Piccoli maestri

Stavolta uso il blog proprio come un blocco di appunti, perché devo proprio ricordare di contattarli, questi qui!

(a parte il piccolo particolare che ieri, nella nostra scuola, per protesta contro i tagli alla scuola pubblica, abbiamo deciso di sospenderne ogni attività aggiuntiva…)

Scuola “lunare”

Ho trovato davvero lunare che il Ministro dell’Istruzione (ecc.) della Repubblica Italiana decidesse di girare uno spot sull’importanza della scuola, e sull’amore che le si deve, non in una scuola pubblica ma in una scuola privata di Milano (la Deutsche Schule Mailand, peraltro! 5400 euro annui di retta, peraltro!). Una scuola nuovissima e con una biblioteca fantastica. Credo che la dica lunga sull’importanza che alla scuola pubblica si riconosce in questo paese.

Trovo altrettanto lunari le giustificazioni del ministero (“La scuola statale in ogni caso comprende la scuola pubblica e la privata parificata – aggiungono da viale Trastevere – E quella tedesca rientra nella scuola italiana. Si tratta di polemiche prive di fondamento”, dall’articolo di Repubblica già linkato). Così come le reazioni di Roberto Vecchioni, testimonial dello spot, che dice che è una polemica strumentale di professori della scuola pubblica giustamente incazzati. Grazie, Rob, sei tutti noi. [l’episodio mi ha fatto tra l’altro scoprire questo articolo sul Vecchioni professore di scuola pubblica].

Ho cominciato a vedere qualche reazione in giro, mi ha colpito quella di Riccardo Luna, estensore del testo, che dice che la scelta è stata fatta per risparmiare, visto che la scuola italiana non garantiva alla produzione la disponibilità dei locali di sabato. [!]. Ho scritto un commento in cui spiegavo che la cosa sembrava quantomeno improbabile, ma vedo ora che i commenti sono momentaneamente sospesi: forse non sono stato l’unico a fare osservazioni (update: ho poi scoperto che la sospensione dei commenti sul post è legata a motivi tecnici) ! Come mi ha colpito il post di Gianni Sinni che, riprendendo quello di Luna, dice “Ma come! Al Ministero non sono capaci di tenere aperta una scuola di sabato per una cosa del genere! Allora se lo meritano di andare in malora” (interpreto un po’ liberamente). Ma per favore, non cadete dal pero, siete professionisti della comunicazione!!!

Ecco, come dicevo, ho trovato tutta questa storia lunare.

Il testo dello spot però lo condivido in larga parte, soprattutto il finale:

Cerchiamo con tutte le forze di cambiare quello che non va, ma non smettiamo mai di amarla la nostra scuola, perché un futuro migliore per tutti è scritto nel miglior presente che riusciamo a realizzare insieme.

Vendere fiato

In un paio di post della settimana scorsa avevo dato testimonianza, tramite Sciascia, di come è vero che “tutto è stato detto”. Se ne potrebbe fare una rubrica fissa. Questa volta riporto le parole illuminanti di un padre nobile della nostra Repubblica a proposito del lavoro degli insegnanti. Devo la segnalazione all’amico e collega Alessandro G.

«Gli insegnanti, il cui orario settimanale è andato via via aumentando, sono diventati delle “macchine per vendere fiato”. Ma “la merce fiato” perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità. Chi ha vissuto nella scuola sa che non si può vendere impunemente fiato per 20 ore alla…settimana. La scuola a volerla fare sul serio logora. E se si supera una certa soglia nasce una “complicità dolorosa ma fatale tra insegnanti e studenti a far passare il tempo”. La scuola si trasforma in un ufficio, o in una caserma, col fine di tenere a bada per un certo numero di ore i giovani; perde ogni fine formativo». (Luigi Einaudi, Il Corriere della Sera, 21 aprile 1913)

Scuole (e) primarie

In un precedente post mi ero ripromesso di analizzare un po’ più a fondo i programmi dei candidati alle primarie. Comincio a farlo dalla cosa che conosco meglio: la scuola.

