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Mettiamo a verbale!
Ieri sera Bersani (dopo Renzi) è intervenuto a Che tempo che fa, la trasmissione che la sera prima aveva ospitato il Presidente del Consiglio Mario Monti (Bersani l’ha ricordato con una bella battuta iniziale sulle sedie e sulla spending review); dell’opinabile (diciamo opinabile) uscita di Monti sulla scuola ho già scritto. Bersani ha voluto riprendere l’argomento, con parole piuttosto chiare (mentre Renzi è rimasto sul vago: “investire di più, la sinistra ha fatto errori madornali…”…). E, siccome credo che Bersani sarà il prossimo prossimo Presidente del Consiglio di “‘sto paese qua” (e io nel mio piccolo cercherò di contribuire perché questo accada), mi pare il caso di trascrivere fedelmente le parole che ha detto, così da potergliele ricordare quando sarà il momento. Ecco la trascrizione stenografica:
“Io penso questo, adesso: sulla scuola di errori ne han fatti tutti, anche noi ne abbiam fatto qualcuno. Però, insomma, adesso, a questo punto, io l’ho detto anche in parlamento e ho agito anche di conseguenza, noi non possiamo accettare che ogni sei mesi arrivi uno schiaffo alla scuola, nei termini materiali, e neanche in termini immateriali, come queste (anche, insomma) affermazioni un po’ sbrigative. E noi avremo più bisogno nel futuro della scuola rispetto ad oggi, e non solo perché ci vuole conoscenza sennò non c’è competitività, tutte queste cose che ci diciamo sul piano economico eccetera, ma anche per un motivo più di fondo: oggi la nuova generazione, i ragazzi le ragazze, i giovani, i bambini sono sommersi dall’informazione, ma l’informazione non è conoscenza, ha bisogno… la conoscenza sono degli scaffali dove mettere le informazioni, e l’unico falegname per far quello scaffale è l’insegnante. Quindi, se non hai ancora i soldi da dargli, come gliene andrebbero dati rispetto al resto d’Europa, però almeno considerane il ruolo e la dignità e l’importanza e il rilievo. Io credo che sulla scuola nella prossima legislatura si debba fare una operazione quasi costituente: fermiamoci un attimo, ragioniamo assieme, e vediamo come può esser messo in stabilità un sistema che è… in questo momento è troppo, è anche barcollante, qualche volta, mentre sta aumentando l’abbandono scolastico… mentre noi abbiamo dieci o dodici, quindici mila iscritti in meno all’università l’anno scorso, eh! Non perché non vogliono andarci, perché non hanno i soldi per andarci, loro e le loro famiglie, insomma.”
Abbiamo messo a verbale, dunque; ora vale la pena di darsi da fare perché questa fase costituente inizi subito, già dentro le scuole, e nel confronto fra scuole e paese. Fra insegnanti, alunni e famiglie.
Addenda. 1) Qualcuno mi suggerisce di aggiungere anche le parole di Gramellini, che poi lo candidiamo al Ministero dell’Istruzione (anche se, uh, temo un po’ la sua retorica). 2) Qualcun altro mi fa notare che questo post potrebbe essere anche uno strumento utile per avviare lo studio della sintassi bersaniana. Anche se l’aspetto più interessante del suo stile è la retorica e la stilistica…
Due “Io e te”
Ieri sera ho visto Io e te di Bernardo Berrtolucci. Oggi ho letto Io e te di Niccolò Ammaniti. Mi sono piaciuti entrambi, ma forse il libro di più: Ammaniti è semplice e asciutto, Bertolucci sempre un po’ barocco anche quando i suoi personaggi si muovono in una cantina. E poi la differenza generazionale fra i regista e scrittore si sente.
E poi, io odiavo le fini. Nelle fini le cose si devono sempre, nel bene e nel male, mettere a posto. A me piaceva raccontare di scontri tra alieni e terrestri senza una ragione, di viaggi spaziali alla ricerca del nulla. E mi piacevano gli animali selvatici che vivevano senza un perché, senza sapere di morire. Mi faceva impazzire, quando vedevo un film, che papà e mamma stessero sempre a discutere della fine, come se la storia fosse tutta lì e il resto non contasse nulla. E allora, nella vita vera, anche lì, solo la fine è importante? La vita di nonna Laura non contava nulla e solo la sua morte in quella brutta clinica era importante?
