Voglia di scappare (ululando).

Sto leggendo questo libro, che racconta in 500 pagine tre giorni della vita di un agente immobiliare di cinquantacinque anni del New Jersey, malato di cancro e recentemente abbandonato dalla seconda moglie: non sembrerebbero le premesse per un libro esaltante, eppure mi sta piacendo un sacco. E mi capita anche spesso di ritrovarmi alla lettera o quasi in certe riflessioni del protagonista. Per esempio:

Mi sorprende che [Ann] possa reggere qui dentro, che [la ragazza del Michigan pragmatica e antigregaria che è in lei] possa mandar giù l’atmosfera iper-controllata, pseudo-comunitaria, finto-umanistica, che appesta il corpo docente di queste scuole [private] come un gas tossico: ognuno che lima le proprie eccentricità in modo da non offendere nessuno, rimanendo però attorcigliato come un serpente a sonagli, pronto a “diventare difficile” e a “creare problemi” nei confronti di quei colleghi le cui eccentricità non siano state limate allo stesso modo. Ci si aspetterebbe che fossero i genitori psicotici e i ragazzi ostili, non sufficientemente sedati, a portarti alla follia. E invece no. Sono sempre i colleghi, lo so perché per un anno, secoli fa, ho insegnato in una piccola università del [New Englad]. Sono le [Marci] e i [Jason], gli esotici [Berdanrd] e le muscolose [Ludmille], venute epr un anno di [Fulbright] dalla [Lettonia], che ti fanno venire voglia di scappare ululando fra gli alberi e unirti alle specie in via di estinzione che vi si nascondono. Sono i rapporti approfonditi con gruppi sempre più ristretti di persone che la pensano tutte allo stesso modo a costituire la malattia della provincia [americana].

Ho dovuto mettere fra parentesi pochissimo, quasi soltanto i nomi propri e le indicazioni geografiche. Potrebbe essere un apologo sul valore universale della letteratura, o sull’universale desolazione delle scuole di provincia, di ogni provincia.

Calvino, l’Illuminismo, la libertà

Pubblico, con il suo consenso, la riflessione che un caro amico, Marco Riccini, voleva relegare in un commento ad un vecchio post d’argomento calviniano. Ma il testo meritava qualcosa di più, almeno un post tutto suo!

La ragione è ciò che ci accomuna, il massimo comune denominatore delle menti e personalità umane; 2+2 fa sempre 4, a tutte le latitudini, nonostante tutti i pregiudizi del mondo. L’illuminismo, insistendo sul valore della ragione, sottolinea i tratti di comune umanità, ci dice che in quanto uomini siamo uguali, rifiuta l’idea di nazione (un insieme basato su presupposti inconsistenti), abbraccia l’ideale cosmopolita.

Il sentimento è ciò che ci distingue; di fronte al medesimo spettacolo, qualcuno può avvertire un moto di riprovazione, altri di attrazione, altri di sottile compiacimento, altri di sconcerto. Il romanticismo, insistendo sul valore del sentimento, sottolinea l’importanza dell’individualità (possibilmente creatrice), singolare e collettiva: la patria è una anche “di cuor”, come insegna Manzoni; dicendoci che in quanto uomini (e gruppi di uomini) siamo diversi fra di noi, il romanticismo esalta l’idea di individuo (e di nazione).

Cosimo Piovasco di Rondò è un illuminista, anticonformista: sembra rifiutare l’idea che l’uguaglianza debba portare all’omologazione, alla rinuncia a se stessi e alla propria identità; compie un gesto (molti gesti) dirompenti, apparentemente illogici, in realtà sempre compiutamente razionali e dominati dall’idea di fare il bene proprio e degli altri, senza rinunciare ad affermare la propria individualità con le proprie azioni, che forse è un modo di dire “libertà”.

Il Barone rampante esce nel 1957, scritto, a quanto pare, tra dicembre ’56 e primi del ’57. Nel 1956 c’era stata la repressione sovietica a Budapest, dove il grigiore dell’omologazione comunista (lontana ed estrema erede dell’illuminismo?) aveva negato la possibilità di fare qualcosa di diverso, aveva fatto capire agli ungheresi di non poter sopportare il loro desiderio di libertà.

(di Marco Riccini)

Due poesie d’amore

Fosse almeno l’anno 1993

Fosse almeno quel terribile,
per l’umiliazione a nulla paragonabile,
anno 1993
quando non avevamo nient’altro
che l’un l’altro.
 
Magari fosse ancora quel terribile,
quel tante volte maledetto anno 1993!
 
Avrei ancora cinque anni pieni
da poterti guardare
e da tenerti per mano!

(Luglio 1998).

***

Quei due abbracciati

Quei due abbracciati sulla riva del Reno a Gotthlieben
potevamo essere anche tu ed io,
ma noi due non passeggeremo mai più
su nessuna riva abbracciati.
Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia.

