Ciò che non vogliamo

Casini, per spiegare come mai ha votato la proposta di     legge che fa scattare il premio di maggioranza solo se si supera l’ineffabile soglia del 42,5% (e perché non il 44 e 2/3, o il 41+pigrecomezzi?), dice:

Vogliamo lasciare una legge elettorale che permette a Bersani e Vendola di raggiungere il 55 per cento con il 30 per cento dei voti? Chi vuole questo alzi la mano: io non lo voglio.

Se non altro non lo si può accusare di mancanza di chiarezza: nella torta voglio starci pure io, e che governino Bersani e Vendola da soli non mi va, quindi appoggio la proposta del PDL (con cui polemizzo ogni giorno) contro il PD (con cui ogni giorno danzo il minuetto delle alleanze). Qualcuno però faccia sommessamente notare al bellimbusto Casini che la legge che ora denuncia, la legge che ora sembra minare le basi democratiche della competizione politica, nel 2005 l’ha votata lui, non il Mago Merlino!

Sui possibili suggerimenti da dare a Bersani a questo punto, è abbastanza difficile non dare ragione a Gilioli.

 

Scuola “lunare”

Ho trovato davvero lunare che il Ministro dell’Istruzione (ecc.) della Repubblica Italiana decidesse di girare uno spot sull’importanza della scuola, e sull’amore che le si deve, non in una scuola pubblica ma in una scuola privata di Milano (la Deutsche Schule Mailand, peraltro! 5400 euro annui di retta, peraltro!). Una scuola nuovissima e con una biblioteca fantastica. Credo che la dica lunga sull’importanza che alla scuola pubblica si riconosce in questo paese.

Trovo altrettanto lunari le giustificazioni del ministero (“La scuola statale in ogni caso comprende la scuola pubblica e la privata parificata – aggiungono da viale Trastevere – E quella tedesca rientra nella scuola italiana. Si tratta di polemiche prive di fondamento”, dall’articolo di Repubblica già linkato). Così come le reazioni di Roberto Vecchioni, testimonial dello spot, che dice che è una polemica strumentale di professori della scuola pubblica giustamente incazzati. Grazie, Rob, sei tutti noi. [l’episodio mi ha fatto tra l’altro scoprire questo articolo sul Vecchioni professore di scuola pubblica].

Ho cominciato a vedere qualche reazione in giro, mi ha colpito quella di Riccardo Luna, estensore del testo, che dice che la scelta è stata fatta per risparmiare, visto che la scuola italiana non garantiva alla produzione la disponibilità dei locali di sabato. [!]. Ho scritto un commento in cui spiegavo che la cosa sembrava quantomeno improbabile, ma vedo ora che i commenti sono momentaneamente sospesi: forse non sono stato l’unico a fare osservazioni (update: ho poi scoperto che la sospensione dei commenti sul post è legata a motivi tecnici) ! Come mi ha colpito il post di Gianni Sinni che, riprendendo quello di Luna, dice “Ma come! Al Ministero non sono capaci di tenere aperta una scuola di sabato per una cosa del genere! Allora se lo meritano di andare in malora” (interpreto un po’ liberamente). Ma per favore, non cadete dal pero, siete professionisti della comunicazione!!!

Ecco, come dicevo, ho trovato tutta questa storia lunare.

Il testo dello spot però lo condivido in larga parte, soprattutto il finale:

Cerchiamo con tutte le forze di cambiare quello che non va, ma non smettiamo mai di amarla la nostra scuola, perché un futuro migliore per tutti è scritto nel miglior presente che riusciamo a realizzare insieme.

Vendere fiato

In un paio di post della settimana scorsa avevo dato testimonianza, tramite Sciascia, di come è vero che “tutto è stato detto”. Se ne potrebbe fare una rubrica fissa. Questa volta riporto le parole illuminanti di un padre nobile della nostra Repubblica a proposito del lavoro degli insegnanti. Devo la segnalazione all’amico e collega Alessandro G.

