Tre poesie

Tre poesie sull’educazione (la terza non è una poesia ma è come se lo fosse):

Ciascuno cresce solo se sognato (Danilo Dolci)

C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.

C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.

C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

***

Introduzione alla poesia (Billy Collins)

Chiedo loro di prendere una poesia
e di tenerla in alto controluce
come una diapositiva a colori
o di premere un orecchio sul suo alveare.
Dico loro di gettare un topo in una poesia
e osservarlo mentre cerca di uscire,
o di entrare nella stanza della poesia
e cercare a tentoni l’interruttore sul muro.
Voglio che facciano sci d’acqua
sulla superficie di una poesia e salutino
con la mano il nome dell’autore sulla spiaggia.
Ma la sola cosa che loro vogliono fare
è legarla con una corda a una sedia
e torturarla finché non confessi.
La  picchiano con un tubo di gomma
per scoprire che cosa davvero vuol dire.

***

due brani di lettera (Lorenzo Milani)

E’ meraviglioso da vecchi prendere una legnata da un figliolo, perché è segno che quel figliolo è già un uomo e non ha più bisogno di balia, e qui è il fine ultimo di ogni scuola: tirar su dei figlioli più grandi di lei, così grandi che la possano deridere. Solo allora la vita di quella scuola o di quel maestro ha raggiunto il suo compimento e nel mondo c’è progresso.

La scuola deve tendere tutta nell’attesa di quel giorno glorioso in cui lo scolaro migliore le dice: “Povera vecchia, non ti intendi più di nulla!” e la scuola risponde colla rinuncia a conoscere i segreti del suo figliolo, felice soltanto che il suo figliolo sia vivo e ribelle.

***

Credits:

  • Ho ascoltato questa poesia qualche tempo fa dalla voce di Meri Bracalente, del teatro Rebis di Macerata, durante un incontro dedicato a Danilo Dolci (in una ciclo che si intitola proprio Ciascuno cresce solo se sognato)
  • La poesia l’ho raccolta da una segnalazione via facebook di Eleonora Tamburrini, giovane collega dalla quale imparo sempre tante cose
  • da Eraldo Affinati, L’uomo del futuro, p. 150.

 

Un’isola

Poco fa ero in una classe seconda di un liceo di Macerata: finiva un laboratorio intitolato “Dire la guerra”, e l’ultima tappa prevedeva un momento di scrittura creativa: dopo aver letto tanto, poesia e prosa, sulla guerra, chi voleva poteva provare a scrivere una poesia. Siamo partiti dalla frase di Izet Sarajlić resa famosa da Erri De Luca: “Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti”. Questa era la scommessa: per una volta fare il turno di notte.

Ma quel che volevo dire in realtà era un’altra cosa, cioè quello che ho visto mentre le ragazze e i ragazzi scrivevano (tutti hanno scritto, moltissimi hanno letto agli altri): venticinque giovani donne e uomini, seduti, concentrati sulla loro interiorità, con un foglio e una penna, a scrivere una poesia. A me pare sempre una cosa incredibile. In senso letterale, stupenda. E’ un po’ lo stesso stupore di quando vedevo, le prime volte, le classi concentrate per due ore a provare a tradurre un brano di latino, o a scrivere un tema: non mi capacitavo del fatto che non scappassero via, che non protestassero, che non buttassero vocabolari e fogli dalla finestra. Eppure stavano lì, e quel loro stare lì (coi loro cervelli in azione, che quasi vedevi le sinapsi) a me pareva bello.

C’è sempre un elemento di costrizione, certo, la scuola è e resta un dispositivo. Però è anche un luogo in cui puoi trovare le condizioni per la concentrazione e la creatività, e non ci sono molte altre opportunità in giro.

Tutto considerato insomma, che esista un’isola in cui venticinque ragazze e ragazzi possono mettersi davanti ad un foglio, e davanti a sé stessi, e scrivere una poesia o un tema, una traduzione o una dimostrazione, per me è ancora una buona notizia. Qualcosa che va preservato.

 

Verdicchio e sangue amaro

valerio-magrelli-e-libreria-450x402Qualche settimana fa, era precisamente il 18 febbraio, andiamo ad un incontro pubblico con Valerio Magrelli a Senigallia. Conoscevo poco le sue poesie, per niente l’uomo, a parte qualche frammento di trasmissioni radiofoniche in cui parlava dei suoi libri preferiti, che mi avevano lasciato soprattutto l’idea di una persona simpaticamente narcisa, dallo spiccato accento romano.

