Per vedere di nascosto l’effetto che fa

– Guarda, potremmo proporre una legge sulla reintroduzione della schiavitù nei latifondi del Meridione. Dopo un mesetto di propaganda leghista e qualche notiziola di cronaca fatta trapelare ad arte, avremmo dalla nostra un bel pezzo di opinione pubblica e…

– Maddài, ti pare? Siamo nell’Italia del 2021, mica nel Congo Belga. In Europa ti ridono dietro. Ti ricordi cosa è successo quella volta con… com’è che si chiamava, quel tizio che andava sempre in giro col girocollo blu? Ecco, Marchionne, sì, giusto.  Ecco: solo perché voleva introdurre regole di lavoro un po’ meno arcaiche nelle sue fabbriche ci ha messo anni a far passare la sua linea… Ora la schiavitù mi pare francamente un’idea troppo, come dire, moderna. Se non altro in anticipo sui tempi. Non trovi?

– Be’, ma che hai capito: mica dico di introdurla ora, detto-fatto! Noi intanto la buttiamo lì, facciamo una proposta di legge, diciamo che la congiuntura è quella che è, la concorrenza dei narcos messicani e delle mafie thailandesi è sempre più agguerrita, ce lo chiede l’Europa… Cose così, insomma, basta parlare con un po’ di stampa amica e tempo due mesi vedrai che la schiavitù diventerà oggetto di dibattito, se ne parlerà come di una dello opzioni sul tappeto. Qualche comico ci farà le battute, i talk show organizzeranno speciali. Se ne parlerà, se ne valuteranno i pro e i contro, non sarà più un tabù insomma. Ti ricordi il “Protocollo 24ore”?

– Ventiquattrore? No. C’entra il nostro giornale, forse?

– No, che c’entra il Sole? Il piano che abbiamo usato nel ’12 per risolvere il problema della scuola pubblica.

– Ah già! Quando abbiamo buttato lì l’idea di aumentare di un terzo a parità di stipendio l’orario di lezione degli insegnanti della scuola pubblica: un bell’azzardo, quella volta.

– Però, devi convenire, ha funzionato. Nel giro di un paio d’anni abbiamo risolto tutto, e ora abbiamo un sacco di personale libero per i lavori socialmente utili… Il colpo di genio è stato buttar lì l’idea come fosse la cosa più normale del mondo e, quando ormai se ne parlava come di una cosa quasi fatta, toglierla dal piatto (lì il segreto), dire che non è il caso, che s’è scherzato: se l’avessimo fatta subito ‘sti professori avrebbero fatto le vittime, gli scioperi, il piagnisteo, le catene… sai che palle! Invece così, quando abbiamo ritirato (per qualche mese) la legge, son passati loro per privilegiati e tutti a dargli contro: ti ricordi? “quaranta ore come gli operai, dovete lavorare!”, diceva la gente. E lasciare tutto com’è è sembrato ai più quasi come se gli avessimo fatto lo sconto. Roba da pazzi, bellissimo!

– E sì, è stata proprio una bella operazione. Ci hanno anche scritto dei saggi. Poi la tua idea di dire, lo stesso giorno, che non c’era una lira per pagare gli esodati (quelli sì, poveretti, eran messi male!) è stata la ciliegina sulla torta. Mi ricordo ancora i titoli dei giornali del giorno dopo: “Salvo l’orario dei prof. Mancano i fondi per gli esodati”. Non c’è che dire, proprio un bel protocollo. Quindi dicevi…

– Dicevo di mettere (così, provvisoriamente…) nella Legge di Stabilità un articolo che reintroduce la schiavitù nelle regioni del Sud…

Viva o morta? Viva! (la cultura umanistica)

Qualche giorno fa pubblicavo un post che si riduceva, in pratica, a due link: il primo ad un articolo meditabondo e sconsolato di Marco Lodoli sulla impermeabilità dei giovani alla cultura umanistica (o sulla incapacità degli adulti di trasmetterla, che è la stessa cosa), l’altro ad una risposta,  programmaticamente polemica verso Lodoli, scritta sul suo blog da Mariangela Vaglio, che orgogliosamente rivendicava la vitalità della cultura umanistica sulla base della sua concreta esperienza di insegnante di scuola media. Li avevo buttati lì, come un appunto, perché mi sembravano sintomatici di due modi molto diversi di riflettere sul ruolo dell’insegnante, e forse anche di due modi molto diversi di fare questo mestiere.

