a parte a parte

Né pure i casi che narrerò del mio spirito, credo già che sieno né debbano parere straordinari: ma pure con tutto questo mi persuado che agli uomini non debba essere discara né forse anche inutile questa mia storia, non essendo né senza piacere né senza frutto l’intendere a parte a parte, descritte dal principio alla fine per ordine, con accuratezza e fedeltà, le intime vicende di un qualsivoglia animo umano.

Giacomo Leopardi, Storia di un’anima scritta da Giulio Rivalta

Su Alessandro Bergonzoni

Ieri sera sono andato a vedere uno spettacolo di Alessandro Bergonzoni. Ci sono andato soprattutto con la curiosità di capire che razza di animale fosse, perché lo conoscevo poco e quel poco sfuggiva per me ad ogni catalogazione. Non che le cose siano cambiate molto, dopo averlo visto per un’ora e mezza recitare dal vivo. Però…

Per prima cosa mi sono chiesto: la sua è un’arte comica? almeno un po’ comica? Un poco, sì. Poi ci ho ripensato. Mica un poco! O: un poco mica! Anzi, parecchio comica. Direi quasi che è un apparecchio comico. Ci sono gli apparecchi per denti (che sono quelli che non vincono mai) e ci sono quelli per venti (rose e galli per lo più) ma una cosa è sicura: quello che mette in scena Bergonzoni non è certo un apparecchio per lenti, perché se sei lento di battute ne capisci un decimo, visto che le spara una dietro l’altra (che tra l’altro così risparmia anche sulle pallottole). Risparmiare invece di risparare.

Allora è un comico? Non lo so. O forse è meglio dire: non solo. Credo sia anche un po’ poeta. Anche qui: solo un po’? No, perché certe volte è un popo’ di poeta (e non in quel senso lì, dai!). Ma è un po’ poeta e un po’… Eta. Ma non la prima versione: Eta Beta, perché pare proprio un extraterrestre, in certi momenti.

E’ anche un saggio, e del saggio ha anche i capelli, devo dire. Un saggio che scopre verità profonde dietro un doppio senso, come l’automobilista che trova una buca sulla strada principale e preferisce passare sulla parallela: è a senso unico ma almeno hanno rifatto l’asfalto da poco.

Bergonzoni, ecco, è un sognatore, di più: un sognattore. Uno che sognava di fare l’attore ma non ha trovato nessuna compagnia che gli somigliasse, e allora s’è inventato una forma d’arte tutta sua. In solitaria. O insolita aria, perché – diciamolo – Bergonzoni ha un’aria fuori dal comune, e potrei continuare con freddure sulle polveri sottili nel comune vicino, sul fare comunella ecc. ecc.

Bergonzoni è uno che finché lo senti dici: che ci vuole a scrivere pezzi come i suoi? Poi provi a farlo e capisci che ci vuole Bergonzoni. Sennò viene una cagata.

Urge, di e con Alessandro Bergonzoni. Visto al Palazzetto dello Sport di Porto Potenza Picena venerdì 20 gennaio 2012.

