Renzi aveva il diritto di sostituire Mineo, era nelle sue prerogative e non ci piove.
Il motivo per cui questa è una storia sbagliata è un altro, ed è il fatto che ci sono dei reali problemi di metodo e di merito nel modo in cui sta andando avanti questa vicenda della riforma della Costituzione. E se una minoranza di un grande partito intravede questi reali problemi politici nelle scelte della maggioranza di quel partito, è giusto che lo dica e che combatta per evitare errori che poi potremmo pagare tutti.
Un grande partito è la sede naturale di queste discussioni, che devono essere approfondite e serie, soprattutto se si parla di Costituzione. E la maggioranza, anche se è reduce da un grande successo elettorale, anche se ha un leader finalmente forte e riconosciuto come tale, dovrebbe ascoltare con un po’ più di attenzione e agire con un po’ meno ruvidezza.
Mi pare lo dica anche Pippo in questa lettera, senza tentennamenti, come è giusto che sia.
Tre postille del giorno dopo (14/6):
1) Mineo ha messo in seria crisi la credibilità sua personale (e me ne importa poco) e quella della sua battaglia (e me ne importa assai) con delle uscite del tutto improvvide, fatte peraltro in presenza di quello che a molti (e a me) appare come il leader dell’unica opposizione interna attualmente esistente nel Partito Democratico, cioè Pippo Civati, e di una donna di alto profilo culturale e politico come Ilaria Bonaccorsi, entrambi visibilmente (e comprensibilmente) imbarazzati. Postilla alla postilla: non sempre la società civile prestata alla politica è meglio della politica.
2) Può valere la pena di leggere le osservazioni di Raimo sull’episodio.
3) Vale certamente la pena di sentire il discorso di Walter Tocci all’assemblea nazionale di oggi. Un discorso gigantesco, soprattutto nella seconda parte. Renzi sta dalla parte dei ruvidi; Tocci e Pippo stanno tra i gentili, e io con loro.
Tempo di scrutini: io quest’anno ne ho tre, tutti domani mattina. Le carte sono pronte, le valutazioni sono arrivate come la naturale prosecuzione di un percorso lungo un anno, e ho cercato di fare del mio meglio, come al solito, sperando che gli errori non siano troppi né troppo gravi. Le emozioni, quelle, le ho lasciate ai ragazzi, come ricordo.
Quindi non ho altro da fare, se non prepararmi ad ascoltare quel che si ascolta ad ogni consiglio di classe, e ad ogni scrutinio: la lamentatio sul fatto che non ci sono più i ragazzi di una volta, che mai come quest’anno ho fatto fatica, che, cari colleghi, io non so proprio più che fare le ho provate tutte ma questi proprio non ce la fanno saranno tutti questi smartphone questi social stanno sempre lì a spippettare ma che si diranno mai tutto il giorno. Questo, più o meno, ascolterò, e se nessuno lo dirà sarà solo perché lo si dà ormai per scontato, come la lettura del verbale della seduta precedente.
Insomma, il dato è questo: ogni anno gli studenti della mia scuola sono peggio dell’anno scorso. E questo avviene regolarmente ogni anno, da parecchio tempo. Una volta, ai vecchi tempi in cui frequentavo per mestiere biblioteche, mi sono trovato a scartabellare nei carteggi di qualche studioso o letterato di metà Ottocento, c’erano di mezzo Carducci, De Sanctis e altri pezzi da novanta del tempo: già allora era tutto un lamentarsi di quanto fossero scarse le nuove generazioni… Uno di questi giorni vado a recuperare qualche passaggio che m’ero trascritto, e magari lo metto qui, per chi fosse curioso. Insomma: è almeno da un secolo e mezzo (almeno, ma ci sono testimonianze anche dai tempi di Cicerone o forse anche di Socrate) che ogni anno i ragazzi sono tremendamente più scarsi dell’anno precedente. Mi chiedo: ma come mai ancora non siamo tornati a vivere nelle caverne? Come hanno fatto intere generazioni composte da individui progressivamente più indolenti e subdotati a tirare avanti la baracca? Mah…
Io ho sempre visto la cosa da un altro punto di vista: i ragazzi che abbiamo davanti hanno sempre la stessa età, noi invece ad ogni anno siamo di un anno più vecchi. I ragazzi sono come lo Zefiro che torna ogni primavera, e anche se noi – discretamente – cerchiamo di rubare come timidi vampiri un po’ della loro gioventù, il punto è che ogni anno siamo un po’ più distanti, un po’ più diversi dai ragazzi che abbiamo davanti. Saper gestire grazie all’esperienza (pur senza doverla o poterla annullare) quella distanza ogni anno crescente è forse uno dei compiti più importanti e stimolanti del mestiere di insegnante.
