Ingrao ergo sum

Stasera Holliwood Party ha dedicato uno spazio a Pietro Ingrao, che compie cento anni oggi, essendo nato il 30 marzo 1915, quando l’Italia non era ancora entrata in guerra. La prima. Fra una sosta e l’altra, in auto, con il segnale che andava e veniva, ho colto le seguenti due note.

Negli anni della cospirazione antifiascista, Ingrao come copertura scriveva soggetti cinematografici tratti dalle novelle di Verga (collaborava con Visconti, che all’epoca gli appariva come un bizzarro aristocratico in fissa col cinema (”Ma tutti eravamo convinti di capirci molto più di lui, in fatto di cinema”). Comunque questi cospiratori comunisti che, negli anni in cui si preparava la Resistenza, erano in grado di riscoprire la grandezza di quel grande conservatore siciliano capace come nessun altro di raccontare l’epopea dei vinti, mi commuovono.

Poi un tizio raccontava che c’è stato un momento in cui girava il motto “Ingrao ergo sum”, che è bello di suo, ma più bello se si scioglie l’acronimo “sum”, che stava per “senza utopia mai” o, a scelta, “senza umanesimo mai”.

Buon compleanno, vecchio!

“E’ Omero!”

Avete presente il brivido quando il gessetto stride sulla lavagna? Ecco, provo qualcosa di simile ogni volta che rivedo (sarà la quinta o sesta volta stamattina: sono un po’ masochista) questo video e arrivo al punto in cui il belloccio un po’ attempato dice con aria compunta “…è Omero!”.

https://youtu.be/SwuG2HAPgvo

Ora, io non sono un classicista e Iliade Odissea non me le ricordo a memoria, ma mi pare quantomeno strano che nessuno si sia mai accorto della derivazione omerica di una delle frasi più note e citate di Orazio (Ep. I, XI),  e che adesso, a informarci che quella frase il poeta latino l’ha rubata al greco ce lo venga a rivelare uno spot televisivo! Insomma, no: non è Omero, è Orazio, Quinto Orazio Flacco, poeta latino che in quella immagine condensa una delle sue più peculiari riflessioni esistenziali.

E uno, allora, si chiede come possa essere successo che uno spot che va su una rete nazionale (io l’ho visto domenica 29 marzo 2015 su La7, nel primo pomeriggio), pensato per reclamizzare una nuova collana di Classici Latini e Greci (non filo interdentale o spugnette abrasive), una collana che prevede ben 60 volumi, possa aver preso una cantonata tanto clamorosa.

A domande come questa, come a tutte le altre domande, ormai può rispondere solo google: basta infatti scrivere “frasi famose omero”, aprire il primo sito proposto, scorrere l’elenco delle citazioni omeriche e all’ottavo posto si trova – attribuita appunto ad Omero e non ad Orazio – proprio la citazione incriminata, tradotta – guarda caso! – esattamente con le stesse parole usate dall’attore nello spot. Pistola fumante.

A questo punto immaginare la scena è fin troppo facile: una società editrice male in arnese decide di tirare fuori dai magazzini una vecchia collana, rifarle il look, e lanciarla sul mercato sperando che qualche centinaio di italiani abbia uno scaffale in tinello da riempire. Chiama un’agenzia pubblicitaria dove la pratica finisce ad un povero stagista, magari proveniente da scienze della comunicazione, che in quattro e quattr’otto deve metter su uno spot, con pochissimi soldi e poco tempo. Chiama un amico del DAMS e il suo vecchio maestro di teatro e mettono su un set in salotto. Manca però lo script, ma per fortuna c’è google ecc. ecc.

Lo stagista ha tutta la mia comprensione, ci mancherebbe, però un consiglio per la prossima volta: se devi lanciare una collana di classici, non dico di andarteli a leggere, ma almeno fai una telefonata al compagno di scuola che aveva 8 in latino; o magari anche alla tua prof di lettere: vedrai che sarà contenta di darti una mano. Considerato che i suoi studi classici non servono a niente, non le sembrerà vero, per una volta, di poter dare – gratis – un piccolo contributo a rendere il tuo lavoro, e quello della grande macchina della produzione e diffusione di cultura nel nostro paese, più preciso e accurato. E poi, se la vai a trovare a casa, magari ti offre anche un piatto di minestra calda.

Dedica all’uomo

Tenti di stornare (divertire) la tua infelicità nei divertimenti d’ogni qualità: dalla metafisica al ballo, ma quella puntura, quell’irrequietezza, quella noia, quella frenesia, tornano sempre, dopo le fughe forzate nella dimenticanza, tornano a rammentarti che soffri e che non puoi fare a meno di soffrire e che soffrirai fino alla morte. Non rimane che far di te, a forza d’abitudini, un automa insensato, e, ogni tanto, un ubriaco di pensiero, di musica, di vino, di velocità, un fuggiasco da te medesimo. E non siamo altro, difatti, che una mandria immensa di marionette in fuga. Più sai e più patisci; più lavori e più ti abbrutisci; più comandi e più sei schiavo; più ti fai ricco e più hai fame; più fuggi e più ti ritrovi nelle facce altrui il ritratto della dura tristezza. Le tue feste non sono che finte evasioni dalla tua effettiva mestizia.

Giovanni Papini, Rapporto sugli uomini, Rusconi 1977.

Gli anni Settanta, e due romanzi.

Un po’ di tempo fa, mi è stato chiesto da Macerata Racconta di provare a trovare un romanzo italiano che potesse servire da spunto per parlare, con i ragazzi di alcune scuole, degli anni Settanta. Io ho proposto Morte di un uomo felice, di Giorgio Fontana, un romanzo bello, sobrio e intenso (e per questo quasi “inattuale”, tanto più se si pensa che l’ha scritto un autore poco più che trentenne) che racconta la storia di un giudice in lotta contro il terrorismo, e che dai terroristi viene ucciso a Milano proprio nell’anno in cui Fontana è nato, il 1981. Da questo libro è nato un percorso che mi ha portato a parlare con ragazze e ragazzi nati alla fine degli anni Novanta o all’inizio degli anni Zero di quei circa dieci anni di storia d’Italia complicati e contraddittori in cui – incidentalmente – sono nato anche io: anni che erano iniziati sotto la grande spinta della contestazione e che sarebbero finiti nell’atmosfera plumbea raccontata con sensibilità dal romanzo di Fontana (il percorso si concluderà ai primi di maggio con l’incontro dell’autore con gli studenti).

Nella conversazione avuta con questi ragazzi (qui una traccia), ci siamo fra l’altro interrogati su come possa essere successo che lo slancio verso il futuro, rivoluzionario per certi aspetti, della fine degli anni Sessanta sia finito così male, fra stragi, violenze, droga, e peggio ancora un senso generale di sconfitta e inutilità che – negli anni della mia adolescenza – noi degli Ottanta abbiamo cercato di mascherare nei modi più vari, stordendoci di consumi o di qualcos’altro – qualsiasi cosa, bastava che ci evitasse di pensare troppo all’evidente assenza non solo di utopie, ma anche di prospettive.  Parlando di tutto questo ci è sembrato di individuare un nodo chiave nel 1977, anno di una nuova ondata di “movimenti” che però aveva caratteri del tutto diversi, perché in un contesto del tutto diverso nasceva: precarietà invece di crescita, rabbia invece di un utopia, spesso disperazione. Un anno che – a guardarlo da qui – non sembra neppure troppo diverso da quel che stiamo vivendo oggi, da quel che presumibilmente vive un ragazzo di oggi. Con un’aggravante, forse: c’è la rabbia, c’è la precarità, c’è la disperazione, ma non c’è in vista neppure l’ombra di un movimento verso qualcos’altro, e questo non migliora le cose.

Il 1977 è anche l’anno in cui si innamorano Aurora e Giovanni, i protagonisti di un romanzo uscito da poco, e che ho finito di leggere da pochi minuti, Gli anni al contrario di Nadia Terranova. Un breve romanzo ambientato per lo più a Messina, che racconta benissimo, in maniera essenziale e senza mai il bisogno di rifugiarsi nella ricostruzione storica o sociologica fine a sé stessa, la disfatta di una generazione rimasta incastrata nei propri sogni, o forse ancor di più in quelli di chi li aveva preceduti. Sogni in cui privato e politico si intrecciano, la voglia di cambiare il mondo e quella di affermare il proprio io non sempre si distinguono facilmente, e le trappole (la droga, la malattia da un lato, la necessità di sacrificare tutto per tirare avanti dall’altro) sembrano essere più forti di ogni volontà. In mezzo a tutto questo Mara, la bimba che subito nasce dalla relazione fra Aurora e Giovanni, e che deve crescere e trovare la sua strada fra due genitori che di strade aperte davanti a loro non ne vedono più. Il tutto è raccontato con una semplicità e una sintesi che all’inizio mi hanno quasi disturbato, poi mi hanno progressivamente conquistato, proprio per la scelta di non dire nulla di più dell’essenziale, sacrificando ogni vezzo e ogni appesantimento.

Giorgio Fontana, dicevo, nato nel 1981, fa morire proprio in quell’anno il suo giudice; mentre Mara nasce, se non ho fatto male i conti, proprio nello stesso anno di Nadia Terranova. In queste volute coincidenze sembra esserci la necessità per una generazione di fare i conti con quella precedente, ma anche il riconoscimento di una ciclicità, di una vicinanza, come se per trent’anni avessimo girato a vuoto e ora ci trovassimo con lo stesso spaesamento dei nostri vecchi, solo un po’ più disillusi, un po’ più stanchi. Però nell’ultima pagina [spoiler] de Gli anni al contrario prende la parola proprio Mara, ormai adulta e consapevole, e ci dice che quella fino a questo momento raccontata è la storia dei suoi occhi, occhi che fin dal giorno in cui è nata hanno inquietato e quasi impaurito per la loro profondità, e dentro ai quali c’è però una misteriosa forza per andare avanti. Forse, allora, anche negli occhi dei ragazzi di oggi, delle figlie e dei figli di questa mia generazione, c’è una qualche luce, una forza misteriosa, che noi a volte facciamo fatica a vedere, e che è la stessa luce profonda degli occhi di Mara, una luce che deve essere ancora raccontata.

Si ricomincia, con calma.

Di solito, dopo la pausa estiva, mi piace ricominciare con settembre, ma quest’anno settembre è stato mese di cambiamenti, di novità, e quindi mi son dovuto concentrare su quel che succedeva là fuori. Così è già arrivato ottobre, e tuttequestecose è stato in silenzio fin troppo a lungo. Però adesso si riparte, e il problema vero – ora – è che in questi mesi di cose da dire, da segnalare, su cui riflettere, se ne sono accumulate fin troppe, e non si sa da dove cominciare.

Cominciamo allora, senza troppo impegno da parte mia, con due o tre segnalazioni:

1. Dicono che vogliono fare “La Buona Scuola”, ma intanto continuano a tagliarla, e taglia taglia finirà che tutti ci convinceremo che bisognerà farla finanziare ai privati, perché così non si va più avanti, e quando arriveranno i privati con i loro soldi, le loro idee, la loro organizzazione e magari anche la loro didattica, noi saremo costretti ad essere perfino contenti. La prenderanno, ci prenderanno, insomma, per fame. E le menti più brillanti, intanto, invece di stare in classe a insegnare devono passare il tempo a scrivere begli articoli, giustamente indignati, nei blog.

***

2. Ieri sera sono stato alla presentazione di un libro. Ci sono andato – lo confesso – con un certo scetticismo, e più per amicizia verso gli organizzatori che per altro. Il titolo del libro (Da Moro a Berlinguer. Il Pdup dal 1978 al 1984) e la mole (oltre 400 pagine) non facevano francamente ben sperare, e qualche amico mi aveva detto di aspettarsi, da una serata del genere, una sorta di “riunione di reduci garibaldini”. Be’, mi sono dovuto ricredere, e di molto: gli autori, Carlo Latini e Valerio Calzolaio, hanno una forza e una intelligenza (compresa quella superiore forma di intelligenza che è l’autoironia) che la maggior parte dei politici oggi sulla cresta dell’onda se la sogna proprio. E la storia della politica di quegli anni ha un sacco di cose da insegnarci, la prima è saper valutare la misura di una distanza abissale fra le prospettive di allora e lo spaesamento presente.

A chi non volesse leggere tutto il libro, sottopongo almeno la prima pagina, dalla prefazione di Luciana Castellina:

Del secolo scorso ai miei nipoti, e a quelli della loro generazione, im-
porta poco. Lo considerano anzi un’epoca oscura, colma di errori e di
orrori: guerre, persecuzioni, sconfitte da tutte le parti. In dettaglio, di
quanto realmente accaduto durante il Novecento, non conoscono qua-
si niente. I sondaggi compiuti ogni tanto nelle università (non dunque
al mercato, ma fra quelli che hanno studiato) danno risultati agghiac-
cianti. Alla domanda: «Chi ha vinto la Seconda guerra mondiale?», una
maggioranza ha risposto: l’America e la Germania. Ancora peggio alla
domanda sul Pci: sapevano dire qualcosa di questo partito? Sì: che era
stato al governo negli ultimi cinquant’anni.
Io non credo ci sia mai stata una rottura generazionale così profonda
come quella oggi intervenuta, una rimozione così completa del passato.
Né penso, però, sia stata, se si è verificata, colpa del destino. Penso piut-
tosto si sia trattato del risultato di un’operazione voluta e non innocen-
te. Voluta per cancellare non solo un pezzo di storia, ma l’idea stessa del-
la storia, vale a dire di avvenimenti che via via cambiano il modo di esi-
stere dell’umanità, nel meglio e nel peggio, e dunque aprono anche la
prospettiva che tornino a trasformare lo stato di cose esistente. Il risulta-
to è che a essere cancellato finisce per essere anche il futuro, di cui non
si riesce più a cogliere le possibilità. Tutti, insomma, chiusi nella gabbia
del presente. Molto comodo per chi vuole tagliare persino la fantasia,
l’idea stessa che il mondo possa essere cambiato. Non solo: comodo an-
che per chi detiene il potere e vorrebbe conservarlo contro ogni muta-
mento e perciò cerca con ogni mezzo di rendere incomprensibile anche
il presente: come ha scritto un filosofo contemporaneo importante,
Giorgio Agamben, per conoscere l’oggi devi studiare archeologia
 
 ***
3) Un altro libro che ho letto di recente (e come il precedente nato da queste parti, fra le colline del maceratese) è Femminile plurale, un viaggio nelle Marche attraverso lo sguardo di diciassette scrittrici molto diverse ma unite dalla capacità di uno sguardo profondo sul paesaggio e sulla cultura che in questo paesaggio si è prodotta e si produce. L’abbiamo presentato, sabato scorso, in un luogo meraviglioso: la sala del Polittico del Lotto dei Musei Civici di Recanati (dove ci sono anche un paio di notevolissime annunciazioni/incarnazioni); poi, sul più bello, mentre Renata leggeva del suo incontro col gatto di Lotto, il diavolo (il gatto?) ci ha messo la coda: è andata via la luce nel Museo e in tutto il quartiere e ci siamo ritrovati a leggere il racconto alla luce di un telefonino-torcia, al cospetto di un’annunciazione appena illuminata dal riflesso della luce sul libro. Una cosa molto suggestiva, ma che ha impedito al pubblico di comprare una copia del libro: si può rimediare.

Una fatica risparmiata

Provi a mettere a fuoco dei pensieri, vuoi farci un post, ma non ne hai voglia. Così aspetti qualche giorno, in attesa che la voglia arrivi e i pensieri diventino più chiari. Ma non arriva né la voglia né la chiarezza. Intanto, però, c’è chi scrive le stesse cose che stavi meditando tu, e molto meglio di quanto le avresti scritte tu. Che bella la rete: basta aspettare, e qualcuno, prima o poi, da qualche parte, fa qualsiasi cosa al posto tuo!

Così è andata anche questa volta, che volevo dichiarare pubblicamente le mie forti perplessità a proposito della prima prova dell’Esame di Stato 2014. Volevo sottolineare come al Ministero, dopo la scelta forte, quasi rivoluzionaria, fatta l’anno scorso proponendo per l’analisi del testo un brano molto poco ortodosso di Claudio Magris (una scelta che indicava una strada didatticamente difficile ma suggestiva), sia tornato indietro di almeno vent’anni, proponendo insensatamente una poesia di Quasimodo che non ha davvero nulla più da dire a nessuno, ormai. E volevo parlare di come abbia peggiorato le cose proponendo un saggio breve d’ambito artistico-letterario che di letterario non aveva proprio niente, a parte un insulso passo di un datato racconto della Deledda, pieno di spirito cristiano in salsa decadente che Dio ce ne scampi. Tutto molto reazionario, insomma. E aggiungo: didatticamente inconcepibile: un patrimonio letterario, e con esso la ricchezza di prospettive culturali e umane che elabora e trasmette, ridotto a stanchi riferimenti casuali, giustificati solo dall’etichetta del Nobel (quasi che, nella conflagrazione del canone, l’unico criterio di scelta rimasto ai burocrati ministeriali sia quello dell’opinabilissimo e criticamente insignificante premio svedese). Uno scenario, insomma, desolante. Tanto desolante da rendere  plausibile il pensiero che il piano sia semplice e terribile: svuotare completamente di senso lo studio delle letterature a scuola, fino a renderne accettabile, e persino auspicabile (presso l’opinione pubblica, e prima o poi anche presso gli addetti ai lavori), l’eliminazione, l’annientamento.

Volevo dire queste cose, insomma, sviluppare questi pensieri, ma poi per fortuna mi hanno segnalato un un pezzo di Marina Polacco su Le parole e le cose. E amen.

Un museo, una cartolina e un racconto

Stamattina ho avuto la fortuna di scoprire, con tutta calma e con guide d’eccezione, il nuovo Museo dell’Emigrazione Marchigiana, che da pochi mesi è stato aperto a Recanati. Un posto bello, poco conosciuto, ricco di stimoli e di prospettive, di immagini e di storie. Anche ricco di diverse e divertenti diavolerie moderne, che fra l’altro permettono di consultare un archivio di documenti e di cercare notizie di vecchi parenti emigrati in America o in qualche altro posto. Puoi, per esempio, cercare vecchie cartoline mandate da un emigrato ai parenti in Italia e inviarti via posta elettronica il file. Io, per esempio, mi sono mandato questa foto-cartolina che la famiglia Camillucci, originaria di Camporotondo di Fiastrone, ha “fatte in una bella linia di strada che ci passa tanti auti”.

MEMA

 

Con l’occasione mi è venuto anche in mente un racconto di cui avevo sentito parlare di Adrian N. Bravi, un bravo scrittore argentino-recanatese (oltre che una persona davvero squisita), intitolato Dopo la linea dell’Equatore. Tornando a casa l’ho cercato su internet, l’ho trovato e l’ho finalmente letto: è bellissimo.

Elogio dell’ignoranza (consapevole)

Sono abbastanza convinto che l’ignoranza, se accompagnata da un minimo di modestia, non sia poi tutto questo male. In fondo, il punto non è essere ignoranti o dotti, è solo capire quanto si è ignoranti, a questo mondo. Ma se manca l’umiltà, l’ignoranza diventa il primo dei peccati capitali.

Ho appena letto questo interessante apologo: una vicenda capitata a Romano Luperini, importante studioso di letteratura, nonché autore di importanti manuali per la scuola. E’ la storia di una piccola e apparentemente insignificante divergenza interpretativa su una poesia di Montale, che lo ha contrapposto, alla fine di una conferenza, ad un giovane insegnante armato di tablet e di molta sicumera. Ma il senso dell’episodio va ben oltre la letteratura, e richiama ancora una volta il valore universale dell’arte dell’interpretazione, la lezione etica e democratica che dall’umile e lungo lavoro del critico – di ogni vero critico – si può trarre.

Conclude Luperini:

La democrazia non è chiacchiera vuota, non è dire la prima cosa che salta in mente, né esibizione di sé; implica anzitutto documentazione accurata, conoscenza dei problemi, consapevolezza dei propri limiti e, conseguentemente, predisposizione all’ascolto e al confronto che solo un accertamento condiviso dei dati di fatto può garantire.

* L’insegnante con cui Luperini si scontra fa parte del M5S, ma non mi pare questo il punto centrale: preferisco pensare che gli atteggiamenti di certi (molti?) “grillini” siano solo l’epifenomeno di una tendenza molto più generale…

** Destino ha voluto che scrivessi questo post proprio nel giorno in cui ci lasciava un grande critico, Cesare Segre.

Questo paese chiamato Italia

Un giorno ho letto un’intervista ad Amedo Quondam, un vecchio italianista sornione, pubblicata in occasione del suo ritiro dai ruoli dell’Accademia. Mi aveva colpito che, riferendosi a questo paese in cui a lui e a me è capitato di nascere e vivere, usasse la perifrasi “un paese chiamato Italia”, come a volerci insinuare qualche dubbio, magari che ormai sia rimasto poco più che questa etichetta – il nome Italia – a tenere insieme l’ambaradàn. O magari voleva soltanto ricordarci che c’è voluto che qualcuno decidesse di “chiamarlo” (e raccontarlo, descriverlo, accusarlo, denigralo anche – ma in ogni modo “dirlo”), questo paese, perché esistesse – insomma, che le parole (le parole di questa lingua chiamata italiano) sono alla fin fine le nostre radici: mutevoli e contorte, fragili e volanti. Non so, insomma, di preciso cosa volesse dire Quondam, però quel vezzo linguistico è rimasto nella mia memoria, come un modo un po’ meno retorico del solito per riferirsi all’argomento retorico per antonomasia: l’identità e la patria. E alla fine è diventato, faut de mieux, il titolo di un ciclo di incontri che inizia lunedì, e a cui tutti siete invitati. Secondo me, come direbbe Claudio Gaetani, ce gusta.

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