Tentazioni, dubbi e scelte

Michela Murgia, scrivendo l’introduzioneL’ultima tentazione di Cristo di Nikos Kazantzakis, racconta la sua esperienza di insegnante di religione, e soprattutto ci spiega come è finita. Trovo la storia interessante per molti aspetti: didattici, etici, e politici. Ne consiglio la lettura a te che passi, mentre a me consiglio la lettura del libro intero.

Quella della Murgia è, a mio avviso, soprattutto una testimonianza sulla necessità del coraggio di ascoltarsi, di capirsi, e di fare le scelte conseguenti. E anche sul fatto che queste scelte, se vengono da una motivazione profonda e sincera, alla fine pagano. Sperimentando sulla propria pelle la censura delle gerarchie ecclesiastiche, Michela Murgia ha preferito non adeguarsi e seguire il suo imperativo etico: l’anno successivo ha evitato di presentare domanda per la cattedra (andando, tra l’altro, a mettere il dito nella piaga dolente dell’assurdità di un insegnante abilitato – di fatto – da un’autorità esterna e confessionale per andare a insegnare in una scuola pubblica, non confessionale). Da quella rinuncia è scaturita, per la futura scrittrice, una stagione di sacrifici, certo, ma anche un libro (Il mondo deve sapere) e la scoperta di una vocazione letteraria che ha portato i frutti che sappiamo. Tanto di cappello.

Aggiungo che, proprio pochi minuti prima di scovare per caso questo articolo della Murgia su internet, stavo rileggendo alcune parti di Sostiene Pereira, fra le quali una pagina che, a pensarci bene, parla della stessa cosa: di come nascono le scelte che cambiano le vite, i destini degli esseri umani.

Le righe che seguono sono tratte dal sedicesimo capitolo del libro.

Il dottor Cardoso cominciò a mangiare la sua sogliola alla mugnaia e Pereira seguì il suo esempio. Bisognerebbe che conoscessi meglio gli ultimi mesi della sua vita, disse il dottor Cardoso, forse c’è stato un evento. Un evento in che senso, chiese Pereira, che vuol dire con questo? Evento è una prola della psicoanalisi, disse il dottor Cardoso, non è che io creda troppo a Freud, perchè sono un sincretista, ma credo che sul fatto dell’evento abbia ragione senz’altro, l’evento è un avvenimento concreto che si verifica nella nostra vita e che sconvolge o che turba le nostre convinzioni e il nostro equilibrio, insomma l’evento è un fatto che si produce nella vita reale e che influisce sulla vita psichica, lei dovrebbe riflettere se nella sua vita c’è stato un evento. Ho conosciuto una persona, sostiene di aver detto Pereira, anzi, due persone, un giovanotto e una ragazza. Me ne parli pure, disse il dottor Cardoso. Bene, disse Pereira, il fatto è che alla pagina culturale avevo bisogno dei necrologi anticipati degli scrittori importanti che possono morire da un momento all’altro, e la persona che ho conosciuto ha fatto una tesi sulla morte, è vero che in parte l’ha copiata, ma all’inizio mi sembrava che di morte se ne intendesse, e così l’ho preso come praticante, per fare i necrologi anticipati, e lui me ne ha fatto qualcuno, glieli ho pagati di tasca mia perchè non volevo pesare sul giornale, ma sono tutti impubblicabili, perchè quel ragazzo ha in testa la politica e ogni necrologio lo fa con una visione politica, per la verità penso che sia la sua ragazza a mettergli in testa queste idee, insomma, fascismo, socialismo, guerra civile di Spagna e cose del genere, sono tutti articoli impubblicabili, come le ho detto, e io finora l’ho pagato. Non c’è niente di male, rispose il dottor Cardoso, in fondo rischia solo i suoi soldi. Non è questo, sostiene di aver ammesso Pereira, il fatto è che mi è venuto un dubbio: e se quei due ragazzi avessero ragione? In tal caso avrebbero ragione loro, disse pacatamente il dottor Cardoso, ma è la Storia che lo dirà e non lei, dottor Pereira.

Sì, disse Pereira, però se loro avessero ragione la mia vita non avrebbe senso, non avrebbe senso avere studiato lettere a Coimbra e avere sempre creduto che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, non avrebbe senso che io diriga la pagina culturale di questo giornale del pomeriggio dove non posso esprimere la mia opinione e dove devo pubblicare racconti dell’Ottocento francese, non avrebbe senso più niente, e è di questo che sento il bisogno di pentirmi, come se io fossi un’altra persona e non il Pereira che ha sempre fatto il giornalista, come se io dovessi rinnegare qualcosa. Il dottor Cardoso chiamò la cameriera e ordinò due macedonie di frutta senza zucchero e senza gelato. Voglio farle una domanda, disse il dottor Cardoso, lei conosce i médecins-philosophes? No, ammise Pereira, non li conosco, chi sono? I principali sono Théodule Ribot e Pierre Janet, disse il dottor Cardoso, è sui loro testi che ho studiato a Parigi, sono medici e psicologi, ma anche filosofi, sostengono una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere ‘uno’ che fa parte a sè, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un’illusione, peraltro ingenua, di un’unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perchè noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone. Il dottor Cardoso fece una piccola pausa e poi continuò: quella che viene chiamata la norma, o il nostro essere, o la normalità, è solo un risultato, non una premessa, e dipende dal controllo di un io egemone che si è imposto sulla confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, codesto io spodesta l’io egemone e ne prende il posto, passando a dirigere la coorte delle anime, meglio la confederazione, e la preminenza si mantiene fino a quando non viene spodestato a sua volta da un altro io egemone, per un attacco diretto o per una paziente erosione.

Forse, concluse il dottor Cardoso, dopo una paziente erosione c’è un io egemone che sta prendendo la testa della confederazione delle sue anime, dottor Pereira, e lei non può farci nulla, può solo eventualmente assecondarlo. Il dottor Cardoso finì di mangiare la sua macedonia e si asciugò la bocca con il tovagliolo. E dunque cosa mi resterebbe da fare?, chiese Pereira. Nulla, rispose il dottor Cardoso, semplicemente aspettare, forse c’è un io egemone che in lei, dopo una lenta erosione, dopo tutti questi anni passati nel giornalismo a fare la cronaca nera credendo che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, forse c’è un io egemone che sta prendendo la guida della confederazione delle sue anime, lei lo lasci venire alla superficie, tanto non può fare diversamente, non ci riuscirebbe e entrerebbe in conflitto con se stesso, e se vuole pentirsi della sua vita si penta pure, e anche se ha voglia di raccontarlo a un sacerdote glielo racconti, insomma, dottor Pereira, se lei comincia a pensare che quei ragazzi hanno ragione e che la sua vita finora è stata inutile, lo pensi pure, forse da ora in avanti la sua vita non le sembrerà più inutile, si lasci guidare dal suo nuovo io egemone e non compensi il suo tormento con il cibo e con le limonate piene di zucchero.

Almeno ardore…

[…]
Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore
era ancora vita, in quel maggio italiano
che alla vita aggiungeva almeno ardore,
 
quanto meno sventato e impuramente sano
dei nostri padri – non padre, ma umile
fratello – già con la tua magra mano
 
delineavi l’ideale che illumina
(ma non per noi: tu, morto, e noi
morti ugualmente, con te, nell’umido
 
giardino) questo silenzio. Non puoi,
lo vedi?, che riposare in questo sito
estraneo, ancora confinato. […]

 

 

Nel settantacinquesimo anniversario della morte di Antonio Gramsci. E anche PPP ci ha lasciato ormai da troppo tempo.

Postilla: leggo ora questa frase postata su facebook da Roberto Saviano: “Volete trovare il fuoco? Ricercatelo nella cenere.” Ne è autore Moshe-Leib di Sasov, che non so chi sia. Ma mi pare che la frase ci stia.

