Poesie per la quarantena / 4

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Non sono mai stato un gran giardiniere. L’anno scorso con M. abbiamo comprato questo geranio, che ha attraversato più o meno incolume questo mite inverno senza ricevere nessuna cura, abbandonato nel nostro giardinetto che è poco più di un sottoscala. La pioggia è stata poca, e l’acqua data dall’uomo anche di meno. Eppure stamattina ho visto sbocciare questo piccolo fiore, del colore che a M. era tanto piaciuto.

L’attaccamento alla vita di tutti gli esseri viventi, fiori o uomini (e un po’ anche quella di esseri semiviventi come i virus, per certi versi) è sempre affascinante. E commovente nella sua apparente insensatezza. E nella sua meraviglia, se per esempio un venerdì 13 di un anno bisesto e funesto, nel mezzo dell’imperversare di un’epidemia, un bambino decide di venire al mondo e cominciare a lottare. Ma anche nella sua crudeltà e nel suo cinismo di tante volte: mors tua vita mea, per questa volta non è toccato a me, ancora no, ancora no. Sempre di vita si tratta, lotta stupore fatica paura, costruzione e distruzione.

E quanto siamo attaccati alla vita oggi, noi piccoli esseri umani, in quella che tanti stanno paragonando a una guerra. E dunque la poesia di oggi è un grande classico della poesia di guerra, con quella meravigliosa capacità di Ungaretti di parlare di cose enormi e indicibili con la semplicità di un bambino. Si intitola Veglia, e Ungaretti l’ha scritta dentro una trincea durante la Prima Guerra Mondiale.

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Da Giuseppe Ungaretti, L’allegria. La foto, questa volta, è mia.

 

Cronache terrestri – Uno sguardo retrospettivo

Dopo Pinerolo, altri amici mi hanno invitato a condividere qualche riflessione su alcune delle cose che faccio a scuola e dintorni (perché la scuola non è solo un gruppo di ragazzi seduti in fila nei banchi, come ci ha ricordato anche Roberto Contu qualche giorno fa; la scuola, in un certo senso, è sempre).

Questa volta mi hanno chiesto di raccontare cosa è successo con Cronache terrestri, il laboratorio di teatro che con Antonio Mingarelli abbiamo realizzato per quattro anni a Macerata. E’ stata l’occasione per ripercorrere un’avventura umana e professionale imprevista e fuori dall’ordinario, una cosa che probabilmente non mi capiterà più nella vita. Ideare un laboratorio insieme ad un regista di grande professionalità e talento (anche didattico, non solo teatrale), avere la libertà di metterci dentro la propria idea di letteratura e di scuola, trovare una scuola e un gruppo di professori che crede in te e ti affida un gruppo di ragazzi straordinari. Insomma, una gran fortuna, di cui in passato ho già parlato in questo blog.

Con l’occasione ho anche scoperto in rete alcune riprese di questi spettacoli che non conoscevo. Allora, sempre nell’ottica di fare un po’ d’ordine nelle cose che ho fatto, metto qui quello che c’è in giro. Per Fenoglio, si tratta di un bellissimo filmato opera di Giorgio Cingolani e Claudio Gaetani (apprezzato anche da Paolo Taviani, che l’ha scoperto per caso in rete). Per gli altri si tratta di filmati amatoriali, ma comunque di buona qualità. Peccato manchi una registrazione della Liberata, che pure dovrebbe esistere ma che non sono mai riuscito a recuperare.

In calce metto anche, a futura memoria, il link alla presentazione che farò a Catania, con altri materiali video, e ai copioni dei vari spettacoli.

I VIDEO

I COPIONI

Una questione privata

Gerusalemme Liberata

I Malavoglia

La treguaLa tregua

LA PRESENTAZIONE

 

 

A futura memoria

Ci ho fatto un post su Facebook, e quindi molti dei miei contatti virtuali hanno già visto la notizia. Però su Facebook le cose svaniscono, e se ricompaiono dopo anni a deciderlo è l’algoritmo. Qui, invece, le cose restano, a futura memoria.

Questa, per esempio, deve restare: chi ha scritto il contratto del futuro governo italiano, che in queste ore viene votato nella piattaforma Rousseau e a breve lo sarà nei gazebo leghisti, fa fatica a distinguere il significato di due parole piuttosto comuni: “attitudine” e “attinenza”.

La cosa avviene nella parte del contratto dedicata alla scuola. A pensarci bene, non fa una piega: se l’ignoranza del lessico e della sintassi italiane non interferisce con la possibilità di sedere ai tavoli dove si decide il futuro di un paese di 60 milioni di abitanti, perché investire soldi sulla scuola? perché, in particolare, investire soldi sull’insegnamento dell’italiano? Sarebbero soldi buttati. E infatti, non si buttano.

Ecco il passo incriminato:

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Riuscirò a comprare tutte le cose che voglio?

Il Ministero dell’Istruzione, attraverso la sua emanazione INVALSI, sottopone agli alunni di seconda [e.c.: quinta] elementare, sette [e.c.: dieci] anni, una serie di prove di italiano, matematica ecc. Della prova fa parte anche un questioniario, chiamato “Questionario studente”, che vorrebbe testare la situazione socio-economica di ciascun studente, il suo rapporto con la scuola ecc. Anche il suo rapporto con il futuro, pare. Ci sono domande come quella che segue, finalizzata, secondo quando trovo scritto nelle slide di presentazione prodotte dallo stesso INVALSI, a “Valutare le aspettative di realizzazione personale” dell’alunno. Dalle quali si evince molto chiaramente che idea di valutazione, di aspettative, di uomo, di mondo e di futuro abbiano quelli che governano oggi i processi dell’istruzione in Italia. Dieci anni. Dieci anni! Dieci anni!!!

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L’antifascismo dell’emergenza, l’indifferenza della normalità

macinaAntefatto: ho lavorato per alcuni anni all’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Macerata, cercando di portare nelle scuole e nella città i temi della Costituzione e dell’antifascismo. Quest’anno non ci lavoro più, e fin qui niente di male; il male è che non ci lavora nessuno al posto mio: l’Ufficio Scolastico ha deciso che non valeva la pena di investire risorse umane in un presidio di educazione alla cittadinanza attiva (“del resto – avranno pensato – nella tranquilla Macerata, non c’è mica un problema di fascismo e di rigurgiti antidemocratici, diamine! Parliamo di Ma-Ce-Ra-Ta, mica di Predappio!” – il seguito prova che aveva torto (cit.)). Nonostante questo l’Istituto continua a funzionare, col volontariato, e con i pochi soldi di sempre più precarie convenzioni e le tessere dei pochi, troppo pochi iscritti. E soprattutto grazie all’impegno di Paolo, il presidente, che investe su questo progetto tutte le sue energie, la sua intelligenza, la sua capacità organizzativa. Da ultimo, ha organizzato, quasi da solo, un evento, previsto per il prossimo sabato 21 aprile (ore 17, Sala Castiglioni della biblioteca Mozzi-Borgetti), che fa parte della campagna di tesseramento e che prevede una discussione pubblica e aperta – proprio con il microfono aperto al contributo di tutti – sui temi dell’antifascismo. Antifascismo. A Macerata. In questo preciso momento storico. Ebbene: a pochi giorni dall’evento, l’impressione è che la comunità cittadina e provinciale abbia accolto questo momento di riflessione in maniera molto tiepida, come se non ci fosse voglia di dire la propria, come se fossero in tanti a esser tentati di rimuovere una pagina nera della vita dalla nostra comunità. Ecco: da questo contesto nasce il post che segue.

Molti sostengono che il popolo italiano dia il meglio di sé stesso quando è in piena emergenza. Lo abbiamo visto ultimamente con le nostre zone terremotate: appena un anno fa fioccavano donazioni, elargizioni, sottoscrizioni; oggi, con tutti i problemi ancora aperti e la terra che non smette di tremare, sui paesi devastati dal sisma è scesa una coltre di disinteresse e di colpevole silenzio.

Lo stesso sta avvenendo per i fatti di Macerata dei primi di febbraio: mobilitazione immediata, antifascismo urlato e esibito, promesse e impegni di fare di Macerata un laboratorio di antifascismo e antirazzismo permanente.

E invece ora, con i primi tepori e le prime scampagnate primaverili, tutto sembra stia rientrando: è come se la la vita pacioccona della provincia anestetizzasse, senza curarle, le ferite della città.

Anche una iniziativa come l’open mic Qui (non) abita l’antifascismo (previsto per sabato prossimo, ore 17, alla Biblioteca Mozzi-Borgetti), evento che l’Istituto di Macerata da giorni sta divulgando, ha raccolto (per quel che posso capire e per quel che mi dicono le persone che concretamente stanno lavorando per organizzarlo) tiepide e distratte adesioni. Sarebbe interessante capire il perché.

Forse perché la parola “antifascismo” ormai fa paura? ci si vergogna di dirsi antifascisti? si considera l’antifascismo “divisivo” o “controproducente”?

Forse perché si crede (anche fra chi dice di sostenerlo e di considerarlo un presidio fondamentale) che non serva più un Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea a Macerata?

Forse perché si pensa che, se li dimentichiamo più in fretta possibile, poi ci sembrerà che i fatti di febbraio non siano mai accaduti?

Forse perché, banalmente, sono passate le elezioni e nessuno ha più nulla da guadagnare o da perdere da un dibattito sui valori fondanti della nostra democrazia?

Forse in definitiva, abbiamo sbagliato titolo: dovevamo togliere quelle parentesi e dire semplicemente: qui non abita più l’antifascismo.

Eppure, questo open mic è – sarebbe – un’ottima occasione, dopo le reazioni a caldo e la sovraesposizione mediatica, per parlare, riflettere, porsi domande e cercare nuovi approcci ad una realtà politico-sociale complessa e in continuo cambiamento. È – sarebbe – un’occasione di condivisione e costruzione di comunità. È – sarebbe – un modo per ribadire che, se consideriamo il nostro passato e ci sta a cuore il nostro futuro, non possiamo non dirci antifascisti. Questo open mic è. O meglio, sarebbe.

Nel silenzio elettorale

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Mentre me ne sto qui, a guardare questa neve che un po’ si scioglie, un po’ resiste a formare isole e solchi, e crea davanti alle finestre di casa mia uno scenario che pare uscito da un film di Ermanno Olmi, scopro, grazie a Daniele, un amico molto colto, una poesia di Giovanni Giudici che si chiama Versi in una domenica di Pentecoste e di elezioni. Siccome sono un po’ nostalgico, fra le altre cose, di certo cattocomunismo, ne appunto qui qualche verso:

Attesta
la mia parola la disubbidienza
civile, la protesta
del tuo popolo: punto sulla terra
i piedi, alzo la testa
benché mi pesi – ad aspettarti.

Ma lo spazio d’una vita non basta a rivelarti.

Il resto della poesia in La vita in versi (1965).