1. Partiamo dalla fine. Dalle emozioni. Io non mi considero un passionale, non mi piace la retorica esibita e di solito ho un approccio piuttosto razionale alle opere dell’ingegno, a volte più di quanto vorrei; non mi capita spesso, insomma, di commuovermi per un film, una canzone o un libro. Però l’altra sera, uscendo dalla proiezione di Quando c’era Berlinguer, quello che provavo era decisamente fisico e prerazionale. Avevo bisogno d’aria, il groppo in gola era forte e per un po’ ho girato per le vie di Ancona in uno stato mentale vagamente alterato. Guardavo i palazzi, il cielo, le finestre, e mi dicevo “Questi sono i palazzi e il cielo d’Italia: il mio paese. E il paese dove Berlinguer è stato segretario del PCI; dentro quelle finestre magari vive qualcuno che ha votato, che ha amato Berlinguer; e Berlinguer ha respirato questa aria e non un’altra, parlato questa lingua e non un’altra, in questa lingua avrà scritto la sua prima lettera, e certamente in questa lingua ha pronunciato il suo ultimo comizio”. E questa cosa, non so bene perché, mi faceva amare un po’ di più quell’aria, quelle finestre, questo paese (non posso dire che mi sentivo parte di un popolo, ma mi sentivo come se un popolo fosse possibile). Pensavo cose così, insomma, un po’ strane per me che – finché Berlinguer è stato vivo, ed è stato vivo fin quasi ai miei 12 anni – non avevo un’idea ben chiara di chi fosse, forse non ne avevo affatto idea. E anche dopo, devo confessare, è a lungo rimasta una figura lontana, con la quale non avevo il rapporto sentimentale che percepivo dai discorsi di chi aveva più anni di me, viveva in famiglie di sinistra o aveva concepito una passione politica più precoce della mia. Eppure l’altra sera, uscendo dal cinema, mi sono sentito proprio come se io a Berlinguer gli avessi voluto bene da sempre, come tutti, senza saperlo. Come tutti. E’ come se tanti piccoli indizi della memoria, tante tracce politiche e insieme sentimentali della mia vita fossero riaffiorate inaspettate, come misteriose e minuscole creature acquatiche, e andassero a riunirsi in un punto preciso della superficie della mia coscienza. La storia della vita di un uomo politico da quando diventa segretario del maggior partito comunista d’occidente alla sua morte, insomma, non solo era una storia che mi riguardava, ma in qualche modo era anche una storia mia. Possibile? Possibile.
2. Il primo film di Walter Veltroni, dunque, è un film che mi ha commosso. E questo mi rende poco obiettivo. Infatti per me è un film molto bello; e per diversi motivi. In primo luogo perché credo che Veltroni trovi la distanza giusta da cui raccontare la storia: non prova un impossibile distacco, ma la sua resta una presenza discreta: una battuta su Ferrara, qualche accenno autobiografico (la prima telecamera, una foto, una sensazione), un intervistato che si rivolge a lui, intervistatore fuori campo, e lo critica. E’ bello poi perché il regista alla prima esperienza non cerca di strafare: le scelte registiche sono semplici, chiare, quasi elementari, la più bella di queste scelte è quella che dà senso al titolo, ovvero mostrare i luoghi di Berlinguer (la sua scuola, la prigione dove l’hanno messo i fascisti nel 1944, la sala del Cremlino dove ha tenuto uno storico discorso di rottura, l’albergo dove è morto, la piazza dei suo funerali) completamente vuoti, privi, oggi, di quella vita, e di quel senso che avevano “quando c’era Berlinguer”. Il film è il continuo richiamo di un’assenza (di certa politica, di certi valori, di certe figure…): questa assenza è il messaggio del film all’oggi.
3. E’ facile dire – è stato detto – che un film come questo è un film nostalgico, o peggio un film per reduci da un mondo che non c’è più. Non credo sia così, e questo proprio perché non è stato fatto da un regista qualsiasi, ma da un politico, uno dei protagonisti – nel bene e nel male, piuttosto nel male – della storia del partito di Berlinguer, o dovrei dire della storia della fine del partito di Berlinguer. Qualcuno ha anche detto che Veltroni ha avuto proprio un bel coraggio, a fare il santino di quel PCI, di quella sinistra che lui ha contribuito a distruggere. Ha avuto un bel coraggio sì, dico io, perché non è un film apologetico, non mi pare faccia sconti a chi – regista compreso – è venuto dopo: il film è anche, indubbiamente, la storia di una persona, e di una generazione, che ha perso. Un’autocritica, anche. La stessa pulsione pedagogica, che è forse la pulsione principale del film, parla della sconfitta inappellabile della generazione di Veltroni: “giusto era il segno” – sembra dirci – ma noi non l’abbiamo saputo ben interpretare: provateci voi, dimenticandoci.
4. Storia di una sconfitta, dicevo. Chi questa sconfitta la impersona meglio, nel film, è Giorgio Napolitano, che si commuove quando dice che, ai funerali di Berlinguer, lui ebbe la sensazione che con lui moriva l’ideale a cui entrambi avevano dedicato la vita (loro due, pur così lontani). Mi è sembrato di una grande forza tragica che l’attuale Presidente della nostra Repubblica confessi, quasi piangendo, di considerare la storia degli ultimi trent’anni della sua vita come quella di un reduce di una guerra perduta. E dirlo lì, dall’alto del Quirinale e dei suoi novant’anni. (Le interviste sono, a mio avviso, i momenti meno riusciti del film, spesso noiose e un po’ irritanti, con questa gente arrivata, vestita elegante, che disserta da questi terrazzi romani, con sfondi di cieli chiari e luminosi… ma riservano almeno un altro momento bello e terribile: i pochi secondi in cui compare Pietro Ingrao, quasi centenario, fragilissimo, la cui vita sembra ormai essersi tutta concentrata nel cipiglio degli occhi, nella smorfia della bocca).
5. Ma è naturalmente Berlinguer la grande figura tragica, e lo diventa grazie in particolare al suo ultimo, straziante comizio. Ricordavo vagamente quelle immagini, avevo negli occhi qualche frammento, ma vederle lì, sul grande schermo, dentro la narrazione di una vita, assumono una forza davvero enorme. Lui che, con quel volto scavato, quella giacca a scacchi troppo grande, con sofferenza lotta contro l’ictus che sta arrivando per finire di pronunciare il suo discorso. Si ferma, beve un goccio d’acqua che poi vuole tornare su dalla gola, si porta la mano alla bocca, si china, si ferma ancora; poi ricomincia, dice qualche altra parola, a stento, un altro sorso d’acqua: la piazza applaude prima per incoraggiare, poi per chiedergli di smettere, per dire che loro hanno capito tutto, che si deve riposare. Ma lui va ancora avanti, ancora qualche brandello di parola, poi una pausa più lunga, applausi. Berlinguer guarda la folla, e per un attimo – è il momento del film – sorride timidamente (piace pensare che, chissà, in quel sorriso forse ci sia una consapevolezza: della morte che arriva, del senso di una vita che si chiarisce nello stare lui lì, a morire davanti a quel popolo che lo applaude) e poi con nuova forza chiude il suo discorso, tutto d’un fiato. Alla fine le immagini di repertorio si troncano, e sappiamo dalla cronaca che morirà dopo un’agonia di quattro giorni.
6. Si dirà: quella che fa Veltroni è la costruzione di un’epopea, di una narrazione retorica. Rispondo: vero, e allora? Le storie degli eroi tragici ed epici sono sempre narrazioni, e noi le leggiamo per questo: perché in quelle storie non cerchiamo la verità storica, cerchiamo un senso per noi. Da Ettore a Johnny il partigiano. E, se può servire a recuperare un certo modo di intendere politica e vita civile, perché non anche l’epopea di Enrico Berlinguer? Io non so se gli storici saranno contenti di questo film (a me pare abbastanza onesto anche da quel punto di vista) però è certo che io vi ho riconosciuto una storia che mi riguarda, e che mi indica anche – nei modi e nei valori di questo vecchio signore che portava gli stessi improbabili gilet di lana di mio nonno, le stesse giacche a scacchettini – modi e valori a cui ispirarmi. Io, in questi tempi di grande confusione, non so più bene come dare un contributo alla vita civile di questo paese, ma di certo riportare nel pubblico dibattito le storie di queste vite – e soprattutto l’etica che le ha ispirate – mi pare un obiettivo per cui vale ancora la pena di spendersi.
7. E torniamo alla vocazione pedagogica del film, che forse a qualcuno può anche dare fastidio. Come a qualcuno hanno dato fastidio le prime scene, con le interviste a ragazze e ragazzi di oggi che – il più delle volte – non sanno nemmeno chi fosse Berlinguer (un cantante? un leader di estrama destra? un francese? qualcuno che aveva a che fare con l’Europa e con la Corea?). Molti vi hanno visto l’indignazione del regista, ormai uomo anziano, che non si capacita di come i giovani d’oggi possano essere così ignoranti, di come sia possibile che si sia spezzata così irrimediabilmente la memoria. In realtà il film non rimprovera nulla ai giovani, semmai prende atto di un fatto che, se appare sconcertante a chi giovane non è, è solo a causa della sua prospettiva viziata sulle cose. I figli hanno il diritto di non conoscere le vite dei padri, se gli stessi padri dimenticano pezzi importanti delle loro esistenze, se tradiscono la loro giovinezza per inseguire altre chimere. Veltroni, a mio avviso, con questo film riconosce questo errore, e prova (magari un po’ goffamente, un po’ tardivamente) a rimediare (non per questo dovremo però assolverlo dai suoi errori politici, né mi sembra che ce lo chieda). Se qualcosa vuole fare, dunque, questo film, non è tanto raccontare ai giovani com’era bello il mondo quando c’era Berlinguer, vuole piuttosto ricordare a tutti noi che non si deve dare nulla per scontato, e che se c’è qualcosa di buono nelle nostre storie passate dobbiamo prendercene cura, e raccontarlo: nessun altro lo farà al posto nostro.
(Ho visto il film al Goldoni di Ancona, la sera del 5 aprile 2014)
Stamattina ho avuto la fortuna di scoprire, con tutta calma e con guide d’eccezione, il nuovo Museo dell’Emigrazione Marchigiana, che da pochi mesi è stato aperto a Recanati. Un posto bello, poco conosciuto, ricco di stimoli e di prospettive, di immagini e di storie. Anche ricco di diverse e divertenti diavolerie moderne, che fra l’altro permettono di consultare un archivio di documenti e di cercare notizie di vecchi parenti emigrati in America o in qualche altro posto. Puoi, per esempio, cercare vecchie cartoline mandate da un emigrato ai parenti in Italia e inviarti via posta elettronica il file. Io, per esempio, mi sono mandato questa foto-cartolina che la famiglia Camillucci, originaria di Camporotondo di Fiastrone, ha “fatte in una bella linia di strada che ci passa tanti auti”.
Con l’occasione mi è venuto anche in mente un racconto di cui avevo sentito parlare di Adrian N. Bravi, un bravo scrittore argentino-recanatese (oltre che una persona davvero squisita), intitolato Dopo la linea dell’Equatore. Tornando a casa l’ho cercato su internet, l’ho trovato e l’ho finalmente letto: è bellissimo.
Sono abbastanza convinto che l’ignoranza, se accompagnata da un minimo di modestia, non sia poi tutto questo male. In fondo, il punto non è essere ignoranti o dotti, è solo capire quanto si è ignoranti, a questo mondo. Ma se manca l’umiltà, l’ignoranza diventa il primo dei peccati capitali.
Ho appena letto questo interessante apologo: una vicenda capitata a Romano Luperini, importante studioso di letteratura, nonché autore di importanti manuali per la scuola. E’ la storia di una piccola e apparentemente insignificante divergenza interpretativa su una poesia di Montale, che lo ha contrapposto, alla fine di una conferenza, ad un giovane insegnante armato di tablet e di molta sicumera. Ma il senso dell’episodio va ben oltre la letteratura, e richiama ancora una volta il valore universale dell’arte dell’interpretazione, la lezione etica e democratica che dall’umile e lungo lavoro del critico – di ogni vero critico – si può trarre.
Conclude Luperini:
La democrazia non è chiacchiera vuota, non è dire la prima cosa che salta in mente, né esibizione di sé; implica anzitutto documentazione accurata, conoscenza dei problemi, consapevolezza dei propri limiti e, conseguentemente, predisposizione all’ascolto e al confronto che solo un accertamento condiviso dei dati di fatto può garantire.
* L’insegnante con cui Luperini si scontra fa parte del M5S, ma non mi pare questo il punto centrale: preferisco pensare che gli atteggiamenti di certi (molti?) “grillini” siano solo l’epifenomeno di una tendenza molto più generale…
** Destino ha voluto che scrivessi questo post proprio nel giorno in cui ci lasciava un grande critico, Cesare Segre.
Un giorno ho letto un’intervista ad Amedo Quondam, un vecchio italianista sornione, pubblicata in occasione del suo ritiro dai ruoli dell’Accademia. Mi aveva colpito che, riferendosi a questo paese in cui a lui e a me è capitato di nascere e vivere, usasse la perifrasi “un paese chiamato Italia”, come a volerci insinuare qualche dubbio, magari che ormai sia rimasto poco più che questa etichetta – il nome Italia – a tenere insieme l’ambaradàn. O magari voleva soltanto ricordarci che c’è voluto che qualcuno decidesse di “chiamarlo” (e raccontarlo, descriverlo, accusarlo, denigralo anche – ma in ogni modo “dirlo”), questo paese, perché esistesse – insomma, che le parole (le parole di questa lingua chiamata italiano) sono alla fin fine le nostre radici: mutevoli e contorte, fragili e volanti. Non so, insomma, di preciso cosa volesse dire Quondam, però quel vezzo linguistico è rimasto nella mia memoria, come un modo un po’ meno retorico del solito per riferirsi all’argomento retorico per antonomasia: l’identità e la patria. E alla fine è diventato, faut de mieux, il titolo di un ciclo di incontri che inizia lunedì, e a cui tutti siete invitati. Secondo me, come direbbe Claudio Gaetani, ce gusta.
Per la serie “quando la realtà supera la fantasia” ovvero “notizie che sembrano prese da Lercio.it e invece”.
La realtà, dicevo:
E la fantasia:
Se non ricordo male, nel film, dopo l’episodio del tuffo, il protagonista entra in crisi esistenziale e lascia perdere con la musica. E non era nemmeno quello che si era lanciato, ma solo il chitarrista del gruppo. Chissà Morgan.
(da una segnalazione di R.C. via facebook, che ringrazio)
(prima che qualche solerte passante, e ce ne sono, me lo faccia notare, segnalo l’ur-dive di School of Rock – peraltro ancora più efficace di quello del frontman di Mastandrea…; anche qui, comunque, non è farina del mio sacco…)
I protagonisti di questa storia siamo io, Gab Golan, insegnante di scuola secondaria e militante (pieno di dubbi, peraltro, come sa chi segue questo blog) del Partito Democratico, e Enzo Marangoni, consigliere regionale già a suo tempo avanguardista della Lega nelle Marche, poi espulso da quel movimento perché troppo leghista (voleva chiudere gli asili nido agli extracomunitari), quindi animatore di una lista civica ispirata a famiglia identità e territorio, recentissimamente folgorato sulla via della neorinata Forza Italia.
Ieri Marangoni ha condiviso sul suo profilo facebook una vignetta che si commenta da sola: questo è lo screenshot del suo profilo alle 17.30 circa di ieri:
Il fatto, di per sé triste e non nuovo, in fondo poco significativo in un dibattito politico che purtroppo si è abituato a questi toni, ha sollevato qualche discussione in rete e è stato ripreso anche dai mezzi di informazione (qui e qui, ad esempio; e anche qui).
Anch’io ho partecipato alla discussione apertasi nel profilo del Marangoni, con un commento duro ma, secondo me, pertinente in considerazione sia del becero messaggio presente nella vignetta, sia del riferimento quantomeno inopportuno a Mussolini (peraltro ormai sdoganatissimo: povera Italia!). Questo è il commento:
E’ semplicemente vergognoso e ignobile che un rappresentante delle istituzioni di questo paese “condivida” (se le parole hanno ancora un senso) una cosa del genere sul suo profilo. Si dovrebbe dimettere!
Dopo qualche ora, interviene il consigliere Marangoni. Così:
Ringrazio i 16 amici che hanno cliccato “Mi piace” sulla foto e sulla frase che ho condiviso da Roberta Savioli su fb. Ai 4 sinistrorsi che invece mi criticano, preciso invece che è proprio chi rappresenta le istituzioni (come il sottoscritto, la Boldrini, la Kyenge) che dovrebbe occuparsi, in primo luogo, dei milioni di italiani che vivono in povertà o ai limiti della povertà. Così come è proprio chi rappresenta le istituzioni che dovrebbe ricordarsi anzitutto delle centinaia di italiani (artigiani, piccoli imprenditori, disoccupati) che si sono suicidati per la crisi economica. E’ accaduto anche nella nostra regione, a Civitanova, dove lo scorso anno anno 3 persone si sono tolte la vita per disperazione economico-sociale. I politici debbono occuparsi del popolo italiano (che tra l’altro elegge i politici) e solo dopo di tutti altri popoli. Fatevelo raccontare dall’assessore Sglavo del Pd civitanovese che su fb ha scritto che, in certi casi, ci vorrebbe il Mussolini rappresentato nella foto. L’avete crocifissa per questo: ma voi siete “democratici”….dimenticavo….gli altri invece si devono “vergognare” solo perchè la pensano in modo diverso da voi sinistrorsi. Tutti quelli che la pensano in modo diverso da voi sono “inaccettabili” o fanno “demagogia”. Andate voi a zappare la terra…ma in Africa.
Io, a mia volta, replico:
E certo, chi critica è “sinistrorso” (che vorrà dire, poi…). Quanto ai mi piace, è facile prenderne con la demagogia e parlando solo alla pancia della gente, ma non si va molto lontano. Ribadisco che secondo me uno che non si rende conto della gravità del messaggio qui sopra riportato non è degno di sedere in istituzioni democratiche (se non altro perché la nostra democrazia è nata proprio in opposizione aperta alla dittatura instaurata dal personaggio a cui si dà ora voce in maniera così greve), e dovrebbe dimettersi immediatamente. Prendo comunque atto che il sig. Marangoni Enzo non si rammarica di aver pubblicato un messaggio apertamente fascista e xenofobo, offensivo di due alte rappresentanti della Repubblica Italiana: mi sembra che questo basti a dare la misura della pochezza del personaggio.
Embe’? Direte voi. Embè niente, in effetti: fin qui una normale scaramuccia fra due che hanno – diciamo così, idee della politica, delle istituzioni, dell’Italia – e forse della vita – un po’, sempre diciamo così, diverse. E in questi casi facebook non aiuta a moderare i toni, chi lo frequenta lo sa. E qnch’io ci sono cascato perché, lo confesso, dell’ultima frase del mio commento qui sopra non sono contento per niente.
Quello che normale non è, è quel che è successo nelle ore successive, non so di preciso quando, perché qualche ora dopo Marangoni ha replicato al mio ultimo commento, con dei riferimenti personali abbastanza chiari, e sufficientemente ingiustificati e offensivi. E al contempo ha ritenuto opportuno bloccarmi, in modo che il suo account scomparisse dal mio profilo, così che io non potessi né vedere quanto da lui scritto né tanto meno controreplicare.
Solo oggi, cincischiando dopo pranzo con l’Ipod di un amico, ho visto dal suo profilo che Marangoni mi ha degnato di cotanta risposta:
Una risposta peraltro frutto di un intenso labor limae, visto che la cronologia delle modifiche testimonia di un pensoso susseguirsi di ben dieci bozze, fra le quali una, questa, mi pare particolarmente significativa:
Ora, due semplici considerazioni. Per prima cosa: la scelta di polemizzare con il sottoscritto e al contempo bloccarmi e quindi impedirmi ogni possibilità di replica testimonia di per sé dell’idea di democrazia di chi queste azioni compie. La seconda , nel merito: certo, ho le mie idee politiche, e considero la destra italiana di questi ultimi vent’anni una destra culturalmente e politicamente inadeguata, per certi versi anche pericolosa, quindi la combatto nel dibattito pubblico e con l’azione politica (un’azione politica peraltro sempre molto marginale e disinteressata, di profilo assolutamente basso, e questo per una precisa scelta legata proprio al mestiere che svolgo, quello di insegnante): il che peraltro non significa che non abbia stima per tanti pensatori e politici espressione di una destra liberale e democratica, o che non sappia riconoscere i difetti della sinistra italiana di oggi, o che non sappia condannare le gravi derive del socialismo che la storia del Novecento ci ha fatto conoscere. Però da qui – dal fatto che mi permetto di partecipare al dibattito politico con le mie idee – a venirmi ad accusare di esercitare la “tracotante arroganza del pensiero comunista”, o (peggio) a dirmi che io non mi porrei l’obiettivo, nel mio lavoro di insegnante, di educare alla libertà, o (pessimo) che io manipolerei o proverei a “manipolare il cervello degli adolescenti”, be’, questo lo trovo davvero inaccettabile, e del tutto infondato: è solo un attacco vile e prepotente, ed è la dimostrazione, quanto meno, del fatto che il consigliere Marangoni non sa assolutamente nulla di me e del mio lavoro.
E forse proprio per questo il consigliere Marangoni ha scelto di impedirmi di rispondergli direttamente.
Molti si chiedono in questi giorni cosa diavolo sia questo movimento dei forconi, chi ci stia dietro, chi lo cavalchi. Non ho risposte (anche se mi ritrovo abbastanza nell’analisi di Lee Marshall, dal sempre ottimo Internazionale), però ho un piccolo episodio da raccontare.
Oggi, sul mio facebook, compare il messaggio di un amico, militante di sinistra e ottimo storico della Resistenza, che informa di essere stato tacciato, in una pagina locale del “Coordinamento 9 dicembre”, come un “destabilizzatore virtuale” a cui fare attenzione perché “fà [sic] girare la voce di partecipazione ai presidi di Forza Nuova e CasaPound”. Naturalmente mi viene la curiosità di andare a vedere la pagina, e i commenti a questo allarmato avviso (ah, nell’originale tutto è rigorosamente in maiuscolo), e il thread è interessante. Dopo i primi tre o quattro commenti, genericamente indignati, soprattutto coi “corvi del PD” che “oggi avevano la fissa della Jaguar“, si scopre qualcosa di interessante, per esempio che “da noi affinché [sic] manifesta con tricolore e basta può venire pure il nipote di hitler!” e soprattutto che “casapound prima di aggregarsi a noi ha chiesto permesso!” (azz: ma allora è vero che c’era CasaPound, come diceva il “destabilizzatore virtuale”!). Al commento successivo, poi, una precisazione d’obbligo: ” Inoltre i ragazzi di casapound che sono venuti sono tranquilli, gentili e si danno da fare…. A differenza di Molti disoccupati sdraiati sui divani o al bar a caxxeggiare!”. Andare a vedere i profili pubblici di chi partecipa alla discussione, poi, regala altre belle sorprese, ad esempio che uno dei più attivi (e che dal contesto si capisce che ha partecipato ai presidi) risulta addirittura lavorare “presso CasaPound” (chissà con quale tipo di contratto, verrebbe da dire).
Ecco, insomma, che brutta cosa questi “destabilizzatori virtuali” che vanno in giro a dire… la verità.