L’incontro dal vivo ha confermato l’idea, sia per la simpatia, sia per l’accento, ma più per la prima. L’incontro si intitolava “Viaggio sentimentale nella poesia del ‘900” ma – complice anche, per ammissione di Magrelli stesso, la quantità di verdicchio bevuto a pranzo – ha deragliato piuttosto presto per i sentieri della più assoluta libertà affabulatoria. Così l’incontro è diventato una di quelle rare occasioni in cui si impara e si pensa ridendo: che vuoi di più?

Un’alchimia che torna anche in certe sue poesie recenti che Magrelli ci ha letto (da Sangue amaro, Einaudi 2014, una recensione per esempio qui). Visto che tra l’altro alcune si trovano anche in rete, ne segnalo quattro che mi sono piaciute:

C’è chi fa il pane.
Io faccio Sangue Amaro.
C’è chi fa profilati d’alluminio.
Io faccio Sangue Amaro.
C’è chi fa progetti per lo sviluppo aziendale.
Io faccio Sangue Amaro.
Io mi faccio il Sangue Amaro.
È una specialità della casa, sin dal lontano 1957.

*

Mi lavo i denti in bagno.
Ho un bagno.
Ho i denti.
Ho una figlia che canta
di là dalla parete.
Ho una figlia che ha voglia di cantare
e canta.
Può bastare.

*

Ingegnoso, mio figlio si chiude nella doccia
incolla un foglio al vetro, dall’esterno,
e per un’ora, immerso nel vapore,
impara a memoria Ugolino.

Scendono l’acqua e i versi, lui sussurra,
mi costa una fortuna, ma alla fine
esce lavato, profumato, pieno
zeppo di endecasillabi.

*

Dicembre
Minimo omaggio a John Donne

Dicembre, il lavandino si è svuotato:
tutta la luce se ne è andata via,
finché il mese sfinito, prosciugato,
giunge al cospetto di Santa Lucia.
Nel tenebrore della siccità
le mattinate sgocciolano notte,
e col solstizio dell’oscurità
l’intero anno si contrae per otte-
nere che lentamente, esile, torni
il moribondo flusso di corrente
ed un nuovo splendore inondi i giorni.
Solo cosí rinasce quel potente
getto di sole che rimette in moto
ruota, ciclo, marea, nascita, photos.

 

Il giovane favoloso

LeopardiInfinitoAutografi

Bene ha fatto Roberto Saviano, recensendo “Il giovane favoloso”, a dire che Mario Martone ha dovuto usare “tutto il coraggio che ha” per girarlo, perché in effetti fare un film su Leopardi richiederebbe in ogni caso un coraggio fuori dal comune, ma fare questo film su Leopardi non è solo da coraggiosi: è da imprudenti, da incoscienti direi. Martone, infatti, ha voluto fare un film che fosse allo stesso tempo rigoroso, visionario e popolare. In Italia, nel 2014, su Leopardi: cose, per l’appunto, da pazzi!

I rischi erano molti, e opposti fra loro: realizzare un lavoro filologico noiosissimo o, al contrario, una triste fiction. Calcare la mano sul biografismo spicciolo, ovvero degenerare nella declamazione del canto. Essere incomprensibili o troppo didascalici. Enfatici o evanescenti.

Nulla di questo, secondo me, è successo: e non sto dicendo che “Il giovane favoloso” sia un film perfetto, se mai ne esistono; qualche sbavatura qua e là i bravi critici la potranno pure trovare, ma l’effetto d’insieme  è di un film vivo, attuale, leggibilissimo.

