L’uomo che teneva la pistola sul tavolo.

Ascoltavo prima, a Otto e mezzo, Sallusti che sosteneva con convinzione tesi insostenibili sull’affaire Spinelli. Mentre lui improvvisava discorsi molto complicati, ho pensato una cosa semplice: se nel racconto dei fatti provassimo – così, per ipotesi, per gusto dell’invenzione – a sostituire il nome di Berlusconi con quello di qualsiasi altro leader politico che NON ci ha governato per gli ultimi vent’anni, avremmo l’impressione di un racconto incredibile, implausibile, insostenibile. Invece che di questa vicenda (quali ne siano i contorni reali) sia stato (co)protagonista il signore qui sopra ritratto, be’, non suscita nessuno stupore.

Il dramma della storia recente di questo paese è tutto qui.

Popolo e Popolino

Segnalo una lucida e impeccabile analisi politica di Paolo Cosseddu, in arte Popolino.

Si parla di come il leader (o aspirante tale) del centrosinistra non possa in alcun modo prescindere dal “corpaccione” di militanti del Partito Democratico, perché – semplicemente – quella è la massa critica che incarna e realizza (nel senso che rende reale) una certa politica; e mentre il voto d’opinione dopo le primarie (così come dopo le elezioni) scompare, il militante resta lì, a tener aperte le sedi, a fare politica sul territorio, a presidiare un’appartenenza e una serie di valori.

Si spiega anche come questa attenzione al “corpaccione” sia la cosa che più è mancata (ma forse non poteva essere che così) a Matteo Renzi in questa campagna.

Si dà anche, a mio avviso, un importante consiglio a chi voglia in futuro candidarsi a leader del PD.

Come ha già dichiarato di voler fare, al prossimo congresso, un caro un amico di Paolo, Pippo.

Un endorsement timido

Domenica, sempre che alle manifestazioni di sabato a Roma le cose non si mettano male, andrò a votare per le primarie di centrosinistra. Ci andrò felice di partecipare ad un evento democratico a cui credo molto e che sono sicuro farà bene alla parte politica a cui mi sento di appartenere con convinzione, da sempre.

Ho letto, visto, ascoltato e discusso parecchio su queste cinque persone, e alla fine di tutte mi sono fatto un’impressione complessivamente positiva, chi più chi meno. Sono, come si dice, risorse del paese e del centrosinistra.

Io andrò a votare Bersani; anche se ho deciso di non partecipare a nessun comitato, gli amici del PD lo sanno e credo d’averlo fatto capire anche qui con un paio di post. La mia preferenza è per una persona (e un gruppo) che presenta un programma che a mio avviso può fare bene all’Italia; alcuni aspetti specifici legati alle cose che conosco meglio li ho già presi in considerazione qui, per il resto ognuno può farsi la sua idea…

Poi io sono uno che sostiene ancora, nonostante tutto, la necessità dei partiti, che la Costituzione considera presidi di democrazia, e di partiti che funzionino secondo istituzioni e regole. A me pare che a questo aspetto Renzi guardi poco, che abbia un’idea piuttosto personalistica della politica, e questo non mi dà garanzie per il dopo. E la gestione del dopo è l’unica cosa che mi preoccupa davvero, di queste primarie.

Ma al di là di perplessità sul programma e sull’atteggiamento complessivo nei confronti del confronto politico, a Renzi do atto di aver smosso delle acque che s’erano fatte troppo paludose, e di aver messo il dito nella piaga in certe incrostature del PD, e di aver fatto proposte innovative che vale comunque la pena di discutere (qui un lungo articolo di suzukimaruti che merita di essere letto e discusso, anche se confesso che molte cose non mi convincono – magari ci torno…); dal confronto con tutto questo la piattaforma programmatica del centrosinistra per le elezioni non potrà che guadagnarci in modernità, chiarezza e consapevolezza.

Insomma: non sarei contento di una vittoria di Renzi, ma sono contento che Renzi ci sia stato e ci sia.

In ogni caso, sosterrò qualsiasi vincitore di queste primarie, perché alle primarie ci credo e gli sgambetti a posteriori sarebbero inaccettabili, da qualsiasi parte venissero e a chiunque venissero fatti.

