Ripensandoci.

Dopo averci dormito sopra, dopo la (metaforica) sbornia di vino cattivo di ieri sera, penso questo. Che noi, sì, si è sbagliato più o meno tutto; soprattutto si è sbagliata la lettura del paese, non si è capito proprio per via del solito snobismo che ci fa immaginare un paese migliore di quel che è. Però penso anche che fra i tanti che hanno votato Grilli una buona percentuale si pentirà presto, avrà paura del suo stesso voto. E ancora una volta queste persone daranno la colpa a noi, ci diranno: perché non siete stati abbastanza convincenti? perché non ci avete saputo spingere a votarvi? E, naturalmente, avranno ragione.

Dopo penso che dobbiamo ripensarci, noi di centro sinistra, dalle radici. E sarà molto difficile. Intanto comincerei dal non cercare scuse, dal non pensare a governissimi e cose simili.

Poi penso a Mario Morgoni, ex sindaco di Potenza Picena, ottima persona, che giunge in Senato, e mi chiedo: uno che arriva a fare il senatore, dopo tutto questa fatica, sarebbe contento di lasciar subito, di dire s’era scherzato, così non si governa e allora torno a casa? Ecco, mi sembra difficile. E lui è uno in gamba. Con i tanti meno in gamba che sicuramente ci saranno in giro, sarà ancora più difficile. Quindi, ancora di più, è un casino.

 

Una specie di liveblogging elettorale

Post in aggiornamento. Finché mi va. Se mi va.

23.52. Ultimo aggiornamento della giornata. Ma, invece di scendere a patti con Berlusconi e magari farlo Presidente del Senato, andare a scoprire le carte con il M5S, no? Ebbonanotte.

23.35. Ritorno per dire che se il Partito Democratico fa una grande coalizione con Berlusconi io lo lascio al suo destino. Ecco, se poi ci ripenso ricordatemi questo post.

23.17. Quindi, vado.

23.09. Mi viene in mente che dovrei preparare una lezione per domani. Anche.

22.56. Indeciso fra due distici di Pasolini. “L’intelligenza non avrà mai peso, mai, / nel giudizio di questa pubblica opinione”. O: ” il tuo male è tutto male: colpa di ogni male. / Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo”. Ma poi mi passa.

22.42. Mentre Monti dice di essere soddisfatto, io torno su un grande, intramontabile classico (coll. priv.).

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22.24. Sono giunto a questa conclusione: l’ascesa in campo di Monti ha cambiato il panorama. Monti ha perso due volte.

22.15. Ho intercettato su fb il segretario comunale! Anche lui un po’ giù, comprensibilmente…

22.11. Aspetto commenti da segretario comunale, provinciale, regionale e nazionale del Partito Democratico. Chi le intercetta, mi faccia un segno.

22.02. Cose buone di Grillo: ha portato avanti l’idea di una partecipazione diretta e ha puntato su alcuni problemi concreti e, a loro modo, rivoluzionari. Sono cose buone, che speriamo i grillini abbiano la maturità per sfruttarle al meglio.

21.48. La mia analisi. L’elettorato di centrosinistra è un elettorato raffinato. Troppo raffinato.

21.34. Il fatto che non ci sia mai fine al peggio, in fondo, è una cosa che consola…

21.32. Arriverà un momento in cui il Coordinatore recanatese del PD (che tra l’altro è mio amico), il Segratario Provinciale, il Segretario Regionale, il Segretario Nazionale, dovranno dire qualcosa.

21.22. (Momento dell’acredine). Le casalinghe teledipendenti, i vecchietti che fanno la fila alla posta, i tifosi di Balotelli, gli imprenditori senza scupoli, quelli che il mito della f**a, gli evasori fiscali… (ad libitum).

