“Bombe che scoppiano”

Sapete come vanno queste cose: uno legge in un post di un amico una frase che lo incuriosisce, si informa (ovvero, fondamentalmente, googla) e finisce che ci passa due ore.

Ieri sera è andata così, un’amica insegnante ha postato questa frase che Gramsci ha scritto quando faceva il critico teatrale per l’Avanti, relativa ad una commedia di Pirandello:

Luigi Pirandello è un «ardito» del teatro. Le sue commedie, sono tante bombe a mano che scoppiano nei cervelli degli spettatori e producono crolli di banalità, rovine di sentimenti, di pensiero.

Lì per lì, nemmeno mi ricordavo che Gramsci avesse fatto il critico teatrale, né avrei saputo dire che idea avesse di Pirandello (benché coevi, li avevo sempre tenuti, i due, in cassettini distinti), ma la frase mi ha incuriosito perché un po’ ambigua: Pirandello fa crollare la banalità, dice Gramsci, e va bene: ma che vuol dire che fa rovinare i sentimenti e il pensiero? Boh, andiamo a vedere.

Così ho scoperto (fate la prova) che mettendo la frase di cui sopra su google si trova qualche interessante saggio (uno di Camilleri), e soprattutto si possono comodamente leggere in questo sito tutte le cronache teatrali pirandelliane di Gramsci.

Così ho scoperto, anche, che Gramsci era spesso molto severo con Pirandello, ad esempio Così è (se vi pare) è stroncata senza appello. E le riserve sono continue. E ho scoperto anche che poi, in carcere, Gramsci scriverà (quando Pirandello sarà diventato molto fascista ma anche molto famoso) di aver capito fra i primi la grandezza del drammaturgo: “molto prima di Adriano Tilgher”, dice (piccole vanità di un carcerato, ma curiose…). E mi sono fermato un attimo anche a pensare alla strana immagine scelta da Gramsci per parlare di Pirandello: gli “arditi” e le bombe, gli scoppi i crolli e le rovine.

Ma poi lo sguardo mi è caduto sulla data di questi scritti. La frase degli arditi e delle bombe, ad esempio, è tratta da una recensione di Il piacere dell’onestà messo in scena al Carignano di Torino, del 29 novembre 1917. Era un giovedì.

29 novembre 1917. Cinque settimane e un giorno dopo la rotta di Caporetto (24 ottobre, mercoledì). Tre settimane esatte dopo la Rivoluzione d’ottobre (7-8 novembre, mercoledì e giovedì). E così, lo so che è stupido, mi sono messo a pensare come ad una cosa fuori dal mondo che la gente scrivesse commedie, andasse a teatro, scrivesse cronache teatrali e dibattesse della qualità letteraria degli scritti di Pirandello e delle capacità interpretative degli attori alla moda mentre quattrocento chilometri ad est una carneficina immane era in corso, e da quattro anni. E molte migliaia di chilometri ancora più a est cambiava il mondo.

Eccoci: siamo noi. Sono io.

 

 

Questa vita tuttavia mi pesa molto

Questa vita tuttavia mi pesa molto è un libro di Edgardo Franzosini pubblicato da Adelphi nel 2015, e tecnicamente è la biografia di Rembrandt Bugatti, scultore animalista vissuto ai primi del Novecento e fratello di Ettore, fondatore della famosa casa automobilistica.9c82f9c8876cf3db3cf70bfd2cfb4b79_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

Dico tecnicamente perché in effetti la particolarità di Franzosini è proprio quella di scrivere biografie che – pur raccontando vite vere, ricostruite con una precisa documentazione – sembrano, sono, a tutti gli effetti dei romanzi, e la voce dello scrittore è ben presente e sicura. Posto insomma che il realismo è l’impossibile, e che una storia è comunque una storia, e che le parole non sono la vita, questo canuto milanese ha ben deciso di applicare il suo indubbio talento di scrittore non a storie di fantasia, ma a personaggi realmente esistiti che al tempo stesso rispetta e trasfigura.

Tutto sta, naturalmente, nel come, e confesso che così al primo libro non posso dire di aver capito qual è il segreto di questo scrittore (posto che segreti di tal fatta si possano mai disvelare), però l’effetto di fascinazione è stato totale. Annoto provvisoriamente tre possibili motivi: 1) la capacità di selezionare, fra le tante, una chiave di lettura profonda e perfettamente credibile della vicenda biografica raccontata, e restare coerente Bugatti and Donkey.jpgad essa (in questo caso: l’amore fortissimo per gli animali, che Bugatti “guarda con invidia [per la] loro beata inconsapevolezza”); 2) una scrittura precisa ma anche piena di spazi vuoti, aperti all’evocazione; 3) una struttura del romanzo come nascosta e molto raffinata.

Alla fine del libro resta un personaggio indimenticabile, il malinconico ed elegantissimo Rembrandt, questa specie di Buster Keaton della scultura che senza dubbio è vissuto in questo mondo fra 1884 e 1916, ma che non esisterebbe davvero senza le parole di questo esile volumetto arancione.

 

Bonus: piccola galleria di opere scultoree di R.B.

