L’altra sera ho partecipato ad un concerto della Gang, e si respirava un’aria senza tempo di canzone popolare; e non mi sarei stupito di veder comparire, sulla logora dodici corde di Marino Severini, la scritta che campeggiava un tempo sulla chitarra di Woody Guthrie: “This machine kills fascists”.
A me questa canzone di Resistenza, per esempio, dà sempre i brividi, soprattutto quando arriva il ritornello-appello:
Tutti sappiamo che una volta risolto il problema della quantità artistica sarà inevitabile occuparsi della sua selezione. Molti però oggi pensano, e non a torto, che nella preistoria digitale nella quale siamo immersi, questo non sia ancora accaduto se non per un numero molto limitato di utilizzatori avanzati. E che anzi molto spesso gli algoritmi, i mercanti e la (nostra) psiche, favoriscano l’esatto contrario.
E’ un brano tratto da un articolodi Massimo Mantellini di cui non credo di condividere l’idea di fondo (non è bello cancellare la propria pagina facebook o twitter perché così scompaiono pezzi di vita digitale di chi ha interagito con te: e allora?) ma che è pieno di riflessioni molto stimolanti su quel che sta cambiando nel rapporto fra artisti e pubblico, e più in generale fra persone che producono e si scambiano informazioni e idee in rete. Continua a leggere →
Qualche sera fa ho assistito a questa scena: mentre su Recanati si rovesciava tutta la pioggia della stagione e poco più in là si aspettava cantando il 25 aprile, Riccardo Tesi, uno dei più grandi suonatori di organetto diatonico, seduto al tavolo di un bar, imbraccia l’organetto di un giovane musicista e si mette a suonare. Purtroppo non ho l’audio, questa è la foto di un momento da ricordare:
La sera prima, nella sede di ArsLive trasformata in una affascinante cave parigina del dopoguerra, Tesi aveva tenuto un concerto. Di seguito un paio di esempi della sua musica:
Ieri mattina mi sentivo pieno di sconforto, e mi sono ritrovato in pieno nelle parole di Christian Raimo (da qui):
Aboliamo la festa del 25 aprile. In questi giorni verrebbe da fare la modesta proposta di eliminare questo giorno di festa dal calendario o in alternativa di sostituirne la denominazione: chiamiamola festa di primavera o qualcosa del genere. Sanciamo una condizione di fatto, l’assoluta indifferenza della gran parte delle istituzioni, dei mezzi d’informazione, dell’opinione pubblica per la ricorrenza della liberazione dell’Italia dal fascismo.
Quell’indifferenza la vedevo tutta intorno a me, e un po’ anche dentro di me – per reazione. Poi però, contro tutto e tutti, soprattutto contro un cielo che ha rovesciato su Recanati tutta la pioggia della stagione, ci siamo ritrovati, con tante ragazze e tanti ragazzi, nel cortile di una vecchia scuola dove abbiamo festeggiato quei vecchi e giovanissimi ragazzi che oltre settant’anni fa hanno saputo scegliere. C’erano tanti musicisti che hanno cantato la passione, la rabbia e l’amore; c’erano i ragazzi del Centro che vendevano vecchi libri per autofinanziarsi, le sindacaliste che raccoglievano firme per i referendum, l’immagine di Nunzia sul muro della scuola che ci raccontava di quando faceva la staffetta, le ragazze della libreria-caffé Passepartout, la più bella e nuova realtà culturale di Recanati, c’erano i tanti ragazzi dell’ARCI con i panini il vino l’entusiasmo, c’erano Giacomo a vendere libri e fare tessere dell’ANPI, Ruggero a parlarci con passione e competenza di Costituzione, Piergiorgio che dava voce a Calamandrei, Maria Vittoria che commossa e commovente leggeva le parole di Leone a Natalia; queste, ad esempio, che lui scrive a lei poche ore prima di morire:
Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero, Natalia? Ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa. Leone
E in mezzo a tutto questo c’ero io, che osservavo tutto questo e grazie a questo, grazie a tutti loro, mi scuotevo di dosso la polvere dello sconforto e del disincanto.
E adesso si va al corteo (sempre sotto la pioggia) – e poi a metter su Internate.
Buon 25 aprile, festa della Liberazione, a tutte e tutti.
In vita mia non ero mai stato, credo, ad un concerto di musica colta contemporanea. L’ho fatto, credo per la prima volta, questa settimana, perché a Macerata c’era una importante rassegna e un amico mi ha invitato, allora lunedì siamo andati: suonava un quartetto d’archi che pare sia uno dei migliori al mondo nel suo genere, l’Arditti Quartet (un inglese, un tedesco, un brasiliano e un barbutissimo armeno). Erano previste musiche di Ligeti, Scodanibbio e Donatoni: tutto arabo, per me. Confesso che temevo soprattutto la durata (che poi si è rivelata accettabile).
L’esperienza, invece, è stata inaspettatamente piacevole, e istruttiva. Alcuni spunti sparsi. In primo luogo, la partecipazione dal vivo è fondamentale: dico partecipazione perché ci si sente protagonisti, in qualche modo, coinvolti nell’attesa e nella fatica della produzione di quei suoni strani (il primo pezzo, ad esempio, cominciava come un canto di uccellini un po’ spaesati), spesso inaspettati e dissonanti. C’è poi, per certi versi, la sensazione che non sia così incomprensibile, questa musica, anzi: quasi mi è parsa più fruibile di quella classica-classica, per uno che di musica non ci capisce un acca come me. Ma la cosa in assoluto più bella è osservare la pratica dell’esecuzione: intuisci quanto possa essere difficile tirare fuori questi suoni da quegli strumenti, e quanta concentrazione, quanta disciplina, quanta capacità di ascolto degli altri ci possa volere per farlo, e farlo perfettamente come dev’essere.
A differenza del jazz, dove quel che conta è l’improvvisazione, qui è tutto minuziosamente scritto in quelle gigantesche partiture che i quattro tenevano davanti e giravano in fretta al momento giusto, e anche quando tutto sembra un affastellarsi casuale di suoni e rumori invece ogni effetto – mi son detto – deve star lì, annotato da qualche parte, e certamente richiede una precisa precisissima tecnica esecutiva, frutto di anni di fatica e di disciplina. E’ come se l’autore prima e gli interpreti poi lavorassero di cesello contro il caos del mondo: quell’apparente confusione è costruita, pensata, controllata dall’uomo.
Questo insomma più o meno pensavo: qui ogni nota è al suo posto, ogni strumento fa il suo dovere di concerto con gli altri: l’uomo ha scritto e l’uomo interpreta: per questi minuti che dura l’esecuzione, nel silenzio teso del teatro, è l’uomo con la sua arte ad essere padrone del campo, facendo il verso all’entropia che c’è fuori e della quale ritorneremo tutti vittime fra poco.
Un bel pensiero da portarsi a casa, la prima volta che vai ad un concerto di musica contemporanea.
***
Questo è il pezzo di Ligeti interpretato lunedì scorso dal quartetto Arditti a Macerata:
***
Casualmente, sempre in questi giorni, ma in tutt’altro contesto, ho scoperto quest’altra opera di Ligeti, per violoncello solo, che m’è parsa di una bellezza stupefacente e allora la metto qui come bonus track:
Oggi non riesco a preparare il mio consueto post a giorni alterni perché devo finire di preparare i miei testi per intervenire stasera a questa cosa qui (l’idea è quella di trasformare la presentazione di un disco in un viaggio nella storia e nella cultura del Novecento):
Se poi la cosa viene bene, domani metto i testi che ho preparato. Per chi l’ha visto e per chi non c’era.
Nel 1966 il Brasile da due anni era sotto la dittatura militare, e in quegli anni i Festival de Música Popular erano diventati un’occasione di espressione di disagio e di protesta, tanto che questi appuntamenti cominciarono ad essere presidiati regolarmente dagli agenti del DOPS (Departemento de Ordem Pólitica e Social), e l’entusiasmo con cui il pubblico (sotto lo sguardo serio dei poliziotti ostentatamente in divisa) cantava le canzoni più amate, era insieme un’espressione di gioia istintiva e un grido di protesta politica.
Nel 1966 vinse (a parimerito) uno di questi Festival un giovane artista di 22 anni, Chico Buarque, con la canzone “A banda”, una canzone che parla di un paese triste che si rallegra improvvisamente per il passaggio della banda, per la musica, ma – dopo l’entusiasmo – non ci vuole molto a ritornare al disincanto e alla consapevolezza della triste situazione. Non ci voleva molto a cogliere la metafora.
Su Youtube si può vedere il video di quella sera in cui Chico vinse il Festival. All’inizio dell’esibizione è serio mentre canta, sembra preoccupato (qualche fischio dal pubblico), ma subito acquista sicurezza, sorride, il pubblico canta e batte le mani, e nel giro di poco viene giù il teatro. Gli agenti del DOPS guardano sempre più preoccupati. Alla fine Chico non si ferma più e il presentatore gli deve togliere lo sgabello dal sotto il piede.
Un popolo straordinario con il ritmo nel sangue, la forza trascinante della musica, il conflitto con un potere liberticida, il talento e la consapevolezza politica di un giovane artista, il potere dell’arte e della sua condivisione: tutto concentrato in pochi minuti.
Un video da guardare nei giorni tristi, nebbiosi, in cui ogni spazio sembra chiuso all’azione e al cambiamento.