Io credo che sia andata così soprattutto perché i protagonisti principali dell’operazione, Martone, Germano e la co-sceneggiatrice Ippolita di Majo, hanno affrontato Leopardi – prima che con bravura – con onestà. Onestà perché in primo luogo Leopardi se lo sono studiato: i suoi testi ma anche (si capisce chiaramente) le linee essenziali del dibattito storico-critico che su Leopardi c’è stato negli ultimi decenni (da Luporini a Luperini, potremmo dire): la controprova è che il film non scopre, non inventa l’immagine “rivoluzionaria” che di Leopardi presenta, e che adesso furoreggia in giro per i media come una gran novità (“il Leopardi che non vi hanno fatto mai conoscere a scuola”: stupidaggini!), perché in realtà gli addetti ai lavori quel carattere protestatario e rivoluzionario di Giacomo Leopardi lo conoscevano da un bel po’ di tempo, e solo la pigrizia dei lettori (unita ad una certa lentezza nel ricambio dei professori di italiano nelle scuole e nelle università) aveva impedito al grande pubblico di scoprirlo.

Tremo all’idea di cosa sarebbe potuto succedere se Leopardi fosse diventato protagonista di un film di successo in cui fosse stata ribadita la sua immagine tradizionale (e sbagliata) di poeta triste perché gobbo, malinconico perché malato, svenevole perché amante non corrisposto. O, al contrario, se l’avessero fatto diventare un’icona pop del tutto snaturata rispetto alla lettera e al senso delle sue opere. Probabilmente sarebbero serviti altri due secoli di critica per raddrizzare il tiro, oppure – peggio – sarebbe stata la fine di un nostro classico (che, arduo com’è per stile e pensiero, è sempre a rischio d’oblio, in questi tempi distratti). Per fortuna invece che il film l’han fatto Martone, Germano e Di Majo, così adesso, forse, non dovrò più fare, ogni volta che inizierò a spiegare Leopardi, il solito giochetto di mettere a confronto i pregiudizi atavici e ostinati dei miei studenti con la carica protestataria, ironica e profetica dei testi più irriverenti di Giacomo; grazie al film, forse, io e miei studenti avremo d’ora in poi un punto di partenza comune per avvicinarci al “giovane favoloso”.

Ma l’onestà di Martone sta anche nel suo senso del limite: non essendo possibile essere fedeli, contemporaneamente, alla vita esteriore di Leopardi, alla sua vita interiore , e all’opera che di quella vita è frutto e testimonianza, ha fatto una scelta estetica precisa: quella della fedeltà all’opera, prendendosi il rischio dell’interpretazione e dell’invenzione sul resto: non credo infatti che ci sia parola pronunciata da Germano che non provenga da uno scritto di Leopardi (e la stessa cosa vale di solito anche per gli altri personaggi : vale certamente, ad esempio, per Giordani, fra i letterati presenti nel film quello di cui conosco meglio le opere, che parla come un libro – suo – stampato). Martone è fedele all’opera anche nel tentativo di immaginare – a partire da lì – la vita interiore dell’uomo; e a questo punto chiedendo allo spettatore di accettare un patto che preveda una certa libertà per il regista in cambio di un di più di efficacia, tensione narrativa e icasticità visiva. Il regista, infatti, racconta la vita di Leopardi senza dover per forza invischiarsi nei problemi e nei dubbi del biografismo spicciolo: molte scene non sono rappresentate esattamente così come sono state vissute, ma come Martone può presumere che siano state interiormente vissute da Giacomo (e in questo senso il cineasta Martone sembra un fedele allievo dell’alessandro Manzoni scrittore e teorico della scrittura). Ad un certo punto, capito il gioco, lo spettatore non si preoccupa più di sapere se le cose siano andate veramente così, in quel giorno, in quella casa ecc. ma gli interessa la credibilità del senso di quel racconto, di quel momento di vita. E spesso si ha l’impressione – grazie a un Germano strepitoso – di avvicinarsi davvero a quel senso, senza che venga tradito né il vero di Leopardi, né la libertà che Martone si riserva per sé.

Faccio un esempio: la tentata fuga da Recanati è molto romanzata nel film: alcuni passaggi (Monaldo cocchiere, per esempio) sono biograficamente incredibili. Però – paradossalmente –  sono veri, perché ci restituiscono il sentimento, l’emozione con cui Giacomo può averli vissuti. E intanto, senza che quasi ce ne accorgiamo, presi dalla fabula, ci vengono descritti aspetti più generali e decisivi del suo essere (l’urlo compresso, o dissimulato, che è proprio di tante sue opere; l’odio per il carcere di Recanati che convive con l’amore per il carceriere Monaldo, il dissidio irrisolvibile che ne scaturisce…).