Renzi pubblica sul suo sito un programma abbastanza dettagliato sulla scuola (lo inserisce fra i punti della quarta delle sue dieci “idee”, sotto la dicitura “Investire sugli italiani” e in compagnia con asili nido, formazione professionale, università e ricerca e ingresso nel mercato del lavoro di giovani, donne e over 55): nella sostanza la scuola che vuole Renzi è fondata tutta sulla valutazione delle prestazioni (degli studenti, dei docenti, delle scuole, del sistema) e sull’autonomia gestionale (più potere ai presidi, chiamata diretta dei professori…). Si propone di generalizzare le procedure di un progetto sperimentale pilota, chiamato Valorizza (qui un’analisi critica), inventato dalla Gelmini, che propone di dare una mensilità in più (due, in prospettiva) a quei docenti che godano di una migliore “reputazione” (è proprio questo il concetto chiave di cui parlano i promotori del progetto) fra colleghi, alunni e genitori. Dicono che sia la via italiana alla valutazione degli insegnanti. A me pare che sia davvero così, ma nel senso meno nobile dell’espressione “via italiana”. Il progetto è sponsorizzato fra gli altri da Pietro Ichino, che credo sia l’ispiratore di questa parte del programma di Renzi. Pietro Ichino mi pare persona abbastanza rispettabile, ma secondo me di scuola non capisce molto. Come quell’altro bel tomino di Abravanel. Proprio stamattina ho avuto uno scambio di opinioni su questi temi con Mila Spicola, che sostiene allo stesso tempo Renzi e idee sulla scuola giustissime e lontanissime da quelle del programma di Renzi. Dice che sta con lui per convincerlo a cambiare idea. Auguri.

Vendola ha fatto un libro scaricabile on line per illustrare il suo programma. Un capitolo di 12 pagine si intitola poeticamente “La scuola chiude la prigione” (pp. 67-78). C’è una bella analisi della scuola che fu come ascensore sociale, e di come il duo Gelmini-Tremonti l’abbia velocemente smantellata (la prima l’ho vissuta da studente, quest’ultima, con dolore, da insegnante). Non ci trovo però soluzioni moderne e praticabili: molta spesa, giuste idee di scuola laica e democratica, ma poche idee concrete su come fare una scuola al passo coi tempi.

Poi c’è Bersani, che ha scelto di presentare un programma molto sintetico, in cui si dice che si dovrà ripartire, fra l’altro, dagli insegnanti e (mi stavo per commuovere) dalla ricerca “umanistica” di base. La stringatezza mi fa pensare che, di fatto, il programma di Bersani sia quello elaborato negli ultimi anni dal Partito Democratico (e di cui – scopro ora – si parlerà a Porto Sant’Elpidio martedì prossimo!). Un programma che mi pare sia una buona base di partenza, soprattutto se si terrà conto di questo documento sulla valutazione.

Restano Tabacci, che sul suo sito presenta uno scarno programma dove non si parla di scuola (pessimo il sito di Tabacci, molto meglio il gruppo facebook dei Marxisti per Tabacci), e Puppato, che ripropone la vecchia idea della fusione di elementari e medie, che di per sé è cosa buona e giusta, ma che a me pare proprio impraticabile (fra l’altro comporterebbe la diminuzione di un anno di scuola: dopo i tagli orizzontali di ore e materie operato dalla Gelmini ci manca pure il taglio verticale!).

Regalpetra, Italia /2

“Ci si sfoga dunque a parlare. Fuori c’è la festa e noi stiamo a calcolare e a discutere sulle complicatissime tabelle degli stipendi. Il governo ci tratta come pezze da piedi, diciamo. Ma se domani dal sindacato venisse l’ordine di scioperare, tra noi prevarrebbe l’opinione dei maestri più anziani contro lo sciopero; e anche i più accaniti si arrenderebbero. Pensate un po’, dice in proposito un collega, a mille e più ragazzi che ritornano a casa dicendo di aver trovato la scuola chiusa per lo sciopero dei maestri. E perché scioperano i maestri? perché chiedono qualcosa in più delle mille e duecento lire al giorno che per ora guadagnano. Mille e duecento lire: Cristo, qui a un salinaro ci vogliono tre giornate per guadagnarle, tre lunghe giornate a fiaccarsi le ossa, a ingrommarsi i polmoni della polvere del sale e del fumo delle mine. E a sentire che noi, obbligandoli a mandare i loro figli a scuola, ce ne stiamo a guadagnar tanto, tre ore e via, a stravaccarci nelle poltrone del circolo e non ci basta quello che guadagniamo, certo ci odierebbero più di quanto odiano il padrone che li spreme. […] Il discorso è persuasivo. E’ verissimo che i poveri ci odiano. Ma ci odiano anche i piccoli proprietari, ad ogni aumento dei tributi che vien loro notificato essi trovano in noi maestri l’oggetto immediato del loro odio contro lo Stato, così cieco lo Stato da rodere le loro poche salme di terra, da costringerli a vendere e a far debiti, e noi pagati per non far niente, centottanta giorni di scuola in un anno, tre ore al giorno di lavoro. Parlano di noi come se le loro tasse direttamente passassero nelle nostre tasche. Con cinque salme di terra – dice uno al circolo – trentamila lire al mese mi restano. Non dice che le trentamila lire lui le aspetta seduto al circolo da un capodanno all’altro, a incrunare punti al gioco dello scopone. Anche gli avvocati e i medici ci dicono – beati voi che lo stipendio l’avete sicuro e ve ne state a far niente. E si dice – pane di governo – per dire guadagno sicuro, che ogni mese giunge come il giorno dopo la notte; pane di governo che noi maestri mangiamo come quei cani impiombati di noia, che non cacciano e non abbaiano, e i contadini dicono che mangiano a tradimento la cruscata. Tutti ci guardano male, insomma. Se scioperassimo, quello delle cinque salme e dello scopone forse accopperebbe qualcuno di noi.”

(sempre da  Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, in Id., Opere, Milano, Bompiani, 1987, vol. I, pp. 108-109)

Chi parla male

Adriano Sofri probabilmente sarebbe stato un grande filologo, sulla scia magari del da lui tanto ammirato Sebastiano Timpanaro, se non avesse fatto altro nella vita. Stamattina ha esercitato la sua capacità di analisi e di esegesi sulla sentenza alla base dei fatti che hanno coinvolto quel disgraziato bambino in tuta blu; fatti che tutti conoscono ormai fin troppo bene.

L’articolo si Sofri mi ha fatto venire in mente tante cose: una scena memorabile di Palombella rossa, una pagina ancora più memorabile di Una storia semplice di Leonardo Sciascia (e relativa scena – molto fedele – del film, con il grandissimo Volontè); i commenti ad un concorso di magistratura di qualche anno fa, e anche la brillante prosa di uno, che fra l’altro, ha diretto un giornale quotidiano con una nobile storia dietro le spalle.

Cartacce, un anno dopo

Ormai quasi un anno fa pubblicavo un post, Cartacce, sul problema delle fotocopie a scuola, e lamentavo il fatto che nella mia scuola era stato istituito un registro nel quale ogni insegnante doveva denunciare il numero di fotocopie fatte per la sua attività didattica, in vista di un successivo controllo da parte di non meglio precisate autorità superiori (essendo notoriamente gli insegnanti gente di cui non c’è da fidarsi…), mentre nessun tipo di limitazione veniva imposta alle infinite (e quasi sempre inutili) fotocopie fatte a fini burocratico-archivisti.

Aggiornamento: quest’anno ci è stato assegnato ad ogni insegnante un codice per effettuare le fotocopie. Dopo un certo numero di fotocopie (un numero ridicolo) il codice bloccherà automaticamente la fotocopiatrice, e se quella mattina dovessi avere un compito in classe, be’, già mi immagino la ola. Le fotocopie e le stampe fatte per motivi burocratici restano, invece, com’è ovvio, fuori controllo.

Sguardi italiani

In cima si cono gli occhi spenti dei vecchi che comandano, senza saggezza e senza autorità, impauriti dal loro stesso potere immeritato, che non sanno gestire. Si circondano di coetanei dagli occhi rancorosi, o di giovani dallo sguardo feroce e impaurito, candidati alla successione, destinati alla sottomissione. Al gradino inferiore gli occhi anonimi e sfuggenti della massa, i condannati dell’età di mezzo: i cinquantenni dagli occhi duri e spietati, che difendono con le zanne aguzze la loro catena d’oro; i quarantenni sprecati, occhi opachi e storti, divisi fra ansia e rassegnazione, delusi dalle lunghe speranze e non ancora arresi all’inevitabile cinismo; e poi i trentenni che procedono a tentoni, emarginati o più spesso tagliati fuori, sconfitti prima ancora di giocare. Sotto, molto più giù, i ventenni che vedono tutto e capiscono tutto, con i loro occhi sbarrati, che si difendono come possono, rinunciando alle passioni o portandole all’estremo. E infine i diciannovenni, i diciottenni, i diciassettenni, i sedicenni, i quindicenni, i quattordicenni… con negli occhi una luce che ti chiedi quanto durerà, ancora.

Lettera all’assassino

Chiunque tu sia, assassino, hai colpito nel segno. Forse lo hai fatto per mostrare la tua forza o per reagire alla tua debolezza, oppure per depistare, colpire nel mucchio, creare tensione, non lo so. Forse lo hai fatto addirittura per sbaglio o per pazzia. Non importa: di certo hai colpito nel segno, hai colpito il tuo nemico.

In tutta la confusione del momento, è chiaro almeno questo: che hai voluto giocare tragicamente con i simboli. I giovani, la scuola, e una scuola con quel nome!, e poi l’anniversario, e le carovane in passaggio. Non può essere un caso, no, perché il caso non gioca mai con troppi simboli tutti insieme. Volevi proprio colpire i giovani e la scuola, perché la scuola e i giovani sono tuoi nemici, e l’hai fatto.

La scuola è tua nemica perché è un luogo, uno dei pochi rimasti, di cultura e di legalità. A scuola ci si confronta e si esercita la libertà di pensiero, lo spirito critico. Si parla di valori diversi da quelli che negli ultimi decenni sono diventati egemoni e che a te, chiunque tu sia, fanno comodo: individualismo, consumismo, denaro, potere, cinismo. A scuola, al contrario, si parla di senso.

I giovani sono tuoi nemici perché sono molto svegli, sanno molte cose, e se non le sanno sanno dove andare ad impararle, sanno mettersi in rete e creare contatti molto meglio di te. Sono tuoi nemici perché non hanno beni da difendere ma diritti da conquistare, e perché loro rappresentano il cambiamento.

Forse hai capito che colpire politici, magistrati, poliziotti, economisti, industriali, o anche sedi di partito o di sindacato, non ti serve più. Forse non ti serve più nemmeno sparare a casaccio nel mucchio, per le vie o nelle piazze. Se sei arrivato a colpire deliberatamente la scuola e i nostri ragazzi, devi essere proprio disperato, anche se di una disperazione molto lucida. Hai capito che è lì, nelle scuole pur così spesso bistrattate, che stai perdendo la tua partita di potere e di violenza. Chi studia, chi insegna e chi impara è tuo nemico, ed è giusto che sia così: perché anche tu sei nemico nostro, sei nemico mio e di tutti quelli che dentro ad una scuola ci lavorano, ci studiano o ci mandano i figli. Perché quello che faccio ogni giorno, tu lo sai fin troppo bene, io lo faccio contro di te. Perché le tante giovani donne che incontro in classe tutti i giorni, tutti gli anni, vogliono crescere in un paese migliore di questo. E tu, che l’hai impedito a Melissa, non riuscirai a impedirlo a loro.

Lunedì sera, alle ore 21, ci sarà una fiaccolata in Piazza Leopardi, a Recanati. Invito tutte le studentesse, gli studenti, i genitori e i docenti delle scuole recanatesi a partecipare.