Per la serie “quando la realtà supera la fantasia” ovvero “notizie che sembrano prese da Lercio.it e invece”.
La realtà, dicevo:
E la fantasia:
Se non ricordo male, nel film, dopo l’episodio del tuffo, il protagonista entra in crisi esistenziale e lascia perdere con la musica. E non era nemmeno quello che si era lanciato, ma solo il chitarrista del gruppo. Chissà Morgan.
(da una segnalazione di R.C. via facebook, che ringrazio)
(prima che qualche solerte passante, e ce ne sono, me lo faccia notare, segnalo l’ur-dive di School of Rock – peraltro ancora più efficace di quello del frontman di Mastandrea…; anche qui, comunque, non è farina del mio sacco…)
Ormai da Tempo il cinema di Tarantino ha chiuso il cerchio: da postmoderno-citazionista a classico-citato.
Nell’attuale stallo alla messicana della politica italiana (non lo scopro certo io che questa è la metafora migliore per descrivere la situazione) possiamo dunque chiederci se possa esistere un mister Winston Wolf che venga a risolvere i nostri problemi. Mi verrebbe da essere pessimista: ricordiamo tutti, infatti, che mister Wolf arriva quando il morto c’è già stato, e la vittima se n’è andata nella maniera più plateale e assurda. Ma non era, quello, un caso di stallo alla messicana, come quello in cui ci troviamo noi. In tal caso, a mister Wolf, probabilmente, non rimarrebbe che prendere atto della carneficina e ripulire il luogo del delitto.
Aggiungo una cosa, però: lo stallo alla messicana finisce inevitabilmente in un bagno di sangue perché i protagonisti, da bravi cow-boys, continuano a ragionare come se si trovassero a fare i conti con un normale duello. E’ un fatto di pigrizia mentale: se, di fronte a due pistole puntate contro di te, ti comporti come se ce ne fosse una sola, ci rimani secco. E’ inevitabile.
Il punto è capire se c’è un modo per pensare diversamente, quando ti sei messo in un pasticcio di questo tipo. “Non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo”; pare che l’abbia detto un vecchio grillino di nome Albert Einstein. Il punto è capire se il tempo per cambiare tipo di pensiero sia definitivamente scaduto. E probabilmente la risposta è sì.
Un quarto di secolo fa Krzysztof Kieślowski provò, con risultati straordinari, a raccontare in forma di apologo morale le leggi fondanti del cristianesimo. Le storie erano storie quotidiane, ambientate nella Polonia che stava vivendo la lenta fine del comunismo. Si chiamava Decalogo, ed è da tanto tempo che non lo rivedo. Dovrei farlo.
Mi è venuto in mente, Decalogo, vedendo una serie tv abbastanza recente che si chiama Black Mirror. E’ uscita da poco la seconda serie, ma io ho visto solo la prima , quella uscita un paio di anni fa. Anche Black Mirror è concepita come una serie di episodi indipendenti, almeno apparentemente, ognuno dei quali prova a sviluppare un quesito morale, utilizzando come spunto non i fondamenti della religione cristiana, ma i nodi problematici della religione del nostro tempo: l’information tecnology.
Nel primo episodio (il più riuscito, il più inquietante) il primo ministro inglese è vittima di un ricatto: è stata rapita una giovane e amatissima principessa, per il suo rilascio il rapitore pretende che il primo ministro si sottoponga ad una degradante umiliazione (eufemismo) in diretta tv; poi la vicenda procede, e le scelte si prendono, sulla base dei sondaggi d’opinione.
Nel secondo (forse il più scontato, figlio di una lunga tradizione distopica che va da Huxley a The Truman show, almeno) la gente per vivere pedala su delle cyclettes che producono l’energia necessaria a tenere in piedi la realtà virtuale nella quale tutti sono racchiusi, in un circolo vizioso di insensatezza senza scampo. L’unica speranza è riuscire a entrare nel mondo scintillante dei talent show, che alla fine altro non è che una forma superiore, ma non meno alienante, di irrealtà. E il sistema è così raffinato da essere in grado di inglobare anche ogni forma di potenziale dissenso.