«Gli insegnanti, il cui orario settimanale è andato via via aumentando, sono diventati delle “macchine per vendere fiato”. Ma “la merce fiato” perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità. Chi ha vissuto nella scuola sa che non si può vendere impunemente fiato per 20 ore alla…settimana. La scuola a volerla fare sul serio logora. E se si supera una certa soglia nasce una “complicità dolorosa ma fatale tra insegnanti e studenti a far passare il tempo”. La scuola si trasforma in un ufficio, o in una caserma, col fine di tenere a bada per un certo numero di ore i giovani; perde ogni fine formativo». (Luigi Einaudi, Il Corriere della Sera, 21 aprile 1913)

Scuole (e) primarie

In un precedente post mi ero ripromesso di analizzare un po’ più a fondo i programmi dei candidati alle primarie. Comincio a farlo dalla cosa che conosco meglio: la scuola.

Renzi pubblica sul suo sito un programma abbastanza dettagliato sulla scuola (lo inserisce fra i punti della quarta delle sue dieci “idee”, sotto la dicitura “Investire sugli italiani” e in compagnia con asili nido, formazione professionale, università e ricerca e ingresso nel mercato del lavoro di giovani, donne e over 55): nella sostanza la scuola che vuole Renzi è fondata tutta sulla valutazione delle prestazioni (degli studenti, dei docenti, delle scuole, del sistema) e sull’autonomia gestionale (più potere ai presidi, chiamata diretta dei professori…). Si propone di generalizzare le procedure di un progetto sperimentale pilota, chiamato Valorizza (qui un’analisi critica), inventato dalla Gelmini, che propone di dare una mensilità in più (due, in prospettiva) a quei docenti che godano di una migliore “reputazione” (è proprio questo il concetto chiave di cui parlano i promotori del progetto) fra colleghi, alunni e genitori. Dicono che sia la via italiana alla valutazione degli insegnanti. A me pare che sia davvero così, ma nel senso meno nobile dell’espressione “via italiana”. Il progetto è sponsorizzato fra gli altri da Pietro Ichino, che credo sia l’ispiratore di questa parte del programma di Renzi. Pietro Ichino mi pare persona abbastanza rispettabile, ma secondo me di scuola non capisce molto. Come quell’altro bel tomino di Abravanel. Proprio stamattina ho avuto uno scambio di opinioni su questi temi con Mila Spicola, che sostiene allo stesso tempo Renzi e idee sulla scuola giustissime e lontanissime da quelle del programma di Renzi. Dice che sta con lui per convincerlo a cambiare idea. Auguri.

Vendola ha fatto un libro scaricabile on line per illustrare il suo programma. Un capitolo di 12 pagine si intitola poeticamente “La scuola chiude la prigione” (pp. 67-78). C’è una bella analisi della scuola che fu come ascensore sociale, e di come il duo Gelmini-Tremonti l’abbia velocemente smantellata (la prima l’ho vissuta da studente, quest’ultima, con dolore, da insegnante). Non ci trovo però soluzioni moderne e praticabili: molta spesa, giuste idee di scuola laica e democratica, ma poche idee concrete su come fare una scuola al passo coi tempi.

Poi c’è Bersani, che ha scelto di presentare un programma molto sintetico, in cui si dice che si dovrà ripartire, fra l’altro, dagli insegnanti e (mi stavo per commuovere) dalla ricerca “umanistica” di base. La stringatezza mi fa pensare che, di fatto, il programma di Bersani sia quello elaborato negli ultimi anni dal Partito Democratico (e di cui – scopro ora – si parlerà a Porto Sant’Elpidio martedì prossimo!). Un programma che mi pare sia una buona base di partenza, soprattutto se si terrà conto di questo documento sulla valutazione.