C’è un modo spiccio di leggere questi due articoli, secondo il quale quello di Lodoli  sarebbe lo sfogo di un professore di 56 anni che non ha più voglia di fare la giornaliera fatica di mediare fra la sua cultura, quella che lo ha nutrito, entusiasmato e reso uomo [lui, per di più, non è un insegnante qualsiasi, ma un intellettuale e scrittore famoso, e questo sicuramente peggiora le cose], e la “cultura” (lui non la chiamerebbe così) degli adolescenti che si trova davanti e che gli sembrano alieni [lui, per di più, se non sbaglio, insegna in un professionale della periferia romana, e questo probabilmente peggiora le cose].  La risposta di Vaglio porta invece la voce di una prof ancora giovane e piena di entusiasmo, che ha fatto la giornalista, tiene dei briosi blog di scuola e società ed è appassionata di nuove tecnologie, e quindi ha buon gioco a dire: “Tu, Lodoli, e quelli come te, siete invisibili per i vostri studenti solo perché non sapete coinvolgerli, non sapete, chiusi come siete nel vostro mondo, capire il loro linguaggio, né far capire il vostro; lasciate spazio a noi, che sappiamo cosa fare! Guarda per esempio, Lodoli, cosa riesco a fare io!” (e forse fra le righe Vaglio vuole anche dire: “invece purtroppo la scuola è piena di gente della vostra generazione: noi quarantenni siamo spesso relegati ai margini, e per i trentenni non se ne parla nemmeno di entrare in un’aula; e come fa una scuola così vecchia a parlare agli adolescenti di oggi?”).

Questo è il modo spiccio, dicevo: ci sarà qualcosa di vero, ma non dice nulla di particolarmente interessante. Altra cosa è cercare di capire da dove parta il ragionamento di Lodoli, e dove arrivi.

A parer mio Lodoli, qui come in tanti altri articoli simili che negli anni ha scritto, fa emergere una sorta di contraddizione, di crisi – umana prima ancora che intellettuale. Lo si capisce bene partendo dalla fine dell’articolo:

Dobbiamo invece assolutamente capire dove [i nostri ragazzi] stanno andando, perché ci salutano senza nemmeno voltarsi, perché non si fidano più della nostra cultura. Oggi loro sentono che la vita è altrove e la memoria non basta a reggere l’urto con le onde fragorose del mondo che sarà, che è già qui: serve energia, e quella non la trovi più nei cataloghi e nei musei.

E’ la constatazione, sacrosanta, della necessità di provare a capire “i nostri ragazzi” (espressione peraltro un po’ paternalistica), e del fatto che è in atto una rottura generazionale. Anche questa non è una novità, l’hanno già descritta in molti, con toni più o meno apocalittici, più o meno integrati; a me per esempio piace come ha cercato di descriverla e capirla Alessandro Baricco nel suo I barbari. Saggio sulla mutazione, lettura che consiglio a tutti. Lodoli però, al di là delle buone intenzioni del finale, è in realtà tremendamente nostalgico di quella cultura che i “barbari” rifiutano: quello è il suo mondo, ha probabilmente deciso di fare lo scrittore e il professore per provare a trasmettere quell’amato mondo a quanta più gente possibile (me lo vedo che gli si accende una luce interiore e dice “questa luce voglio accenderla in qualcun altro”: è capitato anche a me); quindi ci ha provato con passione, buona fede, e sicura competenza. Però niente, quella luce nei “suoi ragazzi” non si accende più: colpa dei ragazzi? colpa sua? colpa della “cultura umanistica” o di questo “reo tempo”?. No, di nessuno: è solo che non è così che funziona: la passione e la competenza non danno garanzie, la luce si accende nei modi più imprevedibili e imprevisti, e bisogna mettere in conto che lo scacco è molto più frequente della vittoria. Fa parte del gioco, e probabilmente va bene così.

C’è un’altra cosa che non va nel ragionamento di Lodoli, c’è un errore di prospettiva.  Lui confronta l’esperienza e la cultura dei suoi alunni con quella sua privata, del giovane Marco Lodoli di quarant’anni fa, un Marco Lodoli che -sarà un caso? – sarebbe diventato insegnante e scrittore. Dico io: grazie che sentiva i russi come fratelli maggiori! Anch’io conosco degli studenti che fanno la stessa cosa; sono pochi, certo, ma non credo che siano tanti di meno di quanti ce ne fossero al tempo del Marco Lodoli quindicenne che leggeva Tolstoj ascoltando Bach o Debussy. Sono pochi e fanno di solito il liceo classico, e alcuni di loro faranno da grandi gli scrittori o i professori, e forse si lamenteranno dei giovani del 2052 che non amano le stesse cose che hanno amato loro, non hanno la stessa loro sensibilità ecc. Tutta colpa del 2052, reo tempo! Magari sbaglio: magari quarant’anni fa tutti passavano il tempo a leggere Delitto e castigo invece di correre dietro alle ragazze o a studiare il modo di come procurarsi un motorino, ma per i miei tempi (i fantastici anni Ottanta) posso garantire che non era già più così: persino quelli come me, che poi sarebbero finiti a fare i professori di lettere, non necessariamente passavano il tempo a scrivere madrigali ascoltando musica dodecafonica (cose così, al massimo, cominci a farle all’università, un posto ideale per perdere il contatto col mondo, e anche per renderti un po’ ridicolo). Per cui diamoci una regolata: i cultori dell’arte, dell’umanesimo, sono sempre stati una sparuta minoranza, e forse è giusto che sia così. Certo: in alcuni momenti della storia quella sparuta minoranza ha cambiato il mondo, ma l’ultima volta che è successo è stato qualche secolo fa: non è il caso di stracciarci le vesti oggi, perché da questo punto di vista il 2012 non credo sia tanto peggio del 1972; o del 2052.

