, per quel che ho captato io, Michela Marzano, con un articolo irritante per il suo moralismo un po’ sempliciotto, non degno di una affermata filosofa, che quantomeno dovrebbe sapere che quando ti avventuri in un campo non tuo (in questo caso, la critica letteraria) devi metterci un di più di attenzione, approfondimento e rigore.

Invece lei se ne esce con frasi come questa:

Uno scrittore deve poter parlare di tutto. Anzi, talvolta ha persino il dovere di farlo. La letteratura ha d’altronde le spalle larghe, e può sopportare quasi qualsiasi peso. Quasi.

Quasi? Come quasi? Oppure: “È troppo comodo, per uno scrittore, utilizzare la narrazione e nascondersi dietro la licenza del creare.” Insomma, la recensione di Marzano sembra la più vistosa dimostrazione dei danni che può fare quell’idea (molto diffusa) secondo la quale la letteratura non possa essere altro che un mezzo per trasmettere un “messaggio” (politico, morale, ideologico, o quel che è).

Poi son venute giù le cateratte del cielo: il libro di Siti è repellente, perché è repellente ogni romanzo che parli di pedofilia, e ignorante, perché dice cose superficiali e non vere sulla Chiesa cattolica. Come si vede, argomentazioni di altissimo spessore critico.

Questo è lo stato del dibattito: finisce così che bisogna scomodare bravi intellettuali come Emanuele Trevi e Massimo Onofri per ribadire, nelle pagine culturali dei grandi giornali borghesi nazionali, ovvietà che se trovi un bravo prof le capisci alle medie o al massimo al biennio del liceo, tipo che non bisogna mai fare confusione fra la voce narrante di un libro di narrativa e il suo autore, che possono pensarla anche in maniera molto diversa su un sacco di cose. Poi, andando un po’ avanti con gli studi, ma nemmeno troppo, si potrebbe anche scoprire che il narratore inattendibile è uno dei capisaldi della letteratura modernista, e così via.

Tornando al merito della questione, mi pare abbia riassunto bene Onofri:

se un libro riesce a consegnarci il male, questa può essere un’operazione moralmente molto nobile, più della “condanna edificante” del male stesso.

Non so poi se Siti riesca nell’impresa, e quanto e come, io il libro non l’ho letto; ma certo le stupidaggini che sono state dette sul suo conto me lo hanno già reso molto simpatico. Quasi più della bella recensione di Simonetti sul Domenicale del Sole.

Bonus: un articolo di Gilda Policastro che non parla di Siti, ma dello stato della critica, e quindi c’entra con il discorso (nb: l’eutanasia della critica di cui si parla nel titolo è citazione di un veramente aureo libretto di Mario Lavagetto, che vale la pena di recuperare). Anche questa polemica, pur meno visibile, è continuata, per esempio su Vibrisse, ma ormai si è fatto tardi e queste cose me le leggerò domani.

Primo Levi e la fantascienza

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E’ capitato che proprio oggi, a trent’anni esatti dalla morte di Primo Levi, sia capitato a Torino, la sua città, dove ho incontrato un po’ di colleghi e fra questi Stefano, che mi ha detto di aver scritto un articolo proprio su Primo Levi per il sito della Treccani.

Se volete celebrare questo anniversario, la lettura del breve e illuminante articolo di Stefano può essere un bel modo per farlo.

Nella scuola italiana, la fantascienza di Primo Levi rimane pressoché ignorata. Si preferiscono i racconti del Sistema periodico, felice connubio di cultura umanistica e scientifica, e soprattutto i romanzi-saggio sulla tragedia dell’internamento. Peraltro, il senso profondo di queste narrazioni storiche viene spesso edulcorato, in nome di una celebrazione retorica della memoria che indebolisce il loro valore attuale, di monito ed insegnamento per noi, qui e ora. Invece, l’opera di “profeta tecnografo” – così Levi definisce lo scrittore di fantascienza in un articolo pubblicato il 20 gennaio 1974 sul quotidiano «La Stampa» – propone stimoli sorprendenti e poco comuni nel percorso culturale degli studenti. In quella sede, lo scrittore distingue i tecnografi, che immaginano e descrivono il futuro, dai tecnocrati che lo costruiscono nella realtà: a questi ultimi affida «il compito urgente di frenare la loro folle corsa verso il profitto immediato, e di utilizzare il colossale patrimonio di conoscenze che si è accumulato in questi ultimi decenni per fare dono all’umanità di un destino meno precario e meno doloroso».

Continua sul sito della Treccani, dove c’è un intero speciale dedicato al grande scrittore.

La scodella vuota

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Oggi in classe si è finiti a parlare, come prima o poi inevitabilmente accade se insegni letteratura a chi ha diciassette anni (che no, non è l’età più bella del mondo), del male di vivere, del non senso del tutto, della inutilità e insieme della necessità di cercare delle risposte, un senso, una direzione. Come sempre in questi casi, ti barcameni: un po’ di Leopardi, un po’ di Camus, e la proposta di continuare a cercare – possibilmente insieme – un po’ di possibile felicità nella fatica di Sisifo.

Poi, tornato a casa, dalla bacheca virtuale di una amica spunta fuori questa, come una specie di epifania.

 

Domani

Il fumo della sigaretta aleggia
nel salotto. Le luci della nave
laggiù al largo s’affievoliscono. Le stelle,
buchi bruciati nel cielo, s’inceneriscono, sì.
Ma va bene, è quello che devono fare.
Quelle luci che chiamiamo stelle.
Bruciare per un po’ e poi morire.
Io ho una fretta del diavolo. Vorrei
fosse già domani.
Ricordo che mia madre, Dio la benedica,
diceva: Non desiderare il domani.
Così sprechi la vita in desideri.
Eppure, lo desidero tanto
questo domani. Con tutti i suoi fronzoli.
Voglio che il sonno venga e se ne vada, tranquillo.
Come passare dalla portiera di una macchina
A un’altra. E poi svegliarmi!
E trovarmi domani nella stanza.
Ora sono più stanco di quanto riesca a dire.
La mia scodella è vuota. Ma è la mia, capite?
E io l’adoro.
R. Carver da “Orientarsi con le stelle”