Restano Tabacci, che sul suo sito presenta uno scarno programma dove non si parla di scuola (pessimo il sito di Tabacci, molto meglio il gruppo facebook dei Marxisti per Tabacci), e Puppato, che ripropone la vecchia idea della fusione di elementari e medie, che di per sé è cosa buona e giusta, ma che a me pare proprio impraticabile (fra l’altro comporterebbe la diminuzione di un anno di scuola: dopo i tagli orizzontali di ore e materie operato dalla Gelmini ci manca pure il taglio verticale!).

Regalpetra, Italia /2

“Ci si sfoga dunque a parlare. Fuori c’è la festa e noi stiamo a calcolare e a discutere sulle complicatissime tabelle degli stipendi. Il governo ci tratta come pezze da piedi, diciamo. Ma se domani dal sindacato venisse l’ordine di scioperare, tra noi prevarrebbe l’opinione dei maestri più anziani contro lo sciopero; e anche i più accaniti si arrenderebbero. Pensate un po’, dice in proposito un collega, a mille e più ragazzi che ritornano a casa dicendo di aver trovato la scuola chiusa per lo sciopero dei maestri. E perché scioperano i maestri? perché chiedono qualcosa in più delle mille e duecento lire al giorno che per ora guadagnano. Mille e duecento lire: Cristo, qui a un salinaro ci vogliono tre giornate per guadagnarle, tre lunghe giornate a fiaccarsi le ossa, a ingrommarsi i polmoni della polvere del sale e del fumo delle mine. E a sentire che noi, obbligandoli a mandare i loro figli a scuola, ce ne stiamo a guadagnar tanto, tre ore e via, a stravaccarci nelle poltrone del circolo e non ci basta quello che guadagniamo, certo ci odierebbero più di quanto odiano il padrone che li spreme. […] Il discorso è persuasivo. E’ verissimo che i poveri ci odiano. Ma ci odiano anche i piccoli proprietari, ad ogni aumento dei tributi che vien loro notificato essi trovano in noi maestri l’oggetto immediato del loro odio contro lo Stato, così cieco lo Stato da rodere le loro poche salme di terra, da costringerli a vendere e a far debiti, e noi pagati per non far niente, centottanta giorni di scuola in un anno, tre ore al giorno di lavoro. Parlano di noi come se le loro tasse direttamente passassero nelle nostre tasche. Con cinque salme di terra – dice uno al circolo – trentamila lire al mese mi restano. Non dice che le trentamila lire lui le aspetta seduto al circolo da un capodanno all’altro, a incrunare punti al gioco dello scopone. Anche gli avvocati e i medici ci dicono – beati voi che lo stipendio l’avete sicuro e ve ne state a far niente. E si dice – pane di governo – per dire guadagno sicuro, che ogni mese giunge come il giorno dopo la notte; pane di governo che noi maestri mangiamo come quei cani impiombati di noia, che non cacciano e non abbaiano, e i contadini dicono che mangiano a tradimento la cruscata. Tutti ci guardano male, insomma. Se scioperassimo, quello delle cinque salme e dello scopone forse accopperebbe qualcuno di noi.”

(sempre da  Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, in Id., Opere, Milano, Bompiani, 1987, vol. I, pp. 108-109)

Regalpetra, Italia /1

“Pare che a Regalpetra il regime commissariale sia il solo capace di risolvere quei problemi che nel Consiglio comunale si risolvono con la concorde volontà di almeno sedici persone; difficile a Regalpetra mettere sedici persone d’accordo, a meno che non si tratti di operare in danno di qualcuno, e preferibilmente in segreto. Perciò un Consiglio comunale democraticamente eletto mai si troverà in condizioni di serenità, meglio il commissario prefettizio, anche se è un commissario fantasma e tutto è nelle mani del segretario della Dc, il commissario decide in un giorno cose che per anni il Consiglio trascina – così la pensano molti a Regalpetra; il Consiglio comunale è divertente, ma solo col commissario qualcosa di buono si ottiene.”