Quindi? Quindi niente: i giovani di oggi sono diversi dai giovani di ieri, come i giovani di ieri erano diversi, quando avevano vent’anni, dai ventenni dell’altroieri. Embè? E l’arte, come la cultura umanistica, non è morta, è solo tremendamente minoritaria in una civiltà che guarda altrove; ma resiste, come ha sempre resistito da quando è nata: cambiando forma ma restando fedele alle domande essenziali (che poi – si sa – sono sempre le stesse: quelle senza risposta). E noi, senza restare prigionieri dei nostri fantasmi e con un po’ di curiosità per il presente, nel presente e nel futuro dobbiamo cercare di traghettare l’essenziale. Poi, qualcuno disposto a prendere il testimone ci sarà, con ogni probabilità. Come ci siamo stati noi quando è stato il nostro turno.

***

Mi permetto di trascrivere qui, perché mi è molto piaciuto, il commento di F.S. al post da cui questo prende spunto, nella speranza che qui abbia un po’ più di visibilità, come merita:

Le ultime riflessioni con cui di Lodoli conclude il suo pezzo mi commuovono.
I nostri giovani vanno incontro ad un futuro che a noi pare difficile e oscuro e ci preoccupiamo per loro. Offriamo allora con insistenza le nostre ricette, i nostri modelli, ma a loro non bastano, ne sono anzi saturi prima ancora di conoscerli. I nostri giovani e il loro futuro sono scaturiti soprattutto da ciò che siamo e siamo stati noi adulti, come famiglie e come società. Essi sono i nostri figli e il mondo etico, sociale, politico, economico, ambientale, in cui da adulti si muoveranno, è l’ eredità che lasciamo loro. Detto questo, confesso che è con struggimento e rabbia che a volte considero i loro tentativi di stare in questo mondo.
La cultura umanista va insegnata ai ragazzi, ma, se essi la rifiutano, noi insegnanti dobbiamo riprovarci. Dobbiamo essere credibili. Se quello che insegniamo è importante dobbiamo farlo credere loro, dobbiamo mostralo. Dobbiamo trovare il modo. E’ una sfida per noi. Dobbiamo cercare nuovi metodi, investire tempo a cercarli e metterci in gioco. La storia va conosciuta, la letteratura va incontrata, esse debbono essere insegnate perché arricchiscono e aiutano a vivere, perché sono belle. Ma esse sono una delle tante cose belle della vita. E non debbono assolutamente diventare un pretesto per incolpare i nostri giovani, per disprezzarli. Essi hanno prima di tutto bisogno di fiducia e energia per “reggere l’urto delle onde fragorose del mondo che sarà, che è già qui”. Dobbiamo cercare di evitare di riempire il loro futuro con le nostre pesantezze. E come dice Gaber:

Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all’amore il resto è niente.

Come muore un medico

Ho letto su Internazionale un articolo che mi ha dato molto da pensare. Purtroppo non l’ho trovato in rete tradotto in italiano, pertanto lo trascrivo nella sua versione originale (presa da qui). Parla del fatto che moltissimi medici, quando arriva la loro ora, fanno scelte sul fine vita molto diverse da quelle che di solito riservano ai malati terminali che hanno in cura. A futura memoria, e se intanto qualche passante volesse esercitarsi con l’inglese…

Years ago, Charlie, a highly respected orthopaedist and a mentor of mine, found a lump in his stomach. He asked a surgeon to explore the area, and the diagnosis was pancreatic cancer. This surgeon was one of the best in the country. He had even invented a new procedure for this exact cancer that could triple a patient’s five-year-survival odds – from five per cent to 15% – albeit with a poor quality of life. Charlie was uninterested. He went home the next day, closed his practice, and never set foot in a hospital again. He focused on spending time with his family and feeling as good as possible. Several months later, he died at home. He received no chemotherapy, radiation, or surgical treatment. Medicare didn’t spend much on him.

It’s not a frequent topic of discussion, but doctors die, too. And they don’t die like the rest of us. What’s unusual about them is not how much treatment they get compared to most Americans, but how little. For all the time they spend fending off the deaths of others, they tend to be fairly serene when faced with death themselves. They know exactly what is going to happen, they know the choices, and they generally have access to any sort of medical care they could want. But they go gently.

