Poesie per la quarantena / 9

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Un pensiero che si fa spesso in questi giorni riguarda il disagio di fronte al dolore altrui. Quanto è lecito sdrammatizzare, godere dei piccoli piaceri quotidiani che pure in quarantena ci sono concessi, provare a coltivare un po’ di bellezza quando tutto intorno sono solo notizie di strazio e paura? quando a Bergamo, per dirne una, i forni crematori non bastano più?

Pensando fra me e me a queste domande (mentre recuperavo, nel malandato giardinetto sotto le scale, un’erba cipollina rispuntata, un rosmarino mezzo secco, residuati della scorsa stagione che in tempi normali avrei forse sostituito senza pietà e oggi mi paiono invece preziosissimi), mi è tornata alla memoria una poesia di Mario Luzi, forse quella che di lui amo di più.

Ricordo di averla scovata in un quaderno di poesie di vari autori che comprai – avrò avuto vent’anni – da un bancarellaro sul lungomare di Civitanova, una sera d’estate. Aprendo a caso mi ritrovai davanti questi versi: dalla festosa notte civitanovese venni catapultato in questa oscura notte danubiana, in questo albergo strampalato, presso questo pianto rimosso dalla nostra coscienza. Ecco la poesia:

Il pianto sentito piangere
nella camera contigua
di notte
nello strampalato albergo
poi dovunque
dovunque
nel buio danubiano
e nel finimondo di colori
di ogni possibile orizzonte
dilagando
oltre tutti i divisori
delle epoche
delle lingue
sentito bene sentito forte
nel suo forte rintocco di eptacordio
e rimesso nel fodero di nebbia
del sonno
e della non coscienza
riposto nel buio nascondiglio
del sapere non voluto sapere
fino a quando?-

Da: Mario Luzi, Per il battesimo dei nostri frammenti, 1985.

Foto: Una bambina a Idlib (ph. by Nazeer Al-Khatib, dal web).

Poesie per la quarantena / 8

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Oggi una poesia “d’occasione”, scritta cioè proprio per questi giorni, per questo tempo. E’ di 9 giorni fa, e forse non rappresenta più bene quello che nel frattempo è successo (9 giorni fa i contagiati erano meno di un terzo di quelli di oggi, e forse avevamo l’impressione che tutto sarebbe passato molto più presto di così). E’ una poesia che cerca di cogliere le opportunità di questa sosta forzata, ci invita a trarre da quel che succede degli insegnamenti. Ma chissà, forse non dice tutta la verità, perché comunque ci sarà gente che, pur non contagiata, non potrà imparare niente da questo tempo, gente che ne uscirà comunque distrutta, economicamente o psicologicamente, o tutte e due. Resta, insomma, la domanda di ieri, se la poesia (la riflessione, il pensiero) non sia anche in tempo di crisi un privilegio di pochi (come me).

L’autrice della poesia è Mariangela Gualtieri, e la poesia si intitola Nove marzo duemilaventi

Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.

Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Non c’era sforzo umano
che ci potesse bloccare.

E poiché questo
era desiderio tacito comune
come un inconscio volere –
forse la specie nostra ha ubbidito
slacciato le catene che tengono blindato
il nostro seme. Aperto
le fessure più segrete
e fatto entrare.
Forse per questo dopo c’è stato un salto
di specie – dal pipistrello a noi.
Qualcosa in noi ha voluto spalancare.
Forse, non so.

Adesso siamo a casa.

È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.
Forse ci sono doni.
Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.
C’è un molto forte richiamo
della specie ora e come specie adesso
deve pensarsi ognuno. Un comune destino
ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.
O tutti quanti o nessuno.

È potente la terra. Viva per davvero.
Io la sento pensante d’un pensiero
che noi non conosciamo.
E quello che succede? Consideriamo
se non sia lei che muove.
Se la legge che tiene ben guidato
l’universo intero, se quanto accade mi chiedo
non sia piena espressione di quella legge
che governa anche noi – proprio come
ogni stella – ogni particella di cosmo.

Se la materia oscura fosse questo
tenersi insieme di tutto in un ardore
di vita, con la spazzina morte che viene
a equilibrare ogni specie.
Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,
guidata. Non siamo noi
che abbiamo fatto il cielo.

Una voce imponente, senza parola
ci dice ora di stare a casa, come bambini
che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,
e non avranno baci, non saranno abbracciati.
Ognuno dentro una frenata
che ci riporta indietro, forse nelle lentezze
delle antiche antenate, delle madri.

Guardare di più il cielo,
tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta
il pane. Guardare bene una faccia. Cantare
piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano
sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora –
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro.

