Poesie per la quarantena / 3

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Vedendo questa straordinaria e terribile foto di una infermiera che crolla davanti al terminale dopo un turno di notte in uno degli ospedali che più sono stati travolti dall’emergenza coronavirus, mi è venuta in mente una frase del poeta serbo Izet Sarajlić, che parlando del lungo assedio di Sarajevo durante la guerra dei Balcani, disse una volta: “Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti”. Parlava di quelli come lui che durante l’assedio erano rimasti lì, e avevano provato a far sopravvivere un po’ di umanità. Stavolta l’espressione non è metaforica, e i turni di notte li fanno infermieri e medici costretti a immettere forti dosi di eroismo e temerarietà nelle loro vite (vite che loro probabilmente vorrebbero invece normali, normalissime). Triste il mondo che ha bisogno di eroi. E di eroi che non volevano nemmeno esserlo.

Fra le poesie di Sarajlić ce n’è una che amo molto, mi sa che l’ho già messa da qualche parte in questo blog, e anche questa può servirci per ragionare su questo tempo, in particolare a me fa pensare ai tanti, troppi morti, e a quella orribile specificazione che ci danno sempre per rassicurarci (ma ormai non ci rassicura nemmeno più): erano anziani, molto anziani, avevano altre patologie…

La poesia in questione parla della moglie del poeta, morta pochi anni dopo la fine dell’assedio. Nella poesia Sarajlić dice più o meno: “quanto sarebbe meglio se fossimo ancora sotto le bombe, perché quando eravamo sotto le bombe eravamo insieme, e avevamo ancora anni insieme da vivere. Adesso invece c’è la pace, e non ci sei tu, che me ne faccio allora della pace?”. Il poeta e la moglie erano anziani, acciaccati, ma anche se sei anziano e acciaccato quel tempo è preziosissimo, ogni giorno; non è che allora se arriva un virus sconosciuto e ti porta via non fa niente perché tanto non sei un ragazzino e avevi magari qualche acciacco. C’è sempre un mondo che finisce, dietro ogni numero. Ecco la poesia:

Fosse almeno quel terribile,
per l’umiliazione a nulla paragonabile
anno 1993
quando non avevamo nient’altro
che l’un l’altro.

Magari fosse ancora quel terribile,
quel tante volte maledetto anno 1993!

Avrei ancora cinque anni pieni
da poterti guardare
e da tenerti per mano!

da Izet Sarajlić, Chi ha fatto il turno di notte, a cura di Silvio Ferrari, Torino, Einaudi 2012, p. 111. La foto stavolta non è dei miei genitori, ma di una dottoressa dell’ospedale di Cremona.

Poesie per la quarantena / 2

L'immagine può contenere: fiore, pianta, albero, spazio all'aperto e natura

In questi giorni in cui tutti ci chiediamo se possiamo uscire o no a fare una passaggiata o una corsetta, una cosa è certa: bisogna farlo da soli, e ben distanziati dagli altri. Quindi ecco che chi proprio non ce la fa a stare ventiquattro ore su ventiquattro chiuso in casa si ritrova, “solo e pensoso”, in luoghi sperduti e abbandonati. Io, per esempio, ogni tanto vado sull’alzaia del fiume Potenza, a due passi da casa mia. In questi momenti si guarda con occhi diversi anche ad un grande classico della poesia italiana:

Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co·llui.

Francesco cercava i luoghi più deserti, dove non ci fosse impronta di essere umano, perché non voleva che gli altri scorgessero sul suo viso i segni della sua malattia d’amore. Anche noi in questi giorni non vogliamo farci vedere dagli altri, per non lasciar trasparire la paura, il sospetto, lo stordimento e la confusione. E’ vero che ci cerchiamo di più con amici e parenti, al telefono o in chat, ma di persona è diverso, perché tutti abbiamo in faccia la legittima (per certi versi doverosa) paura che la  persona che abbiamo davanti possa contagiarci, o essere contagiata da noi. Eppure Francesco si porta, nelle sue passeggiate solitarie, un compagno che non lo lascia mai: è Amore. Anche questo ci riguarda: in questi giorni confusi e dolorosi nella nostra solitudine conta quanto amore abbiamo immagazzinato prima, quanto ci siamo addestrati a dialogare con lui, con la parte della nostra interiorità che sa amare. E’ una riserva preziosa, portiamocela sempre dietro, coltiviamola.

La poesia è tratta dal Canzoniere di Francesco Petrarca, la foto stavolta è di mio padre, che sta con mia madre, sempre nel comune accanto.

Poesie per la quarantena / 1

foto fioreIl precedente post di questo blog risale ormai a molti giorni fa, e parlava della nostra piccolezza di esseri umani, di fragilità. Ora ci troviamo dentro questa emergenza del Covid-19, da ieri l’Italia è in quarantena. Come passare queste settimane di isolamento quasi totale? Io provo, fra l’altro, con la poesia. Cominciamo.

***

Una cosa che sicuramente ci lascerà questa stagione è una maggiore consapevolezza dell’importanza discreta di tanti aspetti della nostra quotidianità, che stanno lì senza farsi notare: gli abbracci, i paesaggi appena oltre la nostra vista, le piccole libertà che diamo per scontate. Comincio dunque da una poesia che racconta una minima epifania domestica, da un poeta che improvvisamente fa caso all’importanza fondamentale di quel nulla che ha:

Mi lavo i denti in bagno.
Ho un bagno.
Ho i denti.
Ho una figlia che canta
di là dalla parete.
Ho una figlia che ha voglia di cantare
e canta.
Può bastare.

Da Il sangue amaro di Valerio Magrelli.

La foto, invece, l’ha fatta mia mamma, che sta in quarantena nel comune confinante.

Storia e letteratura, fra memoria e cittadinanza. Materiali/2

Coll IMJ,  photo (c) IMJ

Ancora una volta mi capita di andare a parlare con dei colleghi di letteratura e storia, memoria e cittadinanza.

Qui di seguito, per comodità, metto un po’ di materiali che potrebbero servire a me e a chi partecipa all’incontro, e che comunque non è escluso possa tornarmi utile ritrovare tutti insieme nello stesso posto anche in futuro.

Storia, letteratura, cittadinanza. Materiali.

Coll IMJ,  photo (c) IMJ

Post di servizio. Nei prossimi giorni sarò a Pinerolo a dialogare con altri colleghi di insegnamento di storia e letteratura, di cittadinanza, di memoria. Di Benjamin e di Leogrande. Di Di Ruscio, di Verga e di Meneghello. Insomma, di come si potrebbe (non che io ci riesca, ancora, del tutto) a impostare un curricolo di italiano in cui tutto quello che si fa sia anche educazione alla cittadinanza e alla Costituzione. In un modo un po’ diverso da quello in cui Salvini pensa l’educazione civica.

Qui di seguito, per comodità, metto un po’ di materiali che potrebbero servirmi per l’incontro, e che comunque non è escluso possa tornarmi utile ritrovare tutti insieme nello stesso posto anche in futuro.

Bau-sète!

All’interno del partito c’erano divisioni simili a quelle che in seguito si sarebbero chiamate correnti e tendenze. Mi pare che allora le pensassimo in forma di “ali”. La divisione di fondo (come è noto a chi s’interessa dell’argomento) era tra i seguaci di “[omissis]” e quelli di “[omissis]“, che tradizionalmente si identificano con “l’anima liberale” e “l’anima socialista” del [omissis]. In realtà il contrasto si percepiva in molti modi, pragmatismo/utopia, empirismo/ideologia, moderazione/radicalismo.

Ciò che mi colpì più vivacemente fu la violenza psicologica del contrasto. A certi livelli era il nostro contrasto più sentito. Da ciascuna delle due posizioni pareva che i “compagni” sul versante opposto fossero più odiosi, più detestabili degli avversari degli altri partiti. Cercai di formulare una “legge” della psicopatologia politica: che l’animosità, in politica, è inversamente proporzionale alla distanza, e massima tra i vicinissimi. Se c’è qualcosa di vero in questa legge, il compagno di partito che non la pensa come te non è un estraneo che può pensarla come crede, ma un mezzo transfuga, una specie di traditore. I comunisti si possono vedere come fatti della natura coi quali sarebbe assurdo prendersela; i socialisti, non si sa che bisogno c’era, paiono comunisti mancati, però anche loro, sia pure un po’ a torto ci sono, sono fatti innaturali della natura. Ma tu, nel mio stesso partito, tu no: tu non sei un fatto della natura, tu sei responsabile di ciò che sei, un compagno, un apostata, un colpevole.

Il discorso naturalmente si può ripetere nell’altra direzione: l’Italia è il paese dei reazionari, neri di sottana o di camicia: sono tristi fatti della natura. In questo momento i fascisti non si vedono molto ma in cambio si vedono molto bene i cattolici. E’ ovvio che i Italia i cattolici ci sono, non c’è niente da fare; ma che tu, nel mio stesso partito, mi venga a parlare di centralità e di equilibrio, di moderazione e di diplomazia, questo è insopportabile…

Eravamo tutti d’accordo sul fatto che il partito era “di sinistra”, anzi era l’organo più vitale della sinistra italiana, il suo cuore moderno. “Sinistra” partecipava simultaneamente della natura di un pacchetto “col suo contenuto articolato in pi con uno, pi con due, pi con tre, ec.) e anche della natura di un unico pezzo di torrone (Ti maiuscolo con n).

Sul caso Serracchiani

Sul caso Serracchiani si è già detto tutto e il contrario di tutto. Senza sparare anch’io nel mucchio, mi limito a segnalare due contributi che sono secondo me i più seri fra quelli che ho avuto occasione di leggere. Se vi va, e se non li conoscete già, buona lettura.

Il primo è di Alessandro Coppola (da Gli stati generali), e in pratica analizza da un punto di vista logico-argomentativo e retorico (non scientifico, come dice lui, e la sfumatura me l’ha fatta giustamente notare Daniele Lo Vetere) le affermazioni di Serracchiani (della prima e della seconda ora) e spiega quanto pensare male e parlare male abbia conseguenze concrete molto pesanti.

Il secondo, di Andrea Maestri (da Possibile) analizza le cose da un punto di vista politico, e dice bene una cosa importante: che se si fa, sui valori e i diritti legati all’emigrazione, il discorso della destra e dei populisti con le parole della sinistra, si tradiscono due volte quei valori e quei diritti che dovrebbero essere un patrimonio politico, costituzionale e umano acquisito.

Soldati, disertori e quasi disertori

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Raccogliendo materiale per un lavoro su violenza, follia e potere…

1. Testimonianza di un soldato francese durante la guerra d’Algeria

Si chiedevano dei volontari per far fuori i giovani che erano stati torturati (così non restavano tracce e non si rischiavano grane). A me però non andava. È vero, sapete? Che uccidere un ragazzo a cento metri di distanza mentre si combatteva non mi faceva niente, perché lui era lontano, non si vedeva troppo, e poi era armato e, se necessario, poteva difendersi. Ma uccidere uno così, senza difesa, a freddo… no! Quindi come volontario non mi presentavo mai, e andò a finire ch’ero divenuto il solo del reparto che non avesse fatto la pelle al “suo” ragazzo. Mi chiamavano “La signorina”. Un giorno, il capitano mi ha chiamato dicendomi: “Non mi piacciono le signorine… Preparati: il prossimo sarà per te!” Be’ qualche giorno dopo, c’erano otto prigionieri da far fuori. Mi hanno chiamato e, davanti a tutti, mi si è detto: “A te, signorina! Dacci dentro!” Mi sono avvicinato al ragazzo: mi guardava. Vedo ancora i suoi occhi che mi fissavano… La cosa mi disgustava… Ho tirato… I commilitoni “sbrigarono” gli altri… Dopo, mi sono sentito meno male; ma, la prima volta, vi assicuro che ho provato una certa cosa… Non è un lavoro molto pulito, forse, ma tutti quei ragazzi sono, a pensarci bene, dei criminali, e a mollarli ricominciano, ammazzano le donne, i vecchi, i bambini. Non si può lasciarli fare, che diamine! In fondo, si ripulisce il paese da tutta la marmaglia da cui è infestato… capite??? Capite?

2: La lettera di un “non disertore” inviata a L’Express nel 1958

Le scrivo da Parigi dove sono in licenza prima di partire per i djebel. Non ho mai fatto politica, voglio dire che non ho mai aderito a nessun partito. Ma leggo… il suo giornale mi ha insegnato molte cose: i campi di concentramento, la tortura… In passato ho sconfessato i disertori, gli insubordinati, e quelli che oggi vengono giudicati a Parigi per aver aiutato i ribelli.
Queste sconfessioni le ho formulate quando credevo di essere d’accordo con certe posizioni. E poi, ho riflettuto, riflettuto…
Forse ucciderò un algerino con una pallottola pacificatrice, forse morirò di una pallottola ribelle. Supponiamo che le due cose avvengano. (È probabile, no?) I giornali scriveranno: “Un ribelle ucciso. Un soldato francese assassinato”. Nel caso del ribelle, non si troverà nulla da ridire. Forse, per me, si scriverà “che sono morto sul Campo dell’Onore”. Dell’Onore! Se muoio, perché? Se lui muore, l’algerino al quale mirerò, perché? Non abbiamo ragione tutt’e due. L’onore non può essere da entrambe le parti. Uno solo di noi morirà “per una giusta causa”.
Ecco la mia riflessione, ed ecco la mia risposta: la ragione, l’onore e la giusta causa sono dalla “sua” parte. Senza dubbio. Lei si aspetta che dica, ora: “Di conseguenza, non partirò”. Si partirò, malgrado tutto. Perché sono un vigliacco. Sì, sono un vigliacco!
Ho paura di andare in prigione per molto tempo, di rompere i rapporti con la mia famiglia, con i miei amici. Ho paura dello scandalo. Tutte queste cose sono certe. La mia morte non è certa. Ah, se migliaia e migliaia di giovani rifiutassero questa guerra! Ma, solo…! Certo, ho sentito parlare di disertori e d’insubordinati, ma dove sono? Come conoscerli? E allora, ecco, parto. Ma perché? Perché? Giacché l’Algeria sarà indipendente…

3. Il disertore di Vian/Calabrese/Fossati