Prendere partito

Da qualche giorno ho una cotta per questo libro di Paolo Nori che si intitola La meravigliosa utilità del filo a piombo, un libro in cui sono trascritti dei discorsi che Nori ha tenuto in occasioni pubbliche più o meno ufficiali. E’ pieno di citazioni intelligenti, e mi sa che ogni tanto ne riporterò qualcuna qui. Comincio da questa cosa che Simone Weil ha scritto nel 1943:

Quasi ovunque, e spesso anche per questioni squisitamente tecniche, il fatto di prendere partito, di prendere posizione pro o contro, ha sostituito il fatto di pensare. E’ una peste che si è originata nel contesto politico e si è diffusa a tutto il paese, alla quasi totalità del pensiero.

Al libro sono particolarmente legato anche per via della libreria dove l’ho comprato (anche se in realtà non l’ho propriamente comprato, ma vabbe’, è un dettaglio secondario…): la Libreria Safarà di Chiara, a Porto Potenza Picena, proprio un bel posto.

“Anche voler bene stanca”

La ripartenza del blog in questo 2013 è lenta è faticosa. Mi scuso con i passanti. Nell’attesa che qualche post degno di questo nome si coaguli, segnalo questo interessantissimo articolo dell’amica Renata (tratto dal blog collettivo La poesia e lo spirito) su un film che ho visto di recente amandolo moltissimo, e su un mestiere che ho intrapreso non troppo di recente, amandolo in egual misura (con quel che, nel bene e nel male, ne è venuto, ne viene, e ne verrà).

Da chi sono governato, io?

Che poi questa sera, quando ormai era ora passata di andare a letto, vedendo la televisione mi è tornato in mente un pezzo di Paolo Nori che volevo segnalare qui già qualche tempo fa, perché ne avevo parlato con T. una mattina passeggiando sul lungomare di PPP, e poi quella mattina eravamo andati nella bella libreria “Safarà” di Chiara, e con un buono che avevo ho anche preso un romanzo di Nori, appunto. E questo pezzo alla fine è una delle cose a cui ho pensato di più nelle ultime settimane, quindi eccolo.

Le cose però dipende anche da come le dici. Se per esempio Paolo Nori dice “quasi la stessa cosa” in questo modo qui non mi piace più. Va bene prendersela con la retorica, però senza esagerare in distacco e cinismo.

Due “Io e te”

Ieri sera ho visto Io e te di Bernardo Berrtolucci. Oggi ho letto Io e te di Niccolò Ammaniti. Mi sono piaciuti entrambi, ma forse il libro di più: Ammaniti è semplice e asciutto, Bertolucci sempre un po’ barocco anche quando i suoi personaggi si muovono in una cantina. E poi la differenza generazionale fra i regista e scrittore si sente.

E poi, io odiavo le fini. Nelle fini le cose si devono sempre, nel bene e nel male, mettere a posto. A me piaceva raccontare di scontri tra alieni e terrestri senza una ragione, di viaggi spaziali alla ricerca del nulla. E mi piacevano gli animali selvatici che vivevano senza un perché, senza sapere di morire. Mi faceva impazzire, quando vedevo un film, che papà e mamma stessero sempre a discutere della fine, come se la storia fosse tutta lì e il resto non contasse nulla. E allora, nella vita vera, anche lì, solo la fine è importante? La vita di nonna Laura non contava nulla e solo la sua morte in quella brutta clinica era importante?

 

Regalpetra, Italia /2

“Ci si sfoga dunque a parlare. Fuori c’è la festa e noi stiamo a calcolare e a discutere sulle complicatissime tabelle degli stipendi. Il governo ci tratta come pezze da piedi, diciamo. Ma se domani dal sindacato venisse l’ordine di scioperare, tra noi prevarrebbe l’opinione dei maestri più anziani contro lo sciopero; e anche i più accaniti si arrenderebbero. Pensate un po’, dice in proposito un collega, a mille e più ragazzi che ritornano a casa dicendo di aver trovato la scuola chiusa per lo sciopero dei maestri. E perché scioperano i maestri? perché chiedono qualcosa in più delle mille e duecento lire al giorno che per ora guadagnano. Mille e duecento lire: Cristo, qui a un salinaro ci vogliono tre giornate per guadagnarle, tre lunghe giornate a fiaccarsi le ossa, a ingrommarsi i polmoni della polvere del sale e del fumo delle mine. E a sentire che noi, obbligandoli a mandare i loro figli a scuola, ce ne stiamo a guadagnar tanto, tre ore e via, a stravaccarci nelle poltrone del circolo e non ci basta quello che guadagniamo, certo ci odierebbero più di quanto odiano il padrone che li spreme. […] Il discorso è persuasivo. E’ verissimo che i poveri ci odiano. Ma ci odiano anche i piccoli proprietari, ad ogni aumento dei tributi che vien loro notificato essi trovano in noi maestri l’oggetto immediato del loro odio contro lo Stato, così cieco lo Stato da rodere le loro poche salme di terra, da costringerli a vendere e a far debiti, e noi pagati per non far niente, centottanta giorni di scuola in un anno, tre ore al giorno di lavoro. Parlano di noi come se le loro tasse direttamente passassero nelle nostre tasche. Con cinque salme di terra – dice uno al circolo – trentamila lire al mese mi restano. Non dice che le trentamila lire lui le aspetta seduto al circolo da un capodanno all’altro, a incrunare punti al gioco dello scopone. Anche gli avvocati e i medici ci dicono – beati voi che lo stipendio l’avete sicuro e ve ne state a far niente. E si dice – pane di governo – per dire guadagno sicuro, che ogni mese giunge come il giorno dopo la notte; pane di governo che noi maestri mangiamo come quei cani impiombati di noia, che non cacciano e non abbaiano, e i contadini dicono che mangiano a tradimento la cruscata. Tutti ci guardano male, insomma. Se scioperassimo, quello delle cinque salme e dello scopone forse accopperebbe qualcuno di noi.”

(sempre da  Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, in Id., Opere, Milano, Bompiani, 1987, vol. I, pp. 108-109)

Regalpetra, Italia /1

“Pare che a Regalpetra il regime commissariale sia il solo capace di risolvere quei problemi che nel Consiglio comunale si risolvono con la concorde volontà di almeno sedici persone; difficile a Regalpetra mettere sedici persone d’accordo, a meno che non si tratti di operare in danno di qualcuno, e preferibilmente in segreto. Perciò un Consiglio comunale democraticamente eletto mai si troverà in condizioni di serenità, meglio il commissario prefettizio, anche se è un commissario fantasma e tutto è nelle mani del segretario della Dc, il commissario decide in un giorno cose che per anni il Consiglio trascina – così la pensano molti a Regalpetra; il Consiglio comunale è divertente, ma solo col commissario qualcosa di buono si ottiene.”

(da Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, in Id., Opere, Milano, Bompiani, 1987, vol. I, pp. 77-78)

àrmavirùmque…

Ascoltare gli esametri di Virgilio recitati da quest’uomo è davvero un piacere. Direi quasi (lo dico? ma sì, lo dico!) che è ancora meglio di quando legge la Divina Commedia.

Per chi volesse, qui si trovano i link per scaricare l’integrale, detto a Mantova tanti anni fa, e che io ascoltavo alla radio, la sera tardi, nel periodo in cui preparavo con fatica e piacere l’esame di latino all’università.

Da qualche parte credo di avere anche le audiocassette…

Piccola antologia di versi di un poeta contemporaneo

Confessioni di Pier

Se poi la coda / Tornò di moda, / Ligio al Pontefice / E al mio Sovrano, / Alzai patiboli / Da buon cristiano.
La roba presa / Non fece ostacolo; / Ché col difendere / Corona e Chiesa, / Non resi mai / Quel che rubai.

***

Parere

In questo secolo / vano e banchiere / che più dell’essere / conta il parere.

***

Elogio della follia

In barba all’ebete/ servitorame / degli sgobboni / ciuchi e birboni; […] / a conti fatti, / beati i matti!

***

Notizie dall’Iran

“Dal mio Stato felicissimo / (che per grazia dell’Altissimo / serbo nelle tenebre) / imporrò con un decreto / che chi puzza d’alfabeto / torni indietro subito: / e proseguano il viaggio, / purché paghino il pedaggio, / solamente gli asini.”

***

La civiltà dei consumi

La spada è un’arme stanca, / scanna meglio la banca. // Pace a tutta la terra; / a chi non compra, guerra!