La poesia è stata pubblicata su doppiozero.

La foto, dal web, me l’ha girata Gianluca.

Poesie per la quarantena / 7

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Ad una settimana dall’inizio di questa improvvisata rubrica, arriva più forte la domanda messa a tacere sette giorni fa: ma ha senso? Stiamo qui alle finestre, con questa primavera fuori che ci è preclusa, cercando di portare avanti come si può il nostro lavoro quotidiano e la nostra vita di padri, mariti, figli, e pensiamo sempre a chi soffre per la malattia, e a chi soffre per cercare di soccorrere i malati. E noi qui parliamo di poesie. Ha senso? Probabilmente no, non nell’immediato, ora servirebbe qualcosa di più pratico: una mascherina, un macchinario per l’ossigeno, una scoperta scientifica. L’umanista in questi casi si sente inutile, se non d’intralcio. Però guardando al tempo lungo chissà, forse la poesia serve davvero a custodire qualcosa, a traghettare qualcosa dal passato al futuro. Anche a criticare e fare autocritica, quando è necessario. Comunque no, ancora non mi sono convinto che si debba abdicare alla bellezza

Per cui oggi la poesia di oggi è Traducendo Brecht di Franco Fortini.

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più voce. Gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi, mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelle dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Da: Franco Fortini, Una volta per sempre, 1963.
Foto mia.

Poesie per la quarantena / 6

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In questi giorni stiamo tutti molto di più sui social. Fra numeri, notizie e interpretazioni, ogni tanto vediamo passare qualche perla. La poesia di oggi, di Andrea Inglese, l’ha segnalata ieri su Facebook un’altra poetessa, Renata Morresi, che ho la fortuna di conoscere dai tempi del liceo. La riporto senza commenti particolari: è stata pubblicata 12 anni fa ma racconta esattamente (in modo quasi didascalico) la nostra vita di questi giorni, a dimostrazione di come la poesia sappia prevedere il futuro perché è eterna. Ecco la poesia:

Progettiamo, anche per questo giorno,
anche stupidamente, con grande sforzo
di distrazione, mangiando il pezzo di pane
che è rimasto, utilizzando il cucchiaio sporco,
guardando la fungaia gigante sotto la betulla,
progettiamo, anche se gli edifici rimarranno
luridi, verso nord, nella cinta che fu una volta
operaia, e che oggi non è più nulla, campo
di concentramento del non lavoro,
delle giornate uguali, lunghissime,
a inventarsi come stare ancora in piedi,
come se niente fosse, progettiamolo
qui, noi, nel quartiere cinese,
tra una piazzetta e l’altra, e dentro casa,
e sul balconcino, magari, che anche
oggi, anche oggi non moriremo,
né tu né io, e nessuno dei vicini,
né i gatti né gli invisibili insetti
che cercano sentieri nelle crepe,
nelle fessure, il progetto oggi,
anche oggi, come nuovo,
è non morire.

Da: Andrea Inglese, La distrazione, Luca Sossella editore, 2008.

La foto, e il disegno dentro la foto (gesso colorato su ardesia) è del mio babbo.

 

Poesie per la quarantena / 5

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Buona domenica. Probabilmente una delle domeniche più difficili del nostro paese dal dopoguerra (speriamo le prossime siano almeno un pochino migliori). Buona domenica, comunque.

Una volta ho incontrato Franco Arminio, a Loreto, da Zi Nene, un ristorante gestito da una cooperativa che dà lavoro a ragazzi e ragazze diversamente abili. Insieme ad un amico lo abbiamo intervistato, ma poi non siamo riusciti a pubblicare quell’intervista. Arminio è una persona generosa, quando incontra le persone, quando sta sui social, quando gira per i paesi abbandonati, e anche quando scrive poesie: ne scrive a migliaia, credo che scriva sempre. La rete e le biblioteche sono piene di sue poesie. Credo sia anche molto letto, e i poeti con molti lettori (sempre che non siano ciarlatani) sono preziosi in questo tempo in cui la poesia ha così poco spazio.

A me con il suo profilo Facebook, dove pubblica post pieni di saggezza e di amore per l’Italia più marginale, Arminio in questi giorni sta facendo compagnia. Adesso ha anche lanciato una strana iniziativa: ha pubblicato il numero del suo cellulare e dalle nove alle dodici, ogni mattina, risponde agli sconosciuti che lo chiamano per farsi quattro chiacchiere, per farsi compagnia. Magari un giorno gli telefono, se non altro per scusarmi di non essere riuscito a pubblicare quella sua intervista. Ma dicevamo delle poesie. Come molti, Arminio ha scritto anche poesie su questa emergenza, su queste quarantena: si possono trovare in giro. Ma io ne metto qui una più vecchia, non d’occasione, presa da un suo libro di otto anni fa.

