[pro memoria 05/16]

Libri acquistati (o ricevuti in regalo) – Paolo Nori, Manuale pratico di giornalismo disinformato (e ci ho pure l’autografo, se a qualcuno gliene può importare); Almanacco 2016 – Esplorazioni sulla via Emilia; Gianni Celati, Studi d’affezione per amici e altriPiero della Francesca. Indagine su un mito (catalogo della mostra di Forlì);

Libri letti – Vittorio Sermonti, Se avessero (8…); Paolo Nori, Manuale pratico di giornalismo disinformato (19); E. Hemingway, Festa mobile (23); M. Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawke (25); E. Hemingway, Per chi suona la campana (…); Alba De Cespedes, Nessuno torna indietro (…);

Libri da tenere sott’occhio – Marco Balzano, Il figlio del figlio; Marco Balzano, Pronti a tutte le partenze;

Film visti – Sole alto**** di Dalibor Matanic (1, Azzurro); La pazza gioia*** di Paolo Virzì (21, Kursaal); Julieta*** di Pedro Almodovar (29, Capitol).

Altro – Paola Magnarelli, Dall’indicibile al comparabile (in Paradigma lager, CLUEB 2010); a Macerata Racconta ho sentito gli interventi di Paolo Di Paolo, di Giuseppe Dino Baldi, Paolo Nori, Marcello Fois e Chiara Valerio…

 

 

 

legenda degli asterischi:

*non vale la pena   **vale la pena   ***bello   ****wow   *****(non so se li userò mai)

La fine delle cose (buone)

Oggi chiude (chiusura ampiamente annunciata) Le Buone Cose, un blog forse poco noto ma che ho amato come nessun altro, e senza il quale certamente tuttequestecose non esisterebbe. Avete, credo, qualche ora ancora per farci un giro, poi scomparirà dalla rete. Io, anche se so che così perderò per sempre la possibilità di rileggere un sacco di cose belle (oltre che buone), non ho cuore: ho provato a scorrere un po’ e mi fa troppa tristezza.

Però il suo autore, che è anche un mio carissimo amico, ha deciso così, e quindi – per forza – va bene così. Io lo prendo anche come un invito alla riflessione su quanto sia effimero tutto quello che scriviamo e comunichiamo in rete, e sull’illusione, potente quanto vana, che le cose, solo perché stanno in questi spazi (blog, social, siti e quant’altro), allora in qualche modo restino per sempre. Non è così (forse è giusto che non sia così) e ce lo dobbiamo ricordare.

Allora addio alle buone cose, ai suoi post sempre intelligenti e arguti, e anche ai commenti, molti miei, sotto a quei post.

Io, sapendo che l’autore che sta dietro a Le Buone Cose è uno che ha molto da dire e sa sempre benissimo come dirlo, spero solo che questa fine sia solo un modo per lasciare spazio ad altre forme, meno effimere, di scrittura.

Au revoir!

Nuovi concorsi e vecchi esami

Si è parlato abbastanza in questi giorni di un editoriale di Ernesto Galli Della Loggia molto severo nei confronti del Miur, e in particolare di coloro che hanno pensato e redatto le domande di storia per la prova scritta dell’ultimo concorso. Lo storico e giornalista ha ragione da vendere a polemizzare con quel mix di incompetenza e saccenteria tecno-futurista (“non sappiamo nulla di nulla di come si insegna la storia, ma mettiamoci qualche parola inglese, magari ispirandoci al sottotitolo del nostro videogioco preferito, che fa tanto up-to-date, e sarà tutto bellissimo”), e il discorso si potrebbe allargare a tutte le discipline e alla struttura stessa della prova, che richiedeva di elaborare percorsi complessi, con le più varie e diversificate implicazioni didattiche, in qualcosa come 15 minuti a quesito. Fra l’altro, proprio l’altro ieri una collega che ha partecipato a questa tragica farsa mi spiegava che c’erano una serie di questioni anche tecniche affrontate con superficialità e improvvisazione, e senza nessun tipo di coordinamento fra chi aveva ideato i quesiti e chi aveva organizzato la piattaforma informatica sulla quale la prova si doveva svolgere. Esempio: un quesito di matematica richiedeva di elaborare un mappa concettuale, ma il programma su cui i candidati dovevano lavorare era un word processor (immagino una cosa simile al “blocco note” di windows) dove era solo possibile scrivere un testo continuo e cancellare, senza nessuna possibilità di formattare e usare la grafica: per fare una mappa concettuale in queste condizioni devi essere un maestro dell’ecfrasi. Cose così, insomma, stupidaggini, quelle robe che capitano quando si improvvisa, o quando ci si affida ad incompetenti.

Ma il punto principale sta nell’idea di insegnante sottesa a questo tipo di prova: una persona che in un quarto d’ora ti improvvisa un percorso didattico, un modulo, una lezione, buttando lì qualche parola di neolingua didattichese, una spruzzata di inglese imparaticcio, che faccia il suo lavoro in poco tempo e possibilmente in economia.

La cosa mi ha ricordato tantissimo il mio esame di geografia all’università. Funzionava pressappoco così: non c’era da studiare il libro di geografia umana, ma sapere – ad esempio – che per lo studio geografico della città nel mondo odierno è importante il concetto di nodo. Ok, se c’era una domanda sulle città tu dovevi scrivere un breve testo (erano nozioni che si tramandavano da appello ad appello) che poteva anche essere una vera e propria supercazzola, bastava scrivere bello grosso la parola nodo e sottolinearla con enfasi. Bene, la correzione del test era in tempo reale: il professore prendeva gli elaborati, quand’era il tuo turno ti chiamava e correggeva seduta stante (circa 20-30 secondi ad elaborato) e se vedeva subito le parole chiave che si aspettava di trovare ti diceva cose tipo: “tu sì che hai capito, sei andato al succo della questione” e arrivava anche a espressioni come “Sei un Dio”, “Vai come un leone”. Non sto inventando, qualche lettore di questo post c’era e sa che non sto raccontando balle. Io, naturalmente, a quell’esame ho preso trenta e sono uscito dall’università senza sapere assolutamente nulla di geografia umana. Però io e quel professore stavamo anticipando la didattica smart del futuro, e non lo sapevamo (io certamente no).

Per approfondire, due come al solito impeccabili post di Mariangela Galatea Vaglio: qui e qui.

Primavera

Con i pescatori e con la vita sul fiume, le belle chiatte con la loro vita a bordo, i rimorchiatori con i camini che si piegavano all’indietro per passare sotto i ponti, tirando file di chiatte, i grandi platani sugli argini di pietra del fiume, gli olmi e ogni tanti i pioppi, non potevo mai sentirmi solo lungo il fiume. Con tutti quegli alberi in città, potevi vedere la primavera che avanzava giorno per giorno finché una notte di vento caldo non l’avrebbe portata all’improvviso in una sola mattina. A volte le piogge fredde e pesanti la respingevano tanto da dare l’impressione che non sarebbe mai arrivata e che ti stavi perdendo una stagione della tua vita. Questo era il solo momento davvero triste a Parigi perché era innaturale. Ti aspettavi di essere triste in autunno. Parte di te moriva ogni anno quando le foglie cadevano dagli alberi e i rami erano nudi contro il vento e la fredda luce invernale. Però sapevi che ci sarebbe sempre stata la primavera, come sapevi che il fiume avrebbe ricominciato a scorrere dopo il gelo. Quando le piogge fredde persistevano e uccidevano la primavera, era come se un giovane fosse morto senza ragione. A quei tempi, comunque, la primavera finiva sempre per arrivare; ma era terrificante che avesse rischiato di non farcela.

Hernest Hemingway, Festa mobile

Preistoria digitale, gente che scappa, streghe che bruciano

Tutti sappiamo che una volta risolto il problema della quantità artistica sarà inevitabile occuparsi della sua selezione. Molti però oggi pensano, e non a torto, che nella preistoria digitale nella quale siamo immersi, questo non sia ancora accaduto se non per un numero molto limitato di utilizzatori avanzati. E che anzi molto spesso gli algoritmi, i mercanti e la (nostra) psiche, favoriscano l’esatto contrario.

E’ un brano tratto da un articolo di Massimo Mantellini di cui non credo di condividere l’idea di fondo (non è bello cancellare la propria pagina facebook o twitter perché così scompaiono pezzi di vita digitale di chi ha interagito con te: e allora?) ma che è pieno di riflessioni molto stimolanti su quel che sta cambiando nel rapporto fra artisti e pubblico, e più in generale fra persone che producono e si scambiano informazioni e idee in rete. Continua a leggere

[pro memoria 04/16]

Libri acquistati – Vittorio Sermoni, Se avessero; Eraldo Affinati, L’uomo del futuro; Pasolini e la pedagogia; Zagrebelsky, Senza adulti; Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawke; Sylvia Plath, La campana di vetro; Hemingway, Festa mobile;

Libri letti – Francesco Pecoraro, La vita in tempo di pace (2); Maria Eisenstein, Internata n. 6 (7, r); Marco Balzano, L’ultimo arrivato (15, r); Eraldo Affinati, L’uomo del futuro (22); Stefano Valenti, Rosso nella notte bianca (27); Vittorio Sermonti, Se avessero (…).

Libri da tenere sott’occhio – Javier Cércas, Il punto cieco; J.-P. Salazar, Parole armate; Francesco Ciabattoni, La citazione è sintomo d’amore; Paolo Di Paolo, Una storia quasi solo d’amore; Morin, un libro del 2015 sul futuro dell’insegnamento; Zerocalcare, Kobane calling. 

Film visti – Un bacio di Ivan Cotroneo (Goldoni, 3); Remember di Atom Egoyan (Sabbatini, Cinema è bello, 7); Diabolik di Mario Bava (Cinelinguaggi, 14, solo prima parte); Histoire d’O (16); Dio esiste e vive a Bruxelles di Jaco Van Dormael (Sabbatini, Cinema è bello, 22)

Teatro e musica dal vivo – Die Landung-Lo sbarco (Porto San Giorgio, 10); Arditti String Quartet (Lauro Rossi, 11); Antigone (di A. Mingarelli, con Anahì Traversi, Borgo Ficana, 28);

Altro – Un’intervista fluviale a Francesco Pecoraro; un articolo anch’esso fluviale ma poco convincente sull’ISIS come rivoluzione (letto in italiano su Internazionale); la rivista Il reportage;

Titolo alternativo per questo post: “Io mi compro i libri per poi poterli NON leggere con tutta calma” (un post su facebook di Francesco Pecoraro, quando su facebook c’era Francesco Pecoraro).

Un bacio

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Domenica scorsa, 3 aprile, allo spettacolo dell’ora di cena, in una grandissima e semivuota sala del Goldoni abbiamo visto questo film italiano che ci è piaciuto molto: Un bacio, di Ivan Cotroneo (primo film che mi capitava di vedere di questo regista).

E’ la storia di tre ragazzi di sedici anni, tutti e tre emarginati: Lorenzo, un vulcanico, vitalissimo omosessuale orfano e appena adottato dopo mille peregrinazioni; Blu, una ragazza bella, sensibile e musona che è da tutti additata come la troia; Antonio, un ragazzo timido, bravo solo a pallacanestro, bocciato, traumatizzato dalla perdita dell’amatissimo fratello in un incidente stradale.

Fra i tre nasce una strana e intensissima amicizia fra sfigati, commovente nei momenti più solari, incasinati e felici, ma destinata a complicarsi terribilmente.

Gli attori protagonisti sono magnifici, soprattutto l’esordiente interprete di Lorenzo, Rimau Grillo Ritzberger. Il regista molto bravo a tenere il ritmo e soprattutto consapevole di quel che sta costruendo, facendo reagire Fate ignoranti Jules et JimMilk e… Mika!

Del suo approccio mi sono piaciute soprattutto due cose: la prima è che prova a trattare con rispetto e amore il mondo adolescenziale, senza sopraccigli inarcati e senza moralismi: avere sedici anni è complicato, e se sei un frocio, una puttana, un deficiente lo è molto di più, ma in ogni caso se hai sedici anni non sei un bambino e non vai trattato come un bambino: Cotroneo non lo fa: sta dalla loro parte; loro – ci ricorda – sono il futuro, e quindi non stiamo qui tanto a menarcela, noi adulti, per favore, con i nostri “ai miei tempi”!

Seconda cosa: trattando argomenti come omofobia e bullismo, l’autore sa benissimo che la strada verso la loro sconfitta è lunga e tortuosa; e non siamo vicini al traguardo, nemmeno un po’. E sa che una certa maggiore libertà di esprimere il proprio essere, oggi presente almeno in alcuni ambienti, non è un traguardo raggiunto, ma un punto di partenza, perché questa espressione libera di sé resta – per chi la esercita, come Lorenzo nel film – piena di rischi; il primo: quello di una reazione violenta di chi non ha gli strumenti psicologici e culturali per accettare davvero una diversità non più nascosta, segregata, rimossa. Questo è il punto in cui siamo e che il film fotografa (anche allo scopo di promuovere presso il pubblico giovanile la consapevolezza della necessità di ulteriori passi). Per questo motivo Un bacio, quasi in contraddizione con la scelta di un linguaggio apparentemente leggero, da commedia, non è per niente consolatorio, e ci sbatte in faccia senza pietà la durezza del mondo.

Un film da vedere, dunque, e che spero davvero tanto piaccia non solo agli adulti, ma anche agli adolescenti che lo andranno a vedere.

***

Uscendo dal cinema ho ripensato ad A., un mio alunno di tanti anni fa, che somigliava in tante cose a Lorenzo: come Lorenzo si vestiva e parlava in maniera strana, e gli piaceva ballare, magari sui banchi se ce n’era l’occasione. Non lo vedo da tantissimi anni, forse dalla sera che ci siamo salutati – un po’ teatralmente: lui era così – alla fine della terza media. Ma so che ha la sua vita, che è diventato un artista, e parla pubblicamente della sua omosessualità. Ogni tanto vedo le sue foto su internet, su facebook: è bello, quasi sempre sorridente, sembra felice. Ma so che niente è mai facile, per chi come lui e come Lorenzo vuole vivere la sua vita a modo suo, senza paura. Auguri, dunque, a tutti gli A. e a tutti i Lorenzo.

Brooklyn

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Il 27 marzo, giorno di Pasqua, in un cinema parrocchiale semivuoto di Ancona, allo spettacolo del tardo pomeriggio, abbiamo visto Brooklyn, un film di cui non sapevo nulla a parte quello che si poteva desumere dalla locandina: tre candidature all’Oscar (film, sceneggiatura, attrice protagonista) nessuna andata a buon fine, sceneggiatura di Nick Hornby, ambientazione d’epoca (una parte certamente a New York), e niente altro.

E’ stata una bella sorpresa, un film inatteso per la sua delicatezza, compostezza e – mi verrebbe da dire – classicità. Per come rinuncia a vezzi e colpi di scena inutili concentrandosi sul nocciolo della questione (una giovane donna di fronte a normalissime ma decisive scelte di vita); e per come riesce a farlo senza annoiare, anzi.

Bravissima la protagonista. Attento e onesto ma niente di più il regista. Quel satanasso di Nick Hornby ci mette molto del suo costruendo una sceneggiatura praticamente perfetta.

Per chi ha tempo, vale la pena di leggere leonardo, che come spesso gli capita coglie il punto. Locatelli un po’ più freddino.

Appunti per un documentario antropologico su Loreto

(un post vecchio di qualche anno, rimasto a lungo fra le bozze per un motivo che non ricordo più, ma ora mi va di tirarlo fuori…)

Domenica scorsa sono stato a Loreto, ho assistito ad una messa, resa solenne da cori internazionali e bravi musicisti locali; celebrava un vescovo. Io a Loreto ci andavo da piccolo, e ero contento perché di solito alla fine del giro in Santa Casa i miei si fermavano in un negozio di giocattoli più fornito della media. In ogni caso, è un luogo della mia infanzia, e della mia vita. Credo che con un po’ di pazienza potrei ricostruire il mio percorso nella religione cattolica (scoperta, fascinazione, adesione incondizionata, inquietudine, dubbi, rifiuto, ancora dubbi, sereno distacco, sempre più dubbi, sguardo razionale, dubbi definitivi, rassegnazione, dubbi insormontabili, consapevolezza, dubbi, libertà, dubbi, irritazione, dubbi, denuncia, dubbi, ancora distacco e libertà… ad libitum) ricostruendo i miei passaggi, da solo o variamente accompagnato, nella casetta della Madonna Nera di Loreto.

Ieri, comunque, ci sono tornato dopo veramente tanto tempo, e non so perché proprio ieri avevo lo sguardo dell’antropologo, almeno per come posso immaginarmelo io, che antropologo non sono. Io me lo figuro così: un terzo distanza, un terzo curiosità, un terzo spirito critico, e un pizzico di simpatia istintiva. Ne sono venute fuori alcune osservazioni:

1) La stampella messa di traverso a tenere occupati in prima fila.

2) La monaca che invita “chi è uso a prendere l’ostia sulla mano a metterla in bocca alla presenza dell’officiante” (contro eventuali satanisti?).

3) L’impressionante sequenza di cassette per le offerte in prossimità e dentro la Casa della Madonna Nera: all’ingresso, a ciascuna delle uscite, dove la gente sta ferma in preghiera. Ma soprattutto (il particolare mi ha colpito tantissimo) nello spazio sottostante la Madonna Nera: se si pensa a quello spazio come ad una piccola chiesa (e tutti gli elementi strutturali spingono a questo: la posizione della Madonna, la grata, la forma complessiva dell’edificio…), lo spazio sotto la Madonna è quello destinato all’altare, ovvero il luogo del sacrificio eucaristico, e in effetti ogni cappellina, anche la più piccola, lì c’è un altare – in questo caso no: in questo caso lì c’è una grande fessura per le offerte dei fedeli. Poi si esce, e un apposito addetto (un frate) si occupa – a pagamento, mi par di capire – della benedizione degli oggetti sacri. (Pensare, in questi momenti, a Lutero; o a Pietro Giordani, come ad esempio in una delle più belle scene de Il giovane favoloso).

4) La giovane rannicchiata in un angolo di quella cappellina, in sincera e commossa (e commovente) contemplazione.

5) Il vescovo che alla fine della messa, dopo aver salutato gli ospiti stranieri, rivolge un pensiero agli industriali riuniti per la “Pasqua degli imprenditori” [sic!], e nomina con deferenza il più importante di loro (lui si schernisce). Alla fine tutti a salutarlo e omaggiarlo, in una lunga fila. Come un signore feudale.

6) I pagamenti in contanti, e senza ricevuta, ai collaboratori, direttamente con le banconote di piccolo taglio delle offerte dei fedeli.

7) L’indiano che cerca di convincere i due turisti in divisa da motociclista che i suoi occhiali sono fatti in Italia, “no roba cinese”.

8) La messa per i giovani che si preparano al matrimonio, la ragazza che si stringe al ragazzo nel momento in cui il celebrante parla di progetti per la vita e amore puro. Io mi sento un intruso, e mi vergogno un po’ quando mi trovo a pensare che quella povera ragazza la stanno illudendo. E che per quel prete sono solo parole mentre per lei è carne e vita vera.

9) La gente in fila a fare la comunione. Persone che non ci pensano e stanno lì a ripetere un rito antichissimo, antropofago: mangiare il tuo Dio o il tuo nemico perché ti dia la forza. Non ci si pensa, ma è una roba primitiva, o meglio: primordiale. A me, 226 anni dopo la rivoluzione francese, fa quasi paura. Ma mi affascina, anche.

10) Il maxischermo che rimanda i due giovani frati barbuti (esteticamente non così diversi da rivoluzionari cubani, o hipsters, o fondamentalisti islamici) che portano il candeliere con aria svogliata.

Eccetera.