Il male che si fa

Oltre le colline, di Cristian Mungiu. Con Cosmina Stratan, Cristina Flutur. Romania 2012, 155′.

(spoiler alert: come al solito non mancano elementi di anticipazione della trama: datevi una regolata)

Il recensore di Le monde (ma io lo leggo sul numero 973 di Internazionale) di questo film dice:

Vedendolo, nonostante la bellezza delle immagini, può sembrare di annoiarsi. Ma il film passa attraverso la pelle e non vi lascerà per molto tempo dopo averlo visto. Ha una forza evocatrice insinuante, un modo obliquo di mostrarci qualcosa che non avremmo saputo o voluto vedere.

Non so quale considerazione goda presso di voi, di solito, il recensore di Le monde; in ogni caso fidatevi, almeno questa volta. Vedendo questo film capita esattamente questo: mentre lo guardi ci sono momenti in cui senti perfettamente ogni spuntone scomodo della poltrona, e hai tempo di constatare come il Tiffany, sì, ha effettivamente vissuto momenti migliori, e sembra quasi impossibile che ci sia stato un tempo in cui non ci fosse, come una radiazione cosmica di fondo, questo insinuante afrore di polvere e umanità stantia… Insomma, il film ti lascia effettivamente il tempo di distrarti, di divagare, perché è così che è costruito: i primi minuti (l’abbraccio alla stazione, il pianto liberatorio) emotivamente travolgenti, poi la lentissima costruzione del dramma morale (potrebbe averlo scritto Dostoevskij), e per concludere il finale in crescendo. Alla fine rimani tu, con una storia dura, dei personaggi complessi e un sacco di domande da portare a casa.

La storia (vera) è piuttosto semplice: Alina e Voichita sono due ragazze che si ritrovano dopo essersi conosciute e amate all’orfanotrofio: ora Alina, che ha lavorato in Germania, raggiunge Voichita nel monastero ortodosso dove si è ritirata con undici consorelle e un severo monaco-padre. Ma l’amore umano e l’amore divino non possono convivere: Alina sente Voichita sempre più distante, e mostra segni di squilibrio. Voichita è divisa fra la scelta religiosa e l’affetto per la fragile amica. Alina diventa ben presto un insostenibile elemento di disturbo nella rigida quotidiana regola del mondo chiuso del monastero.

Il “padre” e le altre suore, in perfetta buona fede, applicandocon Alina le sacre regole del loro mondo, cercano di affrontare il problema, con umanissime incertezze e religioso rigore al tempo stesso: ultima ratio, si decide di ricorrere ad un esorcismo, con atroci conseguenze di torture e sevizie. L’aspetto forse più interessante del film è proprio questo: il dispiegarsi della progressiva disumanizzazione del rapporto fra Alina, Voichita e i religiosi del monastero, che senza rendersene conto diventano – pensando di fare del bene – i “volenterosi carnefici” di Dio. Alla fine, messi di fronte alle loro responsabilità non proveranno, se non molto timidamente, a difendersi, a giustificarsi, mostrando una fragilità per certi aspetti commovente. E ci chiediamo se lo sguardo duro, con cui Voichita (nella scena più bella del film) giudica il “padre” e le “sorelle”, possa essere anche il nostro. O se quello sguardo non debba essere rivolto prima di tutto a ciascuno di noi, alla nostra debolezza umana che non può reggere all’assoluto, quando l’assoluto si fa sistema di potere.

In una delle prime scene del film Voichita fa vedere ad Alina dei dipinti abbozzati sulle tavole che coprono il pozzo del convento, e spiega: “sono delle prove per gli affreschi della chiesa, ma poi sono finiti i soldi e l’artista se n’è andato: ci è rimasto solo questo abbozzo”. La scena inquadra i volti delle due protagoniste che guardano il dipinto, ma il dipinto resta fuori campo e Mungiu non ce lo farà vedere mai. Mungiu è un regista fatto così, e questa scena è una dichiarazione di poetica: io ti faccio vedere dei personaggi, ti racconto una storia, ma tu spettatore devi immaginarti tutto il resto, perché molto spesso le cose veramente importanti stanno fuori dall’inquadratura. Buona visione!