Of course, doctors don’t want to die; they want to live. But they know enough about modern medicine to know its limits. And they know enough about death to know what all people fear most: dying in pain, and dying alone. They’ve talked about this with their families. They want to be sure, when the time comes, that no heroic measures will happen – that they will never experience, during their last moments on earth, someone breaking their ribs in an attempt to resuscitate them with CPR (that’s what happens if CPR is done right).

Almost all medical professionals have seen what we call “futile care” being performed on people. That’s when doctors bring the cutting edge of technology to bear on a grievously ill person near the end of life. The patient will be cut open, perforated with tubes, hooked up to machines, and assaulted with drugs. All of this occurs in the intensive care unit at a cost of tens of thousands of dollars a day. What it buys is misery we would not inflict on a terrorist. I cannot count the number of times fellow physicians have told me, in words that vary only slightly: “Promise me that if you find me like this you’ll kill me.” They mean it. Some medical personnel wear medallions stamped “NO CODE” to tell physicians not to perform CPR on them. I have even seen it as a tattoo.

To administer medical care that makes people suffer is anguishing. Physicians are trained to gather information without revealing any of their own feelings, but in private, among fellow doctors, they’ll vent. “How can anyone do that to their family members?” they’ll ask. I suspect it’s one reason physicians have higher rates of alcohol abuse and depression than professionals in most other fields. I know it’s one reason I stopped participating in hospital care for the last 10 years of my practice.

How has it come to this – that doctors administer so much care that they wouldn’t want for themselves? The simple, or not-so-simple, answer is this: patients, doctors, and the system.

To see how patients play a role, imagine a scenario in which someone has lost consciousness and been admitted to hospital. As is so often the case, no one has made a plan for this situation, and shocked and scared family members find themselves caught up in a maze of choices. They’re overwhelmed. When doctors ask if they want “everything” done, they answer yes. Then the nightmare begins. Sometimes, a family really means “do everything,” but often they just mean “do everything that’s reasonable”. For their part, doctors told to do “everything” will do it, whether it is reasonable or not.

That scenario is a common one. Feeding into the problem are unrealistic expectations of what doctors can accomplish. Many people think of CPR as a reliable lifesaver when, in fact, the results are usually poor. I’ve had hundreds of people brought to me after getting CPR. Exactly one, a healthy man who’d had no heart troubles (for those who want specifics, he had a “tension pneumothorax“), walked out of the hospital. If a patient suffers from severe illness, old age, or a terminal disease, the odds of a good outcome from CPR are infinitesimal, while the odds of suffering are overwhelming. But, of course, doctors play an enabling role here, too. The trouble is that even doctors who hate to administer futile care must find a way to address the wishes of patients and families. Imagine, once again, the A&E ward with those grieving, possibly hysterical, family members. They do not know the doctor. Establishing trust and confidence under such circumstances is a very delicate thing. People are prepared to think the doctor is acting out of base motives, trying to save time, or money, or effort, especially if the doctor is advising against further treatment.

Some doctors are stronger communicators than others, and some doctors are more adamant, but the pressures they all face are similar. When I faced circumstances involving end-of-life choices, I adopted the approach of laying out only the options that I thought were reasonable (as I would in any situation) as early in the process as possible. When patients or families brought up unreasonable choices, I would discuss the issue in layman’s terms that portrayed the downsides clearly. If patients or families still insisted on treatments I considered pointless or harmful, I would offer to transfer their care to another doctor or hospital.

Should I have been more forceful at times? I know that some of those transfers still haunt me. One of the patients of whom I was most fond was a lawyer from a famous political family. She had severe diabetes and terrible circulation, and, at one point, she developed a painful sore on her foot. Knowing the hazards of hospitals, I did everything I could to keep her from resorting to surgery. Still, she sought out outside experts with whom I had no relationship. Not knowing as much about her as I did, they decided to perform bypass surgery on her chronically clogged blood vessels in both legs. This didn’t restore her circulation, and the surgical wounds wouldn’t heal. Her feet became gangrenous, and she endured bilateral leg amputations. Two weeks later, in the famous medical centre in which all this had occurred, she died.

It’s easy to find fault with both doctors and patients in such stories, but in many ways all the parties are victims of a larger system that encourages excessive treatment. Many doctors are fearful of litigation and do whatever they’re asked to avoid getting in trouble. Even when the right preparations have been made, the system can still swallow people up. One of my patients was a man named Jack, a 78-year-old who had been ill for years and undergone about 15 major surgical procedures. He explained to me that he never, under any circumstances, wanted to be placed on life support machines again. One Saturday, however, Jack suffered a massive stroke and was admitted to A&E unconscious, without his wife. Doctors did everything possible to resuscitate him and put him on life support. This was Jack’s worst nightmare. When I arrived at the hospital and took over Jack’s care, I spoke to his wife and to hospital staff, bringing in my office notes with his care preferences. Then I turned off the life support machines and sat with him. He died two hours later.

