La scodella vuota

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Oggi in classe si è finiti a parlare, come prima o poi inevitabilmente accade se insegni letteratura a chi ha diciassette anni (che no, non è l’età più bella del mondo), del male di vivere, del non senso del tutto, della inutilità e insieme della necessità di cercare delle risposte, un senso, una direzione. Come sempre in questi casi, ti barcameni: un po’ di Leopardi, un po’ di Camus, e la proposta di continuare a cercare – possibilmente insieme – un po’ di possibile felicità nella fatica di Sisifo.

Poi, tornato a casa, dalla bacheca virtuale di una amica spunta fuori questa, come una specie di epifania.

 

Domani

Il fumo della sigaretta aleggia
nel salotto. Le luci della nave
laggiù al largo s’affievoliscono. Le stelle,
buchi bruciati nel cielo, s’inceneriscono, sì.
Ma va bene, è quello che devono fare.
Quelle luci che chiamiamo stelle.
Bruciare per un po’ e poi morire.
Io ho una fretta del diavolo. Vorrei
fosse già domani.
Ricordo che mia madre, Dio la benedica,
diceva: Non desiderare il domani.
Così sprechi la vita in desideri.
Eppure, lo desidero tanto
questo domani. Con tutti i suoi fronzoli.
Voglio che il sonno venga e se ne vada, tranquillo.
Come passare dalla portiera di una macchina
A un’altra. E poi svegliarmi!
E trovarmi domani nella stanza.
Ora sono più stanco di quanto riesca a dire.
La mia scodella è vuota. Ma è la mia, capite?
E io l’adoro.
R. Carver da “Orientarsi con le stelle”

Mastrocolismi

Il dibattito un po’ lunare su Don Milani di questi giorni (a proposito del quale sto con Vanessa Roghi) sta permettendo a molti di capire, mi pare, che la linea sull’insegnamento dell’italiano, sulla scuola italiana e sul futuro della cultura occidentale non può darcela (più) (soltanto) una colta signora della buona borghesia torinese che si vanta di non aver mai letto un libro di psicologia e pedagogia e che scrive libri dedicati alla scuola fondandoli sulle sue impressioni personali, su quel piccolo pezzo di mondo, e di Italia, e di scuola, che può vedere e capire, appunto, una colta signora della buona borghesia torinese che insegna ai figli della buona borghesia torinese. Passerò per classista, veteromarxista, donmilanista o chissà che altro, ma via, basta: c’è un sacco di gente che ha idee meno impressionistiche e meno nostalgiche sulla scuola, cerchiamo di essere meno pigri e andiamole a cercare.

(E’ solo un appunto per una riflessione più ampia, da non rimandare troppo, sull’insegnamento dell’italiano e sulla scuola, intanto possiamo partire da questo link)

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La passione di Carla

Nel giorno in cui vengono a trovarci a scuola Emanuele Zinato e Morena Marsilio, a parlarci di come sarebbe bello che a scuola si parlasse un po’ di più di Beppe Fenoglio e Elsa Morante, ma anche di Stefano Valenti e Simona Vinci, mi piace ricordare un saggio appassionato di Carla Sclarandis di qualche anno fa, un pezzo che chi si occupa di insegnamento della letteratura nella scuola secondaria dovrebbe, periodicamente, andare a rileggere. Io lo faccio.

Alternanza scuola-lavoro: un bilancio critico

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Fra le tante cose che non mi convincono dell’ultima riforma scolastica e delle precedenti, quella che mi convince meno di tutte è l’organizzazione che è stata data all’Alternanza Scuola-Lavoro, che mi pare viziata da una certa confusione di fondo sugli obiettivi e da una impostazione fondamentalmente ideologica. Credo che, fra le tante battaglie possibili, quella per il cambiamento radicale di questo istituto sia una delle più urgenti e anche una delle meno velleitarie.

Ruggero Orilia è un brillante studente di Economia, ex allievo del Liceo dove lavoro, dove era rappresentante degli studenti e animatore del dibattito, fin da quei tempi un intellettuale militante impegnato su molti fronti, dal sociale alla politica alla cultura. Pochi giorni fa ha partecipato ad una discussione su Facebook su questo tema, e con argomentazioni molto solide ha ribattuto alle tesi di un professore che vedeva nell’ASL un valido strumento per attuare nientemeno che una rivoluzione democratica della scuola italiana, o qualcosa del genere.