Punti di intersezione

Sto leggendo questo libro di Don De Lillo, L’uomo che cade, che non ho mica ancora capito se mi piace o no. Però ad un certo punto c’è una bella pagina in cui si parla di questi partecipanti a corsi di scrittura creativa dopo l’11 settembre, che ci vanno perché questo ha un effetto terapeutico, su di loro, e ne hanno bisogno, non solo per via degli aeroplani, ma anche perché sono ai primi stadi del morbo di Alzheimer. Ad un certo punto De Lillo scrive (la sottolineatura è mia):

A volte c’erano cose che spaventavano, le prime esitazioni nelle risposte, i vuoti di memoria e gli errori, i sinistri preavvisi rilasciati di tanto in tanto da una mente che cominciava ad allontanarsi dall’attrito adesivo che rende possibile l’individuo. Lo notavi nel linguaggio, nelle lettere invertite, nella parola saltata in fondo a una frase zoppicante. Lo notavi nella calligrafia, che a tratti si scioglieva in un flusso indistinto. C’erano però mille bei momenti che i partecipanti potevano vivere, se gli si offriva la possibilità di raggiungere i punti di intersezione tra intuito e memoria che l’atto della scrittura consente.

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Appunti di David Foster Wallace in un libro di Don De Lillo

Verdicchio e sangue amaro

valerio-magrelli-e-libreria-450x402Qualche settimana fa, era precisamente il 18 febbraio, andiamo ad un incontro pubblico con Valerio Magrelli a Senigallia. Conoscevo poco le sue poesie, per niente l’uomo, a parte qualche frammento di trasmissioni radiofoniche in cui parlava dei suoi libri preferiti, che mi avevano lasciato soprattutto l’idea di una persona simpaticamente narcisa, dallo spiccato accento romano.

L’incontro dal vivo ha confermato l’idea, sia per la simpatia, sia per l’accento, ma più per la prima. L’incontro si intitolava “Viaggio sentimentale nella poesia del ‘900” ma – complice anche, per ammissione di Magrelli stesso, la quantità di verdicchio bevuto a pranzo – ha deragliato piuttosto presto per i sentieri della più assoluta libertà affabulatoria. Così l’incontro è diventato una di quelle rare occasioni in cui si impara e si pensa ridendo: che vuoi di più?

Un’alchimia che torna anche in certe sue poesie recenti che Magrelli ci ha letto (da Sangue amaro, Einaudi 2014, una recensione per esempio qui). Visto che tra l’altro alcune si trovano anche in rete, ne segnalo quattro che mi sono piaciute:

C’è chi fa il pane.
Io faccio Sangue Amaro.
C’è chi fa profilati d’alluminio.
Io faccio Sangue Amaro.
C’è chi fa progetti per lo sviluppo aziendale.
Io faccio Sangue Amaro.
Io mi faccio il Sangue Amaro.
È una specialità della casa, sin dal lontano 1957.

*

Mi lavo i denti in bagno.
Ho un bagno.
Ho i denti.
Ho una figlia che canta
di là dalla parete.
Ho una figlia che ha voglia di cantare
e canta.
Può bastare.

*

Ingegnoso, mio figlio si chiude nella doccia
incolla un foglio al vetro, dall’esterno,
e per un’ora, immerso nel vapore,
impara a memoria Ugolino.

Scendono l’acqua e i versi, lui sussurra,
mi costa una fortuna, ma alla fine
esce lavato, profumato, pieno
zeppo di endecasillabi.

*

Dicembre
Minimo omaggio a John Donne

Dicembre, il lavandino si è svuotato:
tutta la luce se ne è andata via,
finché il mese sfinito, prosciugato,
giunge al cospetto di Santa Lucia.
Nel tenebrore della siccità
le mattinate sgocciolano notte,
e col solstizio dell’oscurità
l’intero anno si contrae per otte-
nere che lentamente, esile, torni
il moribondo flusso di corrente
ed un nuovo splendore inondi i giorni.
Solo cosí rinasce quel potente
getto di sole che rimette in moto
ruota, ciclo, marea, nascita, photos.

 

La rancura

Questa mia nota sull’ultimo romanzo di Romano Luperini, scritta per il blog letterario LN – La letteratura e noi, mi pare l’occasione giusta per aprire una nuova, come sempre precaria, stagione di tuttequestecose.

 

71L5zB1wP3LSu La rancura di Romano Luperini

Nel 1998, Ernesto Sabato aveva ottantasette anni e, dando alle stampe Antes del fin, uno scritto autobiografico che era anche il bilancio di una lunga vita, avvertiva i suoi lettori con queste parole:

no esperen encontrar en este libro mis verdades más atroces; únicamente las encontrarán en mis ficciones, en esos bailes siniestros de enmascarados que, por eso, dicen o revelan verdades que no se animarían a confesar a cara descubierta [1]

Solo la finzione, luogo di balli in maschera, consente dunque di rivelare le verità più atroci che si nascondono in fondo all’animo di un uomo: a questa conclusione era giunto, prima della fine, l’autore del cupo e tenebroso Sobre héroes y tumbas – uno dei romanzi fondamentali del Novecento – che pure da decenni aveva smesso di scrivere ficciones per dedicarsi all’impegno civile e alla scrittura saggistica.