(2000)


Sono due poesie che il poeta Izet Sarajlić ha dedicato alla moglie Mikica, morta pochissimo tempo dopo la fine della guerra nell’ex Jugoslavia, stremata per aver resistito con Izet al lunghissimo assedio della loro città, Sarajevo. Altre poesie qui.

(la foto mi sa che non c’entra niente, l’ho trovata per caso cercando senza esito una vera foto della coppia protagonista di questa storia d’amore; ma era bella e l’ho messa uguale)

Il nuovo, il bello, il vero

“Consideriamo prima la loro fondamentale ragione: ci vuole novità. Ma io dico: oggetto delle scienze è il vero, delle arti il bello. Non sarà dunque pregiato nelle scienze il nuovo, se non in quanto sia vero, e nelle arti se non in quanto sia bello.” (Pietro Giordani, Un Italiano risponde al discorso della Staël, “Biblioteca Italiana”, 1816).

E nella politica? La novità, da sola, è un valore? E se lo è, da sola, basta?

[Riguardando questo post, mi rendo conto che potrebbe provocare un sacco di semplificazioni e polemiche. Magari! ]

Italo Calvino, La giornata di uno scrutatore, cap. XII

La scena centrale di La giornata di uno scrutatore si svolge in una camerata del Cottolengo occupata da degenti fra i più gravi, occasionalmente trasformata in “seggio mobile” per le elezioni politiche nelle quali il protagonista del racconto, Amerigo, è scrutatore. Il tema polemico è la deplorevole abitudine di permettere il voto (per tramite delle suore assistenti) a malati chiaramente incapaci di intendere e di volere. Ma alla scena principale Calvino intreccia, in questo XII capitolo, un quadro secondario, che trovo bellissimo e voglio trascrivere.

Un letto alla fine della corsia era vuoto e rifatto; il suo occupante, forse già in convalescenza, era seduto su una seggiola da una parte del letto, vestito d’un pigiama di lana con sopra una giacca, e seduto dall’altra parte del letto era un vecchio col cappello, certamente suo padre, venuto quella domenica in visita. Il figlio era un giovanotto, deficiente, di statura normale ma in qualche modo – pareva – rattrappito nei movimenti. Il padre schiacciava al figlio delle mandorle, e gliele passava attraverso al letto, e il figlio le prendeva e lentamente portava alla bocca. E il padre lo guardava masticare. […]

Amerigo continuava a guardare il padre e il figlio. Il figlio era lungo di membra e di faccia, peloso in viso e attonito, forse mezzo impedito da una paralisi. IL padre era un campagnolo vestito anche lui a festa, e in qualche modo, specie nella lunghezza del viso e delle mani, assomigliava al figlio. Non negli occhi: il figlio aveva l’occhio animale e disarmato, mentre quello del padre era socchiuso e sospettoso, come nei vecchi agricoltori. Erano voltati di sbieco, sulle loro seggiole ai due lati del letto, in modo da guardarsi fissi in viso, e non badavano a niente che era intorno. Amerigo teneva lo sguardo su di loro, forse per riposarsi (o schivarsi) da altre viste, o forse ancor di più, in qualche modo affascinato […]

Interviene nel campo di osservazione di Amerigo una suora, la Madre, che è normalmente adibita al servizio quotidiano nello stanzone, e che sembra tutta compresa nella grazia metafisica della sua vocazione.

Anche la Madre sorrise, ma d’un sorriso che era per tutti e per nulla. Il problema d’esser riconosciuta, pensò Amerigo, per lei non esisteva; e gli venne da confrontare lo sguardo della vecchia suora con quello del contadino venuto a passare la domenica al “Cottolengo” per fissare negli occhi il figlio idiota. Alla Madre non occorreva il riconoscimento dei suoi assistiti, il bene che ritraeva da loro – in cambio del bene che loro dava – era un bene generale, di cui nulla andava perso. Invece il vecchio contadino fissava il figlio negli occhi per farsi riconoscere, per non perderlo, per non perdere quel qualcosa di poco e di male, ma di suo, che era suo figlio. […]

Amerigo torna a pensare alla Madre, e vede nell’amore della Madre per i suoi poveri derelitti qualcosa di simile al suo amore – da comunista – per l’umanità. Si perde in questi pensieri…

Ma più s’ostinava a pensare queste cose, più s’accorgeva che non era tanto questo che gli stava a cuore in quel momento, quanto qualcos’altro per cui non trovava parole. Insomma, alla presenza della vecchia suora si sentiva ancora nell’ambito del suo mondo, confermato nella morale alla quale aveva sempre (sia pur per approssimazione e con sforzo) cercato di modellarsi, ma il pensiero che lo rodeva lì nella corsia era un altro, era ancora la presenza di quel contadino e di suo figlio, che gli indicavano un territorio per lui sconosciuto.