Mater

Tutto passa e resta come il giorno. Sul mare una nuvola proietta un’ombra. Guardo dalla terrazza l’orizzonte ed è questo il mio modo di stare sola.
Quando dipingo associo a ogni colore un pensiero. Una delle tante persone che io sono mi guarda e il suo sguardo è l’inizio di qualcosa.
Ora il salino giunge dal largo ed è una brezza e mi insegna per un poco a dimenticare. Forse dimenticare significa capire.
Dopo la morte di mia madre ho continuato a dipingere occhi.
La sera li guardo. Ogni tela è un occhio, certo. Ma anche un universo e un mio volto ai quali racconto di un segreto.
C’è una distanza tra ogni occhio e me. A volte lucente come l’acqua tra due sponde, a volte semplice come i due estremi di una lama.
Sul mare c’è sempre un’ombra ferma come una voce. Le cose che veramente ci confortano sono cose invisibili o lontane. Sono cose perdute.

Non so se queste poche righe possano dare l’idea del fascino e del mistero che produce la lettura integrale del piccolo libro da cui sono tratte: Mater, di Lorenzo Zumbo.
Credo però che, almeno, permettano di cogliere il ritmo, direi il respiro, di questa narrazione senza storia, di questa poesia senza versi che corre coraggiosamente il pericolo di abitare una lontananza (per usare in maniera forse un po’ impropria un’espressione molto amata dall’autore) da ogni genere e da ogni canone, per andare alla ricerca di qualcosa di arcaico e necessario che sta nel cuore oscuro di ogni anima.
E’ difficile dire “di cosa parla” questo libretto breve quanto denso: dire che è la storia di due donne, una madre cieca e una figlia pittrice misteriosamente e ambiguamente gravida, in un’isola simbolica e metafisica dal cui orizzonte sembrano completamente esclusi gli uomini, equivarrebbe a non dire nulla, o quasi. Come servirebbe a poco, temo, cercare di identificare i temi principali, perché in questa storia di morte e nascita, di creazione e di ricerca, di corpi e di voci che si attraggono e si scontrano, in questa storia di anime e di sangue, l’impressione è che l’autore abbia volutamente lavorato di sottrazione, lasciando al lettore solo quel tanto di materiale ritmico ed emotivo, psicologico e archetipico, necessario per orientarsi in quel labirinto che è il nostro profondo.
Le parole, le immagini, anche i molti impliciti riferimenti colti, hanno – credo – principalmente la funzione di evocare l’ignoto, sono come bisturi che vanno a produrre salutifere ferite in qualche zona del nostro io più nascosto che – di solito – teniamo bene anestetizzata, protetta. In altre parole, in Mater più che il poco detto conta il moltissimo soltanto evocato, così che il lettore disponibile si trova coinvolto in una sorta di rito magico, che come tutti i riti magici affascina e spaventa.
E allora finisci di leggere questo libro, nel buio di una notte marchigiana, e ti accorgi (come in un racconto di Borges o di Kafka) che da lontano ti è arrivato un messaggio che non basterà una vita intera a decifrare, ma che contiene forse una verità necessaria. Poi pensi che forse anche chi l’ha spedito, da una notte lombarda e assieme siciliana, ha solo il messaggio ma non la chiave, e che solo dall’alleanza fra te, lettore, e lui, scrittore, può nascere il senso.
Mi piace pensare che questo voglia dire la frase più misteriosa e apparentemente paradossale del libro:

Solo allora capii che ogni essere umano è silenzio. Semplice, puro, bianco silenzio. E che dire di sé una sola parola a qualcuno significa perdere per sempre se stessi.

Forse perdere se stessi per sempre è – mi dico stasera – un piccolo, insignificante sacrificio, se questo può servire a farti diventare parte di una storia, di una relazione. Forse questo è il sacrificio che fa ogni scrittore, per regalare il suo messaggio segreto a chi è disposto ad ascoltarlo. Alcuni chiamano questo sacrificio poesia, altri amore.