(da Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, in Id., Opere, Milano, Bompiani, 1987, vol. I, pp. 77-78)

Chi parla male

Adriano Sofri probabilmente sarebbe stato un grande filologo, sulla scia magari del da lui tanto ammirato Sebastiano Timpanaro, se non avesse fatto altro nella vita. Stamattina ha esercitato la sua capacità di analisi e di esegesi sulla sentenza alla base dei fatti che hanno coinvolto quel disgraziato bambino in tuta blu; fatti che tutti conoscono ormai fin troppo bene.

L’articolo si Sofri mi ha fatto venire in mente tante cose: una scena memorabile di Palombella rossa, una pagina ancora più memorabile di Una storia semplice di Leonardo Sciascia (e relativa scena – molto fedele – del film, con il grandissimo Volontè); i commenti ad un concorso di magistratura di qualche anno fa, e anche la brillante prosa di uno, che fra l’altro, ha diretto un giornale quotidiano con una nobile storia dietro le spalle.

Nomination

Queste primarie del centrosinistra stanno portando, secondo me, molte novità positive, e una certa chiarezza.

Io, per esempio, ho fatto fra me e me chiarezza su Matteo Renzi. Nel senso che per me è chiaro che ha individuato un problema, ma non è la soluzione giusta. Fra l’altro credo anche che, contro la sua stessa volontà, la sua battaglia risulterà alla fine molto utile al Partito Democratico, per una evidente eterogenesi dei fini. E’ questione lunga che non posso affrontare stasera, ma ci tornerò.

La mia perplessità su Matteo Renzi, lo confesso, era all’inizio prepolitica, quasi istintiva: la vogliamo chiamare antipatia a pelle? la vogliamo collegare con qualche mia esperienza non troppo felice con certa “fiorentinità” sinistrorsa e snob? Fate come vi pare: lo confesso, all’inizio era così: non lo potevo sopportare. Come persona, proprio. Per la faccia.

Poi ha lanciato la campagna  per le primarie, e ho visto come si è mosso: a quel punto, per fortuna, la generica (e irrilevante) perplessità prepolitica è stata del tutto oscurata da una precisa (e decisiva) perplessità politica. Riguarda i programmi, ovviamente; il suo intendere la sinistra, ancor più ovviamente; la sua passione per il labu-liberismo, naturalmente; la sua timidezza sui diritti, ecc. ecc.

Ma queste sono cose complicate, che non posso affrontare nel dettaglio stasera e che devo comunque approfondire io per primo. Però certamente c’è una una cosa precisa che non mi piace, e sulla quale ho maturato una convinzione solida: il personalismo. Un personalismo in chiave centrosinistra, ma non per questo meno pernicioso. Un personalismo che, ad esempio, non mi pare riconosca la necessità dell’esistenza e del funzionamento di un partito con le sue strutture democratiche e la sua storia nel tessuto di un Paese (una storia e una struttura che il Partito Democratico ha, e che non mi piacerebbe venissero buttate via). Un personalismo che, mi pare, non è molto rispettoso nemmeno verso le istituzioni.

Siccome l’ho fatta già molto più lunga di quanto volevo, faccio solo un esempio. Renzi, in pratica, è uno che alla domanda (di Repubblica, stamattina) “D’Alema e Veltroni potranno essere ministri?”, risponde serenamente così: “Per me è anche un addio al governo. Non so per Bersani. Se vinco io, è chiaro che non li nominerò“. Dico io: grazie al cavolo! E’ chiaro che non li nominerà lui, semplicemente per il fatto che i ministri li nomina – finché regge quel vecchio pezzo di carta che si chiama Costituzione della Repubblica Italiana – il Presidente della Repubblica. A me pare che uno che si vuole candidare a guidare un paese come l’Italia a queste cose dovrebbe stare attento. Ma forse sono solo un vecchio pedante da rottamare.