Mi piace partire da qui per svolgere qualche riflessione sul romanzo La rancura di Romano Luperini (Mondadori, 2016), non la prima ma certamente la più complessa e ambiziosa prova narrativa di uno “scrittore avventizio”, se vogliamo stare alla definizione che l’autore dà di sé. Romanzo che deriva da un percorso per certi versi opposto rispetto a quello di Sabato, perché Luperini, dopo una vita dedicata alla critica letteraria accademica e militante, alla scrittura saggistica e all’impegno politico, sente l’urgenza di scrivere un romanzo; opposto, ma figlio dello stesso nodo: la complementarietà irriducibile di realtà e finzione, saggio e racconto, vita e narrazione della vita.

Romanzo complesso, si diceva, La rancura, e non soltanto perché composto da tre parti programmaticamente e strutturalmente diverse – Memoriale sul padre (1935-1945), Il figlio (1945-1982), Il figlio del figlio (2005) –  ma soprattutto perché ha l’ambizione di svolgere un discorso che riguardi almeno tre livelli differenti: quello psicologico ed esistenziale, legato all’archetipico conflitto fra padri e figli, nonché al ruolo che tale conflitto svolge nel tentativo proprio di ogni uomo di trovare il suo posto nel mondo; quello storico-politico, con il padre partigiano in Istria, il figlio intellettuale militante nella stagione del Sessantotto e dei movimenti, il figlio del figlio ospite disilluso dell’Italia berlusconiana; e infine quello propriamente letterario, dal momento che La rancura è anche, e forse soprattutto, un’indagine sul rapporto fra letteratura e realtà, sulle possibilità e sul senso del narrare nell’attuale situazione storico-culturale.

Non voglio, con questo, ridurre l’opera di Luperini ad una sorta di saggio di teoria della letteratura en travesti: sarebbe ingiusto, e sarebbe soprattutto sbagliato. Credo però che questo elemento sia decisivo e accresca, complichi e in fondo giustifichi sia la componente psicologica sia quella storica, che sono la materia prima del racconto.

Per provare a chiarire, ripercorro brevemente il romanzo, ponendo in evidenza i dati strutturali. La prima sezione si presenta come un memoriale sulla vita di Luigi Lupi – figlio di contadini toscani che diventa maestro elementare sotto il fascismo e poi partigiano – scritto (come si scoprirà alla fine della seconda parte) dal figlio Valerio dopo la morte del padre, sulla base di un preciso lascito testamentario: anche se il lettore, mentre lo legge, non lo sa, il memoriale è dunque un tentativo di riconciliazione con il padre morto di un intellettuale in crisi, e questo spiega il tono epico di alcune scene, così come la complessiva  sensazione di stare dentro un racconto canonico di una pagina di storia d’Italia già mille volte raccontata, con la quale già mille volte s’è provato a fare i conti senza ancora averli chiusi del tutto.

La seconda sezione del libro, Il figlio, è quella che – ad una prima impressione – può sembrare più vicina all’autobiografia: si presenta come la narrazione in prima persona di due momenti della vita di Valerio Lupi, la prima giovinezza e poi la maturità, fin verso i quaranta anni. Valerio Lupi è prima studente e poi docente universitario, coinvolto nel Sessantotto e leader politico di estrema sinistra: è insomma, a tutti gli effetti, un alter ego dell’autore, per quanto non si possa mai postulare una identificazione perfetta fra scrittore e personaggio (si veda, sul punto, la discussione fra Angelo Guglielmi e lo stesso Luperini).

La terza parte, la più complessa e probabilmente la più originale – certamente quella decisiva per la comprensione del libro – è impiantata sul racconto in terza persona di alcune settimane della vita di Marcello, figlio di Valerio (Il figlio del figlio del titolo della sezione), che nel 2005 torna da Londra nella casa toscana del padre, morto qualche tempo prima, per cercare di scrivere il suo secondo libro e intanto provare a vendere la casa. È in questo momento che veniamo a sapere come è nato il Memoriale, e anche da dove vengono le scritture autobiografiche della seconda parte: Marcello e Serena, la sorellastra, trovano infatti fra le carte del padre un plico con su scritto “Da aprire dopo la mia morte”:

Dentro la busta due fasci di fogli, una cronaca autobiografica del periodo compreso fra l’immediato dopoguerra e gli anni di piombo e un memoriale (Memoriale del padre, è il titolo) contenente una ricostruzione della giovinezza del nonno negli anni del fascismo e della guerra partigiana; e poi lettere, foto, fotocopie di documenti storici e di capitoli di saggi sulla Resistenza in Istria. Nessuna nota di accompagnamento, ma una dedica: “Ai miei figli”.

