L’ora di religione

Donato Placido in una scena de L’ora di religione di Marco Bellocchio (2002)

Avevo cominciato a scrivere un lungo pippone per dire anch’io la mia sull’uscita del ministro Profumo sull’ora di religione. Mi ero anche letto qualche articolo sull’Avvenire a cui volevo replicare punto per punto. Poi ho letto un post di Leonardo, e mi sono trovato d’accordo con lui su quasi tutto. Quindi, se vi va, leggetevi lui (e cfr. anche il Post).

Piccola antologia di versi di un poeta contemporaneo

Confessioni di Pier

Se poi la coda / Tornò di moda, / Ligio al Pontefice / E al mio Sovrano, / Alzai patiboli / Da buon cristiano.
La roba presa / Non fece ostacolo; / Ché col difendere / Corona e Chiesa, / Non resi mai / Quel che rubai.

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Parere

In questo secolo / vano e banchiere / che più dell’essere / conta il parere.

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Elogio della follia

In barba all’ebete/ servitorame / degli sgobboni / ciuchi e birboni; […] / a conti fatti, / beati i matti!

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Notizie dall’Iran

“Dal mio Stato felicissimo / (che per grazia dell’Altissimo / serbo nelle tenebre) / imporrò con un decreto / che chi puzza d’alfabeto / torni indietro subito: / e proseguano il viaggio, / purché paghino il pedaggio, / solamente gli asini.”

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La civiltà dei consumi

La spada è un’arme stanca, / scanna meglio la banca. // Pace a tutta la terra; / a chi non compra, guerra!

L’autore di questi versi è Beppe Giusti, giovane studente di Monsummano Terme, che ha scelto come sua cifra stilistica di travestire in stile ottocentesco le sue osservazioni sull’Italia e sul mondo di oggi. I critici, pur apprezzando la capacità di cogliere le contraddizioni del mondo presente, ritengono la sua scrittura troppo acerba, incapace ancora di sollevarsi dal mero dato di cronaca, e da una descrizione nuda dei fatti. In definitiva, gli viene contestato di fare una poesia valida solo in relazione alla condizione politica e sociale di questi anni, anzi di questi giorni, che certo non potrà essere compresa né tantomeno condivisa dalle generazioni che verranno.

(Le citazioni provengono da un saggio di Gino Tellini contenuto in questo libro)

Amori e morte di Nicola Ciraulo

(attenzione, qui sotto vi racconto praticamente tutta la trama di E’ stato il figlio)

In un Meridione d’Italia grottesco e metafisico vive la famiglia Ciraulo, che si barcamena raccattando rottami in un cimitero di navi reclinate e arrugginite. Intorno i simboli di una miserevole decadenza: lo Zen di Palermo e le ciminiere di Taranto sembrano ritrovarsi insieme in una foresta di simboli. Sulla piazza del quartiere, dominata dalla Morte Nera e dove l’Innocenza Bambina viene emarginata, esclusa, una mafia sbadata uccide la figlia più amata di Nicola, a cui rimane solo l’altro figlio, Tancredi: inconcludente, sognatore; in fondo inutile. Per la morte della piccola lo Stato riconosce un indennizzo alla famiglia, ma è una snervante trafila di orrendi avvocati e burocrazia viscida e sfuggente: quando arrivano i duecento milioni molti se ne sono già andati in debiti e usura. Il resto, Nicola lo spende, inopinatamente, per la macchina, per la Mercedes,  per far vedere a tutti che non è più un poveraccio, e per dare al suo amore un nuovo e più rassicurante oggetto. Ma Tancredi, in una triste notte brava col cugino mafioso di quartiere, fa un graffio alla Mercedes. Da quel graffio la storia prende velocità: il padre si scaglia con violenza animale sul figlio, la madre chiama in aiuto il cugino mafioso che spara allo zio: Nicola muore nell’incredulità sua e di tutti. Interviene la nonna, figura finora marginale, che decide il da farsi: la colpa non ricadrà sull’uccisore, l’unico che con le sue attività criminali può garantire la sopravvivenza di tutti, ma sull’inetto Tancredi, che si farà il carcere al posto del cugino, e tornerà poi, dopo anni, nella casa vuota che fu della sua famiglia, pieno di ricordi e di storie che solo i sordomuti stanno ad ascoltare. Sulla piazza è rimasta solo una chiazza rossa di sangue, contemplata dall’Innocenza Bambina, muta ed impotente.