L’onestà di fondo delle scelte narrative ed estetiche permette di risolvere anche le scene (diciamo così) “impossibili” del film. Come si fa, ad esempio, a rendere credibile una inquadratura in cui Leopardi recita, sul famoso ed ermo colle, l’Infinito? Non si potrebbe, chiaro! Eppure Germano ci riesce, con l’onestà di chi prova a farlo nella maniera più semplice e rispettosa possibile verso chi quelle parole le ha scritte. Ne viene una scena intensa, in cui – nelle pause – sembra quasi di sentire l’eco delle varianti ipotizzate e poi via via cancellate (una specie di critica delle varianti fatta coi silenzi, potremmo dire). Proviamo a dirlo in un altro modo: quella scena – più che il tentativo di ricostruire la biografia di Leopardi nel momento in cui scrive l’infinito – sembra lo sforzo di dare corpo e voce al manoscritto, al testimone cartaceo, ovvero all’unica traccia materiale che di quel momento irraggiungibile di vita e di poesia è rimasto per noi, poveri mediocri abitatori del mondo del 2014. La vita di Leopardi è – per Martone, per noi – in quelle carte, e dunque solo da quelle carte può nascere il “rappresentabile”.

Può essere dunque che la chiave del film sia tutta qui: nella fedeltà ai testi, agli scritti, a quei fogli che Leopardi s’è sempre portato dietro, gelosamente, raccolti in una cassa, per tutta la vita. Dunque una fedeltà ai testi che alla fine è fedeltà a Leopardi. E alla fantasia “favolosa” di cui quelle carte sono testimonianza, e che da quelle carte può ancora scaturire. E una fedeltà come questa, alla fine, funziona.

Andando avanti con le riprese, secondo me, pure Martone s’è reso conto che la cosa stava funzionando, e ha deciso – giustamente – di osare di più, mettendo nel film – man mano che ci si avvinava alla sua Napoli – qualcosa di più propriamente suo. Anche lui ha trovato il coraggio di essere sempre più favoloso e di dialogare in maniera sempre più stretta con Leopardi. Lo si percepisce bene nella potenza visiva della descrizione di una Napoli sotterranea, e se ne haconferma nel finale davvero visionario (pochi minuti sospesi fra The tree of life e Melancholia), immaginato e girato con quel coraggio che probabilmente ti può venire solo da una lunga frequentazione con l’invincibile coraggio di Giacomo Leopardi.

Bonus tracks

#onaneruottolo. Una delle critiche che ho sentito fare più spesso, nei primi commenti a caldo, è che nel film si insisterebbe troppo sulla progressiva deformazione fisica di Leopardi, e che alla fine si otterrebbe l’effetto di ribadire l’interpretazione tradizionale di un poeta “pessimista perché fisicamente sofferente” (per quanto non manchi nel film l’affermazione decisiva di Leopardi in senso contrario). Non sono d’accordo: a me pare che questo essere progressivamente piegato dalla Natura faccia in realtà emergere con più forza la “protesta scettica” di Leopardi, il suo essere “ginestra” che piega, non renitente, il suo capo innocente, ma non è né codardamente supplichevole né forsennatamente orgogliosa. In tutto questo l’interpretazione, soprattutto lo sguardo, di Germano (che mi ha convinto più con lo sguardo beffardo della seconda parte che non con quello contrito della prima) ha un ruolo fondamentale, ovviamente.

#filosofia/poesia. Sempre a sentire le prime reazioni, si conferma l’idea che Leopardi sia difficile da ingabbiare, perché poeta e pensatore talmente ricco e complesso che ognuno finisce per scegliere un suo percorso personale nella sua opera, così che chi ha un approccio più filosofico apprezzerà il filosofo, chi un animo poetico preferirà gli idilli, e così via. Ne viene che a distanza di pochi minuti ho sentito dire che il film è troppo avaro di poesia, di “caro immaginar”, e d’altro canto che era stata svilita la dimensione filosofica, la profondità di pensiero da cui le poesie di Leopardi sono scaturite. Che dire? Forse soltanto che ognuno potrebbe farsi il suo film su Leopardi, e dunque bene Martone & c. han fatto a realizzare il loro.

