“Anche voler bene stanca”

La ripartenza del blog in questo 2013 è lenta è faticosa. Mi scuso con i passanti. Nell’attesa che qualche post degno di questo nome si coaguli, segnalo questo interessantissimo articolo dell’amica Renata (tratto dal blog collettivo La poesia e lo spirito) su un film che ho visto di recente amandolo moltissimo, e su un mestiere che ho intrapreso non troppo di recente, amandolo in egual misura (con quel che, nel bene e nel male, ne è venuto, ne viene, e ne verrà).

Il male che si fa

Oltre le colline, di Cristian Mungiu. Con Cosmina Stratan, Cristina Flutur. Romania 2012, 155′.

(spoiler alert: come al solito non mancano elementi di anticipazione della trama: datevi una regolata)

Il recensore di Le monde (ma io lo leggo sul numero 973 di Internazionale) di questo film dice:

Vedendolo, nonostante la bellezza delle immagini, può sembrare di annoiarsi. Ma il film passa attraverso la pelle e non vi lascerà per molto tempo dopo averlo visto. Ha una forza evocatrice insinuante, un modo obliquo di mostrarci qualcosa che non avremmo saputo o voluto vedere.

Non so quale considerazione goda presso di voi, di solito, il recensore di Le monde; in ogni caso fidatevi, almeno questa volta. Vedendo questo film capita esattamente questo: mentre lo guardi ci sono momenti in cui senti perfettamente ogni spuntone scomodo della poltrona, e hai tempo di constatare come il Tiffany, sì, ha effettivamente vissuto momenti migliori, e sembra quasi impossibile che ci sia stato un tempo in cui non ci fosse, come una radiazione cosmica di fondo, questo insinuante afrore di polvere e umanità stantia… Insomma, il film ti lascia effettivamente il tempo di distrarti, di divagare, perché è così che è costruito: i primi minuti (l’abbraccio alla stazione, il pianto liberatorio) emotivamente travolgenti, poi la lentissima costruzione del dramma morale (potrebbe averlo scritto Dostoevskij), e per concludere il finale in crescendo. Alla fine rimani tu, con una storia dura, dei personaggi complessi e un sacco di domande da portare a casa.

La storia (vera) è piuttosto semplice: Alina e Voichita sono due ragazze che si ritrovano dopo essersi conosciute e amate all’orfanotrofio: ora Alina, che ha lavorato in Germania, raggiunge Voichita nel monastero ortodosso dove si è ritirata con undici consorelle e un severo monaco-padre. Ma l’amore umano e l’amore divino non possono convivere: Alina sente Voichita sempre più distante, e mostra segni di squilibrio. Voichita è divisa fra la scelta religiosa e l’affetto per la fragile amica. Alina diventa ben presto un insostenibile elemento di disturbo nella rigida quotidiana regola del mondo chiuso del monastero.

Il “padre” e le altre suore, in perfetta buona fede, applicandocon Alina le sacre regole del loro mondo, cercano di affrontare il problema, con umanissime incertezze e religioso rigore al tempo stesso: ultima ratio, si decide di ricorrere ad un esorcismo, con atroci conseguenze di torture e sevizie. L’aspetto forse più interessante del film è proprio questo: il dispiegarsi della progressiva disumanizzazione del rapporto fra Alina, Voichita e i religiosi del monastero, che senza rendersene conto diventano – pensando di fare del bene – i “volenterosi carnefici” di Dio. Alla fine, messi di fronte alle loro responsabilità non proveranno, se non molto timidamente, a difendersi, a giustificarsi, mostrando una fragilità per certi aspetti commovente. E ci chiediamo se lo sguardo duro, con cui Voichita (nella scena più bella del film) giudica il “padre” e le “sorelle”, possa essere anche il nostro. O se quello sguardo non debba essere rivolto prima di tutto a ciascuno di noi, alla nostra debolezza umana che non può reggere all’assoluto, quando l’assoluto si fa sistema di potere.

In una delle prime scene del film Voichita fa vedere ad Alina dei dipinti abbozzati sulle tavole che coprono il pozzo del convento, e spiega: “sono delle prove per gli affreschi della chiesa, ma poi sono finiti i soldi e l’artista se n’è andato: ci è rimasto solo questo abbozzo”. La scena inquadra i volti delle due protagoniste che guardano il dipinto, ma il dipinto resta fuori campo e Mungiu non ce lo farà vedere mai. Mungiu è un regista fatto così, e questa scena è una dichiarazione di poetica: io ti faccio vedere dei personaggi, ti racconto una storia, ma tu spettatore devi immaginarti tutto il resto, perché molto spesso le cose veramente importanti stanno fuori dall’inquadratura. Buona visione!

Due “Io e te”

Ieri sera ho visto Io e te di Bernardo Berrtolucci. Oggi ho letto Io e te di Niccolò Ammaniti. Mi sono piaciuti entrambi, ma forse il libro di più: Ammaniti è semplice e asciutto, Bertolucci sempre un po’ barocco anche quando i suoi personaggi si muovono in una cantina. E poi la differenza generazionale fra i regista e scrittore si sente.

E poi, io odiavo le fini. Nelle fini le cose si devono sempre, nel bene e nel male, mettere a posto. A me piaceva raccontare di scontri tra alieni e terrestri senza una ragione, di viaggi spaziali alla ricerca del nulla. E mi piacevano gli animali selvatici che vivevano senza un perché, senza sapere di morire. Mi faceva impazzire, quando vedevo un film, che papà e mamma stessero sempre a discutere della fine, come se la storia fosse tutta lì e il resto non contasse nulla. E allora, nella vita vera, anche lì, solo la fine è importante? La vita di nonna Laura non contava nulla e solo la sua morte in quella brutta clinica era importante?

 

Amori e morte di Nicola Ciraulo

(attenzione, qui sotto vi racconto praticamente tutta la trama di E’ stato il figlio)

In un Meridione d’Italia grottesco e metafisico vive la famiglia Ciraulo, che si barcamena raccattando rottami in un cimitero di navi reclinate e arrugginite. Intorno i simboli di una miserevole decadenza: lo Zen di Palermo e le ciminiere di Taranto sembrano ritrovarsi insieme in una foresta di simboli. Sulla piazza del quartiere, dominata dalla Morte Nera e dove l’Innocenza Bambina viene emarginata, esclusa, una mafia sbadata uccide la figlia più amata di Nicola, a cui rimane solo l’altro figlio, Tancredi: inconcludente, sognatore; in fondo inutile. Per la morte della piccola lo Stato riconosce un indennizzo alla famiglia, ma è una snervante trafila di orrendi avvocati e burocrazia viscida e sfuggente: quando arrivano i duecento milioni molti se ne sono già andati in debiti e usura. Il resto, Nicola lo spende, inopinatamente, per la macchina, per la Mercedes,  per far vedere a tutti che non è più un poveraccio, e per dare al suo amore un nuovo e più rassicurante oggetto. Ma Tancredi, in una triste notte brava col cugino mafioso di quartiere, fa un graffio alla Mercedes. Da quel graffio la storia prende velocità: il padre si scaglia con violenza animale sul figlio, la madre chiama in aiuto il cugino mafioso che spara allo zio: Nicola muore nell’incredulità sua e di tutti. Interviene la nonna, figura finora marginale, che decide il da farsi: la colpa non ricadrà sull’uccisore, l’unico che con le sue attività criminali può garantire la sopravvivenza di tutti, ma sull’inetto Tancredi, che si farà il carcere al posto del cugino, e tornerà poi, dopo anni, nella casa vuota che fu della sua famiglia, pieno di ricordi e di storie che solo i sordomuti stanno ad ascoltare. Sulla piazza è rimasta solo una chiazza rossa di sangue, contemplata dall’Innocenza Bambina, muta ed impotente.

Al centro di tutto quella Macchina, la ricchezza ostentata delle anime straccione e miserabili. La scena di quella sera con i mucchi di banconote sul tavolo e ogni membro della famiglia a proiettarvi i suoi sogni di consumatore acerbo e sbandato.

Io, lo confesso, conosco fin troppo bene questa fame di riscatto del povero, del mentecatto che arriva a potersi permettere un simbolo di lusso, magari in mezzo al niente del resto della sua vita, e su quel lusso proietta un riscatto sociale in realtà effimero e, in definitiva, avvilente. E’ quel fenomeno che ha corrotto la civiltà contadina da cui provengo, e che la spirale consumistica degli anni Sessanta-Ottanta (e oltre) ha finito di distruggere, a poco a poco (cfr. Pasolini). Vengo da una famiglia che andava al mare con la Cinquecento e l’ombrellone arrugginito, negli anni Ottanta, e quando lo Stato ha indennizzato le nostre vite perdute con un po’ di soldi a debito (per fortuna non ci sono voluti dei morti, ma forse anche quella bambina morta del film va letta come un simbolo) abbiamo proiettato emozioni, sogni e fantasie sulle cose, perdendo un sacco di tempo e di energie che potevamo meglio usare per curare gli affetti e le persone. Questa sbornia poi, almeno per me, in larga parte è passata, ma restano le macerie, e il tarlo di aver regalato al Dio delle Cose una parte troppo grande di noi.

Per una recensione come si deve cliccate qui (o qui).

Bella addormentata

Ho visto Bella addormentata la sera in cui è uscito nelle sale. Anzi: la sera prima, perché il multisala dove ero andato per vedere l’ennesimo film sulla scuola aveva deciso di anticipare di un giorno la proiezione dell’opera di Bellocchio. Questo non significa che l’abbia visto per sbaglio: ci sarei andato comunque e comunque prima possibile, perché il tema mi è sempre stato molto caro, perché Bellocchio è un regista che non sempre capisco ma che sempre mi interroga, e anche perché Bella addormentata è uno di quei film che quando l’hai visto poi hai qualcosa di cui parlare con gli amici per qualche mese almeno. Ci sarei andato lo stesso, dunque, ma il contrattempo ha avuto, in ogni caso, delle conseguenze sulla visione, per due motivi. Primo motivo: non ero assolutamente preparato al film; né la ragione né le emozioni erano state allertate, e sono stato catapultato in un mondo che non era quello che pensavo avrei abitato quella sera. Secondo motivo:  andavo al cinema con una compagnia un po’ diversa dal solito; si doveva vedere un film sulla scuola e stavo, guarda caso, fra insegnanti; e nella compagnia c’era un fervente cattolico molto attento all’ortodossia, e una donna appena reduce da un lutto, costretta a sperimentare sulla pelle di una persona cara la brutale concretezza di espressioni apparentemente algide come “interruzione dell’accanimento terapeutico”. C’erano, dunque, le premesse per un’esperienza forte. E tale è stata, in effetti.

A me, tanto vale dirlo subito, il film è piaciuto moltissimo. Anzi: pur nella imperfezione di tanti aspetti singoli, mi è sembrato un film perfetto. Spiego: Bellocchio secondo me si è fatto carico di una sfida quasi impossibile: trattare in un’opera d’arte un caso umano (o di cronaca, o politico, o giudiziario, o culturale, o non so come altro definirlo) così tormentoso e complesso come quello di Eluana Englaro, e del filo di vita e di morte che l’ha legata per tanti anni al padre Beppino (e non solo a lui). Era, obiettivamente, qualcosa di difficilissimo. Fra i pericoli dell’apologo morale da una parte e dell’estetica da fiction dall’altra, non c’erano molte strade, forse una soltanto, e quella strada secondo me Bellocchio l’ha saputa percorrere. Per questo dico che è un film perfetto, perché è forse l’unico film che su questo tema si potesse fare. Per realizzarlo Bellocchio non solo ha tolto il corpo e i volti dei protagonisti veri dalla scena (scelta per tanti  versi necessaria); ha anche riempito il film – come è nella sua poetica – di personaggi che non si preoccupano mai di sembrare realistici ma che sono, nella trasfigurazione dell’arte, sempre (o almeno: molto spesso) veri. Sono personaggi esagerati, spesso nevrotici, a volte disturbati e disturbanti, sempre terribilmente inquieti e fragili di fronte ai problemi ultimi. Ritratti deformati di tutti noi, alla fin fine.

Accanto a questo, c’è anche un discorso sulla società. Non propriamente un discorso politico, ma sulla crisi di cultura e di umanità che attanaglia il nostro vivere di italiani di oggi, e che trova nella politica, se non altro, uno specchio. Partiamo da un dettaglio, che poi tanto dettaglio non è: molti dei personaggi del film sono costretti dal regista a fare i conti con la presenza ossessiva di schermi televisivi che proiettano le loro luci livide e spettrali su corpi, volti, oggetti. In una scena misteriosa e affascinante due uomini (un fratello, un padre) completamente proiettati su sé stessi, sulle loro ambizioni e sulle loro sconfitte, anche di fronte al coma della sorella, alla follia della moglie, rimangono attoniti a guardare su uno schermo enorme le evoluzioni sottomarine di giganteschi e inquietanti ippopotami. Ma è soprattutto nelle stanze della politica – attraversate dal sempre bravissimo Toni Servillo – che la televisione è onnipresente. Nell’era berlusconiana (di cui il film compone il ritratto più convincente che mi sia stato dato di vedere) la televisione è onnipresente, dalle stanze del potere all’ultimo tinello: in ogni stanza del Palazzo vengono trasmessi i tg o i discorsi dei parlamentari (quasi a dire che tali discorsi hanno ragion d’essere solo se teletrasmessi); persino nel surreale bagno turco che è teatro di alcune fra le scene più riuscite del film (ad esempio l’ormai noto dialogo fra il Senatore-Servillo e lo Psichiatra-Herlitzka) c’è sempre uno schermo su cui scorrono informazioni relative ai lavori dell’Aula; in un’altra scena i politici di Forza Italia si fanno una foto, ma i loro veri volti sono oscurati dalla proiezione di un filmino propagandistico. Fino ad un momento che m’è parso geniale: un personaggio sta per entrare nell’Aula del Parlamento, e sta davanti ad una grande ed elegante porta di legno, la porta si apre e dentro si vede, invece dell’aula, una riproduzione video (piuttosto sgranata) della stessa.

Il film mi pare, insomma, la metafora di un paese che ha perso la sua umanità, senza guida etica e morale; la massa imbestiata dal rincitrullimento televisivo, gli individui lasciati soli con le loro cose e le loro idee, le loro idiosincrasie, le loro nevrotiche paure. Non mi è sembrato, invece, un film (solo) sui problemi etici, tanto meno un film che su quei problemi vuole dirci la sua verità, o darci la sua ricetta. Forse ci chiede solo, in assenza della struttura etica e politica necessaria ad un paese per affrontarli con serenità, di non strumentalizzarli a fini di parte.

Mi pare anche che sia un film sui confini, e sulla loro essenza labile, equivoca. Le cose, lì sul bordo, non sempre sono semplici e chiare, e non sempre sono quel che sembrano. Di fronte a quel tremendo e intimo momento in cui un essere umano smette di vivere, be’, dire qualche verità assoluta è molto rischioso, e evitare equivoci non è facile. In conclusione, dopo il film mi viene da ribadire ancora una volta quel poco che da tempo sostengo, su questi argomenti: come sembra volerci dire anche l’epilogo della vicenda umana del Cardinale Martini, quei momenti non possono essere di altri che del morente e di chi, con lui, ha condiviso una vita di legami e di affetti. E nessun potere, politico o religioso, può rivendicare la proprietà e la giurisdizione su quel territorio.

Dopo aver visto il film, ho letto qualche recensione (non molte in verità). Fra tutte mi ha stupito quella, inutilmente livorosa (fin dal titolo) e priva di qualsiasi empatia artistica, di Michela Murgia, che legge il film solo con gli occhi delle categorie politico-religiose (cattolici e laici, radicali e clericali…), senza nessuno sforzo per cercare di entrare nel mondo del regista. Ha dell’incredibile, se penso che la Murgia è l’autrice di Accabadora, libro che ho amato molto, e molto ho raccomandato proprio per la sensibilità con cui accosta temi complessi quali l’eutanasia. Comunque ho capito che con i consigli di lettura e di visione dell’autrice sarda devo andarci molto cauto: una sua prefazione al romanzo L’ultima tentazione di Cristo, anticipata sul suo blog (e che mi era piaciuta parecchio), mi ha già spinto, l’estate scorsa, ad una delle letture più faticose e aride degli ultimi anni: quello di Kazantzakis è un libro noioso, di troppe pagine e di poche idee, che non merita certo i soldi necessari ad acquistare la ristampa niente affatto economica prefata dalla Murgia. Ve lo dico: sono soldi sprecati: usateli piuttosto per andare a vedere il film di Bellocchio; e vi resteranno anche gli spiccioli per i popcorn.

Molto bella, invece, la recensione di Gianluca. Anche se forse non è bello citarsi a vicenda…

Se poi volete la recensione di un critico cinematografico vero…

Cronaca di un dopocena

C’è un prologo: stamattina, fra una spalata e l’altra, Fabio mi fa notare un articolo di Francesco Piccolo, che parte da un recente film muto, che ho ho visto due mesi fa con molto spasso e senza alcuna nostalgia per il film muto, per arrivare a dirmi (eh sì, perché Piccolo parlava proprio a me!) che sono un esponente del ceto medio riflessivo di sinistra reazionario, nostalgico e misoneista proprio perché mi è piaciuto quel film lì, e dunque ho nostalgia del film muto e dunque guardo con ostilità gli ebook, la tecnologia ecc., insomma sarei un incrocio fra Jonathan Franzen, la Camusso e la zia di Piccolo, anche se ho il sospetto di essere solo la vittima di uno scrittore moderatamente nostalgico e di sinistra che cerca di liberarsi da questi brutti vizi scrivendo provocatorie banalità sul supplemento culturale del Corriere della domenica. Insomma: ho trovato l’articolo tanto interessante quanto sbagliato e confuso – interessante proprio perché sbagliato e confuso – e mi son detto: stasera quasi quasi ci scrivo sopra un post.

Poi il programmino che ho appena installato per i feed (Piccolo, pensa come sono messo! Ho installato un programmino per i feed su Chrome solo nel febbraio 2012: quanto può essere nostalgico e misoneista uno così in ritardo? eh, quanto?) questo programmino mi ha segnalato, siamo a fine pomeriggio, che Leonardo ha scritto un post intitolato Manifesto del conservatore di sinistra. Mi ha fregato sul tempo, penso. Ma è un post lungo anche per la media di Leonardo, e rimando la lettura al dopocena, quando scopro che in realtà il post parla del quotidiano il Manifesto, e dei suoi errori, e alla fine dà ragione a Piccolo, perché quelli del Manifesto non hanno capito il web 2.0., non ne hanno accettato la logica “barbara” della condivisione di tutto, della contaminazione senza steccati (giornalisticamente parlando: leggere da Libero al Manifesto passando per Repubblica), ma sono rimasti nella logica della tribù, di quei circuiti duri e puri, senza troppa curiosità per il diverso. [Digressione: questi ragionamenti mi hanno fatto venire in mente che una mia giovane amica con cui litigo sempre (e che dentro di me considero l’idealtipo della lettrice del Manifesto, anche se nella realtà è forse troppo giovane anche per sapere che il Manifesto esiste), mi ha segnalato su facebook e consigliato caldamente di vedere un video e io ancora non l’ho fatto (lo vediamo insieme? no, ok, dura un’ora e mezza, però mi piace che una filo-palestinese-a-priori come la mia giovane amica mi consigli di vedere un documentario israeliano sull’antisemitismo: dimostrazione immediata che i miei pregiudizi erano sbagliati, come quasi sempre). Fine della digressione]. Ma poi il post di Leonardo parla anche di altre cose interessanti: per esempio di quelli che nel Quattrocento volevano che la stampa riproducesse il carattere corsivo degli amanuensi (e questo mi ha portato a leggere una bizzarra recensione che avevo visto segnalata sulla copertina del Post e che in effetti c’entra molto con l’argomento in questione); e poi, sempre nel post di Leonardo, c’è anche una frase bellissima sul problema (ridicolo a ben pensarci) del rapporto fra internet e vita reale: dice Leonardo: “Insomma, senza mai essere stato un vero acquirente del prodotto, io il Manifesto l’ho sempre letto in giro, in quella internet imperfetta e lenta che era la vita quotidiana fino a 10 anni fa”. Poi, a proposito della chiusura del Manifesto, mi stavo dimenticando che, proprio in un sito che ho scoperto oggi c’era un articolo su questo tema, ma non l’ho ancora letto. Devo recuperarlo… Aspettatemi un attimo. Ah niente, era solo la riproposizione, per solidarietà, del videoeditorale del direttore del giornale. Be’, curiosa la solidarietà ad un giornale di carta, che chiude anche perché non abbastanza integrato nel web, da parte di un sito nato con questi propositi. Ah, il direttore del Manifesto è Norma Rangeri. Qualcuno mi segnala, così, per curiosità, gli articoli più belli di Norma Rangeri, per favore? Ai tempi in cui la leggevo faceva recensioni televisive non sempre brillantissime, mai tali da farmi dire: questa un giorno diventerà direttrice di giornale. Ma le cose cambiano…

Io però volevo parlare dell’articolo di Francesco Piccolo. A questo punto me lo dovrei rileggere, ma ormai è tardi, e forse quello che volevo dire l’ho già detto. O lo dirò un’altra volta.