Una foto

C’è una foto che da qualche giorno mi tormenta, questa:

Il motivo è che vedendola mi sono reso conto di aver completamente rimosso, negli anni, i fatti spaventosi avvenuti quando io ero già un giovane adulto, a poche centinaia di chilometri da casa mia. E mi rendo anche conto di sapere pochissimo di quel che lì è successo. Deve essere così, se quando l’ho vista per caso in un giornale ho pensato lì per lì: “Toh, una foto a colori di Auschwitz!”.

Eppure, per chi è stato internato a Manjaca (che nome inquietante) non deve essere stato tanto diverso da Auschwitz. Essere torturati e uccisi, o soffrire la fame fino a diventare uno scheletro che cammina, non è meno terribile se sei in un posto e in un’epoca in cui ti possono scattare foto a colori. E la quantità non può incidere sulla “qualità” della violenza e della violazione inferta ai singoli.

Perché di Manjaca (ma anche di Srebrenica) non si parla quasi più, se mai se ne è veramente parlato?

Eleonora

Ecco, se devo dire chi mi viene da ricordare in questo otto marzo 2013, dico che mi ricordo di questa donna morta a Napoli nel 1799, appesa ad una forca per i suoi ideali, e forse per la sua ingenuità, che fu quella di tutti coloro che, come lei, provarono a portare al popolo libertà e uguaglianza, e che dal popolo furono invece sbranati, distrutti. Si chiamava Eleonora de Fonseca Pimentel, e fu la direttrice del “Monitore Napoletano”.

Vincenzo Cuoco, che di quella rivoluzione napoletana miseramente fallita fu protagonista e testimone, di lei lasciò scritte queste poche righe:

Pimentel Eleonora Fonseca. “Audet viris concurrere virgo“. Ma essa si spinse nella rivoluzione, come Camilla nella guerra, per solo amor della patria. Giovinetta ancora, questa donna avea meritata l’approvazione di Metastasio per i suoi versi. Ma la poesia formava una piccola parte delle tante cognizioni che l’adornavano. Nell’epoca della repubblica scrisse il Monitore napolitano, da cui spira il piú puro ed il piú ardente amor di patria. Questo foglio le costò la vita, ed essa affrontò la morte con un’indifferenza eguale al suo coraggio. Prima di avviarsi al patibolo, volle bevere il caffè, e le sue parole furono: – “Forsan haec olim meminisse iuvabit“.

Qui di seguito una scena dal film Il resto di niente (2004), tratto dall’omonimo romanzo di Enzo Striano (1986)

E intanto, durante la diretta streaming della presentazione degli eletti M5S…

Roma, 4 marzo 2013, ore 15.18.

– Ah Ste’, ma li senti come parlano? Se stanno a presenta’ come all’Arcolisti anonimi…

…Ho fatto tante esperienze. Oltre a lavorare sul lavoro mi piace molto il settore dei servizi sociali e se c’è bisogno anche la sanità…

– Ah Matte’, che te devo da di’, se l’itagliani so’ stati così fessi da mannalli su, questi so’ pure più fessi de l’italiani medesimi. Quessi io e te, dopo le Frattocchie, i Giovani Democratici, milioni de riunioni e de segreterie, ce li magnamo a scottadito. Ma li senti?

…Mi sono occupato nell’ambito dei rifiuti…

– Ah Ste’, te lo dico io: tempo un mese e tu all’economia, io alla scola… all’istruzione… insomma, come se chiama? a quella robba là. Te lo dico io: è fatta. Ma guarda che tocca da senti’…

…I miei argomenti sono soprattutto riguardo al lavoro, la casa e la famiglia. Direi che… più di così…

– Manco l’italiano, manco. Ah Matte’, ma quanto semo forti, eh? Dimmelo, quanto semo forti.

…Ciao io sono Francesca e voglio migliorare le cose. Ciao mamma…

– “Ciao mamma”?. Ciao? Mamma? Ma so’ dei bimbiminchia, so’. Ma che avemo studiato da politici pe’ fa da balia a sti subnormali? Non ce se crede. Sci, Ste’, semo forti. Ce li magnamo. A scottadito.

#finiràmalissimo

Gli esami non finiscono

Nella scuola italiana succede che, se ti metti a disposizione per fare da tutor ad un tirocinante, per spirito di servizio e curiosità didattica, mettendo in conto lavoro in più senza guadagnarci praticamente nulla se non la speranza di una bella esperienza umana e professionale, be’, ti fanno un esame. Non un esame psichiatrico, che sarebbe anche sensato (uno per prendersi rogne a gratis o quasi deve avere qualche rotella fuori posto), ma proprio un esame: un colloquio strutturato con dirigente scolastico e colleghi esperti.

Oggi mi sono trovato in questa strana situazione, di fronte a colleghi che sono anche amici, con cui vado a vedere film insieme o con cui parlo di politica, di letteratura e di vita. La situazione è stata un po’ buffa, con loro schierati proprio come in un esame di maturità (magari qualche rigidità prossemica si poteva evitare, in effetti), la luce della finestra in faccia come in un interrogatorio, e quella memoria emotiva che ti fa sentire sotto esame di fronte ad una commissione schierata, anche se non ti stai – di fatto – giocando niente.

Però i colleghi sono stati carinissimi, professionali, la cara Enrica prendeva anche appunti sulle mie considerazioni (un po’ improvvisate, a dire il vero), e mi ha fatto sentire anche un po’ importante. E alla fine è stato anche un bel momento, c’era l’aspetto del sentirsi interrogati e giudicati, sì, ma anche quello del sentire un po’ di attenzione sul tuo lavoro.

In fondo, mi sono detto, forse anche il fatto di accettare di essere giudicati, valutati per il proprio lavoro, se si fanno le cose con coscienza da entrambe le parti, non è una cosa così temibile. Magari è solo una questione di abitudine. Chissà…

Spigolature ratzingeriane

Una cosa seria e due tre no a margine della notizia (che definire storica è poco) del giorno.

La cosa seria: sono stato molto colpito dal gesto, oggettivamente tragico, anche perché la particolare condizione di un Papa costringe a prendere una decisione del genere in una perfetta (se guardiamo alla sola dimensione terrena) solitudine. Certo: mi rendo bene conto di quanto per il diretto interessato quella solitudine sia ben altrimenti ricca e piena: ma questo non diminuisce, anzi amplifica forse, la tragica grandezza di un gesto del genere. Colpisce anche la specularità di questa scelta rispetto al modo in cui ha affrontato la fine del suo pontificato il predecessore di Benedetto XVI, Giovanni Paolo II: questo ha mostrato la sua fragilità nella perseveranza, quello nella rinuncia. In ogni modo due approcci alla “fine” che fanno riflettere anche uno come me, così abissalmente lontano da quelle vite, da quelle scelte, da quelle fedi.

Le stupidaggini, invece, riguardano due perplessità sul testo ufficiale latino delle dimissioni:

1) quel riferimento a dimissioni che avverranno a die 28 februarii MMXIII, hora 29: questa hora 29 cos’è? un modo di contare le ore pontificio che a me sfugge? un errore grossolano di trascrizione? un segnale in codice? o magari l’indizio che è tutto uno scherzo: “Mi dimetto, sì, alle ore 29” (“…che non esistono”; come quell’amica mia che diceva: “Lo sposo? Certo, a ottembre“).

2) per quel che ci capisco io (e non è molto, in verità) in “pro Ecclessiae vitae” c’è una e di troppo. Tocca mettere in discussione il dogma dell’infallibilità del papa?

Ne aggiungo una terza: pare che in Vaticano molti, ascoltando le parole del papa, non abbiano capito cosa stava dicendo. Eh, il latino…

[Aggiornamento: dall’audio originale che si può sentire in rete risulta chiaro che B. dice vita e dice hora vigesima. E’ un errore dei trascrittori pontifici. Sono più tranquillo.]

Un anno dopo

Il primo post di tuttequestecose è esattamente di un anno fa, anche se il blog vero e proprio è nato qualche giorno dopo. Fra alti e bassi, momenti in cui l’ho usato molto e lunghi silenzi, comunque è stato una presenza nuova nella mia vita. Qualche considerazione.

1) Ho parlato moltissimo di politica, molto di scuola, un po’ di cinema, troppo poco di letteratura e poesia, quasi niente di me. Forse un riequilibrio non sarebbe male.

2) Volevo fosse uno spazio per riflettere, ma quello della riflessione – oltre ad essere un tempo sempre difficile da trovare negli interstizi della vita quotidiana – è un tempo a volte inconciliabile con la rete. Anche perché il ritmo del blog – una scelta volutamente retrò, la mia – ormai è inevitabilmente influenzato da quello frenetico dei social network. E anche la qualità dei post, nel tempo, credo ne abbia risentito. Semplicemente: prima di scrivere ora ci penso meno. Non va bene.

3) Il rischio di un blog personale è quello dell’autoreferenzialità, o meglio dell’autorappresentazione (attività fondamentalmente narcisistica, quando non supportata da consapevolezza e qualità artistica). L’alternativa è usare il blog come un blocco di appunti (era un po’ lo spirito iniziale, ma ho dei ripensamenti) o come strumento di confronto con gli altri (cosa un po’ più difficile: commentare nei blog, ad esempio, pare passato di moda: si ciatta, si tuitta, si linca, si mettono i laic…).

4) E’ stata comunque un’esperienza interessante, occasione per fissare l’attenzione su delle cose, per scoprirne delle altre, per esercitare un po’ la scrittura, per definire anche a me stesso degli orizzonti d’interesse, e anche per conoscere persone e idee. Credo che andrò avanti anche il prossimo anno.

Intanto, auguri ai passanti.

La “pista”

Dicembre; in tutte le case di campagna marchigiane di una volta (e in alcune di quelle odierne, come la mia) questo è il tempo della “pista”: l’uccisione e la lavorazione del maiale. Con la “pista” (il nome credo venga dal processo di pestaggio, compressione, della carne negli insaccati, ma chiedo aiuto ai lettori esperti di dialetto marchigiano), dal maiale si tiravano fuori, grazie alla sapienza e all’impegno degli uomini di una volta, le prelibatezze che tutti conosciamo: dal prosciutto al ciauscolo, dalla coppa al lonzino…

Ora ne abbiamo un altro di porcello, anzi di “porcellum”, da lavorarci per bene, per cercare di tirarne fuori qualcosa di meglio, di più digeribile, di quel che è adesso.

Lavoriamocelo, dunque, questo “porcellum”, visto che non c’è nessuno a Roma in grado di modificarlo e trasformarlo: cominciamo con una cosa piccola, per esempio aderendo alla petizione on line per chiedere al centrosinistra di fare le #primarieparlamentari (basta cliccare su questo link, poi puoi diffondere la cosa sui social network, o via mail, se ti va): è un modo per scegliere direttamente, come sarebbe giusto, chi ci rappresenterà, invece di accontentarci dei nomi (di solito difficili da digerire, molto più del salame più speziato, molto più del guanciale più grasso…) che ci propinano dall’alto.

Quindi votate! dissezionatelo voi dal basso quel porco “porcellum”! prendetevi la libertà di fargliela voi, la festa, a quei porcellini che si aggirano grufolanti in Parlamento!

Buone #primarieparlamentari a tutti.

Aggiornamenti.

#1 Le primarie per i parlamentari il PD le farà, e anche è per me una notizia grandiosa. Qualcuno, però, è talmente critico che fa pensare che lui avrebbe preferito le liste bloccate. Mah.

#2 Mio padre, che è l’esperto della situazione, mi fa cortesemente notare che nella foto c’è il momento dell’ammazzamento del porco, che tecnicamente con la “pista” non c’entra niente. Mi scuso.

#3 si attende ancora il supporto linguistico del Giallo.

May and June

Prima stavo leggendo un articolo su Internazionale che parlava dei recenti referendum che hanno introdotto i matrimoni gay in alcuni stati degli USA. Sulla pagina campeggiava una foto molto americana, ma anche molto bella. Questa:

Per un attimo ho provato a immaginare la storia di queste due persone. Non so perché ma mi è venuto da dar loro anche dei nomi che non so nemmeno se esistono (May e June), e mi sono chiesto quali storie, quali amori e quali dolori ci possano essere dietro quelle espressioni stanche e felici, dietro quelle dita intrecciate. Provate a farlo anche voi. E, alla luce della storia che sarete in grado di immaginare, ditemi cosa ne pensereste di una famiglia formata da May e June.

Postilla. La cronaca di questi giorni dice che questo post è tragicamente sul pezzo…

La giornata di uno scioperante

Ciao a tutti, mi chiamo Gab e faccio l’insegnante. Di lettere. In un liceo. Vivo con una persona che fa il mio stesso lavoro. Oggi io e l’altra persona abbiamo scioperato, e questo inciderà sul nostro bilancio mensile per (credo) circa 150 euro. Volevo raccontarvi la nostra giornata.

Il pomeriggio l’abbiamo impegnato andando ad una manifestazione sindacale: era, a dire il vero, in un luogo un po’ tristanzuolo, una piazzetta presso un incrocio in una zona industriale; e noi siamo anche arrivati tardi perché avevo letto male la mail e pensavo che il presidio cominciasse un’ora dopo. Ma è stato comunque bello sentire le voci delle altre categorie di lavoratori (era uno sciopero generale, non solo e non principalmente degli insegnanti, e anzi si trattava di uno sciopero europeo, una novità che qualcuno ha salutato con molto favore): ti rendi conto, ascoltando operai e precari, pensionati e studenti, che i problemi sono tanti, cominci a relativizzare i tuoi e soprattutto capisci che nessuno si salva da solo. Il resto del pomeriggio l’abbiamo passato discutendo con altri due colleghi di scuola, del nostro lavoro, di sindacati e di politica.

Ma quel che mi premeva di più, anche se l’ho lasciato alla fine, era raccontarvi come ho passato la mattinata: io e la persona con cui vivo abbiamo passato la mattinata a correggere dei compiti in classe, perché non capita spesso di avere mezza giornata libera per farlo e magari correggerli oggi ci permetterà di avere un po’ più tempo libero nel week-end. Io, che ne avevo solo una decina, ho anche finito presto e mi sono rimesso a leggere un libro che potrebbe servirmi per un certo percorso che ho in mente di fare in quinta… Così è arrivata l’ora di pranzo.

Tutto questo nel giorno in cui abbiamo scioperato, perdendo il nostro stipendio giornaliero. Perché scioperare per noi significa non andare un giorno a scuola a fare lezione; resta però tutto il resto, che dobbiamo fare comunque, ma, non essendo riconosciuto come lavoro, non essendo in nessun modo quantificato e pagato, è anche escluso da ogni forma di sciopero.

Strano mestiere, quello dell’insegnante. E strano sciopero.