Vendere fiato
In un paio di post della settimana scorsa avevo dato testimonianza, tramite Sciascia, di come è vero che “tutto è stato detto”. Se ne potrebbe fare una rubrica fissa. Questa volta riporto le parole illuminanti di un padre nobile della nostra Repubblica a proposito del lavoro degli insegnanti. Devo la segnalazione all’amico e collega Alessandro G.

«Gli insegnanti, il cui orario settimanale è andato via via aumentando, sono diventati delle “macchine per vendere fiato”. Ma “la merce fiato” perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità. Chi ha vissuto nella scuola sa che non si può vendere impunemente fiato per 20 ore alla…settimana. La scuola a volerla fare sul serio logora. E se si supera una certa soglia nasce una “complicità dolorosa ma fatale tra insegnanti e studenti a far passare il tempo”. La scuola si trasforma in un ufficio, o in una caserma, col fine di tenere a bada per un certo numero di ore i giovani; perde ogni fine formativo». (Luigi Einaudi, Il Corriere della Sera, 21 aprile 1913)
Regalpetra, Italia /2
“Ci si sfoga dunque a parlare. Fuori c’è la festa e noi stiamo a calcolare e a discutere sulle complicatissime tabelle degli stipendi. Il governo ci tratta come pezze da piedi, diciamo. Ma se domani dal sindacato venisse l’ordine di scioperare, tra noi prevarrebbe l’opinione dei maestri più anziani contro lo sciopero; e anche i più accaniti si arrenderebbero. Pensate un po’, dice in proposito un collega, a mille e più ragazzi che ritornano a casa dicendo di aver trovato la scuola chiusa per lo sciopero dei maestri. E perché scioperano i maestri? perché chiedono qualcosa in più delle mille e duecento lire al giorno che per ora guadagnano. Mille e duecento lire: Cristo, qui a un salinaro ci vogliono tre giornate per guadagnarle, tre lunghe giornate a fiaccarsi le ossa, a ingrommarsi i polmoni della polvere del sale e del fumo delle mine. E a sentire che noi, obbligandoli a mandare i loro figli a scuola, ce ne stiamo a guadagnar tanto, tre ore e via, a stravaccarci nelle poltrone del circolo e non ci basta quello che guadagniamo, certo ci odierebbero più di quanto odiano il padrone che li spreme. […] Il discorso è persuasivo. E’ verissimo che i poveri ci odiano. Ma ci odiano anche i piccoli proprietari, ad ogni aumento dei tributi che vien loro notificato essi trovano in noi maestri l’oggetto immediato del loro odio contro lo Stato, così cieco lo Stato da rodere le loro poche salme di terra, da costringerli a vendere e a far debiti, e noi pagati per non far niente, centottanta giorni di scuola in un anno, tre ore al giorno di lavoro. Parlano di noi come se le loro tasse direttamente passassero nelle nostre tasche. Con cinque salme di terra – dice uno al circolo – trentamila lire al mese mi restano. Non dice che le trentamila lire lui le aspetta seduto al circolo da un capodanno all’altro, a incrunare punti al gioco dello scopone. Anche gli avvocati e i medici ci dicono – beati voi che lo stipendio l’avete sicuro e ve ne state a far niente. E si dice – pane di governo – per dire guadagno sicuro, che ogni mese giunge come il giorno dopo la notte; pane di governo che noi maestri mangiamo come quei cani impiombati di noia, che non cacciano e non abbaiano, e i contadini dicono che mangiano a tradimento la cruscata. Tutti ci guardano male, insomma. Se scioperassimo, quello delle cinque salme e dello scopone forse accopperebbe qualcuno di noi.”
(sempre da Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, in Id., Opere, Milano, Bompiani, 1987, vol. I, pp. 108-109)
Regalpetra, Italia /1
“Pare che a Regalpetra il regime commissariale sia il solo capace di risolvere quei problemi che nel Consiglio comunale si risolvono con la concorde volontà di almeno sedici persone; difficile a Regalpetra mettere sedici persone d’accordo, a meno che non si tratti di operare in danno di qualcuno, e preferibilmente in segreto. Perciò un Consiglio comunale democraticamente eletto mai si troverà in condizioni di serenità, meglio il commissario prefettizio, anche se è un commissario fantasma e tutto è nelle mani del segretario della Dc, il commissario decide in un giorno cose che per anni il Consiglio trascina – così la pensano molti a Regalpetra; il Consiglio comunale è divertente, ma solo col commissario qualcosa di buono si ottiene.”