La poesia parla dell’importanza di uscire di casa, di incontrare persone, di non stare fermi. Può sembrare paradossale pubblicarla in questi giorni di reclusione forzata, ma non è così: alla fine anche in questi giorni, soprattutto in questi giorni, dobbiamo ricordare e coltivare (come si può) l’arte dell’incontro. Ecco la poesia.

Io dico che si deve partire da un punto qualunque
per esempio dal fatto che alle nove del mattino
puoi andare in un paese vicino e sentire
quello che dicono al bar un postino
un muratore un vecchio ammalato
e poi ti rimetti in moto sapendo che la giornata
una giornata qualsiasi è il tuo splendore.*

Franco Arminio, Stato in luogo, Transeuropa, 2012.

La foto è tratta dal profilo Facebook di Franco Arminio, immagino che l’abbia fatta lui.

* La poesia è stata ripubblica dall’autore in Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere 2017, con qualche piccola variante e soprattutto l’aggiunta di questa terzina finale:

Abbi cura di andare in giro
non restare fermo come uno straccio
sotto il ferro da stiro.

Poesie per la quarantena / 4

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Non sono mai stato un gran giardiniere. L’anno scorso con M. abbiamo comprato questo geranio, che ha attraversato più o meno incolume questo mite inverno senza ricevere nessuna cura, abbandonato nel nostro giardinetto che è poco più di un sottoscala. La pioggia è stata poca, e l’acqua data dall’uomo anche di meno. Eppure stamattina ho visto sbocciare questo piccolo fiore, del colore che a M. era tanto piaciuto.

L’attaccamento alla vita di tutti gli esseri viventi, fiori o uomini (e un po’ anche quella di esseri semiviventi come i virus, per certi versi) è sempre affascinante. E commovente nella sua apparente insensatezza. E nella sua meraviglia, se per esempio un venerdì 13 di un anno bisesto e funesto, nel mezzo dell’imperversare di un’epidemia, un bambino decide di venire al mondo e cominciare a lottare. Ma anche nella sua crudeltà e nel suo cinismo di tante volte: mors tua vita mea, per questa volta non è toccato a me, ancora no, ancora no. Sempre di vita si tratta, lotta stupore fatica paura, costruzione e distruzione.

E quanto siamo attaccati alla vita oggi, noi piccoli esseri umani, in quella che tanti stanno paragonando a una guerra. E dunque la poesia di oggi è un grande classico della poesia di guerra, con quella meravigliosa capacità di Ungaretti di parlare di cose enormi e indicibili con la semplicità di un bambino. Si intitola Veglia, e Ungaretti l’ha scritta dentro una trincea durante la Prima Guerra Mondiale.

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Da Giuseppe Ungaretti, L’allegria. La foto, questa volta, è mia.

 

Poesie per la quarantena / 3

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Vedendo questa straordinaria e terribile foto di una infermiera che crolla davanti al terminale dopo un turno di notte in uno degli ospedali che più sono stati travolti dall’emergenza coronavirus, mi è venuta in mente una frase del poeta serbo Izet Sarajlić, che parlando del lungo assedio di Sarajevo durante la guerra dei Balcani, disse una volta: “Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti”. Parlava di quelli come lui che durante l’assedio erano rimasti lì, e avevano provato a far sopravvivere un po’ di umanità. Stavolta l’espressione non è metaforica, e i turni di notte li fanno infermieri e medici costretti a immettere forti dosi di eroismo e temerarietà nelle loro vite (vite che loro probabilmente vorrebbero invece normali, normalissime). Triste il mondo che ha bisogno di eroi. E di eroi che non volevano nemmeno esserlo.

Fra le poesie di Sarajlić ce n’è una che amo molto, mi sa che l’ho già messa da qualche parte in questo blog, e anche questa può servirci per ragionare su questo tempo, in particolare a me fa pensare ai tanti, troppi morti, e a quella orribile specificazione che ci danno sempre per rassicurarci (ma ormai non ci rassicura nemmeno più): erano anziani, molto anziani, avevano altre patologie…

La poesia in questione parla della moglie del poeta, morta pochi anni dopo la fine dell’assedio. Nella poesia Sarajlić dice più o meno: “quanto sarebbe meglio se fossimo ancora sotto le bombe, perché quando eravamo sotto le bombe eravamo insieme, e avevamo ancora anni insieme da vivere. Adesso invece c’è la pace, e non ci sei tu, che me ne faccio allora della pace?”. Il poeta e la moglie erano anziani, acciaccati, ma anche se sei anziano e acciaccato quel tempo è preziosissimo, ogni giorno; non è che allora se arriva un virus sconosciuto e ti porta via non fa niente perché tanto non sei un ragazzino e avevi magari qualche acciacco. C’è sempre un mondo che finisce, dietro ogni numero. Ecco la poesia:

Fosse almeno quel terribile,
per l’umiliazione a nulla paragonabile
anno 1993
quando non avevamo nient’altro
che l’un l’altro.

Magari fosse ancora quel terribile,
quel tante volte maledetto anno 1993!

Avrei ancora cinque anni pieni
da poterti guardare
e da tenerti per mano!

da Izet Sarajlić, Chi ha fatto il turno di notte, a cura di Silvio Ferrari, Torino, Einaudi 2012, p. 111. La foto stavolta non è dei miei genitori, ma di una dottoressa dell’ospedale di Cremona.

Poesie per la quarantena / 2

L'immagine può contenere: fiore, pianta, albero, spazio all'aperto e natura

In questi giorni in cui tutti ci chiediamo se possiamo uscire o no a fare una passaggiata o una corsetta, una cosa è certa: bisogna farlo da soli, e ben distanziati dagli altri. Quindi ecco che chi proprio non ce la fa a stare ventiquattro ore su ventiquattro chiuso in casa si ritrova, “solo e pensoso”, in luoghi sperduti e abbandonati. Io, per esempio, ogni tanto vado sull’alzaia del fiume Potenza, a due passi da casa mia. In questi momenti si guarda con occhi diversi anche ad un grande classico della poesia italiana:

Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co·llui.

Francesco cercava i luoghi più deserti, dove non ci fosse impronta di essere umano, perché non voleva che gli altri scorgessero sul suo viso i segni della sua malattia d’amore. Anche noi in questi giorni non vogliamo farci vedere dagli altri, per non lasciar trasparire la paura, il sospetto, lo stordimento e la confusione. E’ vero che ci cerchiamo di più con amici e parenti, al telefono o in chat, ma di persona è diverso, perché tutti abbiamo in faccia la legittima (per certi versi doverosa) paura che la  persona che abbiamo davanti possa contagiarci, o essere contagiata da noi. Eppure Francesco si porta, nelle sue passeggiate solitarie, un compagno che non lo lascia mai: è Amore. Anche questo ci riguarda: in questi giorni confusi e dolorosi nella nostra solitudine conta quanto amore abbiamo immagazzinato prima, quanto ci siamo addestrati a dialogare con lui, con la parte della nostra interiorità che sa amare. E’ una riserva preziosa, portiamocela sempre dietro, coltiviamola.

La poesia è tratta dal Canzoniere di Francesco Petrarca, la foto stavolta è di mio padre, che sta con mia madre, sempre nel comune accanto.

Poesie per la quarantena / 1

foto fioreIl precedente post di questo blog risale ormai a molti giorni fa, e parlava della nostra piccolezza di esseri umani, di fragilità. Ora ci troviamo dentro questa emergenza del Covid-19, da ieri l’Italia è in quarantena. Come passare queste settimane di isolamento quasi totale? Io provo, fra l’altro, con la poesia. Cominciamo.

***

Una cosa che sicuramente ci lascerà questa stagione è una maggiore consapevolezza dell’importanza discreta di tanti aspetti della nostra quotidianità, che stanno lì senza farsi notare: gli abbracci, i paesaggi appena oltre la nostra vista, le piccole libertà che diamo per scontate. Comincio dunque da una poesia che racconta una minima epifania domestica, da un poeta che improvvisamente fa caso all’importanza fondamentale di quel nulla che ha:

Mi lavo i denti in bagno.
Ho un bagno.
Ho i denti.
Ho una figlia che canta
di là dalla parete.
Ho una figlia che ha voglia di cantare
e canta.
Può bastare.

Da Il sangue amaro di Valerio Magrelli.

La foto, invece, l’ha fatta mia mamma, che sta in quarantena nel comune confinante.

La nostra piccolezza

No niente, questo blog che aggiorno così di rado, di queste tempi, stasera era il posto più sicuro dove mettere da parte questa frase di David Foster Wallace che mi pare giusto conservare (da questo articolo):

«La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù e presto anche l’età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch’io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo più veritiero di dire “morire”, “andarsene”, il solo suono mi fa sentire come mi sento al crepuscolo di una domenica d’inverno…».