21.13. Poi ho fatto cena, e ho resistito alla tentazione di annegare i dispiaceri nell’alcol. Però mi sa che ho fatto male. Su facebook gli amici si scatenano in analisi, critiche e autocritiche. Io soprattutto penso alle faccende locali; perché le faccende locali le conosci meglio, e ti aiutano di più a capire le questioni generali. e Nelle Marche il Partito Democratico ha avuto un risultato negativo clamoroso. Clamoroso ma che non stupisce. Il Partito Democratico nelle Marche è – purtroppo – guidato da una classe dirigente che pensa a gestire il potere e non ha una visione del futuro, né (spesso) una caratura intellettuale degna di un grande partito. Io credo che i marchigiani, votando in maggioranza (in maggioranza!) Grillo, volessero mandare soprattutto un messaggio al centrosinistra. Qualcuno li ascolterà?

19.50. Visti i dati locali. A Recanati Grillo stacca il PD di quasi dieci punti alla camera. E’ uno tsunami. Qui non si tratta nemmeno di fare autocritica.

19.38. Appena tornato. Ehi, che si dice? Altra riflessione lontano dai dati (stavolta ero al supermercato): comunque il blocco maggioritario di centrodestra non c’è più, questo è un fatto. Grillo, alla fine, ha più affinità programmatiche con la sinistra che col centrodestra. Il problema è che è mancata una politica che mettesse insieme le istanze progressiste, di cambiamento. Anzi, un pezzo di sinistra, a torto o a ragione, è stata interpretata come portatrice di conservatorismo. E gli italiani pensano che ci sia ben poco da conservare. Altro elemento da valutare a bocce ferme.

18.33. In totale controtendenza col dato nazionale sono andato al mare, a correre (qualche indovino dice “morettianamente”). Di ritorno, non guardo manco le proiezioni, i dati parziali ecc., convinto che cmq è meglio aspettare ancora un po’ (saranno più confortanti, vero, fra qualche mezz’ora?). Intanto due banali considerazioni. Uno: ha vinto Grillo. E se nel PD avessero dato ascolto a chi diceva di parlarci, con i grillini, di capirli, sarebbe stato meglio. Due: Bersani non ha vinto. La campagna low profile non ha funzionato. Gli italiani non volevano la sobrietà, erano incazzati. Non averlo capito è stato grave. Comunque vada a finire.

16.22. E’ tutto abbastanza confuso. In giro leggo anche che forse nelle Marche Grillo sarà primo partito. Per ora è tutto un gran casino. Mi sa che faccio una pausa, se ne riparla più tardi…

16.14. Ecco le prime proiezioni. Doccia fredda?

15.59. Vedere come scorre la colonna di twitdeck con l’hastag #elezioni2013 è francamente un po’ inquietante.

15.52. Gentiloni fa gli scongiuri e dice di essere 10 punti sopra. Gentiloni.

15.50. Mi sono accorto che lo stavo facendo all’incontrario, il liveblog. Ora rimedio.

15.48. Qualcuno in giro fa notare che Sechi ha, come dire, il fisique du role per stare al centro, così in momenti di crisi come questo può guardare contemporaneamente sia a destra sia a sinistra.

15.46. Sempre ottimo nelle citazioni Pippo Civati.

15.30. A Milano piove a dirotto. Pioggia manzoniana?

15.42. “L’onestà andrà di moda”. Lo slogan di Beppe Grillo per commentare la sua affermazione mi piace. Aveva cominciato a fare il moderato stamattina, dicendo che era pronto a dialogare con i partiti che “chiedessero scusa”. Sarà interessante vedere come andrà.

15.39. Molti già si sbracano. Io penso che ero stato invitato da M. ad andare a seguire i risultati a casa sua. Se l’avessi fatto, in questo momento mi direbbe: “ricordati che gli elettori di Berlusconi si vergognano di dirlo negli exit poll”.

15.35. Dopo i primi exit poll sono andato in bagno e l’ultimo numero di Internazionale era aperto su articolo in cui in ex giornalista disoccupato racconta di aver tagliato l’alloro che suo padre aveva piantato 57 anni fa in occasione della sua nascita. Per farci legna da ardere. Spero che il nostro futuro presidente del consiglio, chiunque esso sia, si imbatta in quel medesimo articolo.

Questo blog vota per un’Italia più giusta.

(l’immagine è tratta dal blog di Leonardo)

Fra un’ora finisce la campagna elettorale. Per fortuna.