Al centro di tutto quella Macchina, la ricchezza ostentata delle anime straccione e miserabili. La scena di quella sera con i mucchi di banconote sul tavolo e ogni membro della famiglia a proiettarvi i suoi sogni di consumatore acerbo e sbandato.

Io, lo confesso, conosco fin troppo bene questa fame di riscatto del povero, del mentecatto che arriva a potersi permettere un simbolo di lusso, magari in mezzo al niente del resto della sua vita, e su quel lusso proietta un riscatto sociale in realtà effimero e, in definitiva, avvilente. E’ quel fenomeno che ha corrotto la civiltà contadina da cui provengo, e che la spirale consumistica degli anni Sessanta-Ottanta (e oltre) ha finito di distruggere, a poco a poco (cfr. Pasolini). Vengo da una famiglia che andava al mare con la Cinquecento e l’ombrellone arrugginito, negli anni Ottanta, e quando lo Stato ha indennizzato le nostre vite perdute con un po’ di soldi a debito (per fortuna non ci sono voluti dei morti, ma forse anche quella bambina morta del film va letta come un simbolo) abbiamo proiettato emozioni, sogni e fantasie sulle cose, perdendo un sacco di tempo e di energie che potevamo meglio usare per curare gli affetti e le persone. Questa sbornia poi, almeno per me, in larga parte è passata, ma restano le macerie, e il tarlo di aver regalato al Dio delle Cose una parte troppo grande di noi.

Per una recensione come si deve cliccate qui (o qui).

Bella addormentata

Ho visto Bella addormentata la sera in cui è uscito nelle sale. Anzi: la sera prima, perché il multisala dove ero andato per vedere l’ennesimo film sulla scuola aveva deciso di anticipare di un giorno la proiezione dell’opera di Bellocchio. Questo non significa che l’abbia visto per sbaglio: ci sarei andato comunque e comunque prima possibile, perché il tema mi è sempre stato molto caro, perché Bellocchio è un regista che non sempre capisco ma che sempre mi interroga, e anche perché Bella addormentata è uno di quei film che quando l’hai visto poi hai qualcosa di cui parlare con gli amici per qualche mese almeno. Ci sarei andato lo stesso, dunque, ma il contrattempo ha avuto, in ogni caso, delle conseguenze sulla visione, per due motivi. Primo motivo: non ero assolutamente preparato al film; né la ragione né le emozioni erano state allertate, e sono stato catapultato in un mondo che non era quello che pensavo avrei abitato quella sera. Secondo motivo:  andavo al cinema con una compagnia un po’ diversa dal solito; si doveva vedere un film sulla scuola e stavo, guarda caso, fra insegnanti; e nella compagnia c’era un fervente cattolico molto attento all’ortodossia, e una donna appena reduce da un lutto, costretta a sperimentare sulla pelle di una persona cara la brutale concretezza di espressioni apparentemente algide come “interruzione dell’accanimento terapeutico”. C’erano, dunque, le premesse per un’esperienza forte. E tale è stata, in effetti.