(da Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, in Id., Opere, Milano, Bompiani, 1987, vol. I, pp. 77-78)
Come muore un medico
Ho letto su Internazionale un articolo che mi ha dato molto da pensare. Purtroppo non l’ho trovato in rete tradotto in italiano, pertanto lo trascrivo nella sua versione originale (presa da qui). Parla del fatto che moltissimi medici, quando arriva la loro ora, fanno scelte sul fine vita molto diverse da quelle che di solito riservano ai malati terminali che hanno in cura. A futura memoria, e se intanto qualche passante volesse esercitarsi con l’inglese…
Years ago, Charlie, a highly respected orthopaedist and a mentor of mine, found a lump in his stomach. He asked a surgeon to explore the area, and the diagnosis was pancreatic cancer. This surgeon was one of the best in the country. He had even invented a new procedure for this exact cancer that could triple a patient’s five-year-survival odds – from five per cent to 15% – albeit with a poor quality of life. Charlie was uninterested. He went home the next day, closed his practice, and never set foot in a hospital again. He focused on spending time with his family and feeling as good as possible. Several months later, he died at home. He received no chemotherapy, radiation, or surgical treatment. Medicare didn’t spend much on him.
It’s not a frequent topic of discussion, but doctors die, too. And they don’t die like the rest of us. What’s unusual about them is not how much treatment they get compared to most Americans, but how little. For all the time they spend fending off the deaths of others, they tend to be fairly serene when faced with death themselves. They know exactly what is going to happen, they know the choices, and they generally have access to any sort of medical care they could want. But they go gently.
Of course, doctors don’t want to die; they want to live. But they know enough about modern medicine to know its limits. And they know enough about death to know what all people fear most: dying in pain, and dying alone. They’ve talked about this with their families. They want to be sure, when the time comes, that no heroic measures will happen – that they will never experience, during their last moments on earth, someone breaking their ribs in an attempt to resuscitate them with CPR (that’s what happens if CPR is done right).
Almost all medical professionals have seen what we call “futile care” being performed on people. That’s when doctors bring the cutting edge of technology to bear on a grievously ill person near the end of life. The patient will be cut open, perforated with tubes, hooked up to machines, and assaulted with drugs. All of this occurs in the intensive care unit at a cost of tens of thousands of dollars a day. What it buys is misery we would not inflict on a terrorist. I cannot count the number of times fellow physicians have told me, in words that vary only slightly: “Promise me that if you find me like this you’ll kill me.” They mean it. Some medical personnel wear medallions stamped “NO CODE” to tell physicians not to perform CPR on them. I have even seen it as a tattoo.
To administer medical care that makes people suffer is anguishing. Physicians are trained to gather information without revealing any of their own feelings, but in private, among fellow doctors, they’ll vent. “How can anyone do that to their family members?” they’ll ask. I suspect it’s one reason physicians have higher rates of alcohol abuse and depression than professionals in most other fields. I know it’s one reason I stopped participating in hospital care for the last 10 years of my practice.
How has it come to this – that doctors administer so much care that they wouldn’t want for themselves? The simple, or not-so-simple, answer is this: patients, doctors, and the system.
To see how patients play a role, imagine a scenario in which someone has lost consciousness and been admitted to hospital. As is so often the case, no one has made a plan for this situation, and shocked and scared family members find themselves caught up in a maze of choices. They’re overwhelmed. When doctors ask if they want “everything” done, they answer yes. Then the nightmare begins. Sometimes, a family really means “do everything,” but often they just mean “do everything that’s reasonable”. For their part, doctors told to do “everything” will do it, whether it is reasonable or not.
That scenario is a common one. Feeding into the problem are unrealistic expectations of what doctors can accomplish. Many people think of CPR as a reliable lifesaver when, in fact, the results are usually poor. I’ve had hundreds of people brought to me after getting CPR. Exactly one, a healthy man who’d had no heart troubles (for those who want specifics, he had a “tension pneumothorax“), walked out of the hospital. If a patient suffers from severe illness, old age, or a terminal disease, the odds of a good outcome from CPR are infinitesimal, while the odds of suffering are overwhelming. But, of course, doctors play an enabling role here, too. The trouble is that even doctors who hate to administer futile care must find a way to address the wishes of patients and families. Imagine, once again, the A&E ward with those grieving, possibly hysterical, family members. They do not know the doctor. Establishing trust and confidence under such circumstances is a very delicate thing. People are prepared to think the doctor is acting out of base motives, trying to save time, or money, or effort, especially if the doctor is advising against further treatment.