Nel terzo episodio (quello filosoficamente più complesso) il tema è la memoria. Che succede se agli uomini viene applicato un chip che permette di archiviare come in un hard disk ogni ricordo vissuto, così da poterlo rivedere ogni momento, nei propri occhi o su uno schermo televisivo? Non ci vuole molto ad immaginare l’incubo che ciò comporterebbe nel nostro rapporto col passato e con gli altri. Ci troveremmo nella situazione, davvero poco invidiabile, di un noto eroe borgesiano: Funes, el memorioso. (L’episodio mi ha ricordato anche questo film, che mi era molto piaciuto a suo tempo).
Ora, Aldo Grasso ha visto in questa serie una critica moralistica dei media, una denuncia del fatto che i media fanno male, rovinano la vita e i rapporti eccetera. Non so, Aldo Grasso è certo più esperto di me, ma a me non pare che le cose stiano così: credo che alla fin della fiera le tecnologie son poco più che un espediente narrativo, in realtà la riflessione è piuttosto sull’uomo e sulla società (lo dice anche il giallo, chequiparla già della seconda serie). Se una critica si può fare, semmai, riguarda qualche didascalismo di troppo, o un linguaggio visivo non sempre originale. Ma ricordiamo che stiamo parlando di una serie tv: e magari in Italia si producesse qualcosa di anche minimamente paragonabile per qualità a questo “specchio nero”.
Ecco, se devo dire chi mi viene da ricordare in questo otto marzo 2013, dico che mi ricordo di questa donna morta a Napoli nel 1799, appesa ad una forca per i suoi ideali, e forse per la sua ingenuità, che fu quella di tutti coloro che, come lei, provarono a portare al popolo libertà e uguaglianza, e che dal popolo furono invece sbranati, distrutti. Si chiamava Eleonora de Fonseca Pimentel, e fu la direttrice del “Monitore Napoletano”.
Vincenzo Cuoco, che di quella rivoluzione napoletana miseramente fallita fu protagonista e testimone, di lei lasciò scritte queste poche righe:
Pimentel Eleonora Fonseca. “Audet viris concurrere virgo“. Ma essa si spinse nella rivoluzione, come Camilla nella guerra, per solo amor della patria. Giovinetta ancora, questa donna avea meritata l’approvazione di Metastasio per i suoi versi. Ma la poesia formava una piccola parte delle tante cognizioni che l’adornavano. Nell’epoca della repubblica scrisse il Monitore napolitano, da cui spira il piú puro ed il piú ardente amor di patria. Questo foglio le costò la vita, ed essa affrontò la morte con un’indifferenza eguale al suo coraggio. Prima di avviarsi al patibolo, volle bevere il caffè, e le sue parole furono: – “Forsan haec olim meminisse iuvabit“.
Qui di seguito una scena dal film Il resto di niente (2004), tratto dall’omonimo romanzo di Enzo Striano (1986)
Ho sempre osservato con crescente stupore il crescente successo di un mediocre attore comico come Rocco Papaleo (e non sono l’unico a pensarla così). A dire proprio tutta la verità, non me ne sono mai fatto una ragione. Forse perché non ho visto Basilicata coast to coast, che passa per essere il suo capolavoro artistico insieme al bluesBasilicata on my mind.
Poi ho visto, per sbaglio come per sbaglio capitata di vedere tante cose su facebook, questo spezzone di un film intitolato Nessuno mi può giudicare (off topic: quanto sono pigri i titolisti di film italiani?), che sono contento di essermi perso. E, con Papaleo, credo di aver proprio chiuso i conti.
(e non parliamo della mediocrità della parodia in sé, che non si capisce nemmeno bene dove voglia andare a parare… probabilmente perché non lo sa nemmeno il regista, dove andare a parare: un po’ fare il finto empatico col parodiato, un po’ prendersela con la sinistra radical-chic, un po’, forse, strizzare l’occhio agli istinti razzisti dell’italiano medio che si merita, probabilmente, film che abbiano – sempre – titoli rubati a vecchie canzoni)
Che poi questa sera, quando ormai era ora passata di andare a letto, vedendo la televisione mi è tornato in mente un pezzo di Paolo Nori che volevo segnalare qui già qualche tempo fa, perché ne avevo parlato con T. una mattina passeggiando sul lungomare di PPP, e poi quella mattina eravamo andati nella bella libreria “Safarà” di Chiara, e con un buono che avevo ho anche preso un romanzo di Nori, appunto. E questo pezzo alla fine è una delle cose a cui ho pensato di più nelle ultime settimane, quindi eccolo.
Le cose però dipende anche da come le dici. Se per esempio Paolo Nori dice “quasi la stessa cosa” in questo modo qui non mi piace più. Va bene prendersela con la retorica, però senza esagerare in distacco e cinismo.