Ecco dunque spiegata (ma siamo ormai a dieci pagine dalla fine) la struttura a scatole cinesi del libro. Una struttura che, retrospettivamente, rende ragione delle scelte stilistiche e tematiche messe in campo nelle prime due sezioni: il racconto della Resistenza in chiave epica, che rimanda soprattutto a Fenoglio, il resoconto dei tormenti di Valerio, che fa pensare in primo luogo a Tozzi e a Pratolini, le vicende dell’intellettuale nel vortice del Sessantotto e delle sue derive armate, tutto si giustifica perfettamente dentro questa cornice: sono il referto, il bilancio di vita di un uomo che non c’è più.

Da questa scelta narrativa decisiva (far scomparire l’alter ego dell’autore), da questa frattura, discende la cifra caratteristica dell’ultima parte del libro, che appare tutta orientata ad una programmatica e sistematica presa di distanza dalla materia narrata. Qui, infatti, non solo opera una narrazione in terza persona fredda e oggettivante, ma si moltiplicano i filtri volti ad allontanare (si vorrebbe dire anestetizzare) le pagine più ricche di pathos e emozioni: ecco allora, ad esempio, che per raccontare l’ultimo senile amore di Valerio è ampiamente riutilizzato (e decostruito dallo sguardo smitizzante di Marcello) il materiale incandescente e davvero patetico di un “quaderno giallo americano” che era stato alla base di un altro libro di Luperini, L’età estrema (Sellerio, 2008); oppure ecco che, in un altro capitolo, persino l’autentico testamento politico di Valerio – una commovente lettera su cosa per lui avesse significato essere comunista – viene offerto al lettore attraverso una scena in cui tutto concorre a smontare ogni possibile forma di retorica e di coinvolgimento.

Questa dislocazione dello sguardo in una dimensione postuma permette all’autore di riconsiderare tutto quello che ci ha raccontato fino a quel momento, ovvero la sua stessa vita di uomo e di intellettuale, come se non fosse la sua (e, in effetti, a questo punto sua non lo è più davvero, ma solo del suo personaggio). Questa presa di distanza è preparata dalle riflessioni esistenziali (improntate ad un materialismo leopardiano mediato forse dal magistero di Sebastiano Timpanaro) delle ultime bellissime pagine della sezione Il figlio, ma diventa operante proprio quando Valerio esce di scena. È allora che chi scrive sembra riuscire a guardare alla sua esperienza passata da una distanza siderale, con una prospettiva nuova, più lucida, spietata e anche spudorata verso il sé stesso che fu, senza più rancori ma senza nemmeno espliciti intenti pedagogici; è allora che l’autore riesce a fare della sua esperienza, che è l’esperienza di una sconfitta storica, l’emblema di una universale condizione umana di fragilità e solitudine che solo il quotidiano lavoro, la faticosa costruzione di una personalità e di un carattere (si veda, in questo senso, il dialogo fra Marcello e la sorellastra Serena a p. 301), può riscattare dal caos e dall’insensatezza.

Certo, tutto questo potrebbe deludere il lettore che cercasse il racconto celebrativo e autoassolutorio di una parabola storica, quella che dalle speranze deluse della Resistenza passasse per le contraddizioni del Sessantotto fino alla débacle politica e morale dell’Italia berlusconiana (e post); o quello che, conoscendo la statura intellettuale e critica dell’autore, chiedesse al libro di Luperini una precisa indicazione sulla strada da seguire nel suo impegno civile e culturale. Nel romanzo non c’è niente di tutto questo: non la voce di un padre autorevole, di un maestro senza tentennamenti, ma quella di un figlio fragile, di un intellettuale a volte spaesato, dispatriato, di uno scrittore che fa i conti con le sue verdades más atroces.

E’ questo, a mio avviso, l’ultimo e più grande dono de La rancura, quello di sfidare la nostra pigrizia sempre in cerca di orme facili da seguire; il dono, in una parola, di lasciarci soli.

 

Nota:

[1] “non sperino di incontrare in questo libro le mie verità più atroci; quelle le troveranno soltanto nei mei romanzi, in quei sinistri balli in maschera che, proprio per questo, dicono o rivelano verità che non si avrebbe il coraggio di confessare a viso scoperto” (traduzione mia)

 

 

 

I voti alle tracce/1

La lettrice che non c'era

La lettrice che non c’era

C’è poco da fare: per chi si occupa di insegnamento della letteratura italiana alle scuole superiori italiane la prima prova dell’Esame di Stato è l’indicatore annuale più importante dello stato dei lavori, perché lì vanno a convergere, bene o male, tutti gli elementi decisivi: lo stato dell’arte della discussione critica sull’insegnamento dell’italiano, certo: il suo senso, il suo canone,  i suoi strumenti, il suo rapporto con le altre discipline, e con tutto quello che sta fuori; ma anche gli umori e gli orientamenti della politica, e poi la percezione e le aspettative dell’opinione pubblica (intesa nel senso più ampio del termine) intorno ai temi dell’educazione umanistica e del come la scuola li affronta.

Non solo: è probabile che, sulla concreta prassi didattica, almeno quella degli ultimi anni delle scuole superiori, incidano più le indicazioni che vengono dalla successione delle prove negli anni di quanto facciano le varie riforme o i tanti progetti di rinnovamento didattico che pure ci sono, sono importanti, e del cui lavoro mi pare di poter vedere qualche segnale anche nelle prove sottoposte stamattina agli studenti.