Sulla scorta di quella discussione, ho proposto a Ruggero di scrivere un testo organico su questo argomento, lui l’ha fatto, e ora volentieri lo ospito in questo blog. La ricerca e le idee sono ovviamente di Ruggero, io ne condivido la gran parte, e in ogni caso mi pare che il testo racconti fatti ed esprima un punto di vista che possono essere interessanti per tutti coloro che a vario titolo si occupano di questi temi.

ALTERNANZA SCUOLA LAVORO: UN BILANCIO CRITICO

di Ruggero Orilia

La scuola italiana non prevedeva l’attività lavorativa all’interno del suo curricolo, venendo per questo criticata dalla pedagogia progressista, in parte ispirata dal marxismo : Marx vedeva nella precoce combinazione fra lavoro produttivo e istruzione, ovvero  l’unione di lavoro produttivo remunerato, formazione spirituale, esercizio fisico e addestramento politecnico, una sintesi della scuola del proletariato. L’unica eccezione è forse l’inattuata “Scuola del lavoro” di Bottai, criticata in ambito antifascista da chi ci vedeva il rischio di un’offerta di manovalanza (semi)gratuita alle imprese.

Le cose cominciarono a cambiare con la scuola-della-autonomia di Luigi Berlinguer e, soprattutto, a partire dalla riforma Moratti. Si diffonde quindi l’alternanza scuola-lavoro. Tuttavia, prima dell’entrata in vigore della Buona Scuola (l. 107/2015), ci informa Confindustria, “secondo il rapporto di monitoraggio realizzato dall’Indire per l’anno scolastico 2013-2014 solo il 10,7% degli studenti delle scuole secondarie superiori ha seguito percorsi di alternanza scuola-lavoro” nel “43,5% degli istituti secondari di secondo grado” con “percorsi di alternanza [che] non superano mediamente le 70-80 ore nell’ultimo triennio”. Continua a leggere

Ariosto, Calvino e la critica

Ho amato molto Calvino, forse più quando parla di letteratura che quando fa letteratura, e probabilmente anch’io, come molti, in passato, ho fatto un po’ l’errore di considerarlo anche un critico letterario. Però credo di avere sempre avuto chiaro che era un critico molto particolare, che quando parlava dei classici prendeva così sul serio il suo famoso apoftegma (“i classici sono quei libri che non hanno finito mai di dire quel che hanno da dire”) da usarli per parlare più di sé stesso e del suo tempo che non del classico in questione, e del suo più lontano e perduto tempo. Non era mai, insomma, quella di Calvino, una operazione di storicizzazione, ma una operazione militante e creativa: ti proponeva la sua idea del mondo, della scrittura, del futuro. Bene. E’ un’operazione legittima e utilissima (forse più di tanta critica, di tanta storicizzazione intesa in senso stretto), basta prenderla per quel che è.

Mi ha fatto ripensare a queste cose un articolo di Stefano Jossa, grande critico e storico della letteratura italiana di stanza a Londra, uscito qualche giorno fa che partendo da una riflessione su Ariosto a Calvino finisce per trattare un argomento di portata molto più generale: l’importanza e la difficoltà di dialogare davvero con i classici, sapendo riconoscere i filtri e le scorciatoie per quello che sono. Un discorso sul metodo assolutamente limpido e impeccabile a cui un titolo forse troppo lapidario non rende giustizia. Ne consiglio vivamente la lettura.

Il merito della questione

Per quei casi una volta impensabili, e ora normali per via dei social network, mi sono trovato poco fa a discutere con persone a me sconosciute della vecchia questione della meritocrazia a scuola (versante docenti, ovvero “bonus”, premi ai meritevoli, teacher prize e compagnia bella). Tutto partiva dalla segnalazione da parte di una insegnante-scrittrice, Mariangela Vaglio, di uno sgrammaticato tweet di Oscar Giannino che recitava così:

. Il flop bonus di merito mostra che troppi docenti se ne fottono,di un mondo che invece premia i migliori.”

che voleva essere il commento e insieme il lancio di un pessimo, e non uso superlativi a casaccio, articolo di qualche giorno fa di Antonio Stella, pieno di inesattezze e luoghi comuni, buono solo a fare confusione (per chi lo voglia leggere e farsi un’idea, è qui).