Le campagne elettorali mi mettono un po’ a disagio. Questa m’è sembrata particolarmente brutta, e la delusione è tanto più forte quanto più esaltante era stata la duplice stagione delle primarie.

A rendere il tutto più deprimente questa legge elettorale che rende di fatto inutile, soprattutto in certe regioni, mobilitarsi più che tanto.

Questo, però, rischia di far passare in secondo piano che le elezioni di domenica e lunedì sono comunque importantissime. Dalla scelte degli elettori dipenderà se l’Italia avrà o no un governo progressista, serio, e non incline al pupulismo. E se questo governo potrà o no fare a meno – come spero vivamente – di Monti e compagnia cantante.

Non sarà un governo perfetto, ovviamente, e non farà tutte cose buone. Ma credo che potrà andare nella direzione giusta.

Diamogli una mano a partire. Per criticare, se servirà, non mancherà modo e tempo. In fondo, è la cosa in cui da sempre siamo più bravi.

Spigolature ratzingeriane

Una cosa seria e due tre no a margine della notizia (che definire storica è poco) del giorno.

La cosa seria: sono stato molto colpito dal gesto, oggettivamente tragico, anche perché la particolare condizione di un Papa costringe a prendere una decisione del genere in una perfetta (se guardiamo alla sola dimensione terrena) solitudine. Certo: mi rendo bene conto di quanto per il diretto interessato quella solitudine sia ben altrimenti ricca e piena: ma questo non diminuisce, anzi amplifica forse, la tragica grandezza di un gesto del genere. Colpisce anche la specularità di questa scelta rispetto al modo in cui ha affrontato la fine del suo pontificato il predecessore di Benedetto XVI, Giovanni Paolo II: questo ha mostrato la sua fragilità nella perseveranza, quello nella rinuncia. In ogni modo due approcci alla “fine” che fanno riflettere anche uno come me, così abissalmente lontano da quelle vite, da quelle scelte, da quelle fedi.

Le stupidaggini, invece, riguardano due perplessità sul testo ufficiale latino delle dimissioni:

1) quel riferimento a dimissioni che avverranno a die 28 februarii MMXIII, hora 29: questa hora 29 cos’è? un modo di contare le ore pontificio che a me sfugge? un errore grossolano di trascrizione? un segnale in codice? o magari l’indizio che è tutto uno scherzo: “Mi dimetto, sì, alle ore 29” (“…che non esistono”; come quell’amica mia che diceva: “Lo sposo? Certo, a ottembre“).

2) per quel che ci capisco io (e non è molto, in verità) in “pro Ecclessiae vitae” c’è una e di troppo. Tocca mettere in discussione il dogma dell’infallibilità del papa?

Ne aggiungo una terza: pare che in Vaticano molti, ascoltando le parole del papa, non abbiano capito cosa stava dicendo. Eh, il latino…

[Aggiornamento: dall’audio originale che si può sentire in rete risulta chiaro che B. dice vita e dice hora vigesima. E’ un errore dei trascrittori pontifici. Sono più tranquillo.]

L’ascensore rotto

La notizia è nota: ad una iniziativa pubblica del Partito Democratico una giovane (ma non giovanissima: 37 anni) donna, laureata in lettere, lavoratrice precaria in una casa editrice, parla (qui il video) di un’altra donna, anch’essa impiegata in un casa editrice, e dice, premettendo che la verità è sempre scandalosa e che probabilmente per quello che sta per dire “non mi vedrete più, se non su facebook”, che è stufa di vedere mogli di, figli di, fratelli di nei posti migliori. E dice che Giulia Ichino, figlia di Pietro Ichino, ha un buon lavoro, fisso, nella casa editrice Mondadori da quando aveva 23 anni. Forse commette anche un piccolo errore: a sentire la diretta interessata pare che lei abbia un posto fisso in Mondadori da quando di anni ne aveva 22, ma come impiegata; il buon lavoro, quello di “editor”, sarebbe arrivato dopo alcuni anni. Vabbe’, è un dettaglio.