Vediamo allora come si sono regolati gli estensori delle tracce, con questa premessa: quest’anno le prove proposte sono, a mio avviso, mediamente molto ben fatte, e sottendono alcune scelte didattiche che sono portato a condividere (lo dirò nel dettaglio delle singole prove). Non mancano, certo, soprattutto nei dettagli, ma dettagli importanti per forma e sostanza, cadute, la prima – clamorosa – quella del quadro di Matisse col titolo sbagliato, e per di più tagliato così male da diventare del tutto insensato nel contesto. Cercherò di notare questi dettagli man mano che verranno alla luce; ma vediamo ora sulle singole tracce (qui i testi).

1. Analisi del testo. Da molto tempo si aspettava che uscisse Calvino, un prosatore lucido e accessibile, razionale e dalla forte tensione etica di stampo illuminista, molto frequentato nelle aule scolastiche (forse il più letto dei nostri classici contemporanei): il Miur ha approfittato del trentennale della morte per recuperare una pagina di impronta esistenziale del Sentiero dei nidi di ragno: con questa scelta il romanzo è stato sottratto alle suo collocazioni abituali (il neoralismo, la letteratura resistenziale) e restituito a quella che forse è la sua vena più originale (potremmo dire: l’elemento più calviniano nel romanzo meno calviniano di Calvino), ovvero la descrizione dell’adolescenza, e del crescere, nei suo aspetti più contraddittori, e lo scontro della leggerezza di un’umanità-bambina con la pesantezza della storia. Un brano bello e giusto, che certamente poteva essere sentito vicino anche da uno studente che non avesse letto il romanzo, o che non avesse studiato Calvino. La traccia di analisi, canonicamente tripartita (comprensione del testo, analisi, interpretazione complessiva e approfondimenti), è – come avviene ultimamente, come era avvenuto due anni fa nella felice quanto strampalata scelta di Magris – sintetica e molto aperta, senza richieste troppo specifiche. La comprensione è affidata ad un riassunto, esercizio che sta vivendo una stagione di nuova fortuna didattica; l’analisi chiede di far emergere dal testo il tema fondamentale, di analizzare alcune scelte formali, di ragionare criticamente sul finale: ci sta; l’ultima parte apre il campo ai famigerati collegamenti e alle riflessioni personali: anche questo ci sta, ma presuppone, a monte, un’abitudine alla selezione delle conoscenze, e anche dei propri pensieri, perché il rischio di partire per qualche tangente è dietro l’angolo. Nel complesso, una traccia felice nella scelta ed equilibrata nelle richieste: voto 8.

2. Saggio breve artistico-letterario. L’argomento indicato è “La letteratura come esperienza di vita”, che suona estremamente generico e per questo rischioso; io avrei detto meglio, visti anche i documenti proposti, “La lettura come esperienza di vita”: tutti i testi, infatti, ruotano piuttosto intorno alla lettura come elemento decisivo nella maturazione personale, nelle scelte di vita, nell’elaborazione e nella messa alla prova dei propri convincimenti etici, nella costruzione di un percorso di incontro con l’altro. Altra traccia buona, dunque, peccato per la sciatteria della confezione: a parte l’errore già citato sul quadro di Matisse, mi chiedo come potesse essere la bibliografia della tesi di laurea di uno che cita il celeberrimo brano del bacio di Paolo e Francesca (Inf., V, 127-136) così: Dante, Inferno V, vv. 127-136 (Garzanti Prima Edizione 1997, pag. 85). E poi, una parolina di biasimo va spesa anche per i tagli apportati ai testi (scritti e iconici), che spesso rendono quasi indecifrabile, o comunque sibillina, la lettera del testo, e il senso della loro proposta. Ad esempio, fossi un maturando, troverei un po’ oscura la prima parte della citazione, peraltro molto bella, di Ezio Raimondi. Complessivamente, però, un bel tema per chi abbia avuto modo, nei cinque anni, non solo di conoscere opere letterarie, ma di interrogarsi a fondo sul loro senso per noi lettori: voto, 7+.