A me, tanto vale dirlo subito, il film è piaciuto moltissimo. Anzi: pur nella imperfezione di tanti aspetti singoli, mi è sembrato un film perfetto. Spiego: Bellocchio secondo me si è fatto carico di una sfida quasi impossibile: trattare in un’opera d’arte un caso umano (o di cronaca, o politico, o giudiziario, o culturale, o non so come altro definirlo) così tormentoso e complesso come quello di Eluana Englaro, e del filo di vita e di morte che l’ha legata per tanti anni al padre Beppino (e non solo a lui). Era, obiettivamente, qualcosa di difficilissimo. Fra i pericoli dell’apologo morale da una parte e dell’estetica da fiction dall’altra, non c’erano molte strade, forse una soltanto, e quella strada secondo me Bellocchio l’ha saputa percorrere. Per questo dico che è un film perfetto, perché è forse l’unico film che su questo tema si potesse fare. Per realizzarlo Bellocchio non solo ha tolto il corpo e i volti dei protagonisti veri dalla scena (scelta per tanti  versi necessaria); ha anche riempito il film – come è nella sua poetica – di personaggi che non si preoccupano mai di sembrare realistici ma che sono, nella trasfigurazione dell’arte, sempre (o almeno: molto spesso) veri. Sono personaggi esagerati, spesso nevrotici, a volte disturbati e disturbanti, sempre terribilmente inquieti e fragili di fronte ai problemi ultimi. Ritratti deformati di tutti noi, alla fin fine.

Accanto a questo, c’è anche un discorso sulla società. Non propriamente un discorso politico, ma sulla crisi di cultura e di umanità che attanaglia il nostro vivere di italiani di oggi, e che trova nella politica, se non altro, uno specchio. Partiamo da un dettaglio, che poi tanto dettaglio non è: molti dei personaggi del film sono costretti dal regista a fare i conti con la presenza ossessiva di schermi televisivi che proiettano le loro luci livide e spettrali su corpi, volti, oggetti. In una scena misteriosa e affascinante due uomini (un fratello, un padre) completamente proiettati su sé stessi, sulle loro ambizioni e sulle loro sconfitte, anche di fronte al coma della sorella, alla follia della moglie, rimangono attoniti a guardare su uno schermo enorme le evoluzioni sottomarine di giganteschi e inquietanti ippopotami. Ma è soprattutto nelle stanze della politica – attraversate dal sempre bravissimo Toni Servillo – che la televisione è onnipresente. Nell’era berlusconiana (di cui il film compone il ritratto più convincente che mi sia stato dato di vedere) la televisione è onnipresente, dalle stanze del potere all’ultimo tinello: in ogni stanza del Palazzo vengono trasmessi i tg o i discorsi dei parlamentari (quasi a dire che tali discorsi hanno ragion d’essere solo se teletrasmessi); persino nel surreale bagno turco che è teatro di alcune fra le scene più riuscite del film (ad esempio l’ormai noto dialogo fra il Senatore-Servillo e lo Psichiatra-Herlitzka) c’è sempre uno schermo su cui scorrono informazioni relative ai lavori dell’Aula; in un’altra scena i politici di Forza Italia si fanno una foto, ma i loro veri volti sono oscurati dalla proiezione di un filmino propagandistico. Fino ad un momento che m’è parso geniale: un personaggio sta per entrare nell’Aula del Parlamento, e sta davanti ad una grande ed elegante porta di legno, la porta si apre e dentro si vede, invece dell’aula, una riproduzione video (piuttosto sgranata) della stessa.

Il film mi pare, insomma, la metafora di un paese che ha perso la sua umanità, senza guida etica e morale; la massa imbestiata dal rincitrullimento televisivo, gli individui lasciati soli con le loro cose e le loro idee, le loro idiosincrasie, le loro nevrotiche paure. Non mi è sembrato, invece, un film (solo) sui problemi etici, tanto meno un film che su quei problemi vuole dirci la sua verità, o darci la sua ricetta. Forse ci chiede solo, in assenza della struttura etica e politica necessaria ad un paese per affrontarli con serenità, di non strumentalizzarli a fini di parte.