Schèttino o Schettìno

Pardòn, ma cito ancora De Gregori: “Scusate ma del Titanic Concordia, ancora vi devo parlare / e delle cose rimaste a galla sull’azzurrissimo mare”. Ormai su Francesco Schettino da Meta di Sorrento è stato detto molto, forse tutto, forse anche di più, e non è certo qui il caso di continuare ad infierire sul capro espiatorio, per quanto platealmente colpevole. In fondo Francesco Schettino da Meta di Sorrento non è certo, come è stato detto, il peggiore italiano, l’uomo più odiato d’Italia, un mostro, un bruto o chissà che altro. Secondo me è solo uno che ricopriva un ruolo che non doveva ricoprire, uno non all’altezza delle sue responsabilità. Come se mettessi uno chansonnier da nave da crociera a fare il Presidente del Consiglio della settima potenza industriale del mondo, per esempio. Non faccio fatica, tanto per dire, a pensare che Francesco Schettino da Meta di Sorrento avrebbe forse potuto essere un ottimo mozzo, un bravissimo cuoco, o se magari avesse avuto una bella voce e fosse stato imbarcato come chansonnier nel night di bordo non avrebbe certo fatto figure barbine, l’altra notte: sarebbe scappato dalla nave che affondava, certo, non avrebbe fatto l’eroe come credo non l’abbiano fatto almeno (teniamoci larghi) i quattro quinti dell’equipaggio della Concordia, che senza troppa infamia e senza lode avranno legittimamente pensato a portare a casa la pelle (fra parentesi: che fra i morti la stragrande maggioranza siano passeggeri è un dato che cozza con la mia idea romantica di marineria, ma lasciamolo fra parentesi). Insomma, come Sciascia faceva dire a don Mariano: “e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, che mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”. Ecco, bastava che il quaquaraquà Schettino rimanesse in un luogo e in un ruolo confacente alle sue capacità e al suo coraggio. In questo senso, forse, le responsabilità sono non solo sue e di chi non ha impedito quell’assurda manovra, ma anche di chi ha messo questo tizio a comandare una nave; perché non ci sarà arrivato con gli scatti di anzianità, in quel ruolo, cacchio!

A margine noto che Schettìno, se sposti un accento, diventa schèttino, che vuol dire pàttino, che se sposti un accento diventa pattìno, ovvero moscone, ovvero quello che forse era il mezzo di trasporto marino più adatto al nostro. Nomen omen.

Ancora più a margine: si fa tanto parlare di “inchini”, in questi giorni. Qualcuno ha notato che su un “inchino” è fondata una delle scene più belle della storia del nostro cinema?

Il significato dell’esistenza

Quando hai lasciato agli altri i destini del mondo  a te resta tutto il bello della vita (C.F. 1926-2012)

In un lungo necrologio Nello Ajello, immagino con una certa cognizione di causa, ricorda Carlo Fruttero come un uomo ha sempre schivato con una coerente “scelta antiretorica e antifilosofica” di porsi “le domande ultime”, uno che ha vissuto la vita con un misto di cinismo, ironia e disincanto e ha affrontato la morte come “un laico nel senso più pieno del termine”. Mi sono detto: ora io non so di preciso cosa significhi essere laico, né conosco abbastanza Fruttero da poter dire se è vero che non si sia mai posto “le domande ultime”; so solo che imparare a non porsele sembrerebbe un esercizio al di fuori della mia portata.

Oggi, poi, che ho letto in classe il finale del Dialogo di Tristano e di un amico, e mi sono ancora una volta stupito della lucidità con cui guardava alla morte uno che le domande ultime se le era poste tutte, e si era dato anche le sue risposte.

E di più vi dico francamente, ch’io non mi sottometto alla mia infelicità, né piego il capo al destino, o vengo seco a patti, come fanno gli altri uomini; e ardisco desiderare la morte, e desiderarla sopra ogni cosa, con tanto ardore e con tanta sincerità, con quanta credo fermamente che non sia desiderata al mondo se non da pochissimi. Né vi parlerei così se non fossi ben certo che, giunta l’ora, il fatto non ismentirà le mie parole; perché quantunque io non vegga ancora alcun esito alla mia vita, pure ho un sentimento dentro, che quasi mi fa sicuro che l’ora ch’io dico non sia lontana.

Poi, nella stessa pagina, leggo (in un articolo di Antonio Gnoli che non trovo in rete, qui un estratto) alcune frasi di un Fruttero vecchissimo, già orfano di Lucentini: “La vecchiaia è un aggiustamento continuo con cacciavite e chiave inglese. Tiri avanti. Anche la morte di Franco l’ho dovuta mandar giù e adesso quando scrivo, quando penso è come se mi sdoppiassi. Cerco sempre di vedere con il suo occhio quello che faccio”. E ancora: “(la morte) Non mi fa paura, ho un po’ d’ansia per il fatto che al momento possa soffrire e dopo non so. Con Franco discutevamo della morte. Lui diceva: guarda Carlo non se ne può parlare in senso proprio. Va considerata come un viaggio. Ecco stiamo a vedere come sarà questo viaggio. La morte è inverosimile. Perché quello che succede dopo non è raccontabile. E allora, fino a quando non senti bussare i primi colpi non ci credi, non ti sembra possibile”. Ecco: laico e pieno di pietas, non certo estraneo alle domande ultime, alle quali nessun uomo può veramente sentirsi estraneo.

E la nave

Ho letto una riflessione di Salvatore Settis, stamattina. Questo è l’incipit, ma tutto l’articolo merita.

E la nave non va. Templi del consumismo, le super-navi entrate in scena negli ultimi anni somigliano più a uno dei colossali alberghi di Las Vegas che a una nave. Come a Las Vegas, navi con migliaia di posti-letto vengono spacciate per lusso “esclusivo”, ma sono macchine per vacanze, che macinano i piaceri standardizzati di una finta opulenza. Vendono illusioni, spacciando per altamente personalizzato il più banale e commercializzato turismo di massa. Dare l’illusione del lusso tenendo bassi i costi: di qui la corsa al personale non specializzato, che all’occasione, si scopre, non solo non sa calare una scialuppa in mare ma nemmeno balbettare qualche parola d’inglese (così, pare, sulla Costa Concordia, affondata a pochi metri dal porto dell’isola del Giglio. Il rito salutista del viaggio per mare miete vittime, solo qualche volta (per fortuna) in senso letterale come al Giglio. Altre volte, vittime sono i clienti, ma anche il paesaggio e l’ambiente. Come per contrappasso, queste navi “da crociera” fanno di tutto per somigliare a una città, anzi a una neo-città addensata in un grattacielo, con dentro shopping center e ristoranti, discoteche e cinema, negozi, palestre, teatri, casinò, piste di pattinaggio su ghiaccio, percorsi jogging, campi sportivi. Nulla, insomma, di più innaturale. Forse per questo il momento di gloria di queste navi-monstre è quando possono esibire il più vicino possibile a una città di terra la loro pomposa arroganza di città-artificio.

Salvatore Settis, Nuove regole per quei colossi,    “La Repubblica”, 16 gennaio 2012

Il capitano che si sparava negli occhi

Di ora in ora si accredita l’ipotesi che la Costa Concordia si sia avvicinata (troppo) all’Isola del Giglio per fare un salutino all’isola medesima e ai suoi abitanti. Leggere da ieri questa notizia su giornali on line e blog non rende la cosa in sé meno lunare. Uno si immagina che le rotte delle navi, come quelle degli aerei, siano gestite in maniera rigida, secondo complicati e ferrei protocolli di sicurezza. Io per guidare la mia Punto (meno di una tonnellata, massimo 4 persone a bordo) devo rispettare un sacco di regole, e non mi sognerei nemmeno ubriaco di andarci contromano in autostrada per – che ne so – far colpo su una ragazza. Invece un capitano di nave (capitano di nave, ovvero nobiltà, coraggio, aristocrazia, al massimo lo sfizio innocuo di una ragazza in ogni porto) per fare un salutino ad un’isola avrebbe portato la Costa Concordia (115.000 tonnellate, un massimo di 4880 persone a bordo) a schiantarsi maldestramente contro uno scoglio.

Invece va così. Il ragazzino, mentre impenna col suo motorino truccato dà un po’ troppo gas e si spezza la colonna vertebrale. Il pilota si fa bello con le ragazze, al pub vicino alla base militare, perché lui è capace, dice, di passare col suo jet supersonico sotto la funivia;  l’ha anche già fatto altre volte, dice; poi quel giorno passa troppo vicino, troppo, fino a sfiorare il cavo. Il figlio dell’industriale si fa comprare per i vent’anni la Pòrsc intestata alla ditta, e vuole far vedere agli amici quanta cazzo di potenza c’ha sotto il cofano questa qua! “Ma non avremo bevuto troppo, stasera?”. “Mavalà, così te la godi di più, l’ebressa”. Il capitano di nave deve (magari su istigazione della stessa compagnia, chissà, per rendere il tutto più spettacolare) stupire le attempate signore di prima classe.

Non ci cvedevai, cava… siamo passati così vicini al Giglio – sì, eva sicuvamente il Giglio, e poi l’ha detto anche il capitano, che ce la indicava dalle vetvate del salone delle feste – ti sembvava quasi di toccavle, le luci del povto. Dovevi stavci, guavda… vedevi anche la gente che fotogvafava, dalla viva, un’emozione unica, una delle cose più belle della cvocieva. Vuoi vedeve le foto, cava?

Un destino tragicamente ridicolo rovinarsi per vanteria, per rendere il viaggio più sorprendente, per ricevere lettere di congratulazioni dal sindaco di un’isola. Ora questo capitano è in galera, perché fra l’altro non avrebbe nemmeno saputo rispettare quella regola d’onore della marineria che vuole il capitano a bordo finché tutta la nave non è stata evacuata (e faceva uno strano effetto sentirlo dire, ieri, che lui era sceso per ultimo, quando già si sapeva che mancavano all’appello molte persone, che verosimilmente sono sulla nave ancora adesso, probabilmente nelle cabine sotto il livello del mare dei membri più infimi dell’equipaggio, garzoni filippini e cinesi, la moderna terza classe). Pare che l’abbiano ritrovato sotto shock proprio su quegli scogli che con un’altra improvvida uscita aveva provato a dichiarare inesistenti sulle mappe nautiche.

Cosa avrà pensato vedendo davanti a sé, da quegli scogli, il cadavere obliquo di quel suo giocattolo da 450 miliardi di euro, quel divertimentificio inclinato su un fianco, quella pesantissima metafora dell’imbecillità umana?

Aggiornamento (16/1/2012, ore 12.40): leggo oggi che le ragioni della sciagurata manovra sono state più futili ancora di quelle pur futilissime che avevo immaginato io.

Canto notturno di un’assassina errante nell’Asia

Se fosse stato possibile, Aomame si sarebbe rivolta direttamente alla luna, interrogandola. “In seguito a quali circostanze ti si è affiancata una piccola assistente di colore verde?” Ma, era ovvio, non sarebbe stata degnata di alcuna risposta.
La luna guardava la terra da vicino da più tempo di chiunque altro. Probabilmente era stata testimone di tutti i fenomeni accaduti e di tutte le azioni compiute quaggiù. Ma manteneva il silenzio con precisione e distacco. Lassù non c’era aria né vento; il vuoto era adatto a conservare intatti i ricordi. Nessuno era mai riuscito a sciogliere il cuore della luna. Aomame alzò il bicchiere verso di lei.
– Di recente hai dormito tra le braccia di qualcuno?
La luna non rispose.
– Hai amici? – chiese.
Nessuna risposta.
– Non ti senti stanca, a volte, della tua vita così fredda?
Anche questa volta, nessuna risposta.

Murakami Haruki, 1Q84, Torino, Einaudi, 2011, p. 266.

Titoli di testa

Una cosa era certa: non avrei cominciato a scrivere questo blog finché non gli avessi trovato un titolo che mi sembrasse adeguato. Fosse stato per le cose da dire, gli appunti da prendere, i pensieri da fissare, TQC poteva essere nato molto tempo fa. Non foss’altro perché per uno che passa un po’ di tempo sulla rete un blog è un buon modo di prendere appunti, per se stesso prima che per gli altri.

Però mi mancava il titolo: da tempo ci pensavo, e ogni tanto ho anche registrato su wordpress dei domini dai nomi banali o bizzari, che ora stanno lì, vuoti, probabilmente destinati a non essere mai usati. Molti di quei nomi erano omaggi più o meno espliciti ad autori che amo. Ad esempio avevo pensato di chiamare questo blog lesnuageslabas, in onore del primo dei piccoli poemi in prosa di Baudelaire, il cui protagonista professa un amore esclusivo per le nuvole che corrono all’orizzonte; ma magari ne sarebbe nato un blog vagamente poetico, certamente fumoso, lontano dalla concretezza dei giorni, delle cose che faccio e che vedo, così ci ho rinunciato. Ha avuto poi anche l’inevitabile tentazione leopardiana, e ho registrato sia operettemorali sia lericordanze sia, con una certa maggiore convinzione, leremitadegliappennini, l’appellativo con cui Leopardi veniva chiamato da un amico svizzero-fiorentino, e che certo dice qualcosa di me, di questi miei anni a Recanati.

Ma i titoli letterari sono sempre rischiosi, vincolanti, pretenziosi. Così sono passato a tutt’altro e nella mia testa per un po’ il futuro blog si è chiamato nonmeneintendo, un intercalare che usava come premessa ad ogni discorso un’amica, in una stagione lontana: in fondo qui parlerò come sempre di cose che conosco poco, avendo rinunciato da tempo ad essere specialista in qualcosa, e quel titolo poteva essere davvero il più adatto. Ma sarei passato per il falso modesto che poi pontifica su tutto, e così ho lasciato perdere anche questo titolo.

Ci sono state anche ipotesi diverse, come canepino, un omaggio (suggerito da Fabio) al luogo dove sono cresciuto; o gabgolan, il nome che mi ha dato una volta Marco e che uso spesso sulla rete; o altri ancora che non ricordo più.

Poi l’altro giorno, per caso, ho riascoltato una vecchia canzone di Francesco De Gregori, e ho sentito la sua voce fermarsi su queste tre parole banali e perfette prima che qualcuno dal pubblico urlasse – fuori tempo – l’ultima parola (“passare”) del verso; parola che poi De Gregori, burbero e indifferente, ha cantato quand’era giusto farlo, poche battute dopo.

Banale, perfetto, fuori tempo. In quel momento ho capito che questo blog poteva cominciare ad esistere.

Aggiornamento: …e invece mi dicono che i blog non sono poi così fuori tempo come pensavo…

Stefano e Marsel

Tre uomini, fra i quali Marsel, un ragazzo di 27 o 28 anni, si introducono in una bella casa di campagna per rubare oggetti di valore. Un altro uomo, Stefano, di 61 anni, il proprietario dell’abitazione, se ne sta tranquillo e solo nella sua dimora, forse dorme, forse guarda la televisione; si accorge di una presenza estranea, capisce che sta accadendo qualcosa di ingiusto e inaspettato, la sua roba e (forse, teme) la sua persona sono in pericolo. E’ proprio per far fronte a situazioni di questo tipo che ha deciso, tempo fa, di comprare una pistola e di tenerla legalmente in casa: se ne ricorda e la raggiunge. La afferra e spara.

Marsel cade, e inizia a morire. Finirà qualche ora dopo, all’ospedale. Non so, nessuno sa, cosa è passato nella mente di Marsel negli istanti dello sparo, o in quelle ore di agonia. Forse non ha fatto nemmeno in tempo ad accorgersi che la sua vita finiva quella notte di Natale. Io non so nemmeno cosa abbia pensato Stefano prima di sparare, dopo aver sparato, quando ha preso coscienza di avere messo fine alla vita di una persona, di un uomo. La notte di Natale del 2011.

Di certo Stefano sarà costretto a fare i conti con il fatto che quel corpo steso in terra davanti casa sua è stato, fino allo sparo, il corpo di un uomo, di un individuo: Marsel, 27 o 28 anni, albanese e… e tutto il resto. Non solo il corpo di un ladro, di un albanese, magari di un bastardo albanese di merda. Questo è un lusso che certo lui non potrà permettersi, e per questo a Stefano va la mia pietà. Questo lusso, invece, se lo sono indebitamente permesso i tanti che hanno commentato i fatti nei bar, su facebook, sui siti dei quotidiani locali, forse anche nelle case (fra panettoni, tombole e brindisi), sui sagrati delle chiese o nelle sedi dei partiti: “uno in meno”, “Stefano è un eroe”, “gli dovremmo fare un monumento”, “giustizia è fatta”, e simili. Parole che vanno lasciate sole, nella loro tremenda e vuota solitudine di fronte alla tragica semplicità dei fatti, alla definitiva verità della morte di un uomo.

I pensieri, piuttosto, dovrebbero essere altri. Ad esempio: perché stiamo diventando così soli e violenti? Un modello di civiltà sembra stia agonizzando da tempo, e con Marsel l’altra sera ne è morto un altro pezzo. Senza rete, senza fari, senza argini, gli uomini si trovano sempre più uno di fronte all’altro; soli, appunto. Stefano e Marsel, e in mezzo, fra loro, la roba. Il fallimento di una civiltà trasforma le relazioni sociali in un duello all’ultimo sangue: il sangue sparso dell’uomo che muore, il sangue avvelenato di chi dovrà convivere con l’idea di aver messo fine ad una vita. L’unico vincitore sarà, forse, proprio la roba, che non perde sangue mai.

La campagna che ho conosciuto io, quella nella quale sono cresciuto, è apparentemente la stessa dei fatti della notte di Natale: colline, campi, case sparse, di qua i monti, di là il mare. Eppure, venti o trent’anni fa, era un’altra cosa. Era un posto dove si lavorava duro, si viveva in semplicità (i pomodori, il porco, le sere d’estate sulle scale a prendere il fresco e a guardare le stelle), con la bella stagione si teneva la porta aperta anche di notte, e la chiave rimaneva su anche se stavi nei campi o giocavi dal figlio del vicino. Dei ladri si aveva una nozione piuttosto astratta, gli zingari ogni tanto passavano ma non avrebbero trovato granché da rubare.

Oggi quello che vedo sono ville bellissime: i muri sono quelli delle vecchie case coloniche, ma le finiture sono di lusso, le pentole sulle pareti della cucina ci stanno per bellezza, le rimesse sono state condonate e trasformate in dépendances, e le stelle le guarda solo la parabola del satellite. Durante le mie passeggiate guardo e invidio un po’ queste splendide dimore che da contadine sono diventate signorili, spesso circondate da mura alte, difese da sistemi di allarme e telecamere. I proprietari, forse figli e nipoti dei contadini che in quelle case ci stavano a mezzadria, probabilmente hanno lavorato anni col sogno di costruire questi Piccoli Paradisi Privati, questi Segni Tangibili del Riscatto. E ce l’hanno fatta ma, distratti dall’ansia, dal lavoro, dallo sforzo, forse non si sono accorti del deserto che si stava facendo intorno, dei tanti piccoli Inferni da cui erano circondati e che (senza volerlo, per carità, senza volerlo) avevano anche contribuito a creare. Quando, finalmente, si sono istallati nel loro Eden personale, hanno scoperto di avere bisogno di una Smith and Wesson per proteggerlo: loro pur così timidi, pur così pacifici, pur così noiosamente tranquilli.

Ma un Paradiso che va difeso con la pistola continua ad essere un Paradiso?

(Della vicenda particolare non so nulla di più di quello che ho potuto leggere nelle cronache locali, e non conosco nemmeno di vista i protagonisti o le loro famiglie. Spero sia chiaro che non voglio dare giudizi sui singoli personaggi coinvolti. Questo tanto per chiarezza)

Aggiornamento: Stefano Terrucidoro, il protagonista della vicenda raccontata, ha poi pronunciato parole di condanna verso tutti quelli che l’hanno esaltato come un eroe della vendetta. Mi piace segnalare anche l’opinione del Prof. Roberto Mancini. Qui, invece, le discussioni che questa nota ha suscitato su facebook.