3. Saggio breve socio-economico. I corsi di aggiornamento per insegnanti, i documenti ministeriali, i progetti di rete sono invasi, da qualche anno, dall’espressione “didattica per competenze”, una espressione-contenitore dove poi ciascuno di solito mette quello che più gli aggrada. Ma una cosa è certa: se vuoi essere à la page devi usare, a scuola, la parola competenza/competenze almeno tre volte al giorno. La traccia in questione, senza dirlo, usa dunque la parola competenza per proporre, di fatto, un saggio breve sulla scuola, forse sulla “buona scuola”; sicuramente sulla scuola che si confronta con il “quadro europeo delle competenze per l’apprendimento permanente”. Un saggio, insomma, che sembra più adatto per un concorso a cattedra, o a dirigente, che ad un maturando; un saggio così strano in questo contesto che sembra piuttosto un messaggio a nuora (gli studenti) perché suocera (l’insegnante) intenda. Però va detto che se di questo si tratta, non posso non apprezzare l’onestà intellettuale con cui si propongono due idee completamente diverse dei fini di una scuola/didattica delle competenze: da una parte l’economista Ignazio Visco che mette in evidenza le finalità pratiche-economiche dello sviluppo di una serie di competenze trasversali che la scuola dovrebbe dare (l’approccio che vince, purtroppo, nelle proposte di riforma attualmente in discussione); dall’altra la filosofa Nussbaum che enfatizza l’importanza cruciale di tutte quelle competenze non spendibili (né direttamente né indirettamente) per profitto. Il problema è che lo studente medio non sa certamente chi sia Martha Nussbaum, difficilmente sa che Visco è l’attuale Governatore della Banca d’Italia e cosa questo significhi, avrà anche difficoltà a contestualizzare il terzo e ultimo documento, una raccomandazione ufficiale del Parlamento Europeo. Questo mi porta a fare una riflessione generale sulla tipologia “saggio breve”: visto che quest’anno è stata fatta la saggia scelta di ridurre al minimo i testi proposti, non si potrebbe accompagnare questi testi con delle brevi didascalie orientative come si fa con l’analisi del testo e come si è fatto quest’anno con il tema storico? Perché, in altre parole, si danno indicazioni sul Sentiero dei nidi di ragno e si lascia del tutto decontestualizzato un documento ufficiale del Parlamento Europeo? perché si informa l’allievo su chi sia Malala o Dardano Fenucci, mentre lo lasciamo nell’ignoranza su Nussbaum, Todorov e Matvejevic? Voto: s.v.

(continua)

Un Fenoglio a Villa Ficana

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Il 26 aprile, sul far della sera, a Villa Ficana, un luogo per molti versi unico incastonato fra i palazzi della periferia nord di Macerata, nei pressi della chiesa di Santa Croce, succederà qualcosa di strano, e di bello. I personaggi di Una questione privata di Beppe Fenoglio (il più bel romanzo sulla Resistenza, proprio l’altro giorno messo in vendita dal Corriere della sera al prezzo di un cappuccino) prenderanno vita nei corpi, nelle voci e nei volti dei ragazzi e delle ragazze del Liceo “Galilei” di Macerata.

Fulvia, col suo vestito svolazzante e l’aria di chi la sa lunga, correrà fra i vicoli, quasi danzando sulle note di Over the rainbow, inseguita da Milton, sempre più angosciato e sempre più innamorato; tutt’intorno partigiani, contadine, ragazze e bambini a fare i conti con la tragedia della guerra; e, minacciose ad ogni angolo, le ombre dei neri, dei repubblichini, dei nazifascisti pronti a colpire coloro che avevano saputo per tempo capire quale fosse la parte giusta dove stare. Ma per i partigiani quell’ultimo inverno sarebbe stato anche il più difficile da passare. Un inverno interminabile come la quête di un amore assoluto e impossibile, affannoso come una lunga corsa fatta di incontri, sogni, duelli, epifanie e tragedie; una corsa all’ultimo respiro.

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Presto, qui e altrove, informazione più dettagliate.

Postille a un’intervista a Marc Fumaroli

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Ieri è uscita su “Repubblica” questa intervista a Marc Fumaroli, accademico di Francia, ultraottantenne, brillante studioso di Rinascimento: uno dei grandi della cultura umanistica europea, insomma. L’intervista è relativa alla discussa faccenda: il governo francese che vorrebbe eliminare il latino e il greco dagli studi superiori, dove adesso sono discipline facoltative.

L’intervista è efficace perché mette a punto i nodi fondamentali della questione in maniera molto sintetica. In primo luogo lo studioso indica quelli che secondo lui sono i tre motivi della “rapida erosione dell’insegnamento del greco e del latino”:

1. il fanatismo egualitarista, ovvero l’idea che il latino e il greco siano roba per ricchi e le scuole dove si insegnano queste lingue siano élitarie. Insomma: le classi agiate farebbero studiare greco e latino perché averne un’infarinatura è utile a fare bella figura in società. Sono idee diffuse, in effetti; non so quanto in Francia, certamente molto in Italia. Ma mi sa che sono false, in primo luogo perché – come dice Fumaroli – “i ricchi se ne infischiano del latino e del greco”. In effetti, per quella che è la mia esperienza, gli studi classici sono diventati prerogativa piuttosto del demi-monde, dei wannabe, e molto spesso – magari con motivazioni nobilissime – dei figli di quei nuovi proletari, idealisti e un po’ disadattati, che sono i professori (in un potenziale circolo vizioso che non serve illustrare nel dettaglio). In ogni caso, non mi pare questo il problema principale; molto più importante il punto numero…

2. la superstizione del digitale: qui Fumaroli trova – o usa, perché non so se è sua – anche una definizione perfetta del problema. Le superstizioni, si sa, sono credenze proprie di chi non ha gli strumenti per spiegare razionalmente certi fenomeni, e molti sono quelli che si trovano in queste condizioni col digitale, soprattutto se parliamo di scuola. Ecco allora che schiere di persone incapaci di rapportarsi in modo maturo col digitale ne sponsorizzano un uso massiccio, acritico e taumaturgico a scuola, a scapito di tutto il resto. Ecco allora che il digitale “soppianta tutte le antiche forme di educazione della mente, del cuore, dell’immaginazione”. Ecco allora – dobbiamo farcelo dire da un uomo nato prima che Turing concepisse la sua macchina – che il digitale è uno strumento malleabile e prezioso per uno “spirito retto” già formato, ma pressoché inutilizzabile (o comunque dalle potenzialità ridotte) per lo spirito in formazione. Poi c’è la numero…