Mi pare anche che sia un film sui confini, e sulla loro essenza labile, equivoca. Le cose, lì sul bordo, non sempre sono semplici e chiare, e non sempre sono quel che sembrano. Di fronte a quel tremendo e intimo momento in cui un essere umano smette di vivere, be’, dire qualche verità assoluta è molto rischioso, e evitare equivoci non è facile. In conclusione, dopo il film mi viene da ribadire ancora una volta quel poco che da tempo sostengo, su questi argomenti: come sembra volerci dire anche l’epilogo della vicenda umana del Cardinale Martini, quei momenti non possono essere di altri che del morente e di chi, con lui, ha condiviso una vita di legami e di affetti. E nessun potere, politico o religioso, può rivendicare la proprietà e la giurisdizione su quel territorio.

Dopo aver visto il film, ho letto qualche recensione (non molte in verità). Fra tutte mi ha stupito quella, inutilmente livorosa (fin dal titolo) e priva di qualsiasi empatia artistica, di Michela Murgia, che legge il film solo con gli occhi delle categorie politico-religiose (cattolici e laici, radicali e clericali…), senza nessuno sforzo per cercare di entrare nel mondo del regista. Ha dell’incredibile, se penso che la Murgia è l’autrice di Accabadora, libro che ho amato molto, e molto ho raccomandato proprio per la sensibilità con cui accosta temi complessi quali l’eutanasia. Comunque ho capito che con i consigli di lettura e di visione dell’autrice sarda devo andarci molto cauto: una sua prefazione al romanzo L’ultima tentazione di Cristo, anticipata sul suo blog (e che mi era piaciuta parecchio), mi ha già spinto, l’estate scorsa, ad una delle letture più faticose e aride degli ultimi anni: quello di Kazantzakis è un libro noioso, di troppe pagine e di poche idee, che non merita certo i soldi necessari ad acquistare la ristampa niente affatto economica prefata dalla Murgia. Ve lo dico: sono soldi sprecati: usateli piuttosto per andare a vedere il film di Bellocchio; e vi resteranno anche gli spiccioli per i popcorn.

Molto bella, invece, la recensione di Gianluca. Anche se forse non è bello citarsi a vicenda…

Se poi volete la recensione di un critico cinematografico vero…

L’analfabeta

Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico.
Egli non sente, non parla, né s’interessa
degli avvenimenti politici.
Egli non sa che il costo della vita,
il prezzo dei fagioli
del pesce, della farina, dell’affitto
delle scarpe e delle medicine
dipendono dalle decisioni politiche.
L’analfabeta politico è così somaro
che si vanta e si gonfia il petto
dicendo che odia la politica.
Non sa l’imbecille che
dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta,
il bambino abbandonato, l’assaltante
e il peggiore di tutti i banditi
che è il politico imbroglione,
il mafioso, il corrotto,
il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.

(Bertolt Brecht, L’analfabeta politico)

Sguardi italiani

In cima si cono gli occhi spenti dei vecchi che comandano, senza saggezza e senza autorità, impauriti dal loro stesso potere immeritato, che non sanno gestire. Si circondano di coetanei dagli occhi rancorosi, o di giovani dallo sguardo feroce e impaurito, candidati alla successione, destinati alla sottomissione. Al gradino inferiore gli occhi anonimi e sfuggenti della massa, i condannati dell’età di mezzo: i cinquantenni dagli occhi duri e spietati, che difendono con le zanne aguzze la loro catena d’oro; i quarantenni sprecati, occhi opachi e storti, divisi fra ansia e rassegnazione, delusi dalle lunghe speranze e non ancora arresi all’inevitabile cinismo; e poi i trentenni che procedono a tentoni, emarginati o più spesso tagliati fuori, sconfitti prima ancora di giocare. Sotto, molto più giù, i ventenni che vedono tutto e capiscono tutto, con i loro occhi sbarrati, che si difendono come possono, rinunciando alle passioni o portandole all’estremo. E infine i diciannovenni, i diciottenni, i diciassettenni, i sedicenni, i quindicenni, i quattordicenni… con negli occhi una luce che ti chiedi quanto durerà, ancora.

