Il giudice e il cancelliere

Miei cari amici, come sapete, sono professore di storia. Il passato costituisce la materia del mio insegnamento. Io vi narro battaglie cui non ho assistito, vi descrivo monumenti snewsextra_212458comparsi ben prima della mia nascita, vi parlo di uomini che non ho mai visto. La situazione in cui mi trovo è quella di tutti gli storici. Noi non abbiamo una conoscenza immediata e personale degli avvenimenti di un tempo, paragonabile a quella che il vostro professore di fisica ha, per esempio, dell’elettricità. Non sappiamo nulla, su di essi, se non per i racconti degli uomini che li videro compiersi. Quando questi racconti ci mancano, la nostra ignoranza è totale e senza rimedio. Tutti noi storici, i più grandi come i più piccoli, rassomigliamo a un povero fisico cieco e impotente che non fosse informato sui suoi esperimenti altro che dai resoconti del suo aiuto laboratori. Noi siamo dei giudici istruttori incaricati d’una vasta inchiesta sul passato. Come i nostri confratelli del Palazzo di Giustizia, raccogliamo testimonianze con l’aiuto delle quali cerchiamo di ricostruire la realtà. Ma è sufficiente riunire queste testimonianze e poi cucirle l’una con l’altra? No di certo. Il compito del giudice istruttore non si confonde con quello del suo cancelliere. I testimoni non sono tutti sinceri, né la loro memoria sempre fedele: tanto che non si potrebbero accogliere le loro deposizioni senza alcun controllo. Come si comportano dunque gli storici, per trarre un po’ di verità dagli errori e dalle menzogne, e per mettere da parte, fra tanto loglio, un po’ di buon grano? L’arte di discernere nei racconti il vero, il falso e il verosimile si chiama critica storica.

(Marc Bloch, 1913)

Sulla semplicità

La professoressa che deve affrontare con i suoi studenti una questione, per lei e per loro, delicata, e dice: “basta trattarli da adulti e tutto si risolve”.

L’altra insegnante che, parlando del suo lavoro in una scuola tecnica del profondo e mitico nordest, dice: “nella nostra scuola abbiamo la fortuna di avere molti alunni stranieri”.

 

Concetto Costituente

marchesiIeri sera ho partecipato ad un incontro informativo sulla riforma Costituzionale, in cui parlava un costituzionalista molto bravo, chiaro e preparato, che ci ha illustrato luci e ombre della riforma su cui dovremo esprimerci il 4 dicembre, senza peraltro esporsi apertamente per il sì o per il no.

Quello che ho capito io dalla relazione, in estrema sintesi, è questo: la riforma Boschi nasce con la lodevole intenzione di risolvere due problemi reali, un bicameralismo perfetto che non serve e un rapporto Stato-Regioni che non funziona. Ma (anche a causa, aggiungo io, delle condizioni politiche in cui è stata partorita) aggredisce questi problemi con un articolato che è brutto nella forma e pasticciato nel contenuto. Risultato: i benefici che potrà portare non saranno, probabilmente, maggiori dei danni che molto probabilmente provocherà. E’, insomma, una riforma che – se guardata dal punto di vista dell’architettura istituzionale del paese – corre il serio rischio di essere quantomeno inutile.

Ma è stata l’ultima, puntuale domanda del dibattito, posta da una signora dall’accento straniero, che è stata illuminante: ci sono altri paesi europei che, dal dopoguerra ad oggi, hanno apportato cambiamenti così consistenti alla loro Carta fondamentale? Risposta: no, se si eccettua la Francia di De Gaulle e i paesi dell’est dopo il crollo del muro di Berlino.

Ecco, quello che ho pensato sentendo questa risposta è che – al di là delle specifiche tecniche e del dibattito politico contingente – una Costituzione è figlia della storia (solo i grandi cambiamenti storici possono produrre grandi cambiamenti costituzionali degni di questo nome), e che nella sua Costituzione si rispecchia il carattere di un Paese. Così un paese coraggioso e volto al futuro produrrà una Costituzione che gli somiglia, e allo stesso modo un paese impaurito e frammentato, brutto e confuso, guidato da una classe politica boriosa e impreparata, finirà per comporre il suo ritratto in una Carta con le stesse caratteristiche.

Insomma, il punto è questo: la Costituzione del 1948 è figlia di un paese che usciva da vent’anni di dittatura e da una guerra disastrosa ma sapeva guardare al futuro, ed è stata elaborata da una Costituente che comprendeva l’Italia migliore forgiata dall’antifascismo e dalla Resistenza.