Even with all his wishes documented, Jack hadn’t died as he’d hoped. The system had intervened. One of the nurses, I later found out, even reported my unplugging of Jack to the authorities as a possible homicide. Nothing came of it, of course; Jack’s wishes had been spelled out explicitly, and he’d left the paperwork to prove it. But the prospect of a police investigation is terrifying for any physician. I could far more easily have left Jack on life support against his stated wishes, prolonging his life, and his suffering, a few more weeks. I would even have made a little more money, and Medicare would have ended up with an additional $500,000 (£314,500) bill. It’s no wonder many doctors err on the side of over-treatment.

But doctors still don’t over-treat themselves. Almost anyone can find a way to die in peace at home, and pain can be managed better than ever. Hospice care, which focuses on providing terminally ill patients with comfort and dignity rather than on futile cures, provides most people with much better final days. Amazingly, studies have found that people placed in hospice care often live longer than people with the same disease who are seeking active cures.

Several years ago, my older cousin Torch (born at home by the light of a flashlight) had a seizure that turned out to be the result of lung cancer that had gone to his brain. I arranged for him to see various specialists, and we learned that with aggressive treatment of his condition, including three to five hospital visits a week for chemotherapy, he would live perhaps four months. Ultimately, Torch decided against any treatment and simply took pills for brain swelling. He moved in with me.

We spent the next eight months having fun together like we hadn’t had in decades. We went to Disneyland, his first time. We’d hang out at home. Torch was a sport nut, and he was very happy to watch sport and eat my cooking. He even gained a bit of weight, eating his favourite foods rather than hospital food. He had no serious pain, and he remained high-spirited. One day, he didn’t wake up. He spent the next three days in a coma-like sleep and then died. The cost of his medical care for those eight months, for the one drug he was taking, was about $20.

Torch was no doctor, but he knew he wanted a life of quality, not just quantity. Don’t most of us? If there is a state-of-the-art of end-of-life care, it is this: death with dignity. As for me, my physician has my choices. There will be no heroics, and I will go gentle into that good night.

• Ken Murray, MD, is a former clinical assistant professor of family medicine at USC. Taken from an article originally published at Zócalo Public Square.

Mio fratello e la crisi

Ho due fratelli, uno di loro si chiama Francesco. Francesco ha deciso, quest’anno, di fermarsi. O, almeno, rallentare: lavorare poco, stare in silenzio e ragionare/sperimentare cose che stanno intorno alla parola essenziale. Spiega le sue ragioni benissimo qui e qui, e non perdo tempo a ripeterle, che le cose da dire son tante. Ci tengo solo a informare chi non conosce Francesco che non è né un “bamboccione” né uno “sfigato”, e, se dobbiamo usare una delle espressioni inventate per descrivere la sventurata generazione dei trentenni di oggi, lui rientrerebbe piuttosto in quella dei “cervelli in fuga”: laureatosi fra ingegneria e architettura, fra Ancona e Parigi, ha studiato l’approccio surrealista al paesaggio e ha disegnato,  in uno studio sotto il Beaubourg, passerelle, ponti, vele di vetro e centri commerciali cinesi (tra il surrealismo e gli ipermercati cinesi – mi dico – un nesso ci deve essere, non so quale ma ci deve essere), poi ha inseguito altri progetti urbani ed umani a Madrid. Ora si ferma, un po’. Punta all’essenziale.

Dietro questa scelta ci sono mille motivazioni e davanti e intorno mille spunti, riflessioni e interrogativi; c’è, in fondo, una vita intera. Ma non è di questo che posso parlare, perché sarebbe troppo complicato e comunque sarebbe impudico farlo qui. Del resto gli aspetti esistenziali sono interessantissimi, ma non solo gli unici: ci sono quelli sociali, politici, economici: quelli legati – diciamo così – non alla vita ma allo stile di vita. Questa scelta comunque c’è, e interroga. A fronte di tanti che parlano, discutono, teorizzano, prospettano e disegnano scenari, Francesco questa cosa l’ha fatta, e l’ha fatta senza avere le spalle coperte, in un momento in cui il problema dei più è semmai trovarlo il lavoro, non lasciarlo.

Certo, è una scelta che non tutti possono fare: chi non mette insieme il pranzo con la cena, chi non ha un curriculum così ricco e flessibile che un lavoro lo trova quando vuole, chi ha sulle spalle le vite degli altri non può permettersi questo tipo di opzioni. Ma proprio questo aspetto rende il caso di mio fratello interessante: è emblematico di una società ricca, con molte opportunità e molte scelte davanti, ma allo stesso tempo in crisi, insoddisfatta, cosciente – al di là delle frottole che ci raccontiamo – che c’è qualcosa di sbagliato in questo continuo produrre pubblicizzare vendere comprare consumare buttare e poi di nuovo produrre e così via. Quindi, in sostanza, userò Francesco come una metafora, e spero che mi perdonerà, perché è la metafora di una strada (almeno secondo me) giusta.