La suora aveva scelto la corsia con un atto di libertà, aveva identificato – respingendo il resto del mondo – tutta se stessa in quella missione o milizia, eppure – anzi: proprio per questo – restava distinta dall’oggetto della sua missione, padrona di sé, felicemente libera. Invece il vecchio contadino non aveva scelto nulla, il legame che lo teneva stretto alla corsia non l’aveva voluto lui, la sua vita era altrove, sulle sue terre, ma faceva alla domenica il viaggio per veder masticare suo figlio.

Ora che il giovane idiota aveva terminato la sua lenta merenda, padre e figlio, seduti sempre ai lati del letto, tenevano tutti e due appoggiate sulle ginocchia le mani pesanti d’ossa e di vene, e le teste chinate per storto – sotto il cappello calato il padre, e il figlio a testa rapata come un coscritto – in modo di continuare a guardarsi con l’angolo dell’occhio.

Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari.

E pensò: ecco, questo modo d’essere è amore.

E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo.

Ecco. Finito. Un Calvino secco, scabro. Un Calvino che pare quasi Fenoglio. Bello, no?

Paolo Nori, Bassotuba non c’è

Non sono un gran lettore di letteratura italiana contemporanea. Di solito il mio problema con la letteratura italiana contemporanea è lo stile: quando mi trovo davanti i libri degli scrittori che vanno per la maggiore (quelli che vincono i premi, quelli che trovo esposti sui banchi della Feltrinelli, perché io poi non sono uno che frequenta più di tanto siti specializzati , o che compra riviste di settore) ho di solito un problema: mi sembrano tutti un po’ uguali, tutti con la stessa voce. E mi stanco. Mi sembra di leggere sempre lo stesso libro. O meglio: mi sembra di leggere libri di diversi autori stranieri tradotti in italiano dallo stesso traduttore. Perché provo questa sensazione? Io credo che dipenda dal fatto che ultimamente ci diano giù un po’ troppo di editing, le case editrici maggiori: ma non sono un esperto, quindi non so se questa sensazione può corrispondere a realtà.

Ogni tanto però capita che si incontri qualcuno che una voce sua ce l’ha. Che non è detto che sia una voce perfetta e cristallina, ma insomma è una voce. Piuttosto reale, sembra. Mi capita, quelle volte lì, come al protagonista del secondo episodio di Black Mirror prima serie, di cui parlavo ieri: in un mondo completamente falso un ragazzo sente, in un cesso, una ragazza che canticchia per coprire il rumore della pipì che cade nella tazza: una vecchia canzoncina canticchiata distrattamente, ma più vera di tutto il mondo di musiche che possono arrivare alle sue orecchie dal suo sofisticatissimo Ipod. Ma sto divagando.

Una voce vera, ogni tanto, mi pare di incontrarla, dicevo. Ecco: ultimamente mi piace la voce di Paolo Nori, che ho scoperto prima come giornalista, poi come blogger, poi come autore piuttosto geniale di “pubblici discorsi” (mi riferisco in particolare alla bellissima raccolta intitolata La meravigliosa utilità del filo a piombo) e infine per quello che è veramente: uno scrittore di romanzi.

Bassotuba non c’è è il racconto in prima persona di un frammento della vita di Learco Ferrari, alter ego nemmeno troppo nascosto di Paolo Nori stesso. Aspirante scrittore con in ballo qualche contratto, animatore saltuario della vita dei locali emiliani, magazziniere e traduttore part-time, Learco si divincola in una vita molto precaria, forte solo del suo carattere pieno di contraddizioni, che corrisponde poi esattamente alla sua voce, appunto.

Mentre Learco sta elaborando il lutto della fine di una storia (Bassotuba – al secolo Elena Chiodi – la sua ragazza, se n’è andata con un allievo di Vattimo), succedono fatti piccoli (un gruppo musicale si scioglie, si organizzano serate, si intessono faticosamente relazioni) e grandi (il padre di Learco – l’amato, silenzioso Renzo – che vive in campagna e coltiva le viti, scopre di essere gravemente malato) che non sempre hanno risoluzione narrativa, ma ci consentono di partecipare ad una vita che percorre la sua strada, una strada sconclusionata e contorta come tutte.

Non dico altro, perché essendo soprattutto come dicevo una questione di voce, l’unica è leggerlo. Ma magari l’avete già letto tutti, eh, perché è un libro di una quindicina d’anni fa e io arrivo sempre dopo amen.

Eleonora

Ecco, se devo dire chi mi viene da ricordare in questo otto marzo 2013, dico che mi ricordo di questa donna morta a Napoli nel 1799, appesa ad una forca per i suoi ideali, e forse per la sua ingenuità, che fu quella di tutti coloro che, come lei, provarono a portare al popolo libertà e uguaglianza, e che dal popolo furono invece sbranati, distrutti. Si chiamava Eleonora de Fonseca Pimentel, e fu la direttrice del “Monitore Napoletano”.

Vincenzo Cuoco, che di quella rivoluzione napoletana miseramente fallita fu protagonista e testimone, di lei lasciò scritte queste poche righe:

Pimentel Eleonora Fonseca. “Audet viris concurrere virgo“. Ma essa si spinse nella rivoluzione, come Camilla nella guerra, per solo amor della patria. Giovinetta ancora, questa donna avea meritata l’approvazione di Metastasio per i suoi versi. Ma la poesia formava una piccola parte delle tante cognizioni che l’adornavano. Nell’epoca della repubblica scrisse il Monitore napolitano, da cui spira il piú puro ed il piú ardente amor di patria. Questo foglio le costò la vita, ed essa affrontò la morte con un’indifferenza eguale al suo coraggio. Prima di avviarsi al patibolo, volle bevere il caffè, e le sue parole furono: – “Forsan haec olim meminisse iuvabit“.

Qui di seguito una scena dal film Il resto di niente (2004), tratto dall’omonimo romanzo di Enzo Striano (1986)

Però ha un difetto.

In meridione siamo piaciuti talmente, che una delle nostre ascoltatrici meridionali ha deciso di venire al nord a sentire anche questa lettura. A casa di chi ha deciso di andare, con tutti gli scrittori che c’erano? Che ce n’erano sette? A casa mia. No, ma, gentilissima. Però ha un difetto, che è un’insegnante.

Gli insegnanti hanno questa mania che parlano sempre dell’insegnamento. Ogni tre frasi dicono una parola che dev’essere una parola che gli piace molto, Pedagogico. Un’altra mania degli insegnanti è che quando ti parlano, dopo pretendono che gli rispondi. Ti dicono Eh?, alla fine delle loro frasi. Buona questa pizza, eh? Bella questa chiesa, eh? Un altro difetto degli insegnanti di sesso femminile è che gli piacerebbe fiondare con gli scrittori di sesso maschile, gli piacerebbe.

Da Bassotuba non c’è di Paolo Nori (Feltrinelli, 2009). Ecco, giusto per mettere agli atti un significato del verbo fiondare che non conoscevo.

A fagiuolo.

Ecco un bel consiglio di lettura. Tempestivo, diciamo.

Amerigo, lui, aveva imparato che in politica i cambiamenti avvengono per vie lunghe e complicate, e non c’è da aspettarseli da un giorno all’altro, come per un giro di fortuna; anche per lui, come per tanti, farsi un’esperienza aveva voluto dire diventare un poco pessimista.

D’altro canto, c’era sempre la morale che bisogna continuare a fare quanto si può, giorno per giorno; nella politica come in tutto il resto della vita, per chi non è un balordo, contano quei due principi lì: non farsi mai troppe illusioni e non smetter di credere che ogni cosa che fai potrà servire.

Né il titolo, né la scienza, né la virtù

A me la politica piace. Via, non esageriamo. Per dire meglio, io credo che la politica serva; che sia necessaria per provare a mettere un argine al dolore, al male. Per questo credo che meriti il sacrificio di occuparsene. Però, sotto campagna elettorale, confesso di avere spesso un senso di repulsione: troppo alto il tasso medio di sfacciataggine, troppa la stupidità che vedo in giro, troppe le bugie (e troppi i creduloni).

Così, mi viene da sentirmi un po’ anarchico, ogni tanto. E di farmi trasportare (qualcuno direbbe forse non a torto: traviare) da frasi come questa, di Proudhon (sempre attraverso Nori):

Essere governati significa essere guardati a vista, ispezionati, spiati, diretti, legiferati, valutati, soppesati, censurati, comandati da persone che non ne hanno né il titolo né la scienza né la virtù. Essere governati significa essere, a ogni operazione, a ogni transazione, a ogni movimento, annotati, registrati, censiti, tariffati, timbrati, tosati, contrassegnati, quotati, patentati, licenziati, autorizzati, apostrofati, ammoniti, impediti, riformati, raddrizzati, corretti. Significa, sotto il pretesto dell’utilità pubblica e in ragione dell’interesse generale, essere addestrati, taglieggiati, sfruttati, monopolizzati, concussionati, pressurati, mistificati, poi, alla minima resistenza e alla prima parola di protesta, repressi, mutilati, vilipesi, vessati, taccheggiati, malmenati, fucilati, mitragliati, giudicati, condannati, deportati, sacrificati, venduti, traditi e, come se non bastasse, scherniti, beffati, oltraggiati, disonorati. Ecco il governo, ecco la sua giustizia, ecco la sua morale!

Prosit!