Viva o morta? Viva! (la cultura umanistica)

Qualche giorno fa pubblicavo un post che si riduceva, in pratica, a due link: il primo ad un articolo meditabondo e sconsolato di Marco Lodoli sulla impermeabilità dei giovani alla cultura umanistica (o sulla incapacità degli adulti di trasmetterla, che è la stessa cosa), l’altro ad una risposta,  programmaticamente polemica verso Lodoli, scritta sul suo blog da Mariangela Vaglio, che orgogliosamente rivendicava la vitalità della cultura umanistica sulla base della sua concreta esperienza di insegnante di scuola media. Li avevo buttati lì, come un appunto, perché mi sembravano sintomatici di due modi molto diversi di riflettere sul ruolo dell’insegnante, e forse anche di due modi molto diversi di fare questo mestiere.

C’è un modo spiccio di leggere questi due articoli, secondo il quale quello di Lodoli  sarebbe lo sfogo di un professore di 56 anni che non ha più voglia di fare la giornaliera fatica di mediare fra la sua cultura, quella che lo ha nutrito, entusiasmato e reso uomo [lui, per di più, non è un insegnante qualsiasi, ma un intellettuale e scrittore famoso, e questo sicuramente peggiora le cose], e la “cultura” (lui non la chiamerebbe così) degli adolescenti che si trova davanti e che gli sembrano alieni [lui, per di più, se non sbaglio, insegna in un professionale della periferia romana, e questo probabilmente peggiora le cose].  La risposta di Vaglio porta invece la voce di una prof ancora giovane e piena di entusiasmo, che ha fatto la giornalista, tiene dei briosi blog di scuola e società ed è appassionata di nuove tecnologie, e quindi ha buon gioco a dire: “Tu, Lodoli, e quelli come te, siete invisibili per i vostri studenti solo perché non sapete coinvolgerli, non sapete, chiusi come siete nel vostro mondo, capire il loro linguaggio, né far capire il vostro; lasciate spazio a noi, che sappiamo cosa fare! Guarda per esempio, Lodoli, cosa riesco a fare io!” (e forse fra le righe Vaglio vuole anche dire: “invece purtroppo la scuola è piena di gente della vostra generazione: noi quarantenni siamo spesso relegati ai margini, e per i trentenni non se ne parla nemmeno di entrare in un’aula; e come fa una scuola così vecchia a parlare agli adolescenti di oggi?”).

Questo è il modo spiccio, dicevo: ci sarà qualcosa di vero, ma non dice nulla di particolarmente interessante. Altra cosa è cercare di capire da dove parta il ragionamento di Lodoli, e dove arrivi.

A parer mio Lodoli, qui come in tanti altri articoli simili che negli anni ha scritto, fa emergere una sorta di contraddizione, di crisi – umana prima ancora che intellettuale. Lo si capisce bene partendo dalla fine dell’articolo:

Dobbiamo invece assolutamente capire dove [i nostri ragazzi] stanno andando, perché ci salutano senza nemmeno voltarsi, perché non si fidano più della nostra cultura. Oggi loro sentono che la vita è altrove e la memoria non basta a reggere l’urto con le onde fragorose del mondo che sarà, che è già qui: serve energia, e quella non la trovi più nei cataloghi e nei musei.

E’ la constatazione, sacrosanta, della necessità di provare a capire “i nostri ragazzi” (espressione peraltro un po’ paternalistica), e del fatto che è in atto una rottura generazionale. Anche questa non è una novità, l’hanno già descritta in molti, con toni più o meno apocalittici, più o meno integrati; a me per esempio piace come ha cercato di descriverla e capirla Alessandro Baricco nel suo I barbari. Saggio sulla mutazione, lettura che consiglio a tutti. Lodoli però, al di là delle buone intenzioni del finale, è in realtà tremendamente nostalgico di quella cultura che i “barbari” rifiutano: quello è il suo mondo, ha probabilmente deciso di fare lo scrittore e il professore per provare a trasmettere quell’amato mondo a quanta più gente possibile (me lo vedo che gli si accende una luce interiore e dice “questa luce voglio accenderla in qualcun altro”: è capitato anche a me); quindi ci ha provato con passione, buona fede, e sicura competenza. Però niente, quella luce nei “suoi ragazzi” non si accende più: colpa dei ragazzi? colpa sua? colpa della “cultura umanistica” o di questo “reo tempo”?. No, di nessuno: è solo che non è così che funziona: la passione e la competenza non danno garanzie, la luce si accende nei modi più imprevedibili e imprevisti, e bisogna mettere in conto che lo scacco è molto più frequente della vittoria. Fa parte del gioco, e probabilmente va bene così.

C’è un’altra cosa che non va nel ragionamento di Lodoli, c’è un errore di prospettiva.  Lui confronta l’esperienza e la cultura dei suoi alunni con quella sua privata, del giovane Marco Lodoli di quarant’anni fa, un Marco Lodoli che -sarà un caso? – sarebbe diventato insegnante e scrittore. Dico io: grazie che sentiva i russi come fratelli maggiori! Anch’io conosco degli studenti che fanno la stessa cosa; sono pochi, certo, ma non credo che siano tanti di meno di quanti ce ne fossero al tempo del Marco Lodoli quindicenne che leggeva Tolstoj ascoltando Bach o Debussy. Sono pochi e fanno di solito il liceo classico, e alcuni di loro faranno da grandi gli scrittori o i professori, e forse si lamenteranno dei giovani del 2052 che non amano le stesse cose che hanno amato loro, non hanno la stessa loro sensibilità ecc. Tutta colpa del 2052, reo tempo! Magari sbaglio: magari quarant’anni fa tutti passavano il tempo a leggere Delitto e castigo invece di correre dietro alle ragazze o a studiare il modo di come procurarsi un motorino, ma per i miei tempi (i fantastici anni Ottanta) posso garantire che non era già più così: persino quelli come me, che poi sarebbero finiti a fare i professori di lettere, non necessariamente passavano il tempo a scrivere madrigali ascoltando musica dodecafonica (cose così, al massimo, cominci a farle all’università, un posto ideale per perdere il contatto col mondo, e anche per renderti un po’ ridicolo). Per cui diamoci una regolata: i cultori dell’arte, dell’umanesimo, sono sempre stati una sparuta minoranza, e forse è giusto che sia così. Certo: in alcuni momenti della storia quella sparuta minoranza ha cambiato il mondo, ma l’ultima volta che è successo è stato qualche secolo fa: non è il caso di stracciarci le vesti oggi, perché da questo punto di vista il 2012 non credo sia tanto peggio del 1972; o del 2052.

Quindi? Quindi niente: i giovani di oggi sono diversi dai giovani di ieri, come i giovani di ieri erano diversi, quando avevano vent’anni, dai ventenni dell’altroieri. Embè? E l’arte, come la cultura umanistica, non è morta, è solo tremendamente minoritaria in una civiltà che guarda altrove; ma resiste, come ha sempre resistito da quando è nata: cambiando forma ma restando fedele alle domande essenziali (che poi – si sa – sono sempre le stesse: quelle senza risposta). E noi, senza restare prigionieri dei nostri fantasmi e con un po’ di curiosità per il presente, nel presente e nel futuro dobbiamo cercare di traghettare l’essenziale. Poi, qualcuno disposto a prendere il testimone ci sarà, con ogni probabilità. Come ci siamo stati noi quando è stato il nostro turno.

***

Mi permetto di trascrivere qui, perché mi è molto piaciuto, il commento di F.S. al post da cui questo prende spunto, nella speranza che qui abbia un po’ più di visibilità, come merita:

Le ultime riflessioni con cui di Lodoli conclude il suo pezzo mi commuovono.
I nostri giovani vanno incontro ad un futuro che a noi pare difficile e oscuro e ci preoccupiamo per loro. Offriamo allora con insistenza le nostre ricette, i nostri modelli, ma a loro non bastano, ne sono anzi saturi prima ancora di conoscerli. I nostri giovani e il loro futuro sono scaturiti soprattutto da ciò che siamo e siamo stati noi adulti, come famiglie e come società. Essi sono i nostri figli e il mondo etico, sociale, politico, economico, ambientale, in cui da adulti si muoveranno, è l’ eredità che lasciamo loro. Detto questo, confesso che è con struggimento e rabbia che a volte considero i loro tentativi di stare in questo mondo.
La cultura umanista va insegnata ai ragazzi, ma, se essi la rifiutano, noi insegnanti dobbiamo riprovarci. Dobbiamo essere credibili. Se quello che insegniamo è importante dobbiamo farlo credere loro, dobbiamo mostralo. Dobbiamo trovare il modo. E’ una sfida per noi. Dobbiamo cercare nuovi metodi, investire tempo a cercarli e metterci in gioco. La storia va conosciuta, la letteratura va incontrata, esse debbono essere insegnate perché arricchiscono e aiutano a vivere, perché sono belle. Ma esse sono una delle tante cose belle della vita. E non debbono assolutamente diventare un pretesto per incolpare i nostri giovani, per disprezzarli. Essi hanno prima di tutto bisogno di fiducia e energia per “reggere l’urto delle onde fragorose del mondo che sarà, che è già qui”. Dobbiamo cercare di evitare di riempire il loro futuro con le nostre pesantezze. E come dice Gaber:

Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all’amore il resto è niente.

Due “Io e te”

Ieri sera ho visto Io e te di Bernardo Berrtolucci. Oggi ho letto Io e te di Niccolò Ammaniti. Mi sono piaciuti entrambi, ma forse il libro di più: Ammaniti è semplice e asciutto, Bertolucci sempre un po’ barocco anche quando i suoi personaggi si muovono in una cantina. E poi la differenza generazionale fra i regista e scrittore si sente.

E poi, io odiavo le fini. Nelle fini le cose si devono sempre, nel bene e nel male, mettere a posto. A me piaceva raccontare di scontri tra alieni e terrestri senza una ragione, di viaggi spaziali alla ricerca del nulla. E mi piacevano gli animali selvatici che vivevano senza un perché, senza sapere di morire. Mi faceva impazzire, quando vedevo un film, che papà e mamma stessero sempre a discutere della fine, come se la storia fosse tutta lì e il resto non contasse nulla. E allora, nella vita vera, anche lì, solo la fine è importante? La vita di nonna Laura non contava nulla e solo la sua morte in quella brutta clinica era importante?

 

Scuola “lunare”

Ho trovato davvero lunare che il Ministro dell’Istruzione (ecc.) della Repubblica Italiana decidesse di girare uno spot sull’importanza della scuola, e sull’amore che le si deve, non in una scuola pubblica ma in una scuola privata di Milano (la Deutsche Schule Mailand, peraltro! 5400 euro annui di retta, peraltro!). Una scuola nuovissima e con una biblioteca fantastica. Credo che la dica lunga sull’importanza che alla scuola pubblica si riconosce in questo paese.

Trovo altrettanto lunari le giustificazioni del ministero (“La scuola statale in ogni caso comprende la scuola pubblica e la privata parificata – aggiungono da viale Trastevere – E quella tedesca rientra nella scuola italiana. Si tratta di polemiche prive di fondamento”, dall’articolo di Repubblica già linkato). Così come le reazioni di Roberto Vecchioni, testimonial dello spot, che dice che è una polemica strumentale di professori della scuola pubblica giustamente incazzati. Grazie, Rob, sei tutti noi. [l’episodio mi ha fatto tra l’altro scoprire questo articolo sul Vecchioni professore di scuola pubblica].

Ho cominciato a vedere qualche reazione in giro, mi ha colpito quella di Riccardo Luna, estensore del testo, che dice che la scelta è stata fatta per risparmiare, visto che la scuola italiana non garantiva alla produzione la disponibilità dei locali di sabato. [!]. Ho scritto un commento in cui spiegavo che la cosa sembrava quantomeno improbabile, ma vedo ora che i commenti sono momentaneamente sospesi: forse non sono stato l’unico a fare osservazioni (update: ho poi scoperto che la sospensione dei commenti sul post è legata a motivi tecnici) ! Come mi ha colpito il post di Gianni Sinni che, riprendendo quello di Luna, dice “Ma come! Al Ministero non sono capaci di tenere aperta una scuola di sabato per una cosa del genere! Allora se lo meritano di andare in malora” (interpreto un po’ liberamente). Ma per favore, non cadete dal pero, siete professionisti della comunicazione!!!

Ecco, come dicevo, ho trovato tutta questa storia lunare.

Il testo dello spot però lo condivido in larga parte, soprattutto il finale:

Cerchiamo con tutte le forze di cambiare quello che non va, ma non smettiamo mai di amarla la nostra scuola, perché un futuro migliore per tutti è scritto nel miglior presente che riusciamo a realizzare insieme.

Vendere fiato

In un paio di post della settimana scorsa avevo dato testimonianza, tramite Sciascia, di come è vero che “tutto è stato detto”. Se ne potrebbe fare una rubrica fissa. Questa volta riporto le parole illuminanti di un padre nobile della nostra Repubblica a proposito del lavoro degli insegnanti. Devo la segnalazione all’amico e collega Alessandro G.

«Gli insegnanti, il cui orario settimanale è andato via via aumentando, sono diventati delle “macchine per vendere fiato”. Ma “la merce fiato” perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità. Chi ha vissuto nella scuola sa che non si può vendere impunemente fiato per 20 ore alla…settimana. La scuola a volerla fare sul serio logora. E se si supera una certa soglia nasce una “complicità dolorosa ma fatale tra insegnanti e studenti a far passare il tempo”. La scuola si trasforma in un ufficio, o in una caserma, col fine di tenere a bada per un certo numero di ore i giovani; perde ogni fine formativo». (Luigi Einaudi, Il Corriere della Sera, 21 aprile 1913)

Scuole (e) primarie

In un precedente post mi ero ripromesso di analizzare un po’ più a fondo i programmi dei candidati alle primarie. Comincio a farlo dalla cosa che conosco meglio: la scuola.

Renzi pubblica sul suo sito un programma abbastanza dettagliato sulla scuola (lo inserisce fra i punti della quarta delle sue dieci “idee”, sotto la dicitura “Investire sugli italiani” e in compagnia con asili nido, formazione professionale, università e ricerca e ingresso nel mercato del lavoro di giovani, donne e over 55): nella sostanza la scuola che vuole Renzi è fondata tutta sulla valutazione delle prestazioni (degli studenti, dei docenti, delle scuole, del sistema) e sull’autonomia gestionale (più potere ai presidi, chiamata diretta dei professori…). Si propone di generalizzare le procedure di un progetto sperimentale pilota, chiamato Valorizza (qui un’analisi critica), inventato dalla Gelmini, che propone di dare una mensilità in più (due, in prospettiva) a quei docenti che godano di una migliore “reputazione” (è proprio questo il concetto chiave di cui parlano i promotori del progetto) fra colleghi, alunni e genitori. Dicono che sia la via italiana alla valutazione degli insegnanti. A me pare che sia davvero così, ma nel senso meno nobile dell’espressione “via italiana”. Il progetto è sponsorizzato fra gli altri da Pietro Ichino, che credo sia l’ispiratore di questa parte del programma di Renzi. Pietro Ichino mi pare persona abbastanza rispettabile, ma secondo me di scuola non capisce molto. Come quell’altro bel tomino di Abravanel. Proprio stamattina ho avuto uno scambio di opinioni su questi temi con Mila Spicola, che sostiene allo stesso tempo Renzi e idee sulla scuola giustissime e lontanissime da quelle del programma di Renzi. Dice che sta con lui per convincerlo a cambiare idea. Auguri.

Vendola ha fatto un libro scaricabile on line per illustrare il suo programma. Un capitolo di 12 pagine si intitola poeticamente “La scuola chiude la prigione” (pp. 67-78). C’è una bella analisi della scuola che fu come ascensore sociale, e di come il duo Gelmini-Tremonti l’abbia velocemente smantellata (la prima l’ho vissuta da studente, quest’ultima, con dolore, da insegnante). Non ci trovo però soluzioni moderne e praticabili: molta spesa, giuste idee di scuola laica e democratica, ma poche idee concrete su come fare una scuola al passo coi tempi.

Poi c’è Bersani, che ha scelto di presentare un programma molto sintetico, in cui si dice che si dovrà ripartire, fra l’altro, dagli insegnanti e (mi stavo per commuovere) dalla ricerca “umanistica” di base. La stringatezza mi fa pensare che, di fatto, il programma di Bersani sia quello elaborato negli ultimi anni dal Partito Democratico (e di cui – scopro ora – si parlerà a Porto Sant’Elpidio martedì prossimo!). Un programma che mi pare sia una buona base di partenza, soprattutto se si terrà conto di questo documento sulla valutazione.

Restano Tabacci, che sul suo sito presenta uno scarno programma dove non si parla di scuola (pessimo il sito di Tabacci, molto meglio il gruppo facebook dei Marxisti per Tabacci), e Puppato, che ripropone la vecchia idea della fusione di elementari e medie, che di per sé è cosa buona e giusta, ma che a me pare proprio impraticabile (fra l’altro comporterebbe la diminuzione di un anno di scuola: dopo i tagli orizzontali di ore e materie operato dalla Gelmini ci manca pure il taglio verticale!).