Oltre le colline, di Cristian Mungiu. Con Cosmina Stratan, Cristina Flutur. Romania 2012, 155′.
(spoiler alert: come al solito non mancano elementi di anticipazione della trama: datevi una regolata)
Il recensore di Le monde (ma io lo leggo sul numero 973 di Internazionale) di questo film dice:
Vedendolo, nonostante la bellezza delle immagini, può sembrare di annoiarsi. Ma il film passa attraverso la pelle e non vi lascerà per molto tempo dopo averlo visto. Ha una forza evocatrice insinuante, un modo obliquo di mostrarci qualcosa che non avremmo saputo o voluto vedere.
Non so quale considerazione goda presso di voi, di solito, il recensore di Le monde; in ogni caso fidatevi, almeno questa volta. Vedendo questo film capita esattamente questo: mentre lo guardi ci sono momenti in cui senti perfettamente ogni spuntone scomodo della poltrona, e hai tempo di constatare come il Tiffany, sì, ha effettivamente vissuto momenti migliori, e sembra quasi impossibile che ci sia stato un tempo in cui non ci fosse, come una radiazione cosmica di fondo, questo insinuante afrore di polvere e umanità stantia… Insomma, il film ti lascia effettivamente il tempo di distrarti, di divagare, perché è così che è costruito: i primi minuti (l’abbraccio alla stazione, il pianto liberatorio) emotivamente travolgenti, poi la lentissima costruzione del dramma morale (potrebbe averlo scritto Dostoevskij), e per concludere il finale in crescendo. Alla fine rimani tu, con una storia dura, dei personaggi complessi e un sacco di domande da portare a casa.
La storia (vera) è piuttosto semplice: Alina e Voichita sono due ragazze che si ritrovano dopo essersi conosciute e amate all’orfanotrofio: ora Alina, che ha lavorato in Germania, raggiunge Voichita nel monastero ortodosso dove si è ritirata con undici consorelle e un severo monaco-padre. Ma l’amore umano e l’amore divino non possono convivere: Alina sente Voichita sempre più distante, e mostra segni di squilibrio. Voichita è divisa fra la scelta religiosa e l’affetto per la fragile amica. Alina diventa ben presto un insostenibileelemento di disturbo nella rigida quotidiana regola del mondo chiuso del monastero.
Il “padre” e le altre suore, in perfetta buona fede, applicandocon Alina le sacre regole del loro mondo, cercano di affrontare il problema, con umanissime incertezze e religioso rigore al tempo stesso: ultima ratio, si decide di ricorrere ad un esorcismo, con atroci conseguenze di torture e sevizie. L’aspetto forse più interessante del film è proprio questo: il dispiegarsi della progressiva disumanizzazione del rapporto fra Alina, Voichita e i religiosi del monastero, che senza rendersene conto diventano – pensando di fare del bene – i “volenterosi carnefici” di Dio. Alla fine, messi di fronte alle loro responsabilità non proveranno, se non molto timidamente, a difendersi, a giustificarsi, mostrando una fragilità per certi aspetti commovente. E ci chiediamo se lo sguardo duro, con cui Voichita (nella scena più bella del film) giudica il “padre” e le “sorelle”, possa essere anche il nostro. O se quello sguardo non debba essere rivolto prima di tutto a ciascuno di noi, alla nostra debolezza umana che non può reggere all’assoluto, quando l’assoluto si fa sistema di potere.
In una delle prime scene del film Voichita fa vedere ad Alina dei dipinti abbozzati sulle tavole che coprono il pozzo del convento, e spiega: “sono delle prove per gli affreschi della chiesa, ma poi sono finiti i soldi e l’artista se n’è andato: ci è rimasto solo questo abbozzo”. La scena inquadra i volti delle due protagoniste che guardano il dipinto, ma il dipinto resta fuori campo e Mungiu non ce lo farà vedere mai. Mungiu è un regista fatto così, e questa scena è una dichiarazione di poetica: io ti faccio vedere dei personaggi, ti racconto una storia, ma tu spettatore devi immaginarti tutto il resto, perché molto spesso le cose veramente importanti stanno fuori dall’inquadratura. Buona visione!