#Pasolini. La sera prima dell’anteprima del Il giovane favoloso a cui ho partecipato sono andato a vedere il Pasolini di Abel Ferrara. Il confronto fra i due a me è parso impietoso: quello di Ferrara è un film costruito a freddo, senza un vero approfondimento, recitato distrattamente da un Willem Dafoe che non ci mette davvero nient’altro che una faccia giusta. Un film, in fondo, fatto da uno che ha subito una fascinazione passeggera per il personaggio di Pasolini ma che non l’ha – non dico amato – ma nemmeno capito. In questo senso l’operazione artistica e critica di Martone, al confronto, giganteggia.

In questa notte fantastica (ti porto via con me)

Domenica pomeriggio ci sarà la prima nazionale, a Recanati, del film di Mario Martone dedicato a Giacomo Leopardi, Il giovane favoloso. La sera prima, seguendo la moda di questi anni di dedicare una *notte ad ogni evento appena un po’ diverso dal solito, ci sarà a Recanati la notte del giovane favoloso.

Ogni studente, anche mediocre, sa che Leopardi aveva un rapporto pessimo con Recanati. I più scafati sanno anche che in realtà senza Recanati – i suoi paesaggi, i suoi personaggi, il suo stesso isolamento – Leopardi non sarebbe stato lo stesso. Forse non sarebbe stato Leopardi. E’ un po’ come con i genitori, insomma, o in certe storie d’amore tormentate: legami tanto dolorosi quanto necessari.

E la *relazione complicata fra Leopardi e il suo paesotto non è andata poi tanto meglio nemmeno “in morte” di Giacomo, quando s’è tentato in ogni modo di normalizzarlo, vuoi facendone un padre della patria (lui così anarchico, in fondo) ai tempi del nazionalismo otto-novecentesco, vuoi provando a trasformarlo – dopo la mutazione antropologia degli anni Sessanta – in una mascotte, poi in un gadget, e ora in un brand.

Sia chiaro: io non me la sento di criticare chi sta organizzando tutto questo ambaradàn per celebrare il film su Giacomo Leopardi, con balli, canti tradizionali, annulli filatelici, carrozze, costumi d’epoca, rievocazioni di giochi e arti e mestieri: molti di quelli che son coinvolti nell’organizzazione sono amici, e un brivido mi corre alla schiena solo pensando al mazzo tanto che si devono esser fatti e che si stanno facendo. Ben vengano le iniziative che portano turisti nei musei e gente nelle piazze. Tutto è stato fatto, in fondo, per amor di Giacomino e di Recanati. E capisco pure che fra le mille iniziative non ce ne sia nessuna legata direttamente alla letteratura, alla poesia: i convegni sono diventati polverosi e autoreferenziali, le letture poetiche narcisistiche e soporifere, e avrebbero rischiato di gettare una coltre funerea sull’atmosfera che si vuole invece, e giustamente, di festa.

Però. Però.

Però non posso fare a meno di sentire il disagio dell’assenza in tutto questo di ciò che Giacomo è stato davvero (è stato per me? secondo me? vabbe’, ammettiamolo pure: tanto si conosce sempre attraverso il proprio personale sguardo…), cioè un coraggiosissimo e audace pensatore poetante, che non ha concesso nemmeno un briciolo della sua intelligenza all’ammasso delle idee compiacenti o consolatorie.

Di più: il disagio viene dall’avvertire che Giacomo non avrebbe capito, o forse avrebbe capito fin troppo bene, tutto questo. Io me lo immagino, lì seduto da qualche parte a guardare con un occhio la festa un po’ farlocca nella piazzola, e con un occhio la luna, sentendo una distanza irrimediabile, abissale, dall’una e dall’altra.

Me lo vedo che favoleggia (lui, giovane davvero favoloso) di luoghi e tempi dove la poesia abbia ancora un posto nel mondo dei vivi, senza il bisogno della sua monumentalizzazione o della sua degradazione kitsch, della spettacolarizzazione ad ogni costo.

E me lo fingo anche mentre affila lo stilo della sua satira feroce e lo immerge al cuore dei grossolani mercenari della sua immagine.

E sogno che, alla fine, mi porti via insieme a lui da qualche parte: non importa dove, ma piuttosto lontano da qui.