Some doctors are stronger communicators than others, and some doctors are more adamant, but the pressures they all face are similar. When I faced circumstances involving end-of-life choices, I adopted the approach of laying out only the options that I thought were reasonable (as I would in any situation) as early in the process as possible. When patients or families brought up unreasonable choices, I would discuss the issue in layman’s terms that portrayed the downsides clearly. If patients or families still insisted on treatments I considered pointless or harmful, I would offer to transfer their care to another doctor or hospital.
Should I have been more forceful at times? I know that some of those transfers still haunt me. One of the patients of whom I was most fond was a lawyer from a famous political family. She had severe diabetes and terrible circulation, and, at one point, she developed a painful sore on her foot. Knowing the hazards of hospitals, I did everything I could to keep her from resorting to surgery. Still, she sought out outside experts with whom I had no relationship. Not knowing as much about her as I did, they decided to perform bypass surgery on her chronically clogged blood vessels in both legs. This didn’t restore her circulation, and the surgical wounds wouldn’t heal. Her feet became gangrenous, and she endured bilateral leg amputations. Two weeks later, in the famous medical centre in which all this had occurred, she died.
It’s easy to find fault with both doctors and patients in such stories, but in many ways all the parties are victims of a larger system that encourages excessive treatment. Many doctors are fearful of litigation and do whatever they’re asked to avoid getting in trouble. Even when the right preparations have been made, the system can still swallow people up. One of my patients was a man named Jack, a 78-year-old who had been ill for years and undergone about 15 major surgical procedures. He explained to me that he never, under any circumstances, wanted to be placed on life support machines again. One Saturday, however, Jack suffered a massive stroke and was admitted to A&E unconscious, without his wife. Doctors did everything possible to resuscitate him and put him on life support. This was Jack’s worst nightmare. When I arrived at the hospital and took over Jack’s care, I spoke to his wife and to hospital staff, bringing in my office notes with his care preferences. Then I turned off the life support machines and sat with him. He died two hours later.
Even with all his wishes documented, Jack hadn’t died as he’d hoped. The system had intervened. One of the nurses, I later found out, even reported my unplugging of Jack to the authorities as a possible homicide. Nothing came of it, of course; Jack’s wishes had been spelled out explicitly, and he’d left the paperwork to prove it. But the prospect of a police investigation is terrifying for any physician. I could far more easily have left Jack on life support against his stated wishes, prolonging his life, and his suffering, a few more weeks. I would even have made a little more money, and Medicare would have ended up with an additional $500,000 (£314,500) bill. It’s no wonder many doctors err on the side of over-treatment.
But doctors still don’t over-treat themselves. Almost anyone can find a way to die in peace at home, and pain can be managed better than ever. Hospice care, which focuses on providing terminally ill patients with comfort and dignity rather than on futile cures, provides most people with much better final days. Amazingly, studies have found that people placed in hospice care often live longer than people with the same disease who are seeking active cures.
Several years ago, my older cousin Torch (born at home by the light of a flashlight) had a seizure that turned out to be the result of lung cancer that had gone to his brain. I arranged for him to see various specialists, and we learned that with aggressive treatment of his condition, including three to five hospital visits a week for chemotherapy, he would live perhaps four months. Ultimately, Torch decided against any treatment and simply took pills for brain swelling. He moved in with me.
We spent the next eight months having fun together like we hadn’t had in decades. We went to Disneyland, his first time. We’d hang out at home. Torch was a sport nut, and he was very happy to watch sport and eat my cooking. He even gained a bit of weight, eating his favourite foods rather than hospital food. He had no serious pain, and he remained high-spirited. One day, he didn’t wake up. He spent the next three days in a coma-like sleep and then died. The cost of his medical care for those eight months, for the one drug he was taking, was about $20.
Torch was no doctor, but he knew he wanted a life of quality, not just quantity. Don’t most of us? If there is a state-of-the-art of end-of-life care, it is this: death with dignity. As for me, my physician has my choices. There will be no heroics, and I will go gentle into that good night.
• Ken Murray, MD, is a former clinical assistant professor of family medicine at USC. Taken from an article originally published at Zócalo Public Square.
Piccola antologia di versi di un poeta contemporaneo
Confessioni di Pier
Se poi la coda / Tornò di moda, / Ligio al Pontefice / E al mio Sovrano, / Alzai patiboli / Da buon cristiano.
La roba presa / Non fece ostacolo; / Ché col difendere / Corona e Chiesa, / Non resi mai / Quel che rubai.
***
Parere
In questo secolo / vano e banchiere / che più dell’essere / conta il parere.