Ieri sera ho visto Io e te di Bernardo Berrtolucci. Oggi ho letto Io e te di Niccolò Ammaniti. Mi sono piaciuti entrambi, ma forse il libro di più: Ammaniti è semplice e asciutto, Bertolucci sempre un po’ barocco anche quando i suoi personaggi si muovono in una cantina. E poi la differenza generazionale fra i regista e scrittore si sente.
E poi, io odiavo le fini. Nelle fini le cose si devono sempre, nel bene e nel male, mettere a posto. A me piaceva raccontare di scontri tra alieni e terrestri senza una ragione, di viaggi spaziali alla ricerca del nulla. E mi piacevano gli animali selvatici che vivevano senza un perché, senza sapere di morire. Mi faceva impazzire, quando vedevo un film, che papà e mamma stessero sempre a discutere della fine, come se la storia fosse tutta lì e il resto non contasse nulla. E allora, nella vita vera, anche lì, solo la fine è importante? La vita di nonna Laura non contava nulla e solo la sua morte in quella brutta clinica era importante?
(attenzione, qui sotto vi racconto praticamente tutta la trama di E’ stato il figlio)
In un Meridione d’Italia grottesco e metafisico vive la famiglia Ciraulo, che si barcamena raccattando rottami in un cimitero di navi reclinate e arrugginite. Intorno i simboli di una miserevole decadenza: lo Zen di Palermo e le ciminiere di Taranto sembrano ritrovarsi insieme in una foresta di simboli. Sulla piazza del quartiere, dominata dalla Morte Nera e dove l’Innocenza Bambina viene emarginata, esclusa, una mafia sbadata uccide la figlia più amata di Nicola, a cui rimane solo l’altro figlio, Tancredi: inconcludente, sognatore; in fondo inutile. Per la morte della piccola lo Stato riconosce un indennizzo alla famiglia, ma è una snervante trafila di orrendi avvocati e burocrazia viscida e sfuggente: quando arrivano i duecento milioni molti se ne sono già andati in debiti e usura. Il resto, Nicola lo spende, inopinatamente, per la macchina, per la Mercedes, per far vedere a tutti che non è più un poveraccio, e per dare al suo amore un nuovo e più rassicurante oggetto. Ma Tancredi, in una triste notte brava col cugino mafioso di quartiere, fa un graffio alla Mercedes. Da quel graffio la storia prende velocità: il padre si scaglia con violenza animale sul figlio, la madre chiama in aiuto il cugino mafioso che spara allo zio: Nicola muore nell’incredulità sua e di tutti. Interviene la nonna, figura finora marginale, che decide il da farsi: la colpa non ricadrà sull’uccisore, l’unico che con le sue attività criminali può garantire la sopravvivenza di tutti, ma sull’inetto Tancredi, che si farà il carcere al posto del cugino, e tornerà poi, dopo anni, nella casa vuota che fu della sua famiglia, pieno di ricordi e di storie che solo i sordomuti stanno ad ascoltare. Sulla piazza è rimasta solo una chiazza rossa di sangue, contemplata dall’Innocenza Bambina, muta ed impotente.
Al centro di tutto quella Macchina, la ricchezza ostentata delle anime straccione e miserabili. La scena di quella sera con i mucchi di banconote sul tavolo e ogni membro della famiglia a proiettarvi i suoi sogni di consumatore acerbo e sbandato.
Io, lo confesso, conosco fin troppo bene questa fame di riscatto del povero, del mentecatto che arriva a potersi permettere un simbolo di lusso, magari in mezzo al niente del resto della sua vita, e su quel lusso proietta un riscatto sociale in realtà effimero e, in definitiva, avvilente. E’ quel fenomeno che ha corrotto la civiltà contadina da cui provengo, e che la spirale consumistica degli anni Sessanta-Ottanta (e oltre) ha finito di distruggere, a poco a poco (cfr. Pasolini). Vengo da una famiglia che andava al mare con la Cinquecento e l’ombrellone arrugginito, negli anni Ottanta, e quando lo Stato ha indennizzato le nostre vite perdute con un po’ di soldi a debito (per fortuna non ci sono voluti dei morti, ma forse anche quella bambina morta del film va letta come un simbolo) abbiamo proiettato emozioni, sogni e fantasie sulle cose, perdendo un sacco di tempo e di energie che potevamo meglio usare per curare gli affetti e le persone. Questa sbornia poi, almeno per me, in larga parte è passata, ma restano le macerie, e il tarlo di aver regalato al Dio delle Cose una parte troppo grande di noi.
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