L’autore di questi versi è Beppe Giusti, giovane studente di Monsummano Terme, che ha scelto come sua cifra stilistica di travestire in stile ottocentesco le sue osservazioni sull’Italia e sul mondo di oggi. I critici, pur apprezzando la capacità di cogliere le contraddizioni del mondo presente, ritengono la sua scrittura troppo acerba, incapace ancora di sollevarsi dal mero dato di cronaca, e da una descrizione nuda dei fatti. In definitiva, gli viene contestato di fare una poesia valida solo in relazione alla condizione politica e sociale di questi anni, anzi di questi giorni, che certo non potrà essere compresa né tantomeno condivisa dalle generazioni che verranno.

(Le citazioni provengono da un saggio di Gino Tellini contenuto in questo libro)

Bella addormentata

Ho visto Bella addormentata la sera in cui è uscito nelle sale. Anzi: la sera prima, perché il multisala dove ero andato per vedere l’ennesimo film sulla scuola aveva deciso di anticipare di un giorno la proiezione dell’opera di Bellocchio. Questo non significa che l’abbia visto per sbaglio: ci sarei andato comunque e comunque prima possibile, perché il tema mi è sempre stato molto caro, perché Bellocchio è un regista che non sempre capisco ma che sempre mi interroga, e anche perché Bella addormentata è uno di quei film che quando l’hai visto poi hai qualcosa di cui parlare con gli amici per qualche mese almeno. Ci sarei andato lo stesso, dunque, ma il contrattempo ha avuto, in ogni caso, delle conseguenze sulla visione, per due motivi. Primo motivo: non ero assolutamente preparato al film; né la ragione né le emozioni erano state allertate, e sono stato catapultato in un mondo che non era quello che pensavo avrei abitato quella sera. Secondo motivo:  andavo al cinema con una compagnia un po’ diversa dal solito; si doveva vedere un film sulla scuola e stavo, guarda caso, fra insegnanti; e nella compagnia c’era un fervente cattolico molto attento all’ortodossia, e una donna appena reduce da un lutto, costretta a sperimentare sulla pelle di una persona cara la brutale concretezza di espressioni apparentemente algide come “interruzione dell’accanimento terapeutico”. C’erano, dunque, le premesse per un’esperienza forte. E tale è stata, in effetti.

A me, tanto vale dirlo subito, il film è piaciuto moltissimo. Anzi: pur nella imperfezione di tanti aspetti singoli, mi è sembrato un film perfetto. Spiego: Bellocchio secondo me si è fatto carico di una sfida quasi impossibile: trattare in un’opera d’arte un caso umano (o di cronaca, o politico, o giudiziario, o culturale, o non so come altro definirlo) così tormentoso e complesso come quello di Eluana Englaro, e del filo di vita e di morte che l’ha legata per tanti anni al padre Beppino (e non solo a lui). Era, obiettivamente, qualcosa di difficilissimo. Fra i pericoli dell’apologo morale da una parte e dell’estetica da fiction dall’altra, non c’erano molte strade, forse una soltanto, e quella strada secondo me Bellocchio l’ha saputa percorrere. Per questo dico che è un film perfetto, perché è forse l’unico film che su questo tema si potesse fare. Per realizzarlo Bellocchio non solo ha tolto il corpo e i volti dei protagonisti veri dalla scena (scelta per tanti  versi necessaria); ha anche riempito il film – come è nella sua poetica – di personaggi che non si preoccupano mai di sembrare realistici ma che sono, nella trasfigurazione dell’arte, sempre (o almeno: molto spesso) veri. Sono personaggi esagerati, spesso nevrotici, a volte disturbati e disturbanti, sempre terribilmente inquieti e fragili di fronte ai problemi ultimi. Ritratti deformati di tutti noi, alla fin fine.

Accanto a questo, c’è anche un discorso sulla società. Non propriamente un discorso politico, ma sulla crisi di cultura e di umanità che attanaglia il nostro vivere di italiani di oggi, e che trova nella politica, se non altro, uno specchio. Partiamo da un dettaglio, che poi tanto dettaglio non è: molti dei personaggi del film sono costretti dal regista a fare i conti con la presenza ossessiva di schermi televisivi che proiettano le loro luci livide e spettrali su corpi, volti, oggetti. In una scena misteriosa e affascinante due uomini (un fratello, un padre) completamente proiettati su sé stessi, sulle loro ambizioni e sulle loro sconfitte, anche di fronte al coma della sorella, alla follia della moglie, rimangono attoniti a guardare su uno schermo enorme le evoluzioni sottomarine di giganteschi e inquietanti ippopotami. Ma è soprattutto nelle stanze della politica – attraversate dal sempre bravissimo Toni Servillo – che la televisione è onnipresente. Nell’era berlusconiana (di cui il film compone il ritratto più convincente che mi sia stato dato di vedere) la televisione è onnipresente, dalle stanze del potere all’ultimo tinello: in ogni stanza del Palazzo vengono trasmessi i tg o i discorsi dei parlamentari (quasi a dire che tali discorsi hanno ragion d’essere solo se teletrasmessi); persino nel surreale bagno turco che è teatro di alcune fra le scene più riuscite del film (ad esempio l’ormai noto dialogo fra il Senatore-Servillo e lo Psichiatra-Herlitzka) c’è sempre uno schermo su cui scorrono informazioni relative ai lavori dell’Aula; in un’altra scena i politici di Forza Italia si fanno una foto, ma i loro veri volti sono oscurati dalla proiezione di un filmino propagandistico. Fino ad un momento che m’è parso geniale: un personaggio sta per entrare nell’Aula del Parlamento, e sta davanti ad una grande ed elegante porta di legno, la porta si apre e dentro si vede, invece dell’aula, una riproduzione video (piuttosto sgranata) della stessa.

Il film mi pare, insomma, la metafora di un paese che ha perso la sua umanità, senza guida etica e morale; la massa imbestiata dal rincitrullimento televisivo, gli individui lasciati soli con le loro cose e le loro idee, le loro idiosincrasie, le loro nevrotiche paure. Non mi è sembrato, invece, un film (solo) sui problemi etici, tanto meno un film che su quei problemi vuole dirci la sua verità, o darci la sua ricetta. Forse ci chiede solo, in assenza della struttura etica e politica necessaria ad un paese per affrontarli con serenità, di non strumentalizzarli a fini di parte.

Mi pare anche che sia un film sui confini, e sulla loro essenza labile, equivoca. Le cose, lì sul bordo, non sempre sono semplici e chiare, e non sempre sono quel che sembrano. Di fronte a quel tremendo e intimo momento in cui un essere umano smette di vivere, be’, dire qualche verità assoluta è molto rischioso, e evitare equivoci non è facile. In conclusione, dopo il film mi viene da ribadire ancora una volta quel poco che da tempo sostengo, su questi argomenti: come sembra volerci dire anche l’epilogo della vicenda umana del Cardinale Martini, quei momenti non possono essere di altri che del morente e di chi, con lui, ha condiviso una vita di legami e di affetti. E nessun potere, politico o religioso, può rivendicare la proprietà e la giurisdizione su quel territorio.

Dopo aver visto il film, ho letto qualche recensione (non molte in verità). Fra tutte mi ha stupito quella, inutilmente livorosa (fin dal titolo) e priva di qualsiasi empatia artistica, di Michela Murgia, che legge il film solo con gli occhi delle categorie politico-religiose (cattolici e laici, radicali e clericali…), senza nessuno sforzo per cercare di entrare nel mondo del regista. Ha dell’incredibile, se penso che la Murgia è l’autrice di Accabadora, libro che ho amato molto, e molto ho raccomandato proprio per la sensibilità con cui accosta temi complessi quali l’eutanasia. Comunque ho capito che con i consigli di lettura e di visione dell’autrice sarda devo andarci molto cauto: una sua prefazione al romanzo L’ultima tentazione di Cristo, anticipata sul suo blog (e che mi era piaciuta parecchio), mi ha già spinto, l’estate scorsa, ad una delle letture più faticose e aride degli ultimi anni: quello di Kazantzakis è un libro noioso, di troppe pagine e di poche idee, che non merita certo i soldi necessari ad acquistare la ristampa niente affatto economica prefata dalla Murgia. Ve lo dico: sono soldi sprecati: usateli piuttosto per andare a vedere il film di Bellocchio; e vi resteranno anche gli spiccioli per i popcorn.

Molto bella, invece, la recensione di Gianluca. Anche se forse non è bello citarsi a vicenda…

Se poi volete la recensione di un critico cinematografico vero…