Nessunissimo problema

Girano alcuni video relativi ai momenti caldi dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico di ieri (intitolata “Dalla parte dell’Italia, con responsabilità e fiducia”), dove alcuni ordini del giorno presentati da minoranze interne non sono stati ammessi a votazione, sono stati “preclusi”, apparentemente senza giustificazione. Guardateli, soprattutto questo, soprattutto la parte in cui un ragazzo con la maglietta arancione parla con Bersani. Sono desolanti e istruttivi.

Desolanti perché mostrano – “plasticamente”, come si dice in questi casi – che il Partito Democratico, che in teoria dovrebbe essere il più importante strumento a disposizione dell’Italia per uscire dalla crisi, in realtà non trova nemmeno gli strumenti per affrontare democraticamente le sue eclatanti divisioni e indecisioni interne. Indecisioni peraltro a volte gravissime e inaccettabili in un partito che voglia essere (anche moderatamente) di sinistra (sempre che lo voglia, e qualcuno è certo che non sia più così), come nel caso dei diritti civili.

Istruttivi perché fanno capire, con la prossemica, gli sguardi, i toni di voce, che nella classe dirigente di questo partito non c’è nessun minimo comun denominatore, non c’è stima e rispetto reciproco: Bersani che, stancamente e senza crederci neanche più, cerca di far tornare in riga il giovane con la polo arancione, in nome di un presunto buon senso moderato (“ma perché ogni volta che facciamo un passettino…”), Ignazio Marino che urla “voto voto” e si guarda intorno in cerca di improbabili puntelli, Stumpo che si china sulle spalle del segretario suggerendo chissà cosa (Stumpo, personaggio misterioso: è responsabile dell’organizzazione del PD ma sulla rete, di lui, si trova pochissimo: chi è? che storia ha? chi l’ha messo lì? per quali meriti?), Rosy Bindi che perentoria rassicura la stampa: “non c’è nessunissimo problema”. E poi il buttafuori dalla faccia truce e intontita che impedisce con la forza al giornalista di continuare a riprendere il j’accuse dell’uomo in polo arancione verso il segretario del suo partito…

Ho rivisto più volte i video, osservato quei volti e quelle parole, quei gesti, e ogni volta che li vedevo li trovavo più familiari, poi ho capito: quell’assemblea era identica ai collegi docenti della mia scuola: stessa tensione frustrata di pochi, stessa mancanza di leadership, stessa apatia di una maggioranza disinteressata alla discussione, stessa indifferenza per il rispetto delle procedure democratiche. Il motivo di questa somiglianza è semplice: in entrambi i casi si tratta di strumenti assembleari puramente formali, vissuti con indifferenza e dispetto da chi conta davvero, perché tanto le decisioni si prendono altrove. Peccato che le decisioni che si prendono non appaiono minimamente all’altezza del momento storico.

A volte anche i direttivi del PD del mio paese – anche a quelli partecipo – mi danno sensazioni simili. Il ragazzo in arancione dice a Bersani “questo è un partito dove non si vota mai, non votiamo mai”. In effetti, anche al direttivo cittadino non ricordo una votazione che sia una. E se non ci si confronta/scontra fra posizioni diverse e non si vota, alla fine le differenze (quando ce ne sono, e ce ne sono semprerischiano di venir fuori  nella maniera scomposta dell’Assemblea Nazionale di ieri. E, com’è ovvio, quando questo capita non fa bene a nessuno.

Aggiornamento (a proposito di prossemica): segnalo (qui, minuto 0.50) Paolo Cosseddu che urla “Tornate sulla terra, siete alieni!”; e, al minuto 1.50, l’anziano signore sullo sfondo che, mentre Scalfarotto con entusiasmo descrive l’ineluttabilità della marcia dei diritti gay (qui il suo meditato giudizio sui fatti di ieri), si versa un po’ d’acqua  per mandar giù una pillola.

