Due film e la Shoah (più bonus)

Nell’ultima settimana ho visto due film che, direttamente o indirettamente, parlavano della Shoah: quest’anno (come ormai è consuetudine) nei dintorni del Giorno della Memoria ne sono usciti almeno quattro o cinque sul tema, e non ci stupiamo più, è diventato un sottogenere, con la sua nicchia di spettatori, le sue dinamiche, il suo mercato.

Se questa nostra epoca avrà un’epica, è molto probabile che sarà quella – senza eroi ma con moltissime vittime – che si fonda sul Paradigma Lager, per citare (forse in maniera un po’ inappropriata) il fortunato titolo di un libro troppo poco conosciuto; e una delle forme espressive privilegiate di narrazione di questa epopea è e sarà certamente il cinema (si veda, in proposito, almeno Il cinema e la Shoah di Claudio Gaetani). Sarà probabilmente – e mi verrebbe da dire purtroppo – un’epopea pop, succube per larga parte delle regole del mercato, ma questo è. Questo è il mondo che abbiamo.

lr-son-of-saul002I due film che ho visto sono molto diversi fra loro. Il primo è il celebratissimo Il figlio di Saul, che ha vinto l’Oscar come miglior film straniero, e che è in effetti un film molto ben fatto, difficile e coraggioso. Racconta la storia di un membro del Sonderkommando (e già questo…) che crede di riconoscere in un ragazzino ucciso nelle camere a gas suo figlio (un ragazzino che, tra l’altro, non muore col gas – caso raro ma attestato anche ne I sommersi e i salvati – e viene soppresso successivamente dai medici nazisti), e a tutti i costi – letteralmente – vuole dargli una sepoltura degna. La forza del film sta nelle calibratissime scelte estetiche (in primis quella di stare con la telecamera appiccicata al volto o alle spalle del protagonista, indagando il mistero di come un uomo possa fare quel disumano lavoro in quella disumana fabbrica, lasciando ai contorni e allo sfondo l’orrore descrittivo degli umani uccisi, dei corpi soppressi trascinati e distrutti), che si esprimono al meglio nella prima mezz’ora di film. La storia, invece, con tutti i suoi sottotesti simbolici (il costo della testimonianza, la distruzione dell’innocenza, tutto il discorso su Padri e Figli e chissà quante altre cose che non ho capito), invece di sostenere il film, lo appesantisce e alla fine lo depote
nzia.

In definitiva, nella forza del film sta anche la sua possibile debolezza: è un film fin troppo ben fatto, fin troppo consapevole, fin troppo ricco e fin troppo riuscito. E’, insomma, nell’evoluzione di quel particolare genere epico di cui sopra, un esempio di manierismo, con tutto quel che ne consegue nel bene e nel male.

L’altro film è quanto di più diverso si possa immaginare: Una volta nella vita (ancora una volta una brutta traduzione di un titolo originale molto più bello: Les héritiers) infatti non racconta il lager, ma la sua memoria nella scuola di oggi. E’ la vicenda – ispirata ad una storia vera, ma trattata come una sorta di favola problemat5-lesheritiers-guyferrandisica ed edificante – di una sgangheratissima classe multietnica di un liceo della periferia di Parigi che trova la sua dimensione e la sua identità partecipando – guidata da una prof minuta, autorevole e molto umana – ad un concorso nazionale sui temi della Resistenza e della Deportazione.

Il film, per quanto didascalico e prevedibile, a me è piaciuto: offre molti spunti di riflessione (in primo luogo su quanto il Paradigma Lager abbia da dire sui problemi della convivenza nelle nostre città multietniche), è girato con un linguaggio semplice e realistico, recitato bene sia dai ragazzi che dall’attrice che interpreta la prof. Un film sulla scuola e sulla memoria che sarebbe giusto far vedere nelle scuole (anche se c’è il dubbio che possa piacere più agli insegnanti che ai ragazzi).

***

Poi sono anche andato a vedere il famoso Jeeg, di cui tutti mi avevano parlato bene, anzi benissimo. In effetti è un un bel film, originale e coraggioso, che sicuramente rappresenta un’ottima notizia per il cinema italiano. A me, fra le varie cose, è piaciuta particolarmente l’ambientazione borgatara e il personaggio, svalvolatissimo ma così tenero ed empatico, di Alessia.

Spotlight

Dovevamo andare a vedere Jeeg Robot con gli amici, ma poi un piccoletto si è ammalato e tutta la faccenda è saltata. Quindi si è pensato a Room ma poi magari ci incupiva tutto il weekend e non ce la siamo sentita. Allora andiamo a vedere Spotlight (scusate se non lo cito con il titolo italiano, ma a me pare sbagliato, e comunque brutto): non proprio una prima scelta insomma.

spotlight-filmIl film però è bello, bello, bello. Per un sacco di motivi e ne dirò soltanto alcuni in ordine sparso. E’ bello perché racconta una storia di soprusi terribili (narra, si sa, di preti pedofili – tanti preti pedofili –  nella Boston fra fine XX e inizio XXI secolo), ma senza mai una scena ad effetto, con scelte controllatissime di regia: l’orrore solo raccontato, con poche lacrime, da personaggi non necessariamente simpatici.