La sostanza è che queste parole hanno scatenato un putiferio: contro questa donna, che si chiama Chiara Di Domenico, hanno lanciato strali, oltre allo stesso Ichino, Luca Sofri, Gianni Riotta, Pietro Citati, Fabrizio Rondolino e molti altri (se vi interessano le loro argomentazioni, andatevele a cercare). Tutti a dire, in sostanza: Giulia è una davvero brava, non è vero che è stata raccomandata. Cattiva cattiva Chiara Di Domenico per aver detto queste cose.

Ecco, il punto è questo: nessuno ha capito di cosa stava parlando Chiara Di Domenico. Non stava dicendo che Giulia Ichino era stata raccomandata dal padre per avere un posto a Mondadori. A parte che non poteva averne le prove, e poi francamente Pietro Ichino non sembra proprio il tipo… Così precisino, lui… Un po’ come per la storia della figlia di Elsa Fornero, qualche tempo fa: qualcuno pensa che la madre, o il padre, si sia dovuto abbassare a fare una telefonata a qualche collega, per agevolare la brillante carriera universitaria della figlia? Io credo sinceramente di no. Io credo che a certi livelli semplicemente non serva, non funzioni così.

Quindi ecco, quando Pietro Ichino, colmo d’indignazione, sottolinea che lui non ha “mai [in indignatissimo grassetto, nell’originale] speso una sola parola per favorire in alcun modo l’assunzione di una persona da parte di un’impresa o di un ente pubblico; men che meno lo avre[bbe] fatto per [sua] figlia o per qualsiasi altro [suo] parente” be’, non ho motivo per non credergli. Però non posso non sottolineare che lui (e con lui tutti gli altri indignati – spesso anche loro con cognome illustre, o con figli dal cognome illustre) travisa (credo scientemente) il senso delle parole di Chiara, che non ha detto che lui ha raccomandato la figlia. Ha semplicemente detto che sua figlia lavora alla Mondadori. Con un posto fisso. Da quando aveva 23 anni. E che è sua figlia. Una serie di  dati di fatto. Che non sono né eccezionali né, per la situazione italiana, casuali.

Chiara, insomma, voleva ricordarci semplicemente una cosa: in Italia non c’è ascensore sociale. Chi fa parte di certi ambienti, chi viene da certe situazioni familiari, chi si è potuto fare una certa formazione e godere di una serie di contatti in Italia ha la ragionevole garanzia di farcela. Soprattutto se è anche bravo, come certamente Giulia Ichino è. Poi ci sono anche quelli che ce la fanno anche se non valgono nulla, ma di quelli non voglio nemmeno parlare, non è questo il punto.

Il punto è che fra due bravi è molto più facile che ce la faccia quello che viene da una famiglia “inserita” nel sistema di potere. Per non parlare del fatto che chi viene da quel tipo di famiglia lì ha la possibilità di farsi una formazione (ovvero di coltivare la sua bravura) che chi viene da una famiglia povera non si sogna nemmeno (qui dovrebbe intervenire, Costituzione alla mano, qualche indignato costituzionalista, che dovrebbe far notare come la scuola e i servizi pubblici dovrebbero garantire pari opportunità sia al bravo inserito, sia a quello figlio di nessuno – ma di solito i Costituzionalisti sono a loro volta inseriti, e magari stasera vanno a cena dall’amico giuslavorista, che ha invitato anche il commendatore – ah, a proposito, cara, portiamo anche Gianfilippo, che dici, è ora che si faccia vedere un po’ in giro, ormai è grande, non si sa mai…).

Quindi vediamo di toglierci dagli occhi le fette di salame, cari Sofri e Ichino e compagnia bella. Qui nessuno vuole mettere in discussione che voi siate bravi, che i vostri figli siano bravi. Però il successo vostro e loro dipende in minima parte dalla vostra bravura, e molto dalle circostanze in cui siete nati e cresciuti, in cui vi siete formati e avete trovato lavoro. Suona un po’ demodè dirlo, lo capisco, ma il fatto è che voi fate parte di una classe sociale diversa da quella di Chiara Di Domenico. E dalla mia, che come Chiara vengo da una casa dove prima di me nessuno s’era laureato. E l’ascensore era rotto.