Lettera all’assassino

Chiunque tu sia, assassino, hai colpito nel segno. Forse lo hai fatto per mostrare la tua forza o per reagire alla tua debolezza, oppure per depistare, colpire nel mucchio, creare tensione, non lo so. Forse lo hai fatto addirittura per sbaglio o per pazzia. Non importa: di certo hai colpito nel segno, hai colpito il tuo nemico.

In tutta la confusione del momento, è chiaro almeno questo: che hai voluto giocare tragicamente con i simboli. I giovani, la scuola, e una scuola con quel nome!, e poi l’anniversario, e le carovane in passaggio. Non può essere un caso, no, perché il caso non gioca mai con troppi simboli tutti insieme. Volevi proprio colpire i giovani e la scuola, perché la scuola e i giovani sono tuoi nemici, e l’hai fatto.

La scuola è tua nemica perché è un luogo, uno dei pochi rimasti, di cultura e di legalità. A scuola ci si confronta e si esercita la libertà di pensiero, lo spirito critico. Si parla di valori diversi da quelli che negli ultimi decenni sono diventati egemoni e che a te, chiunque tu sia, fanno comodo: individualismo, consumismo, denaro, potere, cinismo. A scuola, al contrario, si parla di senso.

I giovani sono tuoi nemici perché sono molto svegli, sanno molte cose, e se non le sanno sanno dove andare ad impararle, sanno mettersi in rete e creare contatti molto meglio di te. Sono tuoi nemici perché non hanno beni da difendere ma diritti da conquistare, e perché loro rappresentano il cambiamento.

Forse hai capito che colpire politici, magistrati, poliziotti, economisti, industriali, o anche sedi di partito o di sindacato, non ti serve più. Forse non ti serve più nemmeno sparare a casaccio nel mucchio, per le vie o nelle piazze. Se sei arrivato a colpire deliberatamente la scuola e i nostri ragazzi, devi essere proprio disperato, anche se di una disperazione molto lucida. Hai capito che è lì, nelle scuole pur così spesso bistrattate, che stai perdendo la tua partita di potere e di violenza. Chi studia, chi insegna e chi impara è tuo nemico, ed è giusto che sia così: perché anche tu sei nemico nostro, sei nemico mio e di tutti quelli che dentro ad una scuola ci lavorano, ci studiano o ci mandano i figli. Perché quello che faccio ogni giorno, tu lo sai fin troppo bene, io lo faccio contro di te. Perché le tante giovani donne che incontro in classe tutti i giorni, tutti gli anni, vogliono crescere in un paese migliore di questo. E tu, che l’hai impedito a Melissa, non riuscirai a impedirlo a loro.

Lunedì sera, alle ore 21, ci sarà una fiaccolata in Piazza Leopardi, a Recanati. Invito tutte le studentesse, gli studenti, i genitori e i docenti delle scuole recanatesi a partecipare.

La storia eravamo noi

I commenti alla vittoria di Hollande, il sempre più chiaro massacro del Pdl, la fine della pioggia (con relativa corsetta in riva al fiume), e per concludere una gustosa tranquilla cenetta a casa: poteva anche essere una bella serata. Poi ho visto questo:


(la neve deve aver fatto secchi molti ulivi, in quel di Spello…)

Aggiornamento: un’affezionata lettrice del blog ( 🙂 ) mi segnala questo reportage sul committente dello spot. Sono sempre più felice.

Aggiornamento 2: in una sua canzone De Gregori scrive: “tu da che parte stai? / stai dalla parte di chi ruba nei supermercati / o di chi li ha costruiti / rubando”. Essendo il nostro un grande ammiratore di Brecht, ho sempre pensato che nello scrivere quei versi avesse in mente il famoso apoftegma “Cos’è rapinare una banca a paragone del fondare una banca?”. Ma in fondo anche La storia tratta temi molto simili a Domande di un lettore operaio, che anni dopo sarà citata espressamente in Il cuoco di Salò. E il cerchio, in qualche modo, si chiude.