Il fatto però è che, in realtà, non è un film sui preti pedofili, questo, ma soprattutto un film sul lavoro: la storia di un gruppo di quattro giornalisti che fa bene il suo mestiere, ci crede, si prende il tempo che serve, lavora veramente di squadra (col capo che fa il capo ma quando serve si spulcia come tutti gli annuari della diocesi, il lavoro più umile e palloso), non scende a nessun compromesso, e ti fa davvero sentire quanto può essere sensato e gratificante lavorare ad una cosa importante, con persone di cui ti puoi fidare ciecamente, in un ambiente che ti sostiene e crede in te anche quando fai le scelte più difficili (E dici: “Wow”. Sì: “Wow, l’avessi visto a vent’anni questo film mi avrebbe cambiato la vita. Mi avrebbe convinto a fare il giornalista d’inchiesta.” Poi però ti fermi un attimo e pensi che forse, in Italia, te l’avrebbe rovinata, la vita, questo film, ecco).

E poi è bello anche per un altro motivo: descrive benissimo i meccanismi (sociali, psicologici, giuridici) senza essere troppo didascalico. Un esempio: come fa emergere la responsabilità collettiva di tutta la perbenista Boston per quello che è successo: l’omertà, le pressioni, le connivenze, i profitti…

E poi va detto, per finire, che è recitato benissimo, soprattutto da quattro attori: Michael Keaton, screen20shot202015-11-2120at202-32-0420pmMark Ruffalo, Rachel McAdams, Liev Schreiber. A me ha colpito soprattutto quest’ultimo, che ha una parte apparentemente minore ma decisiva, recitata sottotono e intensissima, quella del nuovo direttore del Globe, che viene da fuori, è ebreo, non ha famiglia, parla pochissimo, sta al lavoro fino a tardi, anche la domenica, e quando è in procinto di pubblicare un’inchiesta di portata storica, su cui il suo staff lavorava da anni, lui sta lì a spulciare quali aggettivi inutili si possono togliere. Il vero motore di tutto il film, questo direttore, l’outsider necessario perché – in un contesto socialmente e culturalmente chiuso – possa avvenire una rivoluzione.

E se questa non vi basta, e avete molto altro tempo da passare a leggere impressioni su questo film, c’è anche Leonardo (che da 15 anni scrive, scrive tanto, scrive sempre di più, ma questo è un altro discorso…).

Update 9/3/2016 – Segnalo una recensione di segno opposto alla mia, che giudica negativamente il film proprio perché parte dall’idea che sia solo e soltanto un film sui preti pedofi

 

Senza risposte

C’era un tempo in cui non capivo proprio niente, e quando avevo a che fare con roba a vario titolo legata alla cultura ci cercavo le risposte. Poi per fortuna ho capito che le risposte stanno a pagina 46 della settimana enigmistica e che nei libri e nei film al massimo potevo cercare buone domande. Però le risposte continuavo a cercarle, forse un po’ più appropriatamente, nei giornali, nei buoni giornali. Ora nemmeno quello. Sempre più mi accorgo che l’unica cosa che mi interessa sono le storie delle persone, e più di queste persone vengono messe in luce le incertezze, i dubbi di fronte ad una scelta, più mi pare che queste storie abbiano per me un senso.

Per questo qualche sera sera fa mi è piaciuto vedere l’ambiguo melodramma di François Ozon; per questo la settimana scorsa mi sono sentito di scrivere un post di elogio per un’intervista problematica e per niente banale ad una donna che aveva deciso di aiutare due gay ad avere dei figli (erano i giorni di Dolce e Gabbana, fra l’altro…); per questo sono rimasto molto colpito per un articolo letto su Internazionale che racconta la vicenda di Willie Parker, l’unico medico che – in un contesto fortemente ostile – pratica l’aborto nello stato del Mississippi. Parker è un medico nato da una madre sola e povera, ultimo di cinque figli, diventato medico solo grazie alla sua bravura e alle borse di studio, cresciuto in un contesto fortemente religioso e che da giovane è stato un ginecologo antiabortista, finché un suo collega e amico che praticava aborti non è stato ucciso di un fondamentalista cristiano, in chiesa, con un colpo di pistola alla testa. Da quel momento quest’uomo ha messo radicalmente in discussione i suoi convincimenti, e dopo molte complicate riflessioni ha deciso di dare una mano ad abortire alle donne del Mississippi, quasi tutte nere come lui, che senza di lui non avrebbero grandi alternative alla trementina, all’acido sturalavandini o al buttarsi dalle scale. L’articolo racconta benissimo non solo i rischi che Parker corre (e il contesto terribile della bible belt, un scenario al quale rischiamo di avvicinarci anche noi…), ma anche i dubbi, i momenti tragici, il dolore e la fatica. Ma – soprattutto – i dubbi. E non dà risposte.

L’articolo di Claas Relotius che racconta la storia di Willie Parker, originariamente apparso su Der Spiegel, si legge in italiano nel numero 1095 di Internazionale. In rete può essere al momento reperito in questa rassegna stampa: vale la pena di leggerlo fino all’ultima riga.

PS: Naturalmente con trenta secondi di ricerca su google si trova il periodico cattolico che assimila Willie Parker a “Heichmann” (con l’acca, ovvio). Ma  di gente piena zeppa di risposte ce n’è sempre stata tanta, troppa, in questo mondo.

Ingrao ergo sum

Stasera Holliwood Party ha dedicato uno spazio a Pietro Ingrao, che compie cento anni oggi, essendo nato il 30 marzo 1915, quando l’Italia non era ancora entrata in guerra. La prima. Fra una sosta e l’altra, in auto, con il segnale che andava e veniva, ho colto le seguenti due note.

Negli anni della cospirazione antifiascista, Ingrao come copertura scriveva soggetti cinematografici tratti dalle novelle di Verga (collaborava con Visconti, che all’epoca gli appariva come un bizzarro aristocratico in fissa col cinema (”Ma tutti eravamo convinti di capirci molto più di lui, in fatto di cinema”). Comunque questi cospiratori comunisti che, negli anni in cui si preparava la Resistenza, erano in grado di riscoprire la grandezza di quel grande conservatore siciliano capace come nessun altro di raccontare l’epopea dei vinti, mi commuovono.

Poi un tizio raccontava che c’è stato un momento in cui girava il motto “Ingrao ergo sum”, che è bello di suo, ma più bello se si scioglie l’acronimo “sum”, che stava per “senza utopia mai” o, a scelta, “senza umanesimo mai”.

Buon compleanno, vecchio!

Take me home

Riprese-sul-tetto-dellHotel-House

Che poi con Claudio (dopo la sua lezione in cui ci ha parlato di paprika, intrighi internazionali e giovani Sherlock Holmes, ma sempre e rigorosamente in chiave onirica) al Passepartout ci siamo andati davvero! E siccome non vogliamo farci mancare niente, con noi c’erano anche Elena e Giorgio.

Elena è Maria Elena Fermanelli, che è consigliere con delega alla solidarietà e all’integrazione di Porto Recanati (e ha ottenuto recentemente il bel risultato dell’istituzione della Consulta dei Migranti nel suo comune). Giorgio è Giorgio Cingolani, che è artefice, con Claudio e altri, di un progetto che merita di essere conosciuto da tutti, e approfitto per segnalarlo. Giorgio, che di mestiere fa l’antropologo e il documentarista, già autore di un bel documentario su quella straordinaria (in senso letterale) realtà che è l’Hotel House di Porto Recanati, ha avuto l’idea di realizzare un laboratorio di introduzione al cinema con i ragazzi che in quell’esplosivo serbatoio di vita e di esperienze nomadi e diversissime vivono, e di fare poi con questi stessi ragazzi un film. Il tutto senza l’aiuto di nessuno: senza un’istituzione, un progetto comunale o europeo, uno straccio di sponsor. Insomma: senza una lira; ma anche con tutta la libertà di questo mondo.

Ora il film, che si chiama Homeward bound come una canzone di Simon & Garfunkel, è quasi pronto, e aspira a girare il mondo proprio come sono abituati a fare il suo regista e i suoi protagonisti (qui altre informazioni). Lavorare insieme, tirare fuori i talenti di ognuno, raccontarsi e confrontare le proprie storie con quelle degli altri, sono i migliori antidoti alla xenofobia, e Homeward bound fa proprio questo, e tutti a mio avviso dovrebbero essere grati al lavoro di chi lo ha reso possibile.

Update: mi dicono che è iniziata proprio oggi una campagna di crowdfunding per finanziare il completamento e la distribuzione del film. Io un piccolo contributo l’ho dato: datevi da fare anche voi!!!

Il giovane favoloso

LeopardiInfinitoAutografi

Bene ha fatto Roberto Saviano, recensendo “Il giovane favoloso”, a dire che Mario Martone ha dovuto usare “tutto il coraggio che ha” per girarlo, perché in effetti fare un film su Leopardi richiederebbe in ogni caso un coraggio fuori dal comune, ma fare questo film su Leopardi non è solo da coraggiosi: è da imprudenti, da incoscienti direi. Martone, infatti, ha voluto fare un film che fosse allo stesso tempo rigoroso, visionario e popolare. In Italia, nel 2014, su Leopardi: cose, per l’appunto, da pazzi!

I rischi erano molti, e opposti fra loro: realizzare un lavoro filologico noiosissimo o, al contrario, una triste fiction. Calcare la mano sul biografismo spicciolo, ovvero degenerare nella declamazione del canto. Essere incomprensibili o troppo didascalici. Enfatici o evanescenti.

Nulla di questo, secondo me, è successo: e non sto dicendo che “Il giovane favoloso” sia un film perfetto, se mai ne esistono; qualche sbavatura qua e là i bravi critici la potranno pure trovare, ma l’effetto d’insieme  è di un film vivo, attuale, leggibilissimo.

Io credo che sia andata così soprattutto perché i protagonisti principali dell’operazione, Martone, Germano e la co-sceneggiatrice Ippolita di Majo, hanno affrontato Leopardi – prima che con bravura – con onestà. Onestà perché in primo luogo Leopardi se lo sono studiato: i suoi testi ma anche (si capisce chiaramente) le linee essenziali del dibattito storico-critico che su Leopardi c’è stato negli ultimi decenni (da Luporini a Luperini, potremmo dire): la controprova è che il film non scopre, non inventa l’immagine “rivoluzionaria” che di Leopardi presenta, e che adesso furoreggia in giro per i media come una gran novità (“il Leopardi che non vi hanno fatto mai conoscere a scuola”: stupidaggini!), perché in realtà gli addetti ai lavori quel carattere protestatario e rivoluzionario di Giacomo Leopardi lo conoscevano da un bel po’ di tempo, e solo la pigrizia dei lettori (unita ad una certa lentezza nel ricambio dei professori di italiano nelle scuole e nelle università) aveva impedito al grande pubblico di scoprirlo.

Tremo all’idea di cosa sarebbe potuto succedere se Leopardi fosse diventato protagonista di un film di successo in cui fosse stata ribadita la sua immagine tradizionale (e sbagliata) di poeta triste perché gobbo, malinconico perché malato, svenevole perché amante non corrisposto. O, al contrario, se l’avessero fatto diventare un’icona pop del tutto snaturata rispetto alla lettera e al senso delle sue opere. Probabilmente sarebbero serviti altri due secoli di critica per raddrizzare il tiro, oppure – peggio – sarebbe stata la fine di un nostro classico (che, arduo com’è per stile e pensiero, è sempre a rischio d’oblio, in questi tempi distratti). Per fortuna invece che il film l’han fatto Martone, Germano e Di Majo, così adesso, forse, non dovrò più fare, ogni volta che inizierò a spiegare Leopardi, il solito giochetto di mettere a confronto i pregiudizi atavici e ostinati dei miei studenti con la carica protestataria, ironica e profetica dei testi più irriverenti di Giacomo; grazie al film, forse, io e miei studenti avremo d’ora in poi un punto di partenza comune per avvicinarci al “giovane favoloso”.

Ma l’onestà di Martone sta anche nel suo senso del limite: non essendo possibile essere fedeli, contemporaneamente, alla vita esteriore di Leopardi, alla sua vita interiore , e all’opera che di quella vita è frutto e testimonianza, ha fatto una scelta estetica precisa: quella della fedeltà all’opera, prendendosi il rischio dell’interpretazione e dell’invenzione sul resto: non credo infatti che ci sia parola pronunciata da Germano che non provenga da uno scritto di Leopardi (e la stessa cosa vale di solito anche per gli altri personaggi : vale certamente, ad esempio, per Giordani, fra i letterati presenti nel film quello di cui conosco meglio le opere, che parla come un libro – suo – stampato). Martone è fedele all’opera anche nel tentativo di immaginare – a partire da lì – la vita interiore dell’uomo; e a questo punto chiedendo allo spettatore di accettare un patto che preveda una certa libertà per il regista in cambio di un di più di efficacia, tensione narrativa e icasticità visiva. Il regista, infatti, racconta la vita di Leopardi senza dover per forza invischiarsi nei problemi e nei dubbi del biografismo spicciolo: molte scene non sono rappresentate esattamente così come sono state vissute, ma come Martone può presumere che siano state interiormente vissute da Giacomo (e in questo senso il cineasta Martone sembra un fedele allievo dell’alessandro Manzoni scrittore e teorico della scrittura). Ad un certo punto, capito il gioco, lo spettatore non si preoccupa più di sapere se le cose siano andate veramente così, in quel giorno, in quella casa ecc. ma gli interessa la credibilità del senso di quel racconto, di quel momento di vita. E spesso si ha l’impressione – grazie a un Germano strepitoso – di avvicinarsi davvero a quel senso, senza che venga tradito né il vero di Leopardi, né la libertà che Martone si riserva per sé.

Faccio un esempio: la tentata fuga da Recanati è molto romanzata nel film: alcuni passaggi (Monaldo cocchiere, per esempio) sono biograficamente incredibili. Però – paradossalmente –  sono veri, perché ci restituiscono il sentimento, l’emozione con cui Giacomo può averli vissuti. E intanto, senza che quasi ce ne accorgiamo, presi dalla fabula, ci vengono descritti aspetti più generali e decisivi del suo essere (l’urlo compresso, o dissimulato, che è proprio di tante sue opere; l’odio per il carcere di Recanati che convive con l’amore per il carceriere Monaldo, il dissidio irrisolvibile che ne scaturisce…).

L’onestà di fondo delle scelte narrative ed estetiche permette di risolvere anche le scene (diciamo così) “impossibili” del film. Come si fa, ad esempio, a rendere credibile una inquadratura in cui Leopardi recita, sul famoso ed ermo colle, l’Infinito? Non si potrebbe, chiaro! Eppure Germano ci riesce, con l’onestà di chi prova a farlo nella maniera più semplice e rispettosa possibile verso chi quelle parole le ha scritte. Ne viene una scena intensa, in cui – nelle pause – sembra quasi di sentire l’eco delle varianti ipotizzate e poi via via cancellate (una specie di critica delle varianti fatta coi silenzi, potremmo dire). Proviamo a dirlo in un altro modo: quella scena – più che il tentativo di ricostruire la biografia di Leopardi nel momento in cui scrive l’infinito – sembra lo sforzo di dare corpo e voce al manoscritto, al testimone cartaceo, ovvero all’unica traccia materiale che di quel momento irraggiungibile di vita e di poesia è rimasto per noi, poveri mediocri abitatori del mondo del 2014. La vita di Leopardi è – per Martone, per noi – in quelle carte, e dunque solo da quelle carte può nascere il “rappresentabile”.

Può essere dunque che la chiave del film sia tutta qui: nella fedeltà ai testi, agli scritti, a quei fogli che Leopardi s’è sempre portato dietro, gelosamente, raccolti in una cassa, per tutta la vita. Dunque una fedeltà ai testi che alla fine è fedeltà a Leopardi. E alla fantasia “favolosa” di cui quelle carte sono testimonianza, e che da quelle carte può ancora scaturire. E una fedeltà come questa, alla fine, funziona.

Andando avanti con le riprese, secondo me, pure Martone s’è reso conto che la cosa stava funzionando, e ha deciso – giustamente – di osare di più, mettendo nel film – man mano che ci si avvinava alla sua Napoli – qualcosa di più propriamente suo. Anche lui ha trovato il coraggio di essere sempre più favoloso e di dialogare in maniera sempre più stretta con Leopardi. Lo si percepisce bene nella potenza visiva della descrizione di una Napoli sotterranea, e se ne haconferma nel finale davvero visionario (pochi minuti sospesi fra The tree of life e Melancholia), immaginato e girato con quel coraggio che probabilmente ti può venire solo da una lunga frequentazione con l’invincibile coraggio di Giacomo Leopardi.

Bonus tracks

#onaneruottolo. Una delle critiche che ho sentito fare più spesso, nei primi commenti a caldo, è che nel film si insisterebbe troppo sulla progressiva deformazione fisica di Leopardi, e che alla fine si otterrebbe l’effetto di ribadire l’interpretazione tradizionale di un poeta “pessimista perché fisicamente sofferente” (per quanto non manchi nel film l’affermazione decisiva di Leopardi in senso contrario). Non sono d’accordo: a me pare che questo essere progressivamente piegato dalla Natura faccia in realtà emergere con più forza la “protesta scettica” di Leopardi, il suo essere “ginestra” che piega, non renitente, il suo capo innocente, ma non è né codardamente supplichevole né forsennatamente orgogliosa. In tutto questo l’interpretazione, soprattutto lo sguardo, di Germano (che mi ha convinto più con lo sguardo beffardo della seconda parte che non con quello contrito della prima) ha un ruolo fondamentale, ovviamente.

#filosofia/poesia. Sempre a sentire le prime reazioni, si conferma l’idea che Leopardi sia difficile da ingabbiare, perché poeta e pensatore talmente ricco e complesso che ognuno finisce per scegliere un suo percorso personale nella sua opera, così che chi ha un approccio più filosofico apprezzerà il filosofo, chi un animo poetico preferirà gli idilli, e così via. Ne viene che a distanza di pochi minuti ho sentito dire che il film è troppo avaro di poesia, di “caro immaginar”, e d’altro canto che era stata svilita la dimensione filosofica, la profondità di pensiero da cui le poesie di Leopardi sono scaturite. Che dire? Forse soltanto che ognuno potrebbe farsi il suo film su Leopardi, e dunque bene Martone & c. han fatto a realizzare il loro.

#Pasolini. La sera prima dell’anteprima del Il giovane favoloso a cui ho partecipato sono andato a vedere il Pasolini di Abel Ferrara. Il confronto fra i due a me è parso impietoso: quello di Ferrara è un film costruito a freddo, senza un vero approfondimento, recitato distrattamente da un Willem Dafoe che non ci mette davvero nient’altro che una faccia giusta. Un film, in fondo, fatto da uno che ha subito una fascinazione passeggera per il personaggio di Pasolini ma che non l’ha – non dico amato – ma nemmeno capito. In questo senso l’operazione artistica e critica di Martone, al confronto, giganteggia.

In questa notte fantastica (ti porto via con me)

Domenica pomeriggio ci sarà la prima nazionale, a Recanati, del film di Mario Martone dedicato a Giacomo Leopardi, Il giovane favoloso. La sera prima, seguendo la moda di questi anni di dedicare una *notte ad ogni evento appena un po’ diverso dal solito, ci sarà a Recanati la notte del giovane favoloso.

Ogni studente, anche mediocre, sa che Leopardi aveva un rapporto pessimo con Recanati. I più scafati sanno anche che in realtà senza Recanati – i suoi paesaggi, i suoi personaggi, il suo stesso isolamento – Leopardi non sarebbe stato lo stesso. Forse non sarebbe stato Leopardi. E’ un po’ come con i genitori, insomma, o in certe storie d’amore tormentate: legami tanto dolorosi quanto necessari.

E la *relazione complicata fra Leopardi e il suo paesotto non è andata poi tanto meglio nemmeno “in morte” di Giacomo, quando s’è tentato in ogni modo di normalizzarlo, vuoi facendone un padre della patria (lui così anarchico, in fondo) ai tempi del nazionalismo otto-novecentesco, vuoi provando a trasformarlo – dopo la mutazione antropologia degli anni Sessanta – in una mascotte, poi in un gadget, e ora in un brand.

Sia chiaro: io non me la sento di criticare chi sta organizzando tutto questo ambaradàn per celebrare il film su Giacomo Leopardi, con balli, canti tradizionali, annulli filatelici, carrozze, costumi d’epoca, rievocazioni di giochi e arti e mestieri: molti di quelli che son coinvolti nell’organizzazione sono amici, e un brivido mi corre alla schiena solo pensando al mazzo tanto che si devono esser fatti e che si stanno facendo. Ben vengano le iniziative che portano turisti nei musei e gente nelle piazze. Tutto è stato fatto, in fondo, per amor di Giacomino e di Recanati. E capisco pure che fra le mille iniziative non ce ne sia nessuna legata direttamente alla letteratura, alla poesia: i convegni sono diventati polverosi e autoreferenziali, le letture poetiche narcisistiche e soporifere, e avrebbero rischiato di gettare una coltre funerea sull’atmosfera che si vuole invece, e giustamente, di festa.

Però. Però.

Però non posso fare a meno di sentire il disagio dell’assenza in tutto questo di ciò che Giacomo è stato davvero (è stato per me? secondo me? vabbe’, ammettiamolo pure: tanto si conosce sempre attraverso il proprio personale sguardo…), cioè un coraggiosissimo e audace pensatore poetante, che non ha concesso nemmeno un briciolo della sua intelligenza all’ammasso delle idee compiacenti o consolatorie.

Di più: il disagio viene dall’avvertire che Giacomo non avrebbe capito, o forse avrebbe capito fin troppo bene, tutto questo. Io me lo immagino, lì seduto da qualche parte a guardare con un occhio la festa un po’ farlocca nella piazzola, e con un occhio la luna, sentendo una distanza irrimediabile, abissale, dall’una e dall’altra.

Me lo vedo che favoleggia (lui, giovane davvero favoloso) di luoghi e tempi dove la poesia abbia ancora un posto nel mondo dei vivi, senza il bisogno della sua monumentalizzazione o della sua degradazione kitsch, della spettacolarizzazione ad ogni costo.

E me lo fingo anche mentre affila lo stilo della sua satira feroce e lo immerge al cuore dei grossolani mercenari della sua immagine.

E sogno che, alla fine, mi porti via insieme a lui da qualche parte: non importa dove, ma piuttosto lontano da qui.

Berlinguer (ti voglio bene)

1. Partiamo dalla fine. Dalle emozioni. Io non mi considero un passionale, non mi piace la retorica esibita e di solito ho un approccio piuttosto razionale alle opere dell’ingegno, a volte più di quanto vorrei; non mi capita spesso, insomma, di commuovermi per un film, una canzone o un libro. Però l’altra sera, uscendo dalla proiezione di Quando c’era Berlinguer, quello che provavo era decisamente fisico e prerazionale. Avevo bisogno d’aria, il groppo in gola era forte e per un po’ ho girato per le vie di Ancona in uno stato mentale vagamente alterato. Guardavo i palazzi, il cielo, le finestre, e mi dicevo “Questi sono i palazzi e il cielo d’Italia: il mio paese. E il paese dove Berlinguer è stato segretario del PCI; dentro quelle finestre magari vive qualcuno che ha votato, che ha amato Berlinguer; e Berlinguer ha respirato questa aria e non un’altra, parlato questa lingua e non un’altra, in questa lingua avrà scritto la sua prima lettera, e certamente in questa lingua ha pronunciato il suo ultimo comizio”. E questa cosa, non so bene perché, mi faceva amare un po’ di più quell’aria, quelle finestre, questo paese (non posso dire che mi sentivo parte di un popolo, ma mi sentivo come se un popolo fosse possibile). Pensavo cose così, insomma, un po’ strane per me che – finché Berlinguer è stato vivo, ed è stato vivo fin quasi ai miei 12 anni – non avevo un’idea ben chiara di chi fosse, forse non ne avevo affatto idea. E anche dopo, devo confessare, è a lungo rimasta una figura lontana, con la quale non avevo il rapporto sentimentale che percepivo dai discorsi di chi aveva più anni di me, viveva in famiglie di sinistra o aveva concepito una passione politica più precoce della mia. Eppure l’altra sera, uscendo dal cinema, mi sono sentito proprio come se io a Berlinguer gli avessi voluto bene da sempre, come tutti, senza saperlo. Come tutti. E’ come se tanti piccoli indizi della memoria, tante tracce politiche e insieme sentimentali della mia vita fossero riaffiorate inaspettate, come misteriose e minuscole creature acquatiche, e andassero a riunirsi in un punto preciso della superficie della mia coscienza. La storia della vita di un uomo politico da quando diventa segretario del maggior partito comunista d’occidente alla sua morte, insomma, non solo era una storia che mi riguardava, ma in qualche modo era anche una storia mia. Possibile? Possibile.

2. Il primo film di Walter Veltroni, dunque, è un film che mi ha commosso. E questo mi rende poco obiettivo. Infatti per me è un film molto bello; e per diversi motivi. In primo luogo perché credo che Veltroni trovi la distanza giusta da cui raccontare la storia: non prova un impossibile distacco, ma la sua resta una presenza discreta: una battuta su Ferrara, qualche accenno autobiografico (la prima telecamera, una foto, una sensazione), un intervistato che si rivolge a lui, intervistatore fuori campo, e lo critica. E’ bello poi perché il regista alla prima esperienza non cerca di strafare: le scelte registiche sono semplici, chiare, quasi elementari, la più bella di queste scelte è quella che dà senso al titolo, ovvero mostrare i luoghi di Berlinguer (la sua scuola, la prigione dove l’hanno messo i fascisti nel 1944, la sala del Cremlino dove ha tenuto uno storico discorso di rottura, l’albergo dove è morto, la piazza dei suo funerali) completamente vuoti, privi, oggi, di quella vita, e di quel senso che avevano “quando c’era Berlinguer”. Il film è il continuo richiamo di un’assenza (di certa politica, di certi valori, di certe figure…): questa assenza è il messaggio del film all’oggi.

3. E’ facile dire – è stato detto – che un film come questo è un film nostalgico, o peggio un film per reduci da un mondo che non c’è più. Non credo sia così, e questo proprio perché non è stato fatto da un regista qualsiasi, ma da un politico, uno dei protagonisti – nel bene e nel male, piuttosto nel male – della storia del partito di Berlinguer, o dovrei dire della storia della fine del partito di Berlinguer. Qualcuno ha anche detto che Veltroni ha avuto proprio un bel coraggio, a fare il santino di quel PCI, di quella sinistra che lui ha contribuito a distruggere. Ha avuto un bel coraggio sì, dico io, perché non è un film apologetico, non mi pare faccia sconti a chi – regista compreso – è venuto dopo: il film è anche, indubbiamente, la storia di una persona, e di una generazione, che ha perso. Un’autocritica, anche. La stessa pulsione pedagogica, che è forse la pulsione principale del film, parla della sconfitta inappellabile della generazione di Veltroni: “giusto era il segno” – sembra dirci – ma noi non l’abbiamo saputo ben interpretare: provateci voi, dimenticandoci.

4. Storia di una sconfitta, dicevo. Chi questa sconfitta la impersona meglio, nel film, è Giorgio Napolitano, che si commuove quando dice che, ai funerali di Berlinguer, lui ebbe la sensazione che con lui moriva l’ideale a cui entrambi avevano dedicato la vita (loro due, pur così lontani). Mi è sembrato di una grande forza tragica che l’attuale Presidente della nostra Repubblica confessi, quasi piangendo, di considerare la storia degli ultimi trent’anni della sua vita come quella di un reduce di una guerra perduta. E dirlo lì, dall’alto del Quirinale e dei suoi novant’anni. (Le interviste sono, a mio avviso, i momenti meno riusciti del film, spesso noiose e un po’ irritanti, con questa gente arrivata, vestita elegante, che disserta da questi terrazzi romani, con sfondi di cieli chiari e luminosi… ma riservano almeno un altro momento bello e terribile: i pochi secondi in cui compare Pietro Ingrao, quasi centenario, fragilissimo, la cui vita sembra ormai essersi tutta concentrata nel cipiglio degli occhi, nella smorfia della bocca).

5. Ma è naturalmente Berlinguer la grande figura tragica, e lo diventa grazie in particolare al suo ultimo, straziante comizio. Ricordavo vagamente quelle immagini, avevo negli occhi qualche frammento, ma vederle lì, sul grande schermo, dentro la narrazione di una vita, assumono una forza davvero enorme. Lui che, con quel volto scavato, quella giacca a scacchi troppo grande, con sofferenza lotta contro l’ictus che sta arrivando per finire di pronunciare il suo discorso. Si ferma, beve un goccio d’acqua che poi vuole tornare su dalla gola, si porta la mano alla bocca, si china, si ferma ancora; poi ricomincia, dice qualche altra parola, a stento, un altro sorso d’acqua: la piazza applaude prima per incoraggiare, poi per chiedergli di smettere, per dire che loro hanno capito tutto, che si deve riposare. Ma lui va ancora avanti, ancora qualche brandello di parola, poi una pausa più lunga, applausi. Berlinguer guarda la folla, e per un attimo – è il momento del film – sorride timidamente (piace pensare che, chissà, in quel sorriso forse ci sia una consapevolezza: della morte che arriva, del senso di una vita che si chiarisce nello stare lui lì, a morire davanti a quel popolo che lo applaude) e poi con nuova forza chiude il suo discorso, tutto d’un fiato. Alla fine le immagini di repertorio si troncano, e sappiamo dalla cronaca che morirà dopo un’agonia di quattro giorni.

6. Si dirà: quella che fa Veltroni è la costruzione di un’epopea, di una narrazione retorica. Rispondo: vero, e allora? Le storie degli eroi tragici ed epici sono sempre narrazioni, e noi le leggiamo per questo: perché in quelle storie non cerchiamo la verità storica, cerchiamo un senso per noi. Da Ettore a Johnny il partigiano. E, se può servire a recuperare un certo modo di intendere politica e vita civile, perché non anche l’epopea di Enrico Berlinguer? Io non so se gli storici saranno contenti di questo film (a me pare abbastanza onesto anche da quel punto di vista) però è certo che io vi ho riconosciuto una storia che mi riguarda, e che mi indica anche – nei modi e nei valori di questo vecchio signore che portava gli stessi improbabili gilet di lana di mio nonno, le stesse giacche a scacchettini – modi e valori a cui ispirarmi. Io, in questi tempi di grande confusione, non so più bene come dare un contributo alla vita civile di questo paese, ma di certo riportare nel pubblico dibattito le storie di queste vite – e soprattutto l’etica che le ha ispirate – mi pare un obiettivo per cui vale ancora la pena di spendersi.

7. E torniamo alla vocazione pedagogica del film, che forse a qualcuno può anche dare fastidio. Come a qualcuno hanno dato fastidio le prime scene, con le interviste a ragazze e ragazzi di oggi che – il più delle volte – non sanno nemmeno chi fosse Berlinguer (un cantante? un leader di estrama destra? un francese? qualcuno che aveva a che fare con l’Europa e con la Corea?). Molti vi hanno visto l’indignazione del regista, ormai uomo anziano, che non si capacita di come i giovani d’oggi possano essere così ignoranti, di come sia possibile che si sia spezzata così irrimediabilmente la memoria. In realtà il film non rimprovera nulla ai giovani, semmai prende atto di un fatto che, se appare sconcertante a chi giovane non è, è solo a causa della sua prospettiva viziata sulle cose. I figli hanno il diritto di non conoscere le vite dei padri, se gli stessi padri dimenticano pezzi importanti delle loro esistenze, se tradiscono la loro giovinezza per inseguire altre chimere. Veltroni, a mio avviso, con questo film riconosce questo errore, e prova (magari un po’ goffamente, un po’ tardivamente) a rimediare (non per questo dovremo però assolverlo dai suoi errori politici, né mi sembra che ce lo chieda). Se qualcosa vuole fare, dunque, questo film, non è tanto raccontare ai giovani com’era bello il mondo quando c’era Berlinguer, vuole piuttosto ricordare a tutti noi che non si deve dare nulla per scontato, e che se c’è qualcosa di buono nelle nostre storie passate dobbiamo prendercene cura, e raccontarlo: nessun altro lo farà al posto nostro.

(Ho visto il film al Goldoni di Ancona, la sera del 5 aprile 2014)

Questo paese chiamato Italia

Un giorno ho letto un’intervista ad Amedo Quondam, un vecchio italianista sornione, pubblicata in occasione del suo ritiro dai ruoli dell’Accademia. Mi aveva colpito che, riferendosi a questo paese in cui a lui e a me è capitato di nascere e vivere, usasse la perifrasi “un paese chiamato Italia”, come a volerci insinuare qualche dubbio, magari che ormai sia rimasto poco più che questa etichetta – il nome Italia – a tenere insieme l’ambaradàn. O magari voleva soltanto ricordarci che c’è voluto che qualcuno decidesse di “chiamarlo” (e raccontarlo, descriverlo, accusarlo, denigralo anche – ma in ogni modo “dirlo”), questo paese, perché esistesse – insomma, che le parole (le parole di questa lingua chiamata italiano) sono alla fin fine le nostre radici: mutevoli e contorte, fragili e volanti. Non so, insomma, di preciso cosa volesse dire Quondam, però quel vezzo linguistico è rimasto nella mia memoria, come un modo un po’ meno retorico del solito per riferirsi all’argomento retorico per antonomasia: l’identità e la patria. E alla fine è diventato, faut de mieux, il titolo di un ciclo di incontri che inizia lunedì, e a cui tutti siete invitati. Secondo me, come direbbe Claudio Gaetani, ce gusta.

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Stage diving

Per la serie “quando la realtà supera la fantasia” ovvero “notizie che sembrano prese da Lercio.it  e invece”.

La realtà, dicevo:

E la fantasia:

Se non ricordo male, nel film, dopo l’episodio del tuffo, il protagonista entra in crisi esistenziale e lascia perdere con la musica. E non era nemmeno quello che si era lanciato, ma solo il chitarrista del gruppo. Chissà Morgan.

(da una segnalazione di R.C. via facebook, che ringrazio)

(prima che qualche solerte passante, e ce ne sono, me lo faccia notare, segnalo l’ur-dive di School of Rock – peraltro ancora più efficace di quello del frontman di Mastandrea…; anche qui, comunque, non è farina del mio sacco…)