(qui un articolo in cui Chiara risponde alle critiche, qui un articolo di Gennaro Carotenuto, che al solito non usa mezzi termini).

PS: naturalmente mi rendo conto che può sembrare antipatico che sia stato scelto proprio Pietro Ichino come esempio, che questa può sembrare una vendetta per il suo “tradimento” del Partito Democratico. Però però, uno quando porta avanti certe politiche sul lavoro e poi si ritrova a vivere direttamente situazioni privilegiate, be’, deve mettere in conto che qualcuno lo possa costringere a confrontarsi con le sue contraddizioni. O no?

Né il titolo, né la scienza, né la virtù

A me la politica piace. Via, non esageriamo. Per dire meglio, io credo che la politica serva; che sia necessaria per provare a mettere un argine al dolore, al male. Per questo credo che meriti il sacrificio di occuparsene. Però, sotto campagna elettorale, confesso di avere spesso un senso di repulsione: troppo alto il tasso medio di sfacciataggine, troppa la stupidità che vedo in giro, troppe le bugie (e troppi i creduloni).

Così, mi viene da sentirmi un po’ anarchico, ogni tanto. E di farmi trasportare (qualcuno direbbe forse non a torto: traviare) da frasi come questa, di Proudhon (sempre attraverso Nori):

Essere governati significa essere guardati a vista, ispezionati, spiati, diretti, legiferati, valutati, soppesati, censurati, comandati da persone che non ne hanno né il titolo né la scienza né la virtù. Essere governati significa essere, a ogni operazione, a ogni transazione, a ogni movimento, annotati, registrati, censiti, tariffati, timbrati, tosati, contrassegnati, quotati, patentati, licenziati, autorizzati, apostrofati, ammoniti, impediti, riformati, raddrizzati, corretti. Significa, sotto il pretesto dell’utilità pubblica e in ragione dell’interesse generale, essere addestrati, taglieggiati, sfruttati, monopolizzati, concussionati, pressurati, mistificati, poi, alla minima resistenza e alla prima parola di protesta, repressi, mutilati, vilipesi, vessati, taccheggiati, malmenati, fucilati, mitragliati, giudicati, condannati, deportati, sacrificati, venduti, traditi e, come se non bastasse, scherniti, beffati, oltraggiati, disonorati. Ecco il governo, ecco la sua giustizia, ecco la sua morale!

Prosit!

 

Civati, l’indignazione e l’ironia.

Allora qualche giorno fa ho scritto questo post su Pippo Civati e l’indagine che lo riguarda (nel suddetto post trovate tutti i link per approfondire la vicenda): gli contestano dei rimborsi spese (tremila euro in cinque anni) chiesti per la sua attività politica (francobolli e biglietti del treno: non lecca lecca e aragoste; anzi, proprio nulla da mangiare: nemmeno una pizza!). Una cosa che a me appare ridicola e che il povero Pippo sta spiegando pubblicamente sul suo blog con una pazienza e una dignità ammirevoli.

In quel post operavo una minima, banale, innocente messa in scena: io, che ero e sono un grande sostenitore del politico,Civati, facevo finta di essere deluso da lui, e di indignarmi per queste spese, abbandonandomi (per finta) alla retorica del “sono tutti uguali”. Dopo aver, nella prima parte, ricordato fra le righe tutti i meriti di Civati (la disponibilità, l’onestà, la competenza…) finivo per accusarlo di essere al livello di Fiorito, e elogiavo la “stampa libera” (con link al quotidiano “Libero”!) che finalmente aveva messo in luce tutto questo schifo ecc. Lo scarto fra prima e seconda parte, e la distanza fra imputazioni ridicole e il qualunquismo delle mie affermazioni mi sembrava così palese che ero sicuro che tutti avrebbero capito cosa volevo davvero dire, cioè fondamentalmente tre cose: 1) le accuse a Civati sono ridicole; 2) Civati resta il mio politico di riferimento per come sta affrontando la cosa; 3) l’antipolitica ha dato alla testa un po’ a tutti, e siamo capaci di trovare delle magagne anche nel più pulito (“il più pulito c’ha la rogna”, tra virgolette, recitava il titolo – forse un po’ sfortunato – del mio post). Ne aggiungo una quarta: 4) “Libero” non è “stampa libera”.