3. la “miopia utilitaristica di un economicismo totalizzante”, ovvero la questione che forse è più evidente qui da noi, in questa Italia devastata da una lunga crisi che non è solo economica ma politica e sociale e, ad un livello ancora più profondo, culturale. Essendo la scuola italiana in mano per lo più a decisori privi di una reale cultura, incapaci di vedere i problemi in una prospettiva ampia, si è finiti per pensare che l’unica formazione su cui valesse la pena di investire era quella – dice Fumaroli – che portasse a “un rendimento immediato” (anche qui posso sorvolare sui fin troppo evidenti circoli viziosi). Mentre, insiste, “un’educazione totalmente utilitaria sarebbe praticamente inutile […]con l’eccezione delle formazioni professionali d’alto livello”.

E il professore va avanti: “L’apprendimento e la conoscenza del latino e del greco aprono alle giovani menti le prospettive di cui sono private dalla cultura esclusiva dell’utile e dell’immediato”, e aggiunge: “la stessa cosa potrebbe valere per lo studio del sanscrito e del mandarino”. Questa è una delle obiezioni che più spesso vengono fatte ai sostenitori delle lingue classiche: gli stessi risultati educativi – dicono i detrattori – non potrebbero venire dallo studio di altre lingue, di altre culture, magari un po’ meno polverose e noiose? Certo che sì, è ovvio. Però c’è il piccolo particolare che la nostra storia, la nostra civiltà, la nostra tradizione è incardinata – volenti o nolenti – su quelle radici. Non c’è nessuna rivendicazione identitaria in questa affermazione: solo la presa d’atto di una storia, con cui dobbiamo fare i conti nella maniera più laica e aperta possibile, ma che – semplicemente – c’è. Studiare il latino e il mandarino non è la stessa cosa, per il semplice fatto che l’Europa è l’Europa e la Cina è la Cina.

Su questo filo di ragionamenti, proprio la parte finale dell’intervista si fa più ancora più interessante: “Messaggere di un mondo lontano, ma non per questo meno umano, e riconoscibile come tale, queste lingue non sono poi tanto morte per il loro lettori e locutori”. Una verità banale ma tante volte negata dalla forza ottusa di questa efficace quanto stupida espressione: lingua morta. Una lingua, se c’è qualcuno che è capace di leggerla, e di entrare in contatto profondo con il mondo che trasmette attraverso lo spazio e nel tempo, non è morta. Punto.

Ancora Fumaroli: “aprono la mente alle differenze e somiglianze con altri mondi distanti dal nostro. Dal loro studio possiamo trarre l’esperienza necessaria a prendere le distanze dalla nostra attualità, e affrontare mondi diversi dall’umanità di oggi, con simpatia di principio e con distacco critico. In altri termini, si creano così le condizioni per l’esercizio della libertà di spirito.” E pian piano viene fuori lo studioso del classicismo moderno, in libri come Le api e i ragni: “Se tra tutte le parti del mondo l’Europa è stata la più inventiva, la più libera dalla routine, la più innovatrice, la più curiosa di tutto ciò che è umano, se ha inventato l’umanità plurale che dobbiamo salvare dall’odio geloso dei barbari, è perché dai tempi della caduta dell’impero romano fino ai nostri giorni la formazione degli europei si è fondata su una continua comparazione critica tra l’esperienza antica e quella moderna. L’esperienza antica  in atto ha preservato quella moderna e cristiana in divenire dall’accontentarsi di imitare e ripetere. L’emulazione con l’antico, la risposta alla sfida dell’antico: ecco qual è stato il pungolo dello sviluppo della nostra Europa.”

Fin qui Marc Fumaroli, dunque. Ed è difficili dargli torto. Le idee che sostiene, peraltro, non sono nuove. Alcune sue affermazioni sono recitate come mantra, anche se in circoli sempre più ristretti. Ma sento il bisogno di fare una piccola postilla: che abbiamo fatto, che facciamo noi, e con noi dico tutti quelli che si occupano di studia humanitatis, Fumaroli compreso, per tenere vivo questo patrimonio, in tutte le sedi? Non è forse successo che ci siamo un po’ chiusi nella nostra nicchia, spesso confortevole quando non proprio lussuosa (di professori, di critici, di intellettuali) rinunciando a far scontrare l’esperienza dell’antico con le più brucianti contraddizioni del nostro mondo, rinunciando a far loro le domande più dure, le più difficili e proprio per questo fondamentali? Fumaroli dice che l’Europa si è sviluppata sul pungolo della risposta alla sfida dell’antico. L’impressione è che l’antico stia perdendo, ora, non perché non abbia più sfide da lanciarci, ma piuttosto perché abbiamo rinunciato a provare a rispondere. La sfida dell’antico rimane immutata, forse siamo noi (noi umanisti in primis) a non esserne più all’altezza.