C’è forse un problema che più di tanti altri complica e impoverisce le vite di tanti di noi: è il problema del troppo. Abbiamo troppe cose, “tutte queste cose” appunto: troppo cibo e troppi vestiti, troppe cose da fare, belle e brutte: troppi film che ancora non abbiamo visto e troppi nei che non abbiamo fatto controllare, troppi viaggi programmati e troppe bollette da pagare. Troppa informazione, troppi siti da visitare, troppi spunti da inseguire e troppi argomenti interessanti su cui fermarsi almeno un momento a pensare, magari soltanto per scriverci un breve post che se non altro mi permetterà di ritrovare quel pensiero, un giorno. Ma intanto fuori c’è un tramonto bellissimo davanti al quale potrei fermarmi. Ma, accidenti!, devo preparare la cena.

Ho letto un bell’articolo su Internazionale, poco tempo fa, era stato scritto da un giornalista tedesco per Die Zeit e si intitolava, modestamente, La fine del capitalismo. Era accompagnato dalle foto delle opere di Liu Bolin, un cinese che dipinge i suoi abiti e il suo corpo per “scomparire” nello sfondo: nel caso specifico scompariva davanti agli scaffali di un supermercato pieno di roba.  L’articolo parlava dei debiti, sostanzialmente, e del fatto che la gente non compra più tanta roba perché ne ha troppa. Non perché non se la può permettere: la Germania, infatti, è ancora abbastanza ricca, ma proprio perché non sa che farsene e dove metterla.

Quando gli economisti si riferiscono alle persone, usano spesso il termine “consumatori”, perché è questo il ruolo dei cittadini nella catena economica. Invece del verbo “consumare” si potrebbe usare anche il termine “comprare”. Un tempo avevano lo stesso significato. Si leggevano libri appena comprati, si indossavano magliette nuove, ci si divertiva con un nuovo giocattolo. Ma per fare tutto questo ci vuole tempo. Se il tedesco medio usa almeno una volta nella vita le diecimila cose che ha comprato, non resta molto tempo per comprarne di nuove. Quindi il consumo, fattore essenziale del capitalismo, può frenare la macchina. Per continuare a far crescere l’economia, infatti, bisogna comprare senza sosta. A questo punto sorge un altro problema: come convincere le persone a comprare senza consumare, accumulando libri dimenticati sulle mensole, vestiti nell’armadio, giocattoli nelle camere da letto dei bambini, con il solo scopo di impacchettarli e abbandonarli al più presto per comprarne di nuovi. Con la pubblicità si possono convincere le persone, ma è un processo difficile e costoso, e a volte non funziona. Così la macchina del capitalismo finisce per rallentare e bloccarsi.

L’articolo continua parlando di Keynes, che nel 1930 profetizzava che i suoi nipoti (noi) sarebbero stati ricchi otto volte i loro nonni (è successo) e con questo il capitalismo, esaurito il suo ruolo, si sarebbe lentamente spento (non è successo). E si conclude con una serie di domande:

La società si può organizzare in modo da accontentarsi di conservare [e magari distribuire con più equità, ndGG] il benessere invece di aumentarlo? Cosa bisogna fare perché sia la felicità delle persone a crescere e non il fatturato delle imprese? E’ possibile dare alla natura un valore superiore a quello dei diecimila oggetti? Insomma, esiste un’alternativa al capitalismo?

Due settimana dopo, sempre su Internazionale, sempre da Die Zeit, sempre con un geniale apparato iconografico, esce un secondo articolo, Avere o usare, che – non la faccio ancor più lunga, propone già alcune risposte. Chi è interessato può trovarlo qui.

Cosa voglio dire, alla fine? Che c’è bisogno di gente che si fermi, che scenda dal treno e dedichi tempo e energia a pensare modi alternativi di produzione, di consumo, di convivenza. E che c’è bisogno soprattutto di gente che li sperimenti, dal basso e in rete. E che bisogna dare una mano a chi lo fa, condividendo pensieri e scelte, perché il momento è stimolante, e molti i futuri possibili. Ci sono probabilmente un sacco di cose belle e utili che dal passato e dal presente possiamo portare in questi futuri: ma non ci sarà molto posto, e la cosa più importante sarà selezionarle bene.

Buona ricerca, F.