Ma – qualcuno dirà – perché ti metti a spiegare queste cose? Ecco, perché molta gente non ha capito, e ha pensato che davvero io mi fossi accodato alla tribù del qualunquismo indignato, che gli basta un niente per mettere in prima pagina il mostro, anche se il mostro invece è uno che ha sempre lavorato sodo, e ha sempre puntigliosamente reso pubblico ogni aspetto della sua vita politica. Qualcuno, addirittura, ha continuato a pensare che io mettessi Civati e Fiorito sullo stesso piano anche quando gli ho detto apertis verbis che stavo scherzando, che era un gioco al rovescio, che non aveva capito.

Da questa storia ho tratto qualche insegnamento, che vorrei condividere qui. Il primo è, ovviamente, che non sono stato un granché bravo ad usare l’arma dell’ironia. Un po’ per trascuratezza, un po’ per eccessiva sottigliezza (non volevo rendere il gioco troppo scoperto, ho finito per renderlo troppo criptico). Vabbe’, non sono uno scrittore e questo è un blog che lo leggono 10 persone: che volete da me?

Ma soprattutto, credo, non sono stato bravo perché non ho tenuto conto di due cose:

1) stavo scrivendo in un blog, e il mio pubblico sarebbe stato il pubblico frettoloso e distratto della rete, che apre un link e butta un’occhiata, che ormai è abituato ai 140 caratteri di un twit, che commenta (o, senza commentare, si fa un’idea del tuo pensiero) dopo aver letto il titolo e scorso velocemente il testo. Il mio post, invece, aveva una chiave di lettura che richiedeva l’attenzione a qualche dettaglio, per essere decifrato. Non sto dicendo che chi non l’ha capito è un cretino, intendiamoci: è un problema di concentrazione, di attenzione, che il mezzo (la rete dei social network, della fruizione per mezzo di ipad per capirci) forse non prevede, privilegiando altro. Anche a me probabilmente capita spesso la stessa cosa da lettore, con i contenuti degli altri.

2) stavo scrivendo in Italia, di una questione politica, in campagna elettorale: tre elementi che rendono complicata, ancora, l’attenzione alle sfumature: siamo tutti in battaglia, conta prima di tutto la propaganda, e poi siamo ormai abituati ad essere degli indignati in servizio permanente effettivo: se dico “magna magna so’ tutta ‘na razza” ai politici, ad un politico, non può essere che stia scherzando perché, diamine!, non si scherza con l’articolo uno della nostra costituzione materiale di questi brutti anni; articolo che recita più o meno così: “la politica fa schifo, e i politici sono tutti dei ladri e dei mascalzoni, nessuno escluso”. Così quello che voleva essere un post in difesa di Pippo Civati, e di denuncia dei mostri generati da anni di antipolitica, è diventato un atto d’accusa a Civati e un capolavoro di antipolitica. Bene così.

Prendere partito

Da qualche giorno ho una cotta per questo libro di Paolo Nori che si intitola La meravigliosa utilità del filo a piombo, un libro in cui sono trascritti dei discorsi che Nori ha tenuto in occasioni pubbliche più o meno ufficiali. E’ pieno di citazioni intelligenti, e mi sa che ogni tanto ne riporterò qualcuna qui. Comincio da questa cosa che Simone Weil ha scritto nel 1943:

Quasi ovunque, e spesso anche per questioni squisitamente tecniche, il fatto di prendere partito, di prendere posizione pro o contro, ha sostituito il fatto di pensare. E’ una peste che si è originata nel contesto politico e si è diffusa a tutto il paese, alla quasi totalità del pensiero.