Postilla. Conosco Lorenzo Zumbo da molti anni, e quando ho avuto modo di incontrarlo dopo aver letto il libro non ho saputo resistere alla tentazione di chiedere “delle spiegazioni” sui tanti aspetti di Mater che mi avevano lasciato con più domande che risposte. Lorenzo ha avuto la lungimirante cortesia di non rispondermi praticamente su nulla: mi avrebbe così privato – capisco ora – del più prezioso lascito del suo libro: il mistero, lo spazio bianco fra le parole. Del resto Lorenzo è così anche nella conversazione: capace di portarti sempre nel luogo in cui ogni parola si fa interrogazione dell’oltre, e dove mai nulla è banalmente risolto.

Recite

Da un po’ di tempo mi capita (è anche un piacevole effetto collaterale del mio lavoro) di andare più a teatro che al cinema. E mi è capitato di vedere delle cose molto belle che, se dovessero passare dalle vostre parti, vi consiglio di non perdere.

Furioso OrlandoDevo ammettere che avevo vaghi ma corposi pregiudizi su questo monologo (poi ho capito che proprio monologo non era) recitato da un divo del cinema. Mi chiedevo cosa portava un divo come Accorsi a cimentarsi in un’impresa di per sé ardua: portare a teatro il poema dell’Ariosto, che giusto Sanguineti e Ronconi… Vedendolo mi sono però fatto l’idea che forse ce l’ha portato l’umiltà di mettersi in gioco, e di faticare parecchio, perché non deve essere per niente facile – a parte la memoria – portare a spasso il pubblico fra tanti toni, personaggi e episodi diversi. Lo aiuta una grande spalla: Nina Savary, che, con il suo straniante accento francese non si limita a dare uno sfondo sonoro e musicale, ma fa da controcanto al testo, portando un sguardo femminile sulle vicende del Furioso che risulta illuminante e – direi – necessario (ma non diciamo troppo in giro che gli eroi di Ariosto sono maschilisti, che poi magari ci impediscono di leggerlo a scuola!). Il lavoro di sintesi e rielaborazione del testo del regista Marco Baliani è intelligente e efficace, divertente in alcuni azzeccati anacronismi e non privo di qualche attualizzazione “impegnata” che però non stona. Sia chiaro: non è una cosa “scolastica”, anche se – oltretutto – didatticamente è molto efficace.

Bottino di guerra. A proposito di pregiudizi: fino a qualche tempo ne avevo di grossi, grossissimi, sugli spettacoli teatrali amatoriali. Non so bene se perché li vedevo come occasioni di esibizionismo per ego ipertrofici o perché in fondo in fondo invidiavo il coraggio di chi faceva teatro per passione. Ma forse, alla fin fine, è la stessa identica cosa: i miei pregiudizi derivavano semplicemente da una lontananza, da una (auto)esclusione. Poi i casi della vita mi hanno portato a incrociare più da vicino queste esperienze, pur senza praticarle, è ho potuto sperimentare quanta emozione, tensione, forza c’era in queste serate di show fatti con pochi soldi e molto coraggio. Ora vado molto volentieri a vedere questi spettacoli: a volte, certo, la qualità dello spettacolo non è eccelsa, a volte l’organizzazione può essere abborracciata, ma arriva sempre un momento in cui senti quella vibrazione positiva, quella verità, che quando vai ad assistere ad uno spettacolo di professionisti non sempre percepisci. Poi, qualche volta, capita un piccolo miracolo, e tutto funziona alla perfezione. Per esempio la sera di venerdì 23 marzo ho rinuciato alla piscina e mi sono ritrovato con una quarantina di persone nelle grotte di un palazzo nobiliare di Tolentino, e lì sono stato catapultato con violenza in un mondo arcaico di guerra e di dolore declinato al femminile. Sono diventato partecipe della domanda: cosa succede ad una donna quando finisce una guerra? Lo spettacolo era tratto dalle Troiane di Euripide, e dal rifacimento delle medesime di Jean Paul Sartre, anche qui con qualche azzeccato inserto (su tutti, la straziante Sidun di Fabrizio de Andrè, che sembrava scritta apposta per quella storia). L’effetto è stato intenso e perturbante. Non so se siano previste repliche dello spettacolo, ma se lo trovate in giro approfittate. Disclaimer: una delle protagoniste (una delle più brave) è amica mia, ma non avrei scritto quello che ho scritto per amicizia, se non lo pensassi.