[Qualche anno fa mi è capitato di insegnare all’Università di Macerata una materia che non esiste, e che non ho mai saputo come fosse spuntata nel curriculum del Tirocinio Formativo Attivo: si chiamava Didattica della tradizione letteraria, un titolo che non era mio, che non so da chi sia stato proposto, ma che m’è sempre parso bellissimo. Per 20 ore, con un gruppo di brillanti studiosi di lingue classiche, futuri insegnanti, abbiamo parlato delle cose a cui è dedicato questo post, ed è stata un’esperienza culturale e umana ricchissima. Poi questa materia, come era miracolosamente comparsa, è altrettanto magicamente sparita nel nulla. Però sono rimasto dell’idea che la riflessione sul senso della presenza della tradizione letteraria a scuola sia fondamentale per tutti gli insegnanti, passati presenti e futuri.]

Istantanee dalle Langhe

“erimo diventate tante macillaie”

terra matta

Qualche giorno fa sono stato in una scuola di Recanati dove ho raccontato la storia di alcune persone, alcune molto note come Ungaretti e Gadda, altre del tutto sconosciute, finite – volenti o più spesso nolenti – nell’ammazzatoio della Guerra Grande. Naturalmente, quello della memorialistica di guerra è un  pozzo senza fondo, e solo a guardare i libri usciti negli ultimi tempi che affollano gli scaffali delle librerie, c’è da rimanere sgomenti. Io mi sono preso la libertà di scegliere le storie che più mi hanno colpito, i testi che mi sembravano avere più forza di evocazione e di sintesi, fra quei pochi che conoscevo (chi ha curiosità di sapere quali, può sbirciare qui). E mi sono anche preso la libertà di non citare, se non di sfuggita, D’Annunzio. Però fra tutte queste storie e le scritture che ho incontrato, una la trovo davvero meritevole di un cenno: quella di Vincenzo Rabito (che si pronuncia Ràbito e non Rabìto come a lungo ho detto io!), uno dei “ragazzi del ’99” che è partito per la guerra e s’è salvato, ha vissuto una vita intensa e abbastanza picaresca e poi, ad un certo punto, già anziano, ha deciso di chiudersi in casa con una vecchia Olivetti e riempire più di mille fittissimi fogli (vd. foto) del siciliano sgrammaticato, espressionistico e irresistibile con cui racconta la sua epopea. E le pagine sulla prima guerra mondiale sono di una forza straordinaria, come quando racconta della sua compagnia sopravvissuta alla battaglia, abbandonata a sé stessa, senza muli e senza niente da mangiare, a cui non restava che bestemmiare: “E il nostro elimento era la bestemia, tutte l’ore e tutte li momente, d’ognuno con il suo dialetto: che butava besteme alla siciliana, che li botava venite, che le butava lompardo, e che era fiorentino bestemiava fiorentino, ma la bestemia per noie era il vero conforto”; o quando, dopo Vittorio Veneto, c’è l’adunata e si annuncia la vittoria, ma ancora una volta niente rancio: “ci hanno detto che chi ave li callette e li scatolette se li mancia, e quelli che non ci n’abiammo manciammo questa mincia, e ci dovemmo contantare che avemmo vinto la querra. E tutte ci abiammo quardate in faccia e tutte diciammo: Ancora manciare per noi non ci n’è. Abiammo vinto la querra e abiammo perso il manciare!”.

Ma il passaggio più straordinario – ahimè – non l’ho potuto condividere con i ragazzi e le ragazze di Recanati, perché proprio quando ci stavo arrivando il computer si è improvvisamente spento e nel trambusto per riaccenderlo e ripartire sono saltato ad un nuovo argomento e ho dimenticato questo passaggio. Lo metto qui, perché vale veramente la pena di leggerlo, per la forza primordiale delle immagini, per la straordinaria consapevolezza con cui questo contadino semianalfabeta rivolge un’allocuzione di tono istintivamente epico a sé stesso, per la lucidità con cui nel finale mette in relazione la violenza ferina a cui era arrivato con il riconoscimento, da parte delle autorità, del suo valore militare. La parola a questo umile Omero siciliano:

Perché noi, quelle che per fortuna ancora erimo vive, arrevammo nella sua posizione con la scuma nella bocca come cane arrabiate. E tutte quelle che trovammo l’abbiamo scannate come li agnelle nella festa di Pascua e come li maiala. Perché in quello momento descraziato non erimo cristiane, ma erimo diventate tante macillaie, tante boia, e io stesso diceva: ‘Ma come maie Vincenzo Rabito può essere diventato così carnifece in questa matenata del 28 ottobre? Che io, durante tutta la querra che aveva fatto, quanto vedeva a qualche poviro cechino ferito, se ci poteva dare aiuto, ci lo dava. Ma in questa mattina del 28 ottobre, ero diventato un vero cane vasto, che non conosci il padrone, che fu propia in queste sanquinose ciorne che mi hanno proposto una midaglia a valore miletare…