ART

 

Tre amici a Parigi. Serge, Marc, Yvan. Serge è un dermatologo di successo, reduce da un matrimonio finito male. Marc è un ingegnere sarcastico e collerico, sicuro di sé e del suo rapporto con Paula. Yvan è un commesso di cartoleria nevrotico e fragile, che sta per sposarsi con Catherine, molto più giovane di lui, e anche per questo è divorato da ansie, paure, insicurezze. Serge da un po’ di tempo ha scoperto l’arte contemporanea e ha comprato per una cifra esagerata un quadro completamente bianco che mostra entusiasta ai due suoi amici Marc e Yvan, in cerca di approvazione. Marc, ancorato ad un’idea saldamente tradizionalista dell’arte, bolla la tela come “una merda bianca”. Yvan, che più che all’arte tiene alla sua amicizia con Serge e Marc, cerca più che altro di mediare fra i due. La situazione però precipita: il conflitto fra Serge e Marc si rivela essere il precipitato di un rapporto squilibrato, basato sulla dinamica mentore-allievo: per Marc l’adorazione di Serge verso di lui era la prova della sua superiorità intellettuale, e ora che ha perso il suo ruolo di maestro e guida si sente tradito, inutile; Serge a sua volta cerca nel collezionismo d’arte la sua autonomia, la sua indipendenza da Marc, e il suo posto nel mondo della ricca borghesia parigina. Yvan, penosamente incerto, capisce che sta perdendo il suo ruolo in questo strano mènage a trois e teme, più in generale, la fine di questo legame d’amicizia. E’ disperato. Si aggiungono le tensioni legate ai rapporti dei tre con l’altro sesso, in un tutti contro tutti per cui Marc e Serge deprecano l’imminente matrimonio di Yvan, Serge dichiara di disprezzare Paula, la donna di Marc, e a sua volta prende atto che i due amici lo considerano un fallito per via del suo divorzio. Quello che sto descrivendo è l’intreccio di Art, una commedia in cui si ride tantissimo: non si direbbe, eh?

Il meccanismo della pièce è molto simile a quello di un’altra famosa opera di Yasmina Reza, Le Dieu du carnage, che conosco nella versione cinematografica di Roman Polanski. Anche lì un episodio apparentemente banale, innocuo, scatena una selvaggia e inesorabile resa dei conti che va al di là e al di fuori delle regole della convivenza civile, delle convenzioni borghesi. Ma se nel carnage il conflitto fra due coppie di estranei risulta drammaticamente insanabile, in Art il tutto si risolve in commedia, con i tre amici che nonostante il conflitto, o forse proprio grazie ad esso, si ritrovano di nuovo vicini, con più consapevolezza.

Yvan, Marc e Serge non hanno un’età precisa: nell’allestimento che ho visto io Yvan è uno strepitoso Alessandro Haber (65 anni), Marc un bravo Gigio Alberti (56) e Serge un Alessio Boni (46: “Cioè, Alessio Boni ha quarantasei anni? cioè, ha sei anni più di me e ne dimostra venti di meno? Cioè.”) bello e efficace, ma che come al solito non mi ha convinto fino in fondo (ma è un problema mio: credo abbia a che fare con il fatto che Boni è troppo bello). I tre sono – da copione – amici da 15 anni, Serge ha un figlio ed è divorziato, Yvan si sta per sposare. Probabilmente Haber e Alberti sono un po’ vecchi per la parte, ma insomma: diciamo che i tre personaggi possono avere fra i quaranta e i cinquanta. Non suonerà strano, dunque, che io abbia trovato molto interessante, e vicina alla mia esperienza di neo-quarantenne, la descrizione delle dinamiche di questa amicizia intellettuale fra uomini adulti.

Solidarietà, competizione, desiderio di stupire e di convincere, ribellione e assimilazione, maestri e discepoli, sacralizzazione dello “stare insieme” a prescindere da tutto, mediazioni nobili e mediazioni vigliacche, volontà di affermazione di sé e insicurezza, esaltazione, nostalgia, stanchezza. Ammirazione, invidia, rancore. Rabbia e amore. Variamente composti e amalgamati in un complesso variabile e misterioso, sono questi gli elementi che fanno nascere e morire le amicizie in ogni tempo e in ogni luogo, anche le mie. In fondo a tutta questa complessità, forse, c’è una doppia natura dell’amicizia, che da un lato è il luogo X in cui ci confrontiamo con gli altri per cercare di definire chi siamo, per “trovare noi stessi”, dall’altro è la strada Y, raramente percorsa, dell’apertura vera all’altro, curiosa e disinteressata. E verrebbe da chiedersi: forse partire dal luogo X per incamminarsi sulla strada Y è il segreto delle rare amicizie vere e durature? Chissà.

Yvan, in uno dei tanti momenti esilaranti di Art, legge un biglietto contenente un’affermazione apparentemente delirante con cui il suo psicoanalista ha commentato la sua relazione con Marc e Serge:

Se io sono io perché sono io, e tu sei tu perché sei tu, allora io sono io e tu sei tu. Ma se io sono io perché tu sei tu, e tu sei tu perché io sono io, allora io non sono io e tu non sei tu.