Il ventaglio. Ieri sera poi sono andato a vedere questa messa in scena di una commedia goldoniana. Non l’avevo mai letta né vista (c’ero andato vicino qualche tempo fa, ma poi avevo rinunciato), e non sapevo che aspettarmi. Avevo sempre visto un Goldoni piuttosto tradizionale, qualche volta vicino alla perfezione come nel caso della Trilogia della villeggiatura di Toni Servillo, ma ieri non ho certo rimpianto marsine e pizzi. L’idea di far reagire la lingua di Goldoni (mantenuta intatta) con le canzoni di Amy Winehouse e Lou Reed, con i costumi pop (per dire: le scarpe vanno dalle Converse alle Crocs) e i pennarelli fosforescenti, mettendoci in mezzo anche i sonetti di Shakespeare, qualche raccontino minimal e iperrealista, poteva sembrare azzardata. Però il regista ci ha messo molto del suo, a partire dall’aggiunta del personaggio di un Cupido che svolazza per la scena durante tutto lo spettacolo e rappresenta efficacemente l’incarnazione della funzione-amore che muove questa come tutte le commedie (e le vite) di questo mondo. Effetto finale: i ragazzi in età scolare presenti allo spettacolo (che ora, mentre scrivo, si sta replicando al Teatro Persiani di Recanati) hanno trovato Goldoni interessantissimo, spiritoso e brillante; e non si sono trovati per niente d’accordo con la matura signora del palchetto a fianco che – durante l’intervallo – chiosava scandalizzata “Io non ho mai visto uno scempio del genere”. Va bene così. Poi domani, a scuola, ci vengono a trovare gli attori della compagnia: che bello!

Due postille a “Mio fratello e la crisi”

Nei giorni in cui scrivevo un post relativo alle scelte (non) lavorative di mio fratello Francesco e al problema del “troppo” nella nostra società, mio padre (che riesce in un modo originale e ammirevole a coniugare la coltivazione del campicello con una vivace e non banale presenza sui social network) scriveva questo twit: “mi chiedo: questi cercatori di cose nuove, prima non c’erano, o si lasciavano nascosti? Interessante”. Non sono sicuro (mi sono sempre scordato di chiederglielo, poi) che si riferisse ai discorsi fatti da me o soprattutto da Francesco, ma a me ha dato lo spunto per ragionare un po’ in prospettiva storica sui temi di cui si stava discutendo (lavoro, rapporto otium-negotium, uso del tempo, problema della scelta, come andare alle cose essenziali…): naturalmente sono questioni vecchie come il cucco, e vi risparmio i miei ragionamenti, Seneca e tutto il resto. Però voglio mettere qui due brani che ho letto recentemente: sono molto diversi anche se scritti proprio negli stessi anni (il primo è del 1923, il secondo sta in un romanzo pubblicato in diverse versioni fra 1916 e 1925). Nel primo Paul Valery parla del suo rapporto coi musei (l’ho trovato, di seconda mano, nel libro di Eco La vertigine della lista, a p. 169):

Non amo troppo i musei. Ve ne sono di ammirevoli, ma nessuno è delizioso. Le idee di classificazione, di conservazione e utilità pubblica, che sono giuste e chiare, hanno pochi rapporti con le delizie […] Mi trovo in un tumulto di creature congelate, ciascuna delle quali esige, senza ottenerla, l’inesistenza delle altre […] Davanti a me si sviluppa nel silenzio uno strano disordine organizzato. Sono preso da un orrore sacro. Il mio passo si fa religioso. La mia voce cambia, diventa poco più alta che se fossi in chiesa, ma meno forte di quanto non mi accada nella vita. Presto non so più che cosa sia venuto a fare in queste solitudini cerate, che ricordano il tempio e il salone, il cimitero e la scuola […] Quale fatica, mi dico, quale barbarie! Tutto è così disumano. Non è puro. Questo avvicinamento di meraviglie indipendenti e nemiche, e tanto più nemiche quanto più si assomigliano, è paradossale […] L’orecchio non sopporterebbe dieci orchestre insieme. Lo spirito non può seguire molte operazioni distinte, non ci sono ragionamenti simultanei. […] Ma la nostra eredità ci schiaccia. L’uomo moderno, estenuato dall’enormità dei suoi mezzi tecnici, è impoverito dallo stesso eccesso delle sue ricchezze […] Un capitale eccessivo e dunque inutilizzabile.