***
Elogio della follia
In barba all’ebete/ servitorame / degli sgobboni / ciuchi e birboni; […] / a conti fatti, / beati i matti!
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Notizie dall’Iran
“Dal mio Stato felicissimo / (che per grazia dell’Altissimo / serbo nelle tenebre) / imporrò con un decreto / che chi puzza d’alfabeto / torni indietro subito: / e proseguano il viaggio, / purché paghino il pedaggio, / solamente gli asini.”
***
La civiltà dei consumi
La spada è un’arme stanca, / scanna meglio la banca. // Pace a tutta la terra; / a chi non compra, guerra!
L’autore di questi versi è Beppe Giusti, giovane studente di Monsummano Terme, che ha scelto come sua cifra stilistica di travestire in stile ottocentesco le sue osservazioni sull’Italia e sul mondo di oggi. I critici, pur apprezzando la capacità di cogliere le contraddizioni del mondo presente, ritengono la sua scrittura troppo acerba, incapace ancora di sollevarsi dal mero dato di cronaca, e da una descrizione nuda dei fatti. In definitiva, gli viene contestato di fare una poesia valida solo in relazione alla condizione politica e sociale di questi anni, anzi di questi giorni, che certo non potrà essere compresa né tantomeno condivisa dalle generazioni che verranno.
(Le citazioni provengono da un saggio di Gino Tellini contenuto in questo libro)
L’analfabeta
Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico.
Egli non sente, non parla, né s’interessa
degli avvenimenti politici.
Egli non sa che il costo della vita,
il prezzo dei fagioli
del pesce, della farina, dell’affitto
delle scarpe e delle medicine
dipendono dalle decisioni politiche.
L’analfabeta politico è così somaro
che si vanta e si gonfia il petto
dicendo che odia la politica.
Non sa l’imbecille che
dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta,
il bambino abbandonato, l’assaltante
e il peggiore di tutti i banditi
che è il politico imbroglione,
il mafioso, il corrotto,
il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.
(Bertolt Brecht, L’analfabeta politico)
Tentazioni, dubbi e scelte
Michela Murgia, scrivendo l’introduzione a L’ultima tentazione di Cristo di Nikos Kazantzakis, racconta la sua esperienza di insegnante di religione, e soprattutto ci spiega come è finita. Trovo la storia interessante per molti aspetti: didattici, etici, e politici. Ne consiglio la lettura a te che passi, mentre a me consiglio la lettura del libro intero.
Quella della Murgia è, a mio avviso, soprattutto una testimonianza sulla necessità del coraggio di ascoltarsi, di capirsi, e di fare le scelte conseguenti. E anche sul fatto che queste scelte, se vengono da una motivazione profonda e sincera, alla fine pagano. Sperimentando sulla propria pelle la censura delle gerarchie ecclesiastiche, Michela Murgia ha preferito non adeguarsi e seguire il suo imperativo etico: l’anno successivo ha evitato di presentare domanda per la cattedra (andando, tra l’altro, a mettere il dito nella piaga dolente dell’assurdità di un insegnante abilitato – di fatto – da un’autorità esterna e confessionale per andare a insegnare in una scuola pubblica, non confessionale). Da quella rinuncia è scaturita, per la futura scrittrice, una stagione di sacrifici, certo, ma anche un libro (Il mondo deve sapere) e la scoperta di una vocazione letteraria che ha portato i frutti che sappiamo. Tanto di cappello.
Aggiungo che, proprio pochi minuti prima di scovare per caso questo articolo della Murgia su internet, stavo rileggendo alcune parti di Sostiene Pereira, fra le quali una pagina che, a pensarci bene, parla della stessa cosa: di come nascono le scelte che cambiano le vite, i destini degli esseri umani.
Le righe che seguono sono tratte dal sedicesimo capitolo del libro.
Il dottor Cardoso cominciò a mangiare la sua sogliola alla mugnaia e Pereira seguì il suo esempio. Bisognerebbe che conoscessi meglio gli ultimi mesi della sua vita, disse il dottor Cardoso, forse c’è stato un evento. Un evento in che senso, chiese Pereira, che vuol dire con questo? Evento è una prola della psicoanalisi, disse il dottor Cardoso, non è che io creda troppo a Freud, perchè sono un sincretista, ma credo che sul fatto dell’evento abbia ragione senz’altro, l’evento è un avvenimento concreto che si verifica nella nostra vita e che sconvolge o che turba le nostre convinzioni e il nostro equilibrio, insomma l’evento è un fatto che si produce nella vita reale e che influisce sulla vita psichica, lei dovrebbe riflettere se nella sua vita c’è stato un evento. Ho conosciuto una persona, sostiene di aver detto Pereira, anzi, due persone, un giovanotto e una ragazza. Me ne parli pure, disse il dottor Cardoso. Bene, disse Pereira, il fatto è che alla pagina culturale avevo bisogno dei necrologi anticipati degli scrittori importanti che possono morire da un momento all’altro, e la persona che ho conosciuto ha fatto una tesi sulla morte, è vero che in parte l’ha copiata, ma all’inizio mi sembrava che di morte se ne intendesse, e così l’ho preso come praticante, per fare i necrologi anticipati, e lui me ne ha fatto qualcuno, glieli ho pagati di tasca mia perchè non volevo pesare sul giornale, ma sono tutti impubblicabili, perchè quel ragazzo ha in testa la politica e ogni necrologio lo fa con una visione politica, per la verità penso che sia la sua ragazza a mettergli in testa queste idee, insomma, fascismo, socialismo, guerra civile di Spagna e cose del genere, sono tutti articoli impubblicabili, come le ho detto, e io finora l’ho pagato. Non c’è niente di male, rispose il dottor Cardoso, in fondo rischia solo i suoi soldi. Non è questo, sostiene di aver ammesso Pereira, il fatto è che mi è venuto un dubbio: e se quei due ragazzi avessero ragione? In tal caso avrebbero ragione loro, disse pacatamente il dottor Cardoso, ma è la Storia che lo dirà e non lei, dottor Pereira.
Sì, disse Pereira, però se loro avessero ragione la mia vita non avrebbe senso, non avrebbe senso avere studiato lettere a Coimbra e avere sempre creduto che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, non avrebbe senso che io diriga la pagina culturale di questo giornale del pomeriggio dove non posso esprimere la mia opinione e dove devo pubblicare racconti dell’Ottocento francese, non avrebbe senso più niente, e è di questo che sento il bisogno di pentirmi, come se io fossi un’altra persona e non il Pereira che ha sempre fatto il giornalista, come se io dovessi rinnegare qualcosa. Il dottor Cardoso chiamò la cameriera e ordinò due macedonie di frutta senza zucchero e senza gelato. Voglio farle una domanda, disse il dottor Cardoso, lei conosce i médecins-philosophes? No, ammise Pereira, non li conosco, chi sono? I principali sono Théodule Ribot e Pierre Janet, disse il dottor Cardoso, è sui loro testi che ho studiato a Parigi, sono medici e psicologi, ma anche filosofi, sostengono una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere ‘uno’ che fa parte a sè, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un’illusione, peraltro ingenua, di un’unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perchè noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone. Il dottor Cardoso fece una piccola pausa e poi continuò: quella che viene chiamata la norma, o il nostro essere, o la normalità, è solo un risultato, non una premessa, e dipende dal controllo di un io egemone che si è imposto sulla confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, codesto io spodesta l’io egemone e ne prende il posto, passando a dirigere la coorte delle anime, meglio la confederazione, e la preminenza si mantiene fino a quando non viene spodestato a sua volta da un altro io egemone, per un attacco diretto o per una paziente erosione.
Forse, concluse il dottor Cardoso, dopo una paziente erosione c’è un io egemone che sta prendendo la testa della confederazione delle sue anime, dottor Pereira, e lei non può farci nulla, può solo eventualmente assecondarlo. Il dottor Cardoso finì di mangiare la sua macedonia e si asciugò la bocca con il tovagliolo. E dunque cosa mi resterebbe da fare?, chiese Pereira. Nulla, rispose il dottor Cardoso, semplicemente aspettare, forse c’è un io egemone che in lei, dopo una lenta erosione, dopo tutti questi anni passati nel giornalismo a fare la cronaca nera credendo che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, forse c’è un io egemone che sta prendendo la guida della confederazione delle sue anime, lei lo lasci venire alla superficie, tanto non può fare diversamente, non ci riuscirebbe e entrerebbe in conflitto con se stesso, e se vuole pentirsi della sua vita si penta pure, e anche se ha voglia di raccontarlo a un sacerdote glielo racconti, insomma, dottor Pereira, se lei comincia a pensare che quei ragazzi hanno ragione e che la sua vita finora è stata inutile, lo pensi pure, forse da ora in avanti la sua vita non le sembrerà più inutile, si lasci guidare dal suo nuovo io egemone e non compensi il suo tormento con il cibo e con le limonate piene di zucchero.