Com’è ovvio, non c’è niente di delirante. Anzi.

***

ART, di Yasmina Reza, regia di Giampiero Solari, con Alessandro Haber, Gigio Alberti, Alessio Boni. Visto (con molta soddisfazione) il 28 gennaio 2012 al Teatro Persiani di Recanati.

a parte a parte

Né pure i casi che narrerò del mio spirito, credo già che sieno né debbano parere straordinari: ma pure con tutto questo mi persuado che agli uomini non debba essere discara né forse anche inutile questa mia storia, non essendo né senza piacere né senza frutto l’intendere a parte a parte, descritte dal principio alla fine per ordine, con accuratezza e fedeltà, le intime vicende di un qualsivoglia animo umano.

Giacomo Leopardi, Storia di un’anima scritta da Giulio Rivalta

Il significato dell’esistenza

Quando hai lasciato agli altri i destini del mondo  a te resta tutto il bello della vita (C.F. 1926-2012)

In un lungo necrologio Nello Ajello, immagino con una certa cognizione di causa, ricorda Carlo Fruttero come un uomo ha sempre schivato con una coerente “scelta antiretorica e antifilosofica” di porsi “le domande ultime”, uno che ha vissuto la vita con un misto di cinismo, ironia e disincanto e ha affrontato la morte come “un laico nel senso più pieno del termine”. Mi sono detto: ora io non so di preciso cosa significhi essere laico, né conosco abbastanza Fruttero da poter dire se è vero che non si sia mai posto “le domande ultime”; so solo che imparare a non porsele sembrerebbe un esercizio al di fuori della mia portata.

Oggi, poi, che ho letto in classe il finale del Dialogo di Tristano e di un amico, e mi sono ancora una volta stupito della lucidità con cui guardava alla morte uno che le domande ultime se le era poste tutte, e si era dato anche le sue risposte.

E di più vi dico francamente, ch’io non mi sottometto alla mia infelicità, né piego il capo al destino, o vengo seco a patti, come fanno gli altri uomini; e ardisco desiderare la morte, e desiderarla sopra ogni cosa, con tanto ardore e con tanta sincerità, con quanta credo fermamente che non sia desiderata al mondo se non da pochissimi. Né vi parlerei così se non fossi ben certo che, giunta l’ora, il fatto non ismentirà le mie parole; perché quantunque io non vegga ancora alcun esito alla mia vita, pure ho un sentimento dentro, che quasi mi fa sicuro che l’ora ch’io dico non sia lontana.

Poi, nella stessa pagina, leggo (in un articolo di Antonio Gnoli che non trovo in rete, qui un estratto) alcune frasi di un Fruttero vecchissimo, già orfano di Lucentini: “La vecchiaia è un aggiustamento continuo con cacciavite e chiave inglese. Tiri avanti. Anche la morte di Franco l’ho dovuta mandar giù e adesso quando scrivo, quando penso è come se mi sdoppiassi. Cerco sempre di vedere con il suo occhio quello che faccio”. E ancora: “(la morte) Non mi fa paura, ho un po’ d’ansia per il fatto che al momento possa soffrire e dopo non so. Con Franco discutevamo della morte. Lui diceva: guarda Carlo non se ne può parlare in senso proprio. Va considerata come un viaggio. Ecco stiamo a vedere come sarà questo viaggio. La morte è inverosimile. Perché quello che succede dopo non è raccontabile. E allora, fino a quando non senti bussare i primi colpi non ci credi, non ti sembra possibile”. Ecco: laico e pieno di pietas, non certo estraneo alle domande ultime, alle quali nessun uomo può veramente sentirsi estraneo.

Canto notturno di un’assassina errante nell’Asia

Se fosse stato possibile, Aomame si sarebbe rivolta direttamente alla luna, interrogandola. “In seguito a quali circostanze ti si è affiancata una piccola assistente di colore verde?” Ma, era ovvio, non sarebbe stata degnata di alcuna risposta.
La luna guardava la terra da vicino da più tempo di chiunque altro. Probabilmente era stata testimone di tutti i fenomeni accaduti e di tutte le azioni compiute quaggiù. Ma manteneva il silenzio con precisione e distacco. Lassù non c’era aria né vento; il vuoto era adatto a conservare intatti i ricordi. Nessuno era mai riuscito a sciogliere il cuore della luna. Aomame alzò il bicchiere verso di lei.
– Di recente hai dormito tra le braccia di qualcuno?
La luna non rispose.
– Hai amici? – chiese.
Nessuna risposta.
– Non ti senti stanca, a volte, della tua vita così fredda?
Anche questa volta, nessuna risposta.

Murakami Haruki, 1Q84, Torino, Einaudi, 2011, p. 266.