Una pagina che sembra commentare, spostando il discorso sul piano dall’economia e dagli oggetti alla tradizione culturale e all’estetica, quel che dicevo qualche giorno fa a proposito dell’eccesso di cose che alla fine schiaccia la nostra vita e la nostra creatività.

Se il problema è quello di scegliere, di trovare l’essenziale, la cosa vale in maniera particolare per chi di mestiere si occupa, come faccio io, di trasmettere conoscenza da un passato complicato ad un futuro incerto (George Steiner parla – qui – dell’insegnate come di un “corriere dell’essenziale”, ed è una definizione che mi piace molto). La responsabilità della scelta di cosa leggere, di cosa conoscere, di come affrontarlo,  la sentiamo ogni giorno, noi insegnanti, e ogni giorno è più complicato, anche perché nessuno (parlo almeno per chi come me insegna lettere) si prende questa responsabilità al posto nostro: non lo fa la critica, non lo fa l’editoria, non lo fa (per fortuna) la politica. Probabilmente è giusto così, ma la valigia è piccola e va riempita con le cose giuste.

Avevo promesso due brani. Ecco il secondo, preso dai Quaderni di Serafino Gubbio operatore, uno dei più interessanti romanzi di Pirandello, in realtà meno conosciuto di altri: il protagonista è un operatore di macchina cinematografica, emblema di uno sguardo straniato, filtrato, sghembo sul mondo. Mi ha fatto incontrare di nuovo questa pagina, l’altro giorno, una generosa collega, Milena, che ringrazio. Buona lettura.

Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch’io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno. […] C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo. Ma appena quest’oltre baleni negli occhi d’un ozioso come me, che si metta a osservarvi, ecco, vi smarrite, vi turbate o irritate.

Conosco anch’io il congegno esterno, vorrei dir meccanico della vita che fragorosamente e vertiginosamente ci affaccenda senza requie. Oggi, così e così, questo e quest’altro da fare: correre qua, con l’orologio alla mano, per essere in tempo là. […] Nessuno ha tempo o modo di arrestarsi un momento a considerare, se quel che vede fare agli altri, quel che lui stesso fa, sia veramente ciò che sopra tutto gli convenga, ciò che gli possa dare quella certezza vera, nella quale solamente potrebbe trovar riposo. Il riposo che ci è dato dopo tanto fragore e tanta vertigine è gravato da tale stanchezza, intronato da tanto stordimento, che non ci è più possibile raccoglierci un minuto a pensare. Con una mano ci teniamo la testa, con l’altra facciamo un gesto da ubriachi: – Svaghiamoci!

[…] Non dico di no: l’apparenza è lieve e vivace. Si va, si vola. E il vento della corsa dà un’ansia vigile ilare acuta, e si porta via tutti i pensieri. Avanti! Avanti perché non s’abbia tempo né modo d’avvertire il peso della tristezza, l’avvilimento della vergogna, che restano dentro, in fondo. Fuori, è un balenio continuo, uno sbarbàglio incessante: tutto guizza e scompare. […]

C’è una molestia, però, che non passa. La sentite? Un calabrone che ronza sempre, cupo, fosco, brusco, sotto sotto, sempre. […] Ma questo ronzio, questo ticchettio perpetuo, sì, dice che non è naturale tutta questa furia turbinosa, tutto questo guizzare e scomparire d’immagini. […] Ah, non bisogna fissarci l’udito. Darebbe una smania di punto in punto crescente, un’esasