Berlinguer (ti voglio bene)

1. Partiamo dalla fine. Dalle emozioni. Io non mi considero un passionale, non mi piace la retorica esibita e di solito ho un approccio piuttosto razionale alle opere dell’ingegno, a volte più di quanto vorrei; non mi capita spesso, insomma, di commuovermi per un film, una canzone o un libro. Però l’altra sera, uscendo dalla proiezione di Quando c’era Berlinguer, quello che provavo era decisamente fisico e prerazionale. Avevo bisogno d’aria, il groppo in gola era forte e per un po’ ho girato per le vie di Ancona in uno stato mentale vagamente alterato. Guardavo i palazzi, il cielo, le finestre, e mi dicevo “Questi sono i palazzi e il cielo d’Italia: il mio paese. E il paese dove Berlinguer è stato segretario del PCI; dentro quelle finestre magari vive qualcuno che ha votato, che ha amato Berlinguer; e Berlinguer ha respirato questa aria e non un’altra, parlato questa lingua e non un’altra, in questa lingua avrà scritto la sua prima lettera, e certamente in questa lingua ha pronunciato il suo ultimo comizio”. E questa cosa, non so bene perché, mi faceva amare un po’ di più quell’aria, quelle finestre, questo paese (non posso dire che mi sentivo parte di un popolo, ma mi sentivo come se un popolo fosse possibile). Pensavo cose così, insomma, un po’ strane per me che – finché Berlinguer è stato vivo, ed è stato vivo fin quasi ai miei 12 anni – non avevo un’idea ben chiara di chi fosse, forse non ne avevo affatto idea. E anche dopo, devo confessare, è a lungo rimasta una figura lontana, con la quale non avevo il rapporto sentimentale che percepivo dai discorsi di chi aveva più anni di me, viveva in famiglie di sinistra o aveva concepito una passione politica più precoce della mia. Eppure l’altra sera, uscendo dal cinema, mi sono sentito proprio come se io a Berlinguer gli avessi voluto bene da sempre, come tutti, senza saperlo. Come tutti. E’ come se tanti piccoli indizi della memoria, tante tracce politiche e insieme sentimentali della mia vita fossero riaffiorate inaspettate, come misteriose e minuscole creature acquatiche, e andassero a riunirsi in un punto preciso della superficie della mia coscienza. La storia della vita di un uomo politico da quando diventa segretario del maggior partito comunista d’occidente alla sua morte, insomma, non solo era una storia che mi riguardava, ma in qualche modo era anche una storia mia. Possibile? Possibile.

2. Il primo film di Walter Veltroni, dunque, è un film che mi ha commosso. E questo mi rende poco obiettivo. Infatti per me è un film molto bello; e per diversi motivi. In primo luogo perché credo che Veltroni trovi la distanza giusta da cui raccontare la storia: non prova un impossibile distacco, ma la sua resta una presenza discreta: una battuta su Ferrara, qualche accenno autobiografico (la prima telecamera, una foto, una sensazione), un intervistato che si rivolge a lui, intervistatore fuori campo, e lo critica. E’ bello poi perché il regista alla prima esperienza non cerca di strafare: le scelte registiche sono semplici, chiare, quasi elementari, la più bella di queste scelte è quella che dà senso al titolo, ovvero mostrare i luoghi di Berlinguer (la sua scuola, la prigione dove l’hanno messo i fascisti nel 1944, la sala del Cremlino dove ha tenuto uno storico discorso di rottura, l’albergo dove è morto, la piazza dei suo funerali) completamente vuoti, privi, oggi, di quella vita, e di quel senso che avevano “quando c’era Berlinguer”. Il film è il continuo richiamo di un’assenza (di certa politica, di certi valori, di certe figure…): questa assenza è il messaggio del film all’oggi.

3. E’ facile dire – è stato detto – che un film come questo è un film nostalgico, o peggio un film per reduci da un mondo che non c’è più. Non credo sia così, e questo proprio perché non è stato fatto da un regista qualsiasi, ma da un politico, uno dei protagonisti – nel bene e nel male, piuttosto nel male – della storia del partito di Berlinguer, o dovrei dire della storia della fine del partito di Berlinguer. Qualcuno ha anche detto che Veltroni ha avuto proprio un bel coraggio, a fare il santino di quel PCI, di quella sinistra che lui ha contribuito a distruggere. Ha avuto un bel coraggio sì, dico io, perché non è un film apologetico, non mi pare faccia sconti a chi – regista compreso – è venuto dopo: il film è anche, indubbiamente, la storia di una persona, e di una generazione, che ha perso. Un’autocritica, anche. La stessa pulsione pedagogica, che è forse la pulsione principale del film, parla della sconfitta inappellabile della generazione di Veltroni: “giusto era il segno” – sembra dirci – ma noi non l’abbiamo saputo ben interpretare: provateci voi, dimenticandoci.

4. Storia di una sconfitta, dicevo. Chi questa sconfitta la impersona meglio, nel film, è Giorgio Napolitano, che si commuove quando dice che, ai funerali di Berlinguer, lui ebbe la sensazione che con lui moriva l’ideale a cui entrambi avevano dedicato la vita (loro due, pur così lontani). Mi è sembrato di una grande forza tragica che l’attuale Presidente della nostra Repubblica confessi, quasi piangendo, di considerare la storia degli ultimi trent’anni della sua vita come quella di un reduce di una guerra perduta. E dirlo lì, dall’alto del Quirinale e dei suoi novant’anni. (Le interviste sono, a mio avviso, i momenti meno riusciti del film, spesso noiose e un po’ irritanti, con questa gente arrivata, vestita elegante, che disserta da questi terrazzi romani, con sfondi di cieli chiari e luminosi… ma riservano almeno un altro momento bello e terribile: i pochi secondi in cui compare Pietro Ingrao, quasi centenario, fragilissimo, la cui vita sembra ormai essersi tutta concentrata nel cipiglio degli occhi, nella smorfia della bocca).

5. Ma è naturalmente Berlinguer la grande figura tragica, e lo diventa grazie in particolare al suo ultimo, straziante comizio. Ricordavo vagamente quelle immagini, avevo negli occhi qualche frammento, ma vederle lì, sul grande schermo, dentro la narrazione di una vita, assumono una forza davvero enorme. Lui che, con quel volto scavato, quella giacca a scacchi troppo grande, con sofferenza lotta contro l’ictus che sta arrivando per finire di pronunciare il suo discorso. Si ferma, beve un goccio d’acqua che poi vuole tornare su dalla gola, si porta la mano alla bocca, si china, si ferma ancora; poi ricomincia, dice qualche altra parola, a stento, un altro sorso d’acqua: la piazza applaude prima per incoraggiare, poi per chiedergli di smettere, per dire che loro hanno capito tutto, che si deve riposare. Ma lui va ancora avanti, ancora qualche brandello di parola, poi una pausa più lunga, applausi. Berlinguer guarda la folla, e per un attimo – è il momento del film – sorride timidamente (piace pensare che, chissà, in quel sorriso forse ci sia una consapevolezza: della morte che arriva, del senso di una vita che si chiarisce nello stare lui lì, a morire davanti a quel popolo che lo applaude) e poi con nuova forza chiude il suo discorso, tutto d’un fiato. Alla fine le immagini di repertorio si troncano, e sappiamo dalla cronaca che morirà dopo un’agonia di quattro giorni.

6. Si dirà: quella che fa Veltroni è la costruzione di un’epopea, di una narrazione retorica. Rispondo: vero, e allora? Le storie degli eroi tragici ed epici sono sempre narrazioni, e noi le leggiamo per questo: perché in quelle storie non cerchiamo la verità storica, cerchiamo un senso per noi. Da Ettore a Johnny il partigiano. E, se può servire a recuperare un certo modo di intendere politica e vita civile, perché non anche l’epopea di Enrico Berlinguer? Io non so se gli storici saranno contenti di questo film (a me pare abbastanza onesto anche da quel punto di vista) però è certo che io vi ho riconosciuto una storia che mi riguarda, e che mi indica anche – nei modi e nei valori di questo vecchio signore che portava gli stessi improbabili gilet di lana di mio nonno, le stesse giacche a scacchettini – modi e valori a cui ispirarmi. Io, in questi tempi di grande confusione, non so più bene come dare un contributo alla vita civile di questo paese, ma di certo riportare nel pubblico dibattito le storie di queste vite – e soprattutto l’etica che le ha ispirate – mi pare un obiettivo per cui vale ancora la pena di spendersi.

7. E torniamo alla vocazione pedagogica del film, che forse a qualcuno può anche dare fastidio. Come a qualcuno hanno dato fastidio le prime scene, con le interviste a ragazze e ragazzi di oggi che – il più delle volte – non sanno nemmeno chi fosse Berlinguer (un cantante? un leader di estrama destra? un francese? qualcuno che aveva a che fare con l’Europa e con la Corea?). Molti vi hanno visto l’indignazione del regista, ormai uomo anziano, che non si capacita di come i giovani d’oggi possano essere così ignoranti, di come sia possibile che si sia spezzata così irrimediabilmente la memoria. In realtà il film non rimprovera nulla ai giovani, semmai prende atto di un fatto che, se appare sconcertante a chi giovane non è, è solo a causa della sua prospettiva viziata sulle cose. I figli hanno il diritto di non conoscere le vite dei padri, se gli stessi padri dimenticano pezzi importanti delle loro esistenze, se tradiscono la loro giovinezza per inseguire altre chimere. Veltroni, a mio avviso, con questo film riconosce questo errore, e prova (magari un po’ goffamente, un po’ tardivamente) a rimediare (non per questo dovremo però assolverlo dai suoi errori politici, né mi sembra che ce lo chieda). Se qualcosa vuole fare, dunque, questo film, non è tanto raccontare ai giovani com’era bello il mondo quando c’era Berlinguer, vuole piuttosto ricordare a tutti noi che non si deve dare nulla per scontato, e che se c’è qualcosa di buono nelle nostre storie passate dobbiamo prendercene cura, e raccontarlo: nessun altro lo farà al posto nostro.

(Ho visto il film al Goldoni di Ancona, la sera del 5 aprile 2014)

Elogio dell’ignoranza (consapevole)

Sono abbastanza convinto che l’ignoranza, se accompagnata da un minimo di modestia, non sia poi tutto questo male. In fondo, il punto non è essere ignoranti o dotti, è solo capire quanto si è ignoranti, a questo mondo. Ma se manca l’umiltà, l’ignoranza diventa il primo dei peccati capitali.

Ho appena letto questo interessante apologo: una vicenda capitata a Romano Luperini, importante studioso di letteratura, nonché autore di importanti manuali per la scuola. E’ la storia di una piccola e apparentemente insignificante divergenza interpretativa su una poesia di Montale, che lo ha contrapposto, alla fine di una conferenza, ad un giovane insegnante armato di tablet e di molta sicumera. Ma il senso dell’episodio va ben oltre la letteratura, e richiama ancora una volta il valore universale dell’arte dell’interpretazione, la lezione etica e democratica che dall’umile e lungo lavoro del critico – di ogni vero critico – si può trarre.

Conclude Luperini:

La democrazia non è chiacchiera vuota, non è dire la prima cosa che salta in mente, né esibizione di sé; implica anzitutto documentazione accurata, conoscenza dei problemi, consapevolezza dei propri limiti e, conseguentemente, predisposizione all’ascolto e al confronto che solo un accertamento condiviso dei dati di fatto può garantire.

* L’insegnante con cui Luperini si scontra fa parte del M5S, ma non mi pare questo il punto centrale: preferisco pensare che gli atteggiamenti di certi (molti?) “grillini” siano solo l’epifenomeno di una tendenza molto più generale…

** Destino ha voluto che scrivessi questo post proprio nel giorno in cui ci lasciava un grande critico, Cesare Segre.

Buon anno! O_o

marangonifaccettaneraUn politicante marchigiano, consigliere regionale, raccoglie centinaia di consensi pubblicando una vignetta fascista, e si congratula pure con l’autore del capolavoro (dall’evocativo nome “Faccetta Nera”: vedi foto); un altro politicante, assessore alla cultura di un capoluogo di provincia, va allo stadio esibendo una croce celtica; centinaia di persone, sul web, alla notizia che un politico magari un po’ imbranato ma simpatico e soprattutto per bene come Bersani ha avuto un ictus, si lanciano in auguri di morte e/o di sofferenze fantasiosamente atroci.

Sono piccoli indizi, episodi diversi fra loro, ma che insieme danno l’idea di quanto ci sarà da ricostruire, in questo 2014, e ben oltre.

Buon anno a tutti, e buon lavoro.

Il livello del dibattito

I protagonisti di questa storia siamo io, Gab Golan, insegnante di scuola secondaria e militante (pieno di dubbi, peraltro, come sa chi segue questo blog) del Partito Democratico, e Enzo Marangoni, consigliere regionale già a suo tempo avanguardista della Lega nelle Marche, poi espulso da quel movimento perché troppo leghista (voleva chiudere gli asili nido agli extracomunitari), quindi animatore di una lista civica ispirata a famiglia identità e territorio, recentissimamente folgorato sulla via della neorinata Forza Italia.

Ieri Marangoni ha condiviso sul suo profilo facebook una vignetta che si commenta da sola: questo è lo screenshot del suo profilo alle 17.30 circa di ieri:

marangoni3

 

Il fatto, di per sé triste e non nuovo, in fondo poco significativo in un dibattito politico che purtroppo si è abituato a questi toni, ha sollevato qualche discussione in rete e è stato ripreso anche dai mezzi di informazione (qui e qui, ad esempio; e anche qui).

Anch’io ho partecipato alla discussione apertasi nel profilo del Marangoni, con un commento duro ma, secondo me, pertinente in considerazione sia del becero messaggio presente nella vignetta, sia del riferimento quantomeno inopportuno a Mussolini (peraltro ormai sdoganatissimo: povera Italia!). Questo è il commento:

E’ semplicemente vergognoso e ignobile che un rappresentante delle istituzioni di questo paese “condivida” (se le parole hanno ancora un senso) una cosa del genere sul suo profilo. Si dovrebbe dimettere!

Dopo qualche ora, interviene il consigliere Marangoni. Così:

Ringrazio i 16 amici che hanno cliccato “Mi piace” sulla foto e sulla frase che ho condiviso da Roberta Savioli su fb. Ai 4 sinistrorsi che invece mi criticano, preciso invece che è proprio chi rappresenta le istituzioni (come il sottoscritto, la Boldrini, la Kyenge) che dovrebbe occuparsi, in primo luogo, dei milioni di italiani che vivono in povertà o ai limiti della povertà. Così come è proprio chi rappresenta le istituzioni che dovrebbe ricordarsi anzitutto delle centinaia di italiani (artigiani, piccoli imprenditori, disoccupati) che si sono suicidati per la crisi economica. E’ accaduto anche nella nostra regione, a Civitanova, dove lo scorso anno anno 3 persone si sono tolte la vita per disperazione economico-sociale. I politici debbono occuparsi del popolo italiano (che tra l’altro elegge i politici) e solo dopo di tutti altri popoli. Fatevelo raccontare dall’assessore Sglavo del Pd civitanovese che su fb ha scritto che, in certi casi, ci vorrebbe il Mussolini rappresentato nella foto. L’avete crocifissa per questo: ma voi siete “democratici”….dimenticavo….gli altri invece si devono “vergognare” solo perchè la pensano in modo diverso da voi sinistrorsi. Tutti quelli che la pensano in modo diverso da voi sono “inaccettabili” o fanno “demagogia”. Andate voi a zappare la terra…ma in Africa.

Io, a mia volta, replico:

E certo, chi critica è “sinistrorso” (che vorrà dire, poi…). Quanto ai mi piace, è facile prenderne con la demagogia e parlando solo alla pancia della gente, ma non si va molto lontano. Ribadisco che secondo me uno che non si rende conto della gravità del messaggio qui sopra riportato non è degno di sedere in istituzioni democratiche (se non altro perché la nostra democrazia è nata proprio in opposizione aperta alla dittatura instaurata dal personaggio a cui si dà ora voce in maniera così greve), e dovrebbe dimettersi immediatamente. Prendo comunque atto che il sig. Marangoni Enzo non si rammarica di aver pubblicato un messaggio apertamente fascista e xenofobo, offensivo di due alte rappresentanti della Repubblica Italiana: mi sembra che questo basti a dare la misura della pochezza del personaggio.

Embe’? Direte voi. Embè niente, in effetti: fin qui una normale scaramuccia fra due che hanno – diciamo così, idee della politica, delle istituzioni, dell’Italia – e forse della vita – un po’, sempre diciamo così, diverse. E in questi casi facebook non aiuta a moderare i toni, chi lo frequenta lo sa. E qnch’io ci sono cascato perché, lo confesso, dell’ultima frase del mio commento qui sopra non sono contento per niente.

Quello che normale non è, è quel che è successo nelle ore successive, non so di preciso quando, perché qualche ora dopo Marangoni ha replicato al mio ultimo commento, con dei riferimenti personali abbastanza chiari, e sufficientemente ingiustificati e offensivi. E al contempo ha ritenuto opportuno bloccarmi, in modo che il suo account scomparisse dal mio profilo, così che io non potessi né vedere quanto da lui scritto né tanto meno controreplicare.

Solo oggi, cincischiando dopo pranzo con l’Ipod di un amico, ho visto dal suo profilo che Marangoni mi ha degnato di cotanta risposta:

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Una risposta peraltro frutto di un intenso labor limae, visto che la cronologia delle modifiche testimonia di un pensoso susseguirsi di ben dieci bozze, fra le quali una, questa, mi pare particolarmente significativa:

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Ora, due semplici considerazioni. Per prima cosa: la scelta di polemizzare con il sottoscritto e al contempo bloccarmi e quindi impedirmi ogni possibilità di replica testimonia di per sé dell’idea di democrazia di chi queste azioni compie. La seconda , nel merito: certo, ho le mie idee politiche, e considero la destra italiana di questi ultimi vent’anni una destra culturalmente e politicamente inadeguata, per certi versi anche pericolosa, quindi la combatto nel dibattito pubblico e con l’azione politica (un’azione politica peraltro sempre molto marginale e disinteressata, di profilo assolutamente basso, e questo per una precisa scelta legata proprio al mestiere che svolgo, quello di insegnante): il che peraltro non significa che non abbia stima per tanti pensatori e politici espressione di una destra liberale e democratica, o che non sappia riconoscere i difetti della sinistra italiana di oggi, o che non sappia condannare le gravi derive del socialismo che la storia del Novecento ci ha fatto conoscere. Però da qui – dal fatto che mi permetto di partecipare al dibattito politico con le mie idee – a venirmi ad accusare di esercitare la “tracotante arroganza del pensiero comunista”, o (peggio) a dirmi che io non mi porrei l’obiettivo, nel mio lavoro di insegnante, di educare alla libertà, o (pessimo) che io manipolerei o proverei a “manipolare il cervello degli adolescenti”, be’, questo lo trovo davvero inaccettabile, e del tutto infondato: è solo un attacco vile e prepotente, ed è la dimostrazione, quanto meno, del fatto che il consigliere Marangoni non sa assolutamente nulla di me e del mio lavoro.

E forse proprio per questo il consigliere Marangoni ha scelto di impedirmi di rispondergli direttamente.

Ballare sulle punte (dei forconi)

 

Molti si chiedono in questi giorni cosa diavolo sia questo movimento dei forconi, chi ci stia dietro, chi lo cavalchi. Non ho risposte (anche se mi ritrovo abbastanza nell’analisi di Lee Marshall, dal sempre ottimo Internazionale), però ho un piccolo episodio da raccontare.

Oggi, sul mio facebook, compare il messaggio di un amico, militante di sinistra e ottimo storico della Resistenza, che informa di essere stato tacciato, in una pagina locale del “Coordinamento 9 dicembre”, come un “destabilizzatore virtuale” a cui fare attenzione perché “fà [sic] girare la voce di partecipazione ai presidi di Forza Nuova e CasaPound”. Naturalmente mi viene la curiosità di andare a vedere la pagina, e i commenti a questo allarmato avviso (ah, nell’originale tutto è rigorosamente in maiuscolo), e il thread è interessante. Dopo i primi tre o quattro commenti, genericamente indignati, soprattutto coi “corvi del PD” che “oggi avevano la fissa della Jaguar“, si scopre qualcosa di interessante, per esempio che “da noi affinché [sic] manifesta con tricolore e basta può venire pure il nipote di hitler!” e soprattutto che “casapound prima di aggregarsi a noi ha chiesto permesso!” (azz: ma allora è vero che c’era CasaPound, come diceva il “destabilizzatore virtuale”!). Al commento successivo, poi, una precisazione d’obbligo: ” Inoltre i ragazzi di casapound che sono venuti sono tranquilli, gentili e si danno da fare…. A differenza di Molti disoccupati sdraiati sui divani o al bar a caxxeggiare!”. Andare a vedere i profili pubblici di chi partecipa alla discussione, poi, regala altre belle sorprese, ad esempio che uno dei più attivi (e che dal contesto si capisce che ha partecipato ai presidi) risulta addirittura lavorare “presso CasaPound” (chissà con quale tipo di contratto, verrebbe da dire).

Ecco, insomma, che brutta cosa questi “destabilizzatori virtuali” che vanno in giro a dire… la verità.

Due postille:

1. Grazie a questo episodio ho scoperto l’esistenza della Napolitania, nonché di un Fronte per la Liberazione della medesima. E scusate se è poco.

2. Il mio eroe, comunque, è lui.

Elogio della normalità (perché domenica voterò Pippo Civati)

Fra due giorni ci sono le primarie per l’elezione del Segretario, ovvero la guida politica, del Partito Democratico, ovvero il più importante partito politico italiano, che incidentalmente è anche, per fortuna, un partito di centrosinistra. A volte se ne scorda, è vero. Ma queste elezioni, fra le altre cose, potrebbero servire a rinfrescargli la memoria, e indirizzarlo sulla buona strada.

Io, a queste primarie, voterò Pippo Civati, e ho fatto e farò quel poco che posso per convincere anche qualcun altro a votarlo. E’, fra parentesi, la prima volta che esprimo un voto con l’assoluta convinzione di votare “il meglio” che c’è in giro, e non il “meno peggio”, come troppo spesso (e anche recentemente) sono stato costretto a fare. E questo per una serie di motivi.

Il primo è che, banalmente, condivido le proposte politiche di Civati, incentrate su poche parole chiare: uguaglianza, diritti e cultura per l’Italia; coerenza, coraggio e sinistra per il PD (un PD che vada da Prodi a Rodotà, dice lui con efficace sintesi). Ma non è questo, in fondo, il motivo più importante.

Prima ancora dei contenuti, che potrebbero essere (e spesso sono nelle campagne elettorali, ma non nel caso di Civati) solo vuota retorica, per me conta il metodo di lavoro di Pippo, che se vogliamo è anche un esempio, in piccolo, di attuazione dei principi professati. Pippo, per dire, ha fatto una campagna elettorale molto spartana, finanziata con donazioni spontanee e certificate e resa viva dall’entusiasmo di una squadra giovane e motivata, presente sulla rete e sui territori (e fortissima nelle Marche!), con la quale Pippo tiene contatti quotidiani e personali. Civati, infatti, ha lavorato molto con la rete, per creare contatti e diffondere idee, ma poi ha girato come una trottola per l’Italia, per incontrare le persone, vederle in faccia, rispondere alle domande (qui un breve resoconto del suo giro nelle Marche dei primi di novembre). Ha così raccolto idee, creato una comunità pensante (ha reso possibile la “mobilitazione cognitiva” auspicata da Fabrizio Barca, che non a caso lo sostiene) fatta di gente che non avrebbe mai trovato spazio nel PD delle correnti. Ha, a questo proposito, rinunciato a qualsiasi forma di accordo con capi e capetti, locali e nazionali, chiedendo un’adesione al progetto che fosse sempre personale e motivata dalla condivisione di idee e non da giochi di potere: a suo sostegno non si sono mossi “pacchetti” di tessere, e fra i tesserati ha preso solo voti d’opinione, spesso di gente che s’è tesserata, vincendo una comprensibilissima resistenza, esclusivamente per sostenere lui. Oppure di gente che è stata convinta della bontà del progetto dai tostissimi sostenitori di Civati nei circoli: anch’io, un sabato pomeriggio di novembre, pur non essendo così tosto, ho fatto la mia parte, andando a presentare la mozione in un piccolo circolo in cui sulla carta Civati non aveva un voto, e ne abbiamo raccolti, dopo tre ore di confronto, una dozzina (la maggioranza dei presenti alla discussione: i voti agli altri erano di gente che arrivava, faceva vedere la tessera, votava e se ne andava: non proprio un esempio di partecipazione consapevole)! E’ stato per me un memorabile momento di politica, che mi ha ricordato cosa può essere il Partito Democratico: un partito in cui ci si incontra un pomeriggio, senza essersi mai visti prima, ci si confronta e ci si lascia reciprocamente contaminare da storie e da idee diverse.

E poi c’è un altro motivo, l’ultimo di cui voglio parlare, per cui voto Civati: perché è Civati. Un uomo di 38 anni piuttosto timido, gentile, che ai talk-show, quando lo invitano, parla pochissimo e non urla mai; intelligente senza essere saccente, serio ma non noioso. Uno che a volte dà l’idea di fare il leader senza averne troppa voglia, solo perché è convinto di avere le idee giuste e crede necessario portarle avanti con coraggio e coerenza. Uno, poi, umile, e per questo convinto (e, soprattutto, credibile) sostenitore del gioco di squadra. Uno, poi, che non studia troppo l’immagine, che non cambia le foto sulla scrivania in base a quale telecamera ti sta inquadrando, e che sbaglia continuamente look, passando sventatamente dal completo maròn in perfetto stile Occhetto al dolcevita nero da malavitoso anni Settanta, e che se mette l’abito elegante tiene la giacca allacciata come fanno quelli come me che l’abito elegante non lo sanno portare. Uno, insomma, normale: sveglio, intelligente, ma per niente “televisivo”. E Dio sa quanto ci serva uno così!

Numeri, persone.

L’immagine qui sopra riportata, capitata sul video del mio pc all’ora di cena di un sabato piovoso, è insostenibile. Se al posto delle bare ci fossero stati i sacchi della monnezza (immagine usata da Adriano Sofri) o i corpi neri e bagnati di nafta e acqua salata, sarebbe stata più o meno intollerabile? Non lo so. Però so che questa qui, con le bare lucide di noce e mogano, e quelle laccate bianche, con gli attrezzi del soccorso e delle normali attività quotidiane sullo sfondo, con le etichette a dare un numero ai morti, in assenza del nome, esprime perfettamente la terribile anonimia di questa catastrofe.

Ieri mattina in III H abbiamo fatto un minuto di silenzio, dalle 12.00 alle 12.01, per ricordare queste vittime senza nome dell’ingiustizia e della chiusura. Durante quei minuti i ragazzi e le ragazze sono stati composti e seri, anche se probabilmente non sapevano molto di quel che era successo, anche se dalla finestra arrivavano rumori e urla che potevano distrarre o far scappare un sorriso inopportuno. Ma non è successo: qualcosa ognuno di quei ragazzi e ragazze doveva aver intuito, del lutto e della vergogna che ci aveva investito.

Durante quei sessanta secondi io ho pensato, come sempre, a quanto sono lunghi sessanta secondi, a passarli in silenzio in una classe di adolescenti. E mi sono chiesto se il ministro che li ha stabiliti abbia mai avuto la ventura di passare, quei sessanta secondi lì, con venti sedicenni che a malapena sanno perché, quel silenzio. E ho pensato che sono lunghi ma che sono anche troppo pochi per ricordare i morti: quanti morti? due? tre? quattro, per ogni secondo di silenzio? forse cinque, se diamo credito alle testimonianze dei superstiti.

Ma comunque tanti, e anonimi, come i morti dei terremoti e degli tsunami, nel lontano Giappone, in Cina o in paesi di cui nemmeno ci ricordiamo il nome. Tante bare dove facciamo persino fatica a immaginare un corpo, e tanto più a immaginare una persona che poche ore prima era viva, con i suoi pensieri, i suoi desideri, la sua storia.

Ecco: se c’è un dovere che abbiamo, noi, noi chiusi nelle nostre tiepide case, è quello almeno di sforzarci di conoscere quelle storie. E poi, secondo dovere, di capire le nostre responsabilità.

Intanto, per cominciare, può aiutarci un documentario bellissimo, Mare chiuso, che fino alla mezzanotte di domani può essere visto da tutti su vimeo, di Andrea Segre e Stefano Liberti (grazie Renata, che me l’hai segnalato). Dura un’ora e racconta la storia di un gruppo di profughi eritrei rifiutati barbaramente dall’Italia durante la funerea stagione dei cosiddetti “respingimenti”: oltre che ricordarci le nostre colpe, di portata storica, il documentario ci mostra la dignità, la bellezza, il calore che c’è dietro quelle persone che tante volte ci fa comodo trattare come numeri (gli stessi numeri che stanno scritti su quelle bare, per un triste nostro contrappasso). E viene da pensare, guardando il documentario, quanta ricchezza, quanta umanità ci regalerebbero quelle persone, se le accogliessimo.

Conoscere le storie e capire le responsabilità, dicevo. Perché sentire le storie di questi uomini e queste donne, vederli mentre cantano per farsi coraggio, nel barcone che presto verrà intercettato e ricacciato indietro, ci avvicina alla loro grande umanità, ma anche alla nostra vergogna. La vergogna di un popolo che si dice civile e che si è ritrovato ad avallare delle politiche barbare, che ha stretto un patto scellerato con una dittatura agli sgoccioli (patto sul quale, vergogna nella vergogna, il Partito Democratico non ha tenuto per niente una posizione limpida), che ora è rappresentato (proprio lì, a Lampedusa) da un ministro che parla di responsabilità dell’Europa ma fino a ieri è stato il primo artefice di quelle politiche scellerate. La vergogna, aggiungo, di indagare per clandestinità chi ha avuto la fortuna di raccontarla, di non finire in quelle bare. Saranno indagati, e a noi sembra incredibile: invece è normale, del tutto normale, saranno indagati come finora sono stati indagati gli scampati dalle tante, quotidiane e solo un po’ meno eclatanti stragi di migranti che avvengono con regolarità in quel mare nostro.

Normale, sì: in questa nostra civile Italia è perfettamente normale.

Il documentario, dicevo, dura un’ora. E non potete spenderla meglio, quell’ora. Ve lo giuro.

Un centrodestra europeo

Mi sono iscritto al PD, e ho deciso di dare una mano entrando nel Direttivo recanatese di questo partito, convinto che l’unico argine alle destre al potere praticamente da vent’anni fosse un partito di centrosinistra con basi solide nel paese e un consenso elettorale capace di fare massa critica. Consideravo le alternative a sinistra (alle quali mi sentivo idealmente più vicino, per molti versi) velleitarie, nostalgiche, affette da un inveterato autocompiacimento (anche l’autocompiacimento della sconfitta, del sentirsi sempre e comunque a proprio agio in una minoranza – Moretti docet).

Non ero, certo, uno sprovveduto – o meglio: certamente lo ero, ma non del tutto. Vedevo molte delle criticità presenti nel PD, un partito nato con un progetto che è stato ucciso nella culla, e che è diventato ostaggio degli ex-DS e degli ex-Margherita (le definizioni, checché se ne dica, ancora più utili e chiare per analizzare i movimenti interni di questo partito nel marasma); ma pensavo che valesse la pena di provarci: c’era un popolo bello alla base, qualche dirigente giovane su cui scommettere, una amministrazione del comune in cui vivo che lasciava ben sperare.

Ora è successo quel che è successo: Renzi, le primarie, Bersani, le altre primarie, la campagna elettorale, Grillo, ancora Bersani, il governo di cambiamento, lo streaming, Marini, Prodi, la carica dei 101, Napolitano, Letta. Ed eccoci qui. Il PD è morto, la sinistra è morta, e anch’io non mi sento tanto bene. E intanto Civati, che da tempo è diventato il mio punto di riferimento politico, è candidato alla segreteria ma non ha convinto nemmeno un parlamentare che sia uno a seguire la sua linea, e da solo è uscito dall’aula per non votare la fiducia a Letta, e magari è anche a rischio espulsione. Che, per un aspirante segretario di un partito, non è proprio il massimo.

Adesso abbiamo il governo Letta (auguri! per il bene dell’Italia, alla fine, tocca augurarsi pure che funzioni, anche se non ho nessun motivo per essere ottimista), fondato sul matrimonio con Berlusconi (sembra però uno di quei matrimoni che si fanno a Las Vegas, con la luna di miele che può durare anche solo un giorno).

Insomma, a me pare che abbiano vinto quelli che volevano trasformare il PD in un onesto, liberale, democratico partito di centrodestra europeo, amico dei poteri forti e difensore dello status quo, che garantisce la classe medio-alta e si tiene buoni i disperati con un po’ di assistenzialismo, che considera la scuola e la sanità pubblica l’ultimo dei valori costituzionali da difendere: quell’oggetto, insomma, che la destra italiana non è stata in grado di concepire e realizzare. Magari è anche una buona idea, qualcosa che serve all’Italia. Ma – se è così – non è più la mia casa, perché la mia casa è dove le parole equità e solidarietà, ecologia e sviluppo sostenibile, beni comuni e redistribuzione della ricchezza hanno ancora un senso. La mia casa è in fondo a sinistra.