Sotto nasce la discussione (per chi ha facebook, qui) alla quale intervengo pure io, prima con qualche cavolata, come troppo spesso mi capita, poi con qualche osservazione più seria. Il dibattito va avanti, e (essendo gli amici miei e di Vaglio, molto spesso, insegnanti) la maggior parte dei commenti è critico verso Giannino, Stella e in generale la politica sin qui seguita dal MIUR per provare a premiare il merito fra i professori: è – fra parentesi – anche la mia opinione: al di là del fatto che non vedo niente di male nel pagare meglio chi lavora meglio, e di più, per un mero fatto di giustizia, credo che nella scuola l’enfasi vada messa sulla collaborazione e non sulla competizione fra chi ci lavora, e poi le politiche governative sono state oggettivamente raffazzonate, incerte e poco efficaci, anche a prescindere dalla condivisione o meno della logica che le ha prodotte.

Ad un certo punto, torniamo alla discussione su facebook, interviene con un commento Natalino Balasso, il noto attore e comico, da tempo molto attivo nel web con un approccio che definirei “militante”. Quel che scrive mi colpisce, e non principalmente per l’elegante sintesi formale:

Tuttavia non comprendo questo ostinarsi a difendere l’esistente.

A questo punto mi è venuto da intervenire articolando un po’, e siccome nel farlo mi è parso di mettere a fuoco un pensiero che mi girava in testa da tempo, lo appunto qui – in linea con la funzione principale che ha per me questo spazio – per non perderlo:

Quella fra “difendere l’esistente” e “cambiamo tutto purchessia” è una falsa dialettica, tendenzialmente succube dell’ideologia dominante (scusate se uso la parola ideologia), voluta da chi di fatto non ha voglia di discutere con chi segue altre logiche riguardo al “merito” dei cambiamenti. In realtà tutto cambia in continuazione, sia che si provi a difendere l’esistente sia che si voglia rinnovare a tutti i costi: il mondo, e con esso la scuola, va avanti, cambia, todo cambia, perché questa è la sua natura. Quindi criticare una riforma sbagliata non significa essere per forza difensori dell’esistente: a me l’esistente per molti aspetti non piace, lo cambio già tutti i giorni (nel mio piccolo piccolissimo, come tutti) con il mio lavoro, le mie prese di posizione culturali e politiche, i miei progetti per il futuro, quindi usciamo per favore da questa logica manichea buona solo per distrarre e mettere fuori fuoco i problemi reali.

Vabbe’, lo so, niente di originale.

Serve ancora la filologia?

headermswQualche amico, come Fabio Curzi, lo va dicendo almeno dalla metà degli anni Novanta, quando eravamo ancora poco più che ragazzi e su internet si navigava con Altavista e si chattava con mIRC, e pensare di aprire un blog era qualcosa di pioneristico: la filologia, col suo metodo, la sua ermeneutica e la sua complicata e affascinante storia, ha moltissimo da dire nell’epoca del web.

Cosa resta di un *testo* in questo mare infinito di bit? E della volontà dell’autore nell’epoca della post-verità e della manipolazione continua dei dati? E quelle grandi biblioteche frantumate che sono i magazzini pieni di fili e scatoloni metallici che contengono, dislocati nelle più anonime periferie urbane e in sperdute zone industriali, la nostra memoria collettiva, il nostro cloud – come dobbiamo pensare tutto questo? Ecco, forse la filologia (troppo spesso considerata, persino da chi la fa, come un esercizio erudito ed esoterico) offre in realtà un armamentario formidabile per capire quel che sta succedendo nel campo della conoscenza e della sua trasmissione, oggi.

Basta aprire un manuale di filologia e scorrere l’indice: ci sono un sacco di parole che ci suonano molto familiari (e problematiche): libro, scrittura, materiali scrittori, citazioni, trasmissione dei testi, originale/copia/tradizione, varianti, autenticità/attribuzione/datazione, rapporti fra i testimoni, e via dicendo. E non è un caso.

Vabbe’, era solo per segnalare un articolo molto interessante sul tema: questo (di Claudio Lagomarsini, da Il Post).

 

 

Da dove ricominciare

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Questi sono i giorni in cui, nella fascia di territorio dove mi trovo io – non tanto vicina all’epicentro del sisma da esserne stata devastata, non abbastanza lontana da non esserne stata coinvolta – si prova a tornare ad una qualche forma di normalità, della quale tutti hanno bisogno, anche a costo di costruirsene una un po’ farlocca.

Riaprire le scuole, in questo senso, è un passaggio importante, anche se siamo tutti un po’ tesi. Una mia collega di rara sensibilità, Laura, scriveva poco fa su facebook:

Così oggi a Macerata abbiamo ripreso. Tra i banchi si distinguevano le facce di chi, come me, ha avuto solo paura, da quelle degli alunni di paesi come Sarnano,Tolentino, San Severino, in cui si leggeva un reale dolore, la mancanza dell’orizzonte conosciuto. Qualcuno non c’era, perché ospite di parenti lontani, in attesa di una sistemazione migliore. Spesso ci si è trovati a sobbalzare al minimo rumore. Ma c’era anche, mi è sembrato, la contentezza di ricominciare, una richiesta di fissare in anticipo le verifiche con un clima diverso dall’ansia consueta. Perché, si è capito meglio, la tragedia non è la verifica. E perché, mi pare, si era felici di ritrovarsi, perché nessuno aveva qualcuno da piangere, perché insieme le cose sembrano più semplici.
Spero che al più presto riaprano tutte le scuole, spero che il guardarci negli occhi possa essere d’aiuto a chi è più provato, spero che questa amata terra, di cui comunque anche adesso non si parla troppo, torni all’anonimato delle sue dolci colline, alle chiacchiere di paese, al lavoro.

E così, nelle scuole e negli altri luoghi di cultura, nell’attesa che si possano ricostruire i muri, si prova a cominciare anche a progettare una ricostruzione simbolica. Questo, ad esempio, è il messaggio che compare oggi sul sito dell’Istituto Storico di Macerata:

L’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea  di Macerata vuole offrire il suo contributo per la rinascita delle comunità appenniniche colpite dal sisma: lavorare insieme perché non perdano l’identità e la propria storia; perché insieme alle case, alle strade, ai ponti si ricostruiscano altre infrastrutture, quelle civiche, come la fiducia e il senso di appartenenza: “sono cose –come afferma lo scrittore giapponese Haruki Murakami- che non possiedono una forma fisica. Una volta distrutte è difficile ripararle, perché non possiamo farlo con macchine, lavoro e materiali”.

Già da settembre avevamo cominciato a dare concretezza a questo progetto (che può essere letto cliccando qui), organizzando incontri e individuando percorsi che avrebbero dovuto coinvolgere proprio i territori poi coinvolti nei violentissimi terremoti del 26 e 30 ottobre.

Gli eventi drammatici hanno momentaneamente interrotto, ma non spezzato, il nostro progetto, e – dopo questa fase di emergenza – faremo di tutto per riprendere il nostro discorso per entrare nella “bellezza lenta” di quelle zone, nella loro storia passata e in quella da ricostruire.

(Per inciso: cliccateci su quel link al discorso di Murakami, perché è proprio bello)

Oppure qui si può ascoltare Maila Pentucci che parla di territori, memoria, paesaggio nella puntata di ieri di Fahrenheit, trasmissione che in questi giorni sta meritoriamente dedicando gran parte delle energie ai paesi del terremoto.

Però in tutto questo chi, come me, si occupa di mestiere di parole, cultura, immaginario, è ancora molto tentato dal silenzio, di fronte alle urgenti e concretissime necessità quotidiane di chi ha perso tutto. Pensare alla quotidianità di queste persone stringe il cuore, e forse le uniche parole che contano, ora, solo le loro.

Oggi, per esempio, mia zia mi raccontava di aver incontrato qualche giorno fa una anziana signora a Porto Potenza, che ha cominciato a parlarle, raccontandole di essere una terremotata, ospitata in un albergo vicino al mare. Mi diceva mia zia che la signora era spaesata, perché nel suo paesino non c’erano mica tutte quelle macchine, e quelle strade così grandi. E che non sapeva dove andarsi a comprare delle mutande, ma poi aveva trovato un negozietto dei cinesi. E le aveva detto anche che aveva un gran bisogno di qualcuno con cui parlare. Mia zia, allora, le ha dato il suo numero di cellulare. Ma la signora non l’ha chiamata. Poi, però, mia zia l’ha incontrata di nuovo qualche giorno dopo, per strada, e le ha detto: “Come mai non mi ha più chiamato, signora?”. “Eh, il fatto è che io il cellulare lo uso solo per rispondere, non sono tanto abituata a chiamare col cellulare”. Ecco: mi viene da pensare che molte persone avranno bisogno di essere ascoltate, nei prossimi mesi, ma quelle che ne avranno bisogno più degli altri forse nemmeno ci cercheranno, e starà a noi trovarle, e ascoltarle. Anche questo sarà un modo per ricostruire, per ricominciare.

(la foto è di Paolo Coppari)