Postilla. Dimenticavo di dire che, guardandomi intorno e leggendo in giro, nei comitati mi pare di vedere una tensione forte, vera, molto diversa da quel gioco fra gentiluomini che s’è visto ad esempio nel confronto tv. Forse è un bene, segno che la sfida è vera, sentita, che le diversità programmatiche sono reali. Forse è un male, segno che si sta giocando una partita di potere (soprattutto a livello locale) che con le idee e gli ideali ha poco a che fare. Staremo a vedere; a me, in ogni caso, la cosa trasmette sensazioni negative.

Postilla 2. Un endorsement un po’ meno timido.

Domenica si vota in ogni città, qui è spiegato tutto e ci si può anche iscrivere preventivamente: ci vogliono 3 minuti 3, basta sapere il numero della propria sezione elettorale. Domenica dovete portarvi 2 euro, un documento d’identità e il certificato elettorale.

 

La giornata di uno scioperante

Ciao a tutti, mi chiamo Gab e faccio l’insegnante. Di lettere. In un liceo. Vivo con una persona che fa il mio stesso lavoro. Oggi io e l’altra persona abbiamo scioperato, e questo inciderà sul nostro bilancio mensile per (credo) circa 150 euro. Volevo raccontarvi la nostra giornata.

Il pomeriggio l’abbiamo impegnato andando ad una manifestazione sindacale: era, a dire il vero, in un luogo un po’ tristanzuolo, una piazzetta presso un incrocio in una zona industriale; e noi siamo anche arrivati tardi perché avevo letto male la mail e pensavo che il presidio cominciasse un’ora dopo. Ma è stato comunque bello sentire le voci delle altre categorie di lavoratori (era uno sciopero generale, non solo e non principalmente degli insegnanti, e anzi si trattava di uno sciopero europeo, una novità che qualcuno ha salutato con molto favore): ti rendi conto, ascoltando operai e precari, pensionati e studenti, che i problemi sono tanti, cominci a relativizzare i tuoi e soprattutto capisci che nessuno si salva da solo. Il resto del pomeriggio l’abbiamo passato discutendo con altri due colleghi di scuola, del nostro lavoro, di sindacati e di politica.

Ma quel che mi premeva di più, anche se l’ho lasciato alla fine, era raccontarvi come ho passato la mattinata: io e la persona con cui vivo abbiamo passato la mattinata a correggere dei compiti in classe, perché non capita spesso di avere mezza giornata libera per farlo e magari correggerli oggi ci permetterà di avere un po’ più tempo libero nel week-end. Io, che ne avevo solo una decina, ho anche finito presto e mi sono rimesso a leggere un libro che potrebbe servirmi per un certo percorso che ho in mente di fare in quinta… Così è arrivata l’ora di pranzo.

Tutto questo nel giorno in cui abbiamo scioperato, perdendo il nostro stipendio giornaliero. Perché scioperare per noi significa non andare un giorno a scuola a fare lezione; resta però tutto il resto, che dobbiamo fare comunque, ma, non essendo riconosciuto come lavoro, non essendo in nessun modo quantificato e pagato, è anche escluso da ogni forma di sciopero.

Strano mestiere, quello dell’insegnante. E strano sciopero.

Il dopopartita

Tabacci era sovreccitato, e sembrava davvero un membro del Comintern in una tribuna politica di molti anni fa. Perentorio.

Puppato era dolce e materna, con i suoi fogliettini, le frasi lasciate in sospeso e le verità sempre un po’ decontestualizzate. Generica.

Renzi era certamente il più telegenico, piacionissimo e sempre in movimento, attentissimo a piazzare la battuta ad effetto al momento giusto. Catodico. 

Vendola era appassionato e sudatissimo, con la sua bottiglietta d’acqua e l’asciugamano in bella mostra, sempre dalla parte degli ultimi. Tirato. 

Bersani era tranquillo, in fondo tutto l’ambaradàn l’ha messo su lui, e ha pensato solo a rassicurare  il centro cattolico, senza esagerare mai. Ecumenico. 

Il conduttore ha commesso errori clamorosi, da licenziamento. Inadeguato. 

Il confronto è stato comunque molto corretto e rispettoso. A vederli lì quei cinque sembravano davvero (sembravano) stare tutti dalla stessa parte, e hanno certamente fatto bene alle primarie. Necessario. 

Per vedere di nascosto l’effetto che fa

– Guarda, potremmo proporre una legge sulla reintroduzione della schiavitù nei latifondi del Meridione. Dopo un mesetto di propaganda leghista e qualche notiziola di cronaca fatta trapelare ad arte, avremmo dalla nostra un bel pezzo di opinione pubblica e…

– Maddài, ti pare? Siamo nell’Italia del 2021, mica nel Congo Belga. In Europa ti ridono dietro. Ti ricordi cosa è successo quella volta con… com’è che si chiamava, quel tizio che andava sempre in giro col girocollo blu? Ecco, Marchionne, sì, giusto.  Ecco: solo perché voleva introdurre regole di lavoro un po’ meno arcaiche nelle sue fabbriche ci ha messo anni a far passare la sua linea… Ora la schiavitù mi pare francamente un’idea troppo, come dire, moderna. Se non altro in anticipo sui tempi. Non trovi?

– Be’, ma che hai capito: mica dico di introdurla ora, detto-fatto! Noi intanto la buttiamo lì, facciamo una proposta di legge, diciamo che la congiuntura è quella che è, la concorrenza dei narcos messicani e delle mafie thailandesi è sempre più agguerrita, ce lo chiede l’Europa… Cose così, insomma, basta parlare con un po’ di stampa amica e tempo due mesi vedrai che la schiavitù diventerà oggetto di dibattito, se ne parlerà come di una dello opzioni sul tappeto. Qualche comico ci farà le battute, i talk show organizzeranno speciali. Se ne parlerà, se ne valuteranno i pro e i contro, non sarà più un tabù insomma. Ti ricordi il “Protocollo 24ore”?

– Ventiquattrore? No. C’entra il nostro giornale, forse?

– No, che c’entra il Sole? Il piano che abbiamo usato nel ’12 per risolvere il problema della scuola pubblica.

– Ah già! Quando abbiamo buttato lì l’idea di aumentare di un terzo a parità di stipendio l’orario di lezione degli insegnanti della scuola pubblica: un bell’azzardo, quella volta.

– Però, devi convenire, ha funzionato. Nel giro di un paio d’anni abbiamo risolto tutto, e ora abbiamo un sacco di personale libero per i lavori socialmente utili… Il colpo di genio è stato buttar lì l’idea come fosse la cosa più normale del mondo e, quando ormai se ne parlava come di una cosa quasi fatta, toglierla dal piatto (lì il segreto), dire che non è il caso, che s’è scherzato: se l’avessimo fatta subito ‘sti professori avrebbero fatto le vittime, gli scioperi, il piagnisteo, le catene… sai che palle! Invece così, quando abbiamo ritirato (per qualche mese) la legge, son passati loro per privilegiati e tutti a dargli contro: ti ricordi? “quaranta ore come gli operai, dovete lavorare!”, diceva la gente. E lasciare tutto com’è è sembrato ai più quasi come se gli avessimo fatto lo sconto. Roba da pazzi, bellissimo!

– E sì, è stata proprio una bella operazione. Ci hanno anche scritto dei saggi. Poi la tua idea di dire, lo stesso giorno, che non c’era una lira per pagare gli esodati (quelli sì, poveretti, eran messi male!) è stata la ciliegina sulla torta. Mi ricordo ancora i titoli dei giornali del giorno dopo: “Salvo l’orario dei prof. Mancano i fondi per gli esodati”. Non c’è che dire, proprio un bel protocollo. Quindi dicevi…

– Dicevo di mettere (così, provvisoriamente…) nella Legge di Stabilità un articolo che reintroduce la schiavitù nelle regioni del Sud…

Insegnanti di domani

Nel quotidiano balletto (o gioco dell’oca) delle dichiarazioni e delle prese di posizione sulla famigerata proposta di inserire nella legge di stabilità un aumento (a parità di stipendio e senza nessuna contrattazione con la controparte sindacale) dell’orario di lezione dei professori da 18 a 24 ore settimanali, l’uscita di oggi del ministro Profumo è la seguente (fote Ansa)

Non faremo l’intervento nella legge di stabilità – sottolinea Profumo – però si è aperta la discussione su questo tema e insieme alle componenti della scuola, le parti sociali e i partiti avvieremo un ragionamento di come dovrà essere la figura dell’insegnante del futuro”. Secondo il ministro profumo, infatti, “l’insegnante avrà ancora un ruolo importante nelle relazioni dirette con gli studenti e, quindi, nelle ore di lezione in classe, ma dovrà anche avere una presenza diversa all’interno della scuola. Questo, fare una scuola più moderna, è ciò che ci chiedono gli studenti.

Mi sembra interessante questo modo di affrontare i problemi nell’Italia dei professori al governo del 2012: metto sul piatto una proposta assurda, violenta, sconvolgente per la vita della scuola italiana, scateno il panico, mobilito la protesta e faccio esprimere negativamente ogni forza sociale dotata di raziocinio, metto in difficoltà la vita quotidiana delle scuole e degli studenti; e perché faccio tutto questo? Per aprire una ragionevole (e sacrosanta) discussione su come andrebbe riformata la figura professionale dell’insegnante. Mi pare esattamente come scatenare una guerra per convincere uno stato vicino a migliorare i rapporti commerciali con te. Come dire ad una ragazza: “se non esci con me stasera ti taglio le gomme della macchina”. Cos’è, la dialettica dello scugnizzo camorrista? La diplomazia della pistola alla tempia?

Nel merito, per l’ennesima volta il Ministro scopre l’acqua calda: il lavoro del docente non deve essere solo quello delle “relazioni dirette con gli studenti”; e grazie! come se ora fosse così! Magari quel che succede è che il lavoro in classe sia l’unico che ci viene pagato, non certo che sia l’unico che svolgiamo! Poi dice: “relazioni dirette con gli studenti e, quindi, nelle ore di lezione in classe”: faccio notare che già non è così: io quando (fuori dalla classe) correggo un compito, ho una relazione diretta con lo studente, così come quando programmo un’attività ho una relazione diretta con lo studente, e quando spiego una cosa allo studente in chat su facebook o posto sul gruppo facebook del materiale di approfondimento ho una relazione diretta con lo studente. Ministro, ma dove vivi? Cosa pensi di noi professori?

Ma tutte queste cose devono essere riconosciute, organizzate, contrattualizzate, pagate. E se vogliamo iniziare una discussione seria sulla figura dell’insegnante cominciamo dal discutere, come fa in un intervento di questi giorni Maria Pia Veladiano (al minuto 3, circa), sui differenti carichi di lavoro che ci sono nel mondo della scuola (un professore di lettere che vuol fare onestamente il suo lavoro lavora di più di un professore di educazione fisica, per quanto bravissimo; un professore di matematica lavora di più del miglior insegnante di religione; sarà ora di dirselo, porcogiuda!). E magari parliamo anche dei professori che fanno il doppio lavoro e ci riescono benissimo e di quelli a cui non basta il tempo nemmeno per fare bene il loro primo mestiere di insegnante in classi numerosissime e con materie onerosissime da insegnare. E parliamo anche, infine, del fatto che le lezioni private in nero sono uno scandalo; che andrebbero fatte alla luce del sole, a prezzi dignitosi (non si chiede ad un medico di fare visite a 15 euro all’ora!), magari a scuola e con il contributo delle famiglie (che si lamentano del prezzo delle ripetizioni per i loro figli sfaticati e poi al primo ponte partono su auto che non potrò mai permettermi per località turistiche che non potrò mai permettermi).

I love my chains

C’era una volta l’ora di italiano, nella scuola di Giovanni Gentile. Il professore spiegava dalla cattedra la sua lezione e poi interrogava: “Filippini, vieni tu”, Filippini si alzava e ripeteva la lezione e il professore gli dava il voto, il voto “orale”. Dopo un po’ si faceva il tema, il professore correggeva il tema e Filippini aveva il suo voto, il voto “scritto”. Alla fine del quadrimestre avevi la media dei voti delle interrogazioni, che si chiamava “orale”, e la media dei temi, che si chiamava “scritto”. Era semplice, lineare.

Col tempo le cose hanno cominciato a cambiare: quando è iniziato? nel Sessantotto? con le nuove pedagogie degli anni Settanta? Con l’edonismo degli anni Ottanta? Non so. So solo che nel 2001, quando è arrivato a scuola il prof. G.C., le cose non erano più così semplici e lineari. Il concetto di tema era superato, e si parlava di cose dai nomi molto più difficili: trattazione sintetica, saggio breve, testo argomentativo… roba così, insomma, che solo a far capire cos’era alla classe ci metti un mese. Anche le interrogazioni non sono più quelle di una volta, perché le classi sono numerosissime, le cose da fare sono tante e il tempo è poco: se interrogo per venti minuti un ragazzo a finire il giro ci metto tutto l’anno scolastico. Così ci siamo inventati delle cose strane, anche semanticamente improbabili, come le “verifiche scritte valide per l’orale”. Come dire: ti vendo una bicicletta e ti dico che è un motorino, mangio una frittata e la chiamo salsiccia. Dagli insegnanti di italiano ci si aspetterebbe che usassero con proprietà le parole, invece… Invece valutiamo sotto la voce “orale” (da os,oris “bocca”) prove svolte per iscritto. Frittate per salsicce, o viceversa.

Ci dicevamo: e vabbe’, è colpa del Ministero che ci impone ancora questa distinzione ormai anacronistica fra scritto e orale: spesso la didattica è trasversale, le verifiche sono di millemila tipi, queste sono etichette che non funzionano; magari sarebbe meglio dare un voto per le “conoscenze” e uno per le “abilità” (spesso capita che uno studi tantissimo e abbia tante conoscenze e poi non sia capace di usarle, allo scritto o all’orale che sia); che poi spesso l’orale falsa anche i voti, perché basta che uno abbia una buona loquela e riesce a mascherare le lacune meglio di quello più impacciato (il prof di solito se ne accorge della fuffa, ma l’alunno dice: “ma ho parlato sempre, ho detto un sacco di cose…”, e tu fai fatica a spiegare). Colpa del ministero che ci impone tutto questo, dunque, e non possiamo farci niente. Così noi ci adattiamo, e in qualche modo facciamo uscir fuori, alla fine del quadrimestre, un voto da scrivere sotto la casella “scritto”, uno sotto la casella “orale”, magari con qualche forzatura e qualche fatica inutile.

Adesso, con un colpo di genio davvero inaspettato, il Ministero ci suggerisce di adottare già nel primo quadrimestre un unico voto, che riassuma tutte le valutazioni date con i vari tipi di prova (scritti, orali, pratici, casting, sorteggio, quel che vi pare); suggerisce, ma lascia la decisione a noi docenti. Dico: evviva, si sono accorti che quelle etichette sulle pagelle sono una catena inutile, per una volta chi comanda riconosce all’insegnante una maggiore indipendenza, lo lascia libero di scegliere il tipo di verifica adatta alle necessità del suo lavoro nella sua classe: gaudeamus!

Si fa la riunione per decidere su questo punto: io ci vado sicuro che non ci sarà nemmeno da discutere, perché quale insegnante voterebbe contro una proposta che gli lascia maggiore libertà senza di fatto togliergli nulla? Ma nessuno, ovviamente. Infatti gli insegnanti di tutte le materie votano per l’adozione del voto unico. Tutti tranne quelli di italiano e latino e greco: “e perché un voto solo toglie dignità alla materia”, “e perché i ragazzi non capirebbero se vanno male allo scritto o all’orale”, “e perché all’esame di stato comunque c’è una prova scritta…”, “e perché…”. Insomma: nella mia scuola continueremo a dare un voto per lo scritto e uno per l’orale (continuando a fare verifiche “scritte valide per l’orale”, ovviamente!).

“Ti prego, dài, stringi più forte. Ah, come godo…”

Ciò che non vogliamo

Casini, per spiegare come mai ha votato la proposta di     legge che fa scattare il premio di maggioranza solo se si supera l’ineffabile soglia del 42,5% (e perché non il 44 e 2/3, o il 41+pigrecomezzi?), dice:

Vogliamo lasciare una legge elettorale che permette a Bersani e Vendola di raggiungere il 55 per cento con il 30 per cento dei voti? Chi vuole questo alzi la mano: io non lo voglio.

Se non altro non lo si può accusare di mancanza di chiarezza: nella torta voglio starci pure io, e che governino Bersani e Vendola da soli non mi va, quindi appoggio la proposta del PDL (con cui polemizzo ogni giorno) contro il PD (con cui ogni giorno danzo il minuetto delle alleanze). Qualcuno però faccia sommessamente notare al bellimbusto Casini che la legge che ora denuncia, la legge che ora sembra minare le basi democratiche della competizione politica, nel 2005 l’ha votata lui, non il Mago Merlino!

Sui possibili suggerimenti da dare a Bersani a questo punto, è abbastanza difficile non dare ragione a Gilioli.