àrmavirùmque…

Ascoltare gli esametri di Virgilio recitati da quest’uomo è davvero un piacere. Direi quasi (lo dico? ma sì, lo dico!) che è ancora meglio di quando legge la Divina Commedia.

Per chi volesse, qui si trovano i link per scaricare l’integrale, detto a Mantova tanti anni fa, e che io ascoltavo alla radio, la sera tardi, nel periodo in cui preparavo con fatica e piacere l’esame di latino all’università.

Da qualche parte credo di avere anche le audiocassette…

Piccola antologia di versi di un poeta contemporaneo

Confessioni di Pier

Se poi la coda / Tornò di moda, / Ligio al Pontefice / E al mio Sovrano, / Alzai patiboli / Da buon cristiano.
La roba presa / Non fece ostacolo; / Ché col difendere / Corona e Chiesa, / Non resi mai / Quel che rubai.

***

Parere

In questo secolo / vano e banchiere / che più dell’essere / conta il parere.

***

Elogio della follia

In barba all’ebete/ servitorame / degli sgobboni / ciuchi e birboni; […] / a conti fatti, / beati i matti!

***

Notizie dall’Iran

“Dal mio Stato felicissimo / (che per grazia dell’Altissimo / serbo nelle tenebre) / imporrò con un decreto / che chi puzza d’alfabeto / torni indietro subito: / e proseguano il viaggio, / purché paghino il pedaggio, / solamente gli asini.”

***

La civiltà dei consumi

La spada è un’arme stanca, / scanna meglio la banca. // Pace a tutta la terra; / a chi non compra, guerra!

L’autore di questi versi è Beppe Giusti, giovane studente di Monsummano Terme, che ha scelto come sua cifra stilistica di travestire in stile ottocentesco le sue osservazioni sull’Italia e sul mondo di oggi. I critici, pur apprezzando la capacità di cogliere le contraddizioni del mondo presente, ritengono la sua scrittura troppo acerba, incapace ancora di sollevarsi dal mero dato di cronaca, e da una descrizione nuda dei fatti. In definitiva, gli viene contestato di fare una poesia valida solo in relazione alla condizione politica e sociale di questi anni, anzi di questi giorni, che certo non potrà essere compresa né tantomeno condivisa dalle generazioni che verranno.

(Le citazioni provengono da un saggio di Gino Tellini contenuto in questo libro)

L’analfabeta

Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico.
Egli non sente, non parla, né s’interessa
degli avvenimenti politici.
Egli non sa che il costo della vita,
il prezzo dei fagioli
del pesce, della farina, dell’affitto
delle scarpe e delle medicine
dipendono dalle decisioni politiche.
L’analfabeta politico è così somaro
che si vanta e si gonfia il petto
dicendo che odia la politica.
Non sa l’imbecille che
dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta,
il bambino abbandonato, l’assaltante
e il peggiore di tutti i banditi
che è il politico imbroglione,
il mafioso, il corrotto,
il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.

(Bertolt Brecht, L’analfabeta politico)

Almeno ardore…

[…]
Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore
era ancora vita, in quel maggio italiano
che alla vita aggiungeva almeno ardore,
 
quanto meno sventato e impuramente sano
dei nostri padri – non padre, ma umile
fratello – già con la tua magra mano
 
delineavi l’ideale che illumina
(ma non per noi: tu, morto, e noi
morti ugualmente, con te, nell’umido
 
giardino) questo silenzio. Non puoi,
lo vedi?, che riposare in questo sito
estraneo, ancora confinato. […]

 

 

Nel settantacinquesimo anniversario della morte di Antonio Gramsci. E anche PPP ci ha lasciato ormai da troppo tempo.

Postilla: leggo ora questa frase postata su facebook da Roberto Saviano: “Volete trovare il fuoco? Ricercatelo nella cenere.” Ne è autore Moshe-Leib di Sasov, che non so chi sia. Ma mi pare che la frase ci stia.

