
Il patio della libreria “Eterna cadencia”

Il patio della libreria “Eterna cadencia”
Qualche tempo fa, ai primi di marzo, ho preso con me stesso un piccolo e banale impegno: scrivere un post in questo blog un giorno sì e un giorno no. Stranamente, l’ho rispettato: per quasi quattro mesi a giorni alterni qualcosa, bene o male, è comparso su tuttequestecose, come dice questa bella serie di scacchiere qui sotto:

Adesso però, prima che la cosa si sfilacci da sola, visto che questa estate voglio dedicarmi ad altri progetti, ad altre scritture, meglio fermarsi. A luglio e agosto, dunque, qui non ci saranno veri e propri aggiornamenti periodici, e a giorni alterni usciranno semplicemente delle immagini. Le parole, lasciamole per un po’ covare nel caldo dell’estate, poi magari ci si ritrova a settembre. Ciao!
Piccolo apologo estemporaneo, anche a mo’ di anticipazione di una cosa imminente.
Passeggiavo per Macerata. Mi fermo a guardare la vetrina della mia libreria, e noto un paio di libri di poesie, che come in quella collana famosa di Einaudi (ma questi non sono Einaudi) hanno in copertina una delle poesie della raccolta: ottima cosa, la poesia non può pubblicizzarsi che con la poesia, o col silenzio. Leggo allora le poesie in copertina, sono di Ennio Cavalli entrambe, e mi piacciono entrambe, la prima è questa:
Superlativo di adesso è mai più.
Di acceso, arso vivo.
Più che vicino significa dentro, oppure
denso, fiato, fede.
Al culmine dell’allegria, il disinnesco.
Superlativo di inoltre è un bel nulla,
ovvia ripezione o viceversa.
Se guardi le parole in controluce
qualcuna è vera. Continua a leggere
De minimis curat grammaticus (G. B.)
Ieri mattina laletteraturaenoi ha pubblicato una mia riflessione sulla prima prova dell’esame di stato di quest’anno.
Scrivendola mi pareva di scrivere cose necessarie, e allo stesso tempo mi sentivo tremendamente pedante, e pensavo a come è triste il paese che ha bisogno di pedanti.
L’altra sera ho partecipato ad un concerto della Gang, e si respirava un’aria senza tempo di canzone popolare; e non mi sarei stupito di veder comparire, sulla logora dodici corde di Marino Severini, la scritta che campeggiava un tempo sulla chitarra di Woody Guthrie: “This machine kills fascists”.
A me questa canzone di Resistenza, per esempio, dà sempre i brividi, soprattutto quando arriva il ritornello-appello:
Ho avuto finora modo di scorrere in maniera parziale le tracce della prima prova di quest’anno: qualche prima impressione, intanto, poi ci tornerò con più calma.
Di certo, se trattiamo queste tracce anche come spunti per un metodo di lavoro nel trattamento delle materie umanistiche a scuola, abbiamo molto su cui riflettere.
A questo giro è andata così: le tre emozioni più grandi che mi riporto a casa dal passaggio parigino sono tutte e tre legate all’Italia.
La prima è stata l’andare alla tomba di Piero Gobetti a Père-Lachaise, che l’altra volta non avevo trovato:

La seconda è stata guardare a lungo gli occhi vuoti di questa donna così triste e così bella:

La terza, non serve scriverla qui.
Un po’ di tempo fa ho visto Julieta, un film di Pedro Almodovar tratto da un bel libro di Alice Munro, che in italiano si intitola In fuga. Un film, secondo me, che regala alcune scene davvero belle (quella dell’accappatoio, in cui si gestisce magistralmente il sempre difficile passaggio di consegne fra l’attore che interpreta il personaggio giovane e quello che lo interpreta anziano) e soprattutto con uno sguardo sull’umanità consolante ma non consolatorio.
Riflettevo, uscito dal cinema, su quanto sarebbe bello che più spesso nella vita si incontrassero persone simili a tanti dei personaggi di questo film: capaci di volere bene, di perdonare, di non diventare ciechi per gelosia e desiderio di possesso; e persone che sappiano anche accettare negli altri scelte diverse, diversi modi di amare.
I melodrammi di Almodovar sono sempre un inno alla comprensione e all’accettazione, dell’altro e della vita. Purtroppo, con tutta evidenza, c’è in giro un sacco di gente che non guarda i film di Almodovar.

Per fortuna, mi dico a volte, che ho una cultura molto limitata, e delle lacune totali su alcune espressioni artistiche, momenti e personaggi fondamentali. Questo mi permette, sulla soglia dei quarantaquattro anni, di vivere esperienze estetiche completamente nuove e totalizzanti come si mi affacciassi al mondo (o almeno a quel singolo pezzo di mondo che è l’espressione artistica in questione) per la prima volta.
Per esempio, in vita mia non avevo mai visto un film di Jacques Tati, e l’altra sera sono finito quasi per caso a vedere Mon oncle, film girato da Tati nel 1958, nella mia sala cinematografica preferita (per la cronaca: il Cinema Azzurro di Ancona): una festa dell’intelligenza, dell’ironia e della bellezza, questo mi è sembrato Mon oncle. Evviva l’ignoranza, dunque, che rende possibili le feste.
Qui sotto, la scena che più mi ha incantato:
