Matteo Orfini, presidente (seconda puntata)

Mentre alla radio ascolto Vittorio Sermonti leggere le Metamorfosi di Ovidio, mi viene (ognuno ha le sue perversioni) da segnalare questa ulteriore puntata di una metamorfosi psicologicamente molto interessante (interessante anche politicamente, ma meno).

Sulla quale, non posso che fare mio il commento di Ilda Curti (da facebook):

1.il governo ha assunto il ruolo di potere legislativo (Montesquieu fottiti) 2. I parlamentari votano la fiducia su decreti delega del Governo e non concorrono alla formazione delle decisioni (repubblica parlamentare fottiti) 3. I partiti ratificano nelle loro sedi le decisioni definite al punto 1) (politica fottiti) 4. Chi non concorda con le decisioni al punto 3 è rimandato al punto 1 e al punto 2 (minoranza fottiti) 5. c’e chi dice che a questo punto il parlamento potrebbe anche chiudere (democrazia fottiti) 6. Anche io non mi sento troppo bene, grazie.

Voglia di scappare (ululando).

Sto leggendo questo libro, che racconta in 500 pagine tre giorni della vita di un agente immobiliare di cinquantacinque anni del New Jersey, malato di cancro e recentemente abbandonato dalla seconda moglie: non sembrerebbero le premesse per un libro esaltante, eppure mi sta piacendo un sacco. E mi capita anche spesso di ritrovarmi alla lettera o quasi in certe riflessioni del protagonista. Per esempio:

Mi sorprende che [Ann] possa reggere qui dentro, che [la ragazza del Michigan pragmatica e antigregaria che è in lei] possa mandar giù l’atmosfera iper-controllata, pseudo-comunitaria, finto-umanistica, che appesta il corpo docente di queste scuole [private] come un gas tossico: ognuno che lima le proprie eccentricità in modo da non offendere nessuno, rimanendo però attorcigliato come un serpente a sonagli, pronto a “diventare difficile” e a “creare problemi” nei confronti di quei colleghi le cui eccentricità non siano state limate allo stesso modo. Ci si aspetterebbe che fossero i genitori psicotici e i ragazzi ostili, non sufficientemente sedati, a portarti alla follia. E invece no. Sono sempre i colleghi, lo so perché per un anno, secoli fa, ho insegnato in una piccola università del [New Englad]. Sono le [Marci] e i [Jason], gli esotici [Berdanrd] e le muscolose [Ludmille], venute epr un anno di [Fulbright] dalla [Lettonia], che ti fanno venire voglia di scappare ululando fra gli alberi e unirti alle specie in via di estinzione che vi si nascondono. Sono i rapporti approfonditi con gruppi sempre più ristretti di persone che la pensano tutte allo stesso modo a costituire la malattia della provincia [americana].

Ho dovuto mettere fra parentesi pochissimo, quasi soltanto i nomi propri e le indicazioni geografiche. Potrebbe essere un apologo sul valore universale della letteratura, o sull’universale desolazione delle scuole di provincia, di ogni provincia.

Mister Wolf e lo stallo alla messicana

Ormai da Tempo il cinema di Tarantino ha chiuso il cerchio: da postmoderno-citazionista a classico-citato.

Nell’attuale stallo alla messicana della politica italiana (non lo scopro certo io che questa è la metafora migliore per descrivere la situazione) possiamo dunque chiederci se possa esistere un mister Winston Wolf che venga a risolvere i nostri problemi. Mi verrebbe da essere pessimista: ricordiamo tutti, infatti, che mister Wolf arriva quando il morto c’è già stato, e la vittima se n’è andata nella maniera più plateale e assurda. Ma non era, quello, un caso di stallo alla messicana, come quello in cui ci troviamo noi. In tal caso, a mister Wolf, probabilmente, non rimarrebbe che prendere atto della carneficina e ripulire il luogo del delitto.

Aggiungo una cosa, però: lo stallo alla messicana finisce inevitabilmente in un bagno di sangue perché i protagonisti, da bravi cow-boys, continuano a ragionare come se si trovassero a fare i conti con un normale duello. E’ un fatto di pigrizia mentale: se, di fronte a due pistole puntate contro di te, ti comporti come se ce ne fosse una sola, ci rimani secco. E’ inevitabile.

Il punto è capire se c’è un modo per pensare diversamente, quando ti sei messo in un pasticcio di questo tipo. “Non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo”; pare che l’abbia detto un vecchio grillino di nome Albert Einstein. Il punto è capire se il tempo per cambiare tipo di pensiero sia definitivamente scaduto. E probabilmente la risposta è sì.

Il nuovo, il bello, il vero

“Consideriamo prima la loro fondamentale ragione: ci vuole novità. Ma io dico: oggetto delle scienze è il vero, delle arti il bello. Non sarà dunque pregiato nelle scienze il nuovo, se non in quanto sia vero, e nelle arti se non in quanto sia bello.” (Pietro Giordani, Un Italiano risponde al discorso della Staël, “Biblioteca Italiana”, 1816).

E nella politica? La novità, da sola, è un valore? E se lo è, da sola, basta?

[Riguardando questo post, mi rendo conto che potrebbe provocare un sacco di semplificazioni e polemiche. Magari! ]

Italo Calvino, La giornata di uno scrutatore, cap. XII

La scena centrale di La giornata di uno scrutatore si svolge in una camerata del Cottolengo occupata da degenti fra i più gravi, occasionalmente trasformata in “seggio mobile” per le elezioni politiche nelle quali il protagonista del racconto, Amerigo, è scrutatore. Il tema polemico è la deplorevole abitudine di permettere il voto (per tramite delle suore assistenti) a malati chiaramente incapaci di intendere e di volere. Ma alla scena principale Calvino intreccia, in questo XII capitolo, un quadro secondario, che trovo bellissimo e voglio trascrivere.

Un letto alla fine della corsia era vuoto e rifatto; il suo occupante, forse già in convalescenza, era seduto su una seggiola da una parte del letto, vestito d’un pigiama di lana con sopra una giacca, e seduto dall’altra parte del letto era un vecchio col cappello, certamente suo padre, venuto quella domenica in visita. Il figlio era un giovanotto, deficiente, di statura normale ma in qualche modo – pareva – rattrappito nei movimenti. Il padre schiacciava al figlio delle mandorle, e gliele passava attraverso al letto, e il figlio le prendeva e lentamente portava alla bocca. E il padre lo guardava masticare. […]

Amerigo continuava a guardare il padre e il figlio. Il figlio era lungo di membra e di faccia, peloso in viso e attonito, forse mezzo impedito da una paralisi. IL padre era un campagnolo vestito anche lui a festa, e in qualche modo, specie nella lunghezza del viso e delle mani, assomigliava al figlio. Non negli occhi: il figlio aveva l’occhio animale e disarmato, mentre quello del padre era socchiuso e sospettoso, come nei vecchi agricoltori. Erano voltati di sbieco, sulle loro seggiole ai due lati del letto, in modo da guardarsi fissi in viso, e non badavano a niente che era intorno. Amerigo teneva lo sguardo su di loro, forse per riposarsi (o schivarsi) da altre viste, o forse ancor di più, in qualche modo affascinato […]

Interviene nel campo di osservazione di Amerigo una suora, la Madre, che è normalmente adibita al servizio quotidiano nello stanzone, e che sembra tutta compresa nella grazia metafisica della sua vocazione.

Anche la Madre sorrise, ma d’un sorriso che era per tutti e per nulla. Il problema d’esser riconosciuta, pensò Amerigo, per lei non esisteva; e gli venne da confrontare lo sguardo della vecchia suora con quello del contadino venuto a passare la domenica al “Cottolengo” per fissare negli occhi il figlio idiota. Alla Madre non occorreva il riconoscimento dei suoi assistiti, il bene che ritraeva da loro – in cambio del bene che loro dava – era un bene generale, di cui nulla andava perso. Invece il vecchio contadino fissava il figlio negli occhi per farsi riconoscere, per non perderlo, per non perdere quel qualcosa di poco e di male, ma di suo, che era suo figlio. […]

Amerigo torna a pensare alla Madre, e vede nell’amore della Madre per i suoi poveri derelitti qualcosa di simile al suo amore – da comunista – per l’umanità. Si perde in questi pensieri…

Ma più s’ostinava a pensare queste cose, più s’accorgeva che non era tanto questo che gli stava a cuore in quel momento, quanto qualcos’altro per cui non trovava parole. Insomma, alla presenza della vecchia suora si sentiva ancora nell’ambito del suo mondo, confermato nella morale alla quale aveva sempre (sia pur per approssimazione e con sforzo) cercato di modellarsi, ma il pensiero che lo rodeva lì nella corsia era un altro, era ancora la presenza di quel contadino e di suo figlio, che gli indicavano un territorio per lui sconosciuto.

La suora aveva scelto la corsia con un atto di libertà, aveva identificato – respingendo il resto del mondo – tutta se stessa in quella missione o milizia, eppure – anzi: proprio per questo – restava distinta dall’oggetto della sua missione, padrona di sé, felicemente libera. Invece il vecchio contadino non aveva scelto nulla, il legame che lo teneva stretto alla corsia non l’aveva voluto lui, la sua vita era altrove, sulle sue terre, ma faceva alla domenica il viaggio per veder masticare suo figlio.

Ora che il giovane idiota aveva terminato la sua lenta merenda, padre e figlio, seduti sempre ai lati del letto, tenevano tutti e due appoggiate sulle ginocchia le mani pesanti d’ossa e di vene, e le teste chinate per storto – sotto il cappello calato il padre, e il figlio a testa rapata come un coscritto – in modo di continuare a guardarsi con l’angolo dell’occhio.

Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari.

E pensò: ecco, questo modo d’essere è amore.

E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo.

Ecco. Finito. Un Calvino secco, scabro. Un Calvino che pare quasi Fenoglio. Bello, no?

Però ha un difetto.

In meridione siamo piaciuti talmente, che una delle nostre ascoltatrici meridionali ha deciso di venire al nord a sentire anche questa lettura. A casa di chi ha deciso di andare, con tutti gli scrittori che c’erano? Che ce n’erano sette? A casa mia. No, ma, gentilissima. Però ha un difetto, che è un’insegnante.

Gli insegnanti hanno questa mania che parlano sempre dell’insegnamento. Ogni tre frasi dicono una parola che dev’essere una parola che gli piace molto, Pedagogico. Un’altra mania degli insegnanti è che quando ti parlano, dopo pretendono che gli rispondi. Ti dicono Eh?, alla fine delle loro frasi. Buona questa pizza, eh? Bella questa chiesa, eh? Un altro difetto degli insegnanti di sesso femminile è che gli piacerebbe fiondare con gli scrittori di sesso maschile, gli piacerebbe.

Da Bassotuba non c’è di Paolo Nori (Feltrinelli, 2009). Ecco, giusto per mettere agli atti un significato del verbo fiondare che non conoscevo.

Né il titolo, né la scienza, né la virtù

A me la politica piace. Via, non esageriamo. Per dire meglio, io credo che la politica serva; che sia necessaria per provare a mettere un argine al dolore, al male. Per questo credo che meriti il sacrificio di occuparsene. Però, sotto campagna elettorale, confesso di avere spesso un senso di repulsione: troppo alto il tasso medio di sfacciataggine, troppa la stupidità che vedo in giro, troppe le bugie (e troppi i creduloni).

Così, mi viene da sentirmi un po’ anarchico, ogni tanto. E di farmi trasportare (qualcuno direbbe forse non a torto: traviare) da frasi come questa, di Proudhon (sempre attraverso Nori):

Essere governati significa essere guardati a vista, ispezionati, spiati, diretti, legiferati, valutati, soppesati, censurati, comandati da persone che non ne hanno né il titolo né la scienza né la virtù. Essere governati significa essere, a ogni operazione, a ogni transazione, a ogni movimento, annotati, registrati, censiti, tariffati, timbrati, tosati, contrassegnati, quotati, patentati, licenziati, autorizzati, apostrofati, ammoniti, impediti, riformati, raddrizzati, corretti. Significa, sotto il pretesto dell’utilità pubblica e in ragione dell’interesse generale, essere addestrati, taglieggiati, sfruttati, monopolizzati, concussionati, pressurati, mistificati, poi, alla minima resistenza e alla prima parola di protesta, repressi, mutilati, vilipesi, vessati, taccheggiati, malmenati, fucilati, mitragliati, giudicati, condannati, deportati, sacrificati, venduti, traditi e, come se non bastasse, scherniti, beffati, oltraggiati, disonorati. Ecco il governo, ecco la sua giustizia, ecco la sua morale!

Prosit!

 

Prendere partito

Da qualche giorno ho una cotta per questo libro di Paolo Nori che si intitola La meravigliosa utilità del filo a piombo, un libro in cui sono trascritti dei discorsi che Nori ha tenuto in occasioni pubbliche più o meno ufficiali. E’ pieno di citazioni intelligenti, e mi sa che ogni tanto ne riporterò qualcuna qui. Comincio da questa cosa che Simone Weil ha scritto nel 1943:

Quasi ovunque, e spesso anche per questioni squisitamente tecniche, il fatto di prendere partito, di prendere posizione pro o contro, ha sostituito il fatto di pensare. E’ una peste che si è originata nel contesto politico e si è diffusa a tutto il paese, alla quasi totalità del pensiero.

Al libro sono particolarmente legato anche per via della libreria dove l’ho comprato (anche se in realtà non l’ho propriamente comprato, ma vabbe’, è un dettaglio secondario…): la Libreria Safarà di Chiara, a Porto Potenza Picena, proprio un bel posto.