Mater

Tutto passa e resta come il giorno. Sul mare una nuvola proietta un’ombra. Guardo dalla terrazza l’orizzonte ed è questo il mio modo di stare sola.
Quando dipingo associo a ogni colore un pensiero. Una delle tante persone che io sono mi guarda e il suo sguardo è l’inizio di qualcosa.
Ora il salino giunge dal largo ed è una brezza e mi insegna per un poco a dimenticare. Forse dimenticare significa capire.
Dopo la morte di mia madre ho continuato a dipingere occhi.
La sera li guardo. Ogni tela è un occhio, certo. Ma anche un universo e un mio volto ai quali racconto di un segreto.
C’è una distanza tra ogni occhio e me. A volte lucente come l’acqua tra due sponde, a volte semplice come i due estremi di una lama.
Sul mare c’è sempre un’ombra ferma come una voce. Le cose che veramente ci confortano sono cose invisibili o lontane. Sono cose perdute.

Non so se queste poche righe possano dare l’idea del fascino e del mistero che produce la lettura integrale del piccolo libro da cui sono tratte: Mater, di Lorenzo Zumbo.
Credo però che, almeno, permettano di cogliere il ritmo, direi il respiro, di questa narrazione senza storia, di questa poesia senza versi che corre coraggiosamente il pericolo di abitare una lontananza (per usare in maniera forse un po’ impropria un’espressione molto amata dall’autore) da ogni genere e da ogni canone, per andare alla ricerca di qualcosa di arcaico e necessario che sta nel cuore oscuro di ogni anima.
E’ difficile dire “di cosa parla” questo libretto breve quanto denso: dire che è la storia di due donne, una madre cieca e una figlia pittrice misteriosamente e ambiguamente gravida, in un’isola simbolica e metafisica dal cui orizzonte sembrano completamente esclusi gli uomini, equivarrebbe a non dire nulla, o quasi. Come servirebbe a poco, temo, cercare di identificare i temi principali, perché in questa storia di morte e nascita, di creazione e di ricerca, di corpi e di voci che si attraggono e si scontrano, in questa storia di anime e di sangue, l’impressione è che l’autore abbia volutamente lavorato di sottrazione, lasciando al lettore solo quel tanto di materiale ritmico ed emotivo, psicologico e archetipico, necessario per orientarsi in quel labirinto che è il nostro profondo.
Le parole, le immagini, anche i molti impliciti riferimenti colti, hanno – credo – principalmente la funzione di evocare l’ignoto, sono come bisturi che vanno a produrre salutifere ferite in qualche zona del nostro io più nascosto che – di solito – teniamo bene anestetizzata, protetta. In altre parole, in Mater più che il poco detto conta il moltissimo soltanto evocato, così che il lettore disponibile si trova coinvolto in una sorta di rito magico, che come tutti i riti magici affascina e spaventa.
E allora finisci di leggere questo libro, nel buio di una notte marchigiana, e ti accorgi (come in un racconto di Borges o di Kafka) che da lontano ti è arrivato un messaggio che non basterà una vita intera a decifrare, ma che contiene forse una verità necessaria. Poi pensi che forse anche chi l’ha spedito, da una notte lombarda e assieme siciliana, ha solo il messaggio ma non la chiave, e che solo dall’alleanza fra te, lettore, e lui, scrittore, può nascere il senso.
Mi piace pensare che questo voglia dire la frase più misteriosa e apparentemente paradossale del libro:

Solo allora capii che ogni essere umano è silenzio. Semplice, puro, bianco silenzio. E che dire di sé una sola parola a qualcuno significa perdere per sempre se stessi.

Forse perdere se stessi per sempre è – mi dico stasera – un piccolo, insignificante sacrificio, se questo può servire a farti diventare parte di una storia, di una relazione. Forse questo è il sacrificio che fa ogni scrittore, per regalare il suo messaggio segreto a chi è disposto ad ascoltarlo. Alcuni chiamano questo sacrificio poesia, altri amore.

Postilla. Conosco Lorenzo Zumbo da molti anni, e quando ho avuto modo di incontrarlo dopo aver letto il libro non ho saputo resistere alla tentazione di chiedere “delle spiegazioni” sui tanti aspetti di Mater che mi avevano lasciato con più domande che risposte. Lorenzo ha avuto la lungimirante cortesia di non rispondermi praticamente su nulla: mi avrebbe così privato – capisco ora – del più prezioso lascito del suo libro: il mistero, lo spazio bianco fra le parole. Del resto Lorenzo è così anche nella conversazione: capace di portarti sempre nel luogo in cui ogni parola si fa interrogazione dell’oltre, e dove mai nulla è banalmente risolto.