Un piccolo dettaglio mi pare dica moltissimo: Togliatti, nel dicembre del 1947, suggerì a Terracini di fare una piccola pausa nei lavori dell’Assemblea prima della votazione finale perché il grande latinista e grande antifascista Concetto Marchesi, membro anch’esso della Costituente, avesse il tempo di dare un’ultima revisione al testo, e assicurarne la chiarezza lessicale e la coerenza stilistica e sintattica. Da quest’Italia, da queste persone, da questa consapevolezza culturale, è nata la Costituzione che abbiamo.

Tralascio, per pietà, ogni confronto con l’oggi.

Resistenti

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Ieri è stata inviata alle scuole la proposta didattica dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Macerata: che nonostante tutto sia così ricca e articolata mi pare un bel segno di vitalità (grazie soprattutto a Paolo e Annalisa, che non si scoraggiano mai, anzi nelle difficoltà danno il meglio).

Cioè, spiegatemi…

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Non ho visto il confronto tv Renzi-Zagrebelsky. Ma a scorrere la timeline di Facebook sembrerebbe che di confronti ce ne siano stati in realtà due. Uno in cui un autorevole signore d’altri tempi, che parla come Pertini ed ha più o meno la stessa statura morale del vecchio Presidente, ha dato lezioni di Costituzione e senso dello Stato al Bomba. Un altro in cui un coraggioso e intraprendente giovane politico, che ama davvero l’Italia e guarda al futuro, ha rimesso al suo posto un vecchio trombone accecato dal furore ideologico.

Cioè, spiegatemi.

 

(bonus track)

Questi giorni

 

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Maria Roveran e Marta Gastini in Questi giorni

Domenica 25 settembre, metà pomeriggio. Non è il momento migliore per presentare un film ad Ancona: la gente percepisce che questa è forse l’ultima domenica dell’anno in cui si sente ancora l’odore dell’estate, e passare un pomeriggio al buio di una sala cinematografia a molti non deve essere sembrata una buona idea. Così, ad accogliere il regista che viene a presentare il suo nuovo film, non si può certo dire che ci sia il pubblico delle grandi occasioni.

Però i non molti presenti possono ascoltare un uomo timido, e – sotto la sprezzatura – raffinato, che ti accompagna dentro al film con un discorso semplice e profondo basato su due concetti: uno, che il vero realismo non è provare a fotografare la realtà così come appare, ma coglierne il senso profondo (avrà mica letto Siti, il regista?); due, corollario del primo ragionamento, che il rapporto fra verità e finzione al cinema è rovesciato: la verità puoi coglierla solo portando all’estremo la finzione, la costruzione fittizia. Guai, per un attore e per un regista, provare ad “essere naturale” sulla scena o dietro la cinepresa. Continua a leggere

Il compito del poeta, dello scrittore

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Mi rifiuto di accettare la fine dell’uomo, è fin troppo facile dire che l’uomo è immortale perché destinato a resistere: che quando l’ultimo din don del giudizio universale risuonerà svanendo dall’ultima inutile rupe sporgentesi sull’assenza di mare, nell’ultima sera rossa e morente, anche allora un suono resterà: quello della sua flebile ma inesausta voce che continua a parlare. Mi rifiuto di accettarlo. Io credo che l’uomo non si limiterà a resistere: egli prevarrà. Egli è immortale, non perché solo tra tutte le creature ha una voce che non si esaurisce, ma perché ha un’anima, uno spirito capace di compassione, di sacrificio e di resistenza. Il compito del poeta, dello scrittore, è di scrivere di queste cose.

Così William Faulkner, accettando il Premio Nobel (da un articolo bellissimo di Nicola Lagioia).

Un appunto

Un appunto

La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;

stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla di vento;

e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.

W. Szymborska

The times they are a-changin’

teatroHo lavorato per due anni all’Istituto Storico di Macerata, un’esperienza professionale straordinaria. Chi mi conosce e/o mi segue qui si sarà accorto certamente della prima cosa, forse della seconda.

Da qualche settimana sono tornato ad insegnare a scuola. Era previsto che quella in Istituto fosse un’esperienza a tempo, e a me piace tantissimo insegnare, dunque tutto bene, no? Eh no, proprio no. Perché meno bene, anzi decisamente male, va il modo in cui questa cosa è successa, e le conseguenze della stessa. La vera notizia, infatti, non è che io non lavoro più alla realizzazione dei progetti didattici dell’Istituto Storico di Macerata, quanto piuttosto che, purtroppo, non ci sarà nessuno a farlo al posto mio. Almeno per questo anno scolastico. E senza rosee prospettive per il futuro, va detto. Continua a leggere