Al libro sono particolarmente legato anche per via della libreria dove l’ho comprato (anche se in realtà non l’ho propriamente comprato, ma vabbe’, è un dettaglio secondario…): la Libreria Safarà di Chiara, a Porto Potenza Picena, proprio un bel posto.

“Il più pulito c’ha la rogna”

Chi mi conosce lo sa: il mio politico preferito è stato a lungo Pippo Civati: pensavo che riunisse in sé meglio di chiunque altro competenze e visione, intelligenza e capacità di comunicare. Pippo Civati. Consigliere uscente in Lombardia, quando ha vinto le primarie che proprio lui ha tanto voluto sono stato contento, e pensavo che dopo essere entrato in Parlamento sarebbe diventato uno dei politici più importanti di questo paese.

Pippo ha quasi quarant’anni ed è diventato recentemente papà, ma mantiene l’aria di uno studente di filosofia fuori corso; fuori corso di poco però. Un dottorando, al massimo, toh. Questa cosa mi piaceva, più della boria di Renzi, più della sobrietà un po’ polverosa di Bersani. Ho anche rischiato di prendere sul serio la sua candidatura a Segretario del Partito Democratico: pensa te!

Mi piaceva la sua idea di fare politica girando il più possibile in mezzo alla gente, in tutta Italia, ma anche abitando da protagonista la rete (e pensavo: “se qualcuno considera ancora inconciliabili queste due cose, girare fra la gente e abitare la rete, ditegli che siamo nel 2013!”).

Negli ultimi anni Pippo ha tenuto in giro per l’Italia centinaia di incontri pubblici, ha scambiato idee con migliaia di persone; io che pure non mi muovo tanto me lo sono ritrovato a pochi chilometri da casa almeno quattro o cinque volte negli ultimi due anni, e le Marche non sono forse il posto più interessante, per un consigliere regionale lombardo. Lui però era fatto così: se lo invitavi veniva, si portava nello zainetto qualcuno dei suoi libri, ne parlava, si informava sulla situazione di qui. I libri li teneva nello zainetto. E arrivava guidando la sua C3 (“l’unica cosa che vorrei rottamare”, diceva con una delle sue battute più riuscite; ecco, un’altra cosa che mi piaceva era la sua ironia). Una sera ci ho anche fatto cena insieme: una pizza, di fretta come sempre in questi casi. Noi del circolo volevamo mostrarci ospitali con Pippo e pagargli la cena con una colletta; lui ha fatto i complimenti e poi sinceramente non mi ricordo come è andata a finire. Ma mi pareva bello che un politico insistesse per pagare la sua cena, e soprattutto mi pareva bello che non la pagasse a noi (che ti chiedi sempre ma chi diavolo paga, quando succedono queste cose – che peraltro a me non succedono mai).

Insomma, mi piaceva proprio questo Pippo Civati. Era un po’ la mia speranza.

E invece, adesso cosa ti vengo a scoprire? che con i soldi del gruppo consigliare del PD lombardo ha pagato i francobolli per mandare ai suoi elettori una lettera di rendiconto delle sue attività. Che una volta s’è fatto pagare un pernottamento, qualche biglietto del treno e un biglietto aereo (lui dice che l’ha scelto solo perché costava meno del treno). E ha pure preso una trentina di volte il taxi.

E’ vero che queste cose lui le ha sempre rese pubbliche prima ancora che glielo chiedessero; è vero anche che negli ultimi tre anni ha fatto centinaia di incontri, e decine di migliaia di chilometri con la sua C3 – senza rimborso alcuno. E’ vero che ha speso di tasca sua diverse decine di migliaia di euro per girare l’Italia, per andare a proporre le sue idee alla gente (ma del resto nessuno lo obbligava: poteva restarsene nel suo collegio lombardo come fanno tutti i consiglieri regionali); vero anche che non ha pagato con soldi pubblici cene, aperitivi elettorali e simili. Nemmeno il suo banchetto nuziale, se è per questo, anche perché mi sa che non è sposato.

Però quei 3000 euro di francobolli e spostamenti se l’è fatti rimborsare. Senza ritegno. E per fortuna che almeno ha sempre rendicontato tutto. Bontà sua.

Ora che giustamente per questi misfatti la magistratura lo ha invitato a comparire, la stampa libera ha potuto raccontare la verità su quest’uomo, e io ho dovuto dire addio a una delle poche speranze che m’erano rimaste per il futuro dell’Italia. Lo devo dire: Pippo, mi ha deluso profondamente. Tremila euro in 5 anni: con tremila euro una famiglia va avanti un mese e tu ti sei fatto rimborsare i francobolli. Con tremila euro una persona prende il caffè la mattina per dieci anni e tu ci prendi il taxi.

Insomma: è proprio vero che siete tutti uguali. Allora tanto vale votare Berlusconi o Di Pietro, no? O Fiorito.

E poi quella volta non m’hai nemmeno pagato la cena. Anzi forse, non mi ricordo bene, l’ho pagata io a te.

La lettura dei primi commenti a questo post mi fa pensare che sia utile riportare qui un estratto dalla voce “ironia” del Vocabolario Treccani: “Nell’uso com., la dissimulazione del proprio pensiero (e la corrispondente figura retorica) con parole che significano il contrario di ciò che si vuol dire, con tono tuttavia che lascia intendere il vero sentimento: fare dell’i.; parlare con i.; cogliere l’idi una frasedi un’allusionenon s’accorse dell’idelle mie parole.” 

Dove, partendo dalla cronaca, si finisce a sognare la scuola del tempo lento.

Ieri sera, da qualche sofisticato think tank vicino a Monti (sul cui percorso, per inciso, ha detto bene Renzi: “Poteva fare il Ciampi. Fa il Dini“: bum!) è uscita un’altra bella bolla d’aria sulla scuola: “scuole aperte undici mesi l’anno, le famiglie saranno contente”. La bolla è durata lì in sospeso talmente tanto poco che non s’è fatto in tempo né a capire quando come cosa e perché, né – alla fine – a spaventarsi più di tanto. Così, in questi casi, la cosa più interessante diventa la reazione a caldo sondaggi on line (Repubblica: 42% favorevoli; Huffington: 40%, Skuola.it: 19%; Twittersuca; Libero e Giornale non pervenuti, che magari si finiva per scoprire che i lettori erano d’accordo con Monti, non sia mai).

In ogni caso, oggi Monti risponde su twitter (su twitter!) così: “Ma chi ha mai parlato di taglio delle vacanze scolastiche???”. Sì, molto interrogativo: “Machihamaiparlatoditagliodellevacanzescola-stichepuntointerrogativopuntointerrogativopuntointerrogativo”. E Bersani risponde “Prima di parlare di allungare o accorciare vacanze estive, teniamo le scuole aperte tutto il giorno per attività didattiche”.

Ecco, come non ho capito cosa volesse dire (e tantomeno fare) Monti, così non capisco bene nemmeno cosa voglia dire (o fare) Bersani. Dico solo questo però: oggi, dopo le lezioni, mi sono fermato a scuola, ho mangiato una pizza al volo, ho passato la pausa pranzo a parlare di scuola e di film con una collega-amica con cui non avevo occasione di parlare da tanto tempo, poi ho fatto un paio d’ore di laboratorio teatrale con dei ragazzi molto in gamba. Sono tornato a casa un po’ stanco, però anche un po’ contento della giornata passata a scuola. Insomma, se trovano un modo intelligente di farla, a me questa cosa di tenere aperta la scuola anche il pomeriggio piace: potrebbe liberare un sacco di energia, e trasformare la scuola in un posto gradevole dove stare, godersi un tempo un più lento, riscoprire magari anche il valore dell’ozio; e forse smetterebbe di essere, la scuola, quel posto nevrotico che è, dove si impara ad essere docili ingranaggi di un meccanismo fordista, un posto da cui scappare appena finito di seguire (o di tenere) una lezione.

Una scuola del tempo lento, ecco: così la chiamerei. Così mi piacerebbe cominciarla a pensare.

Sull’argomento segnalo anche Galatea Vaglio e, da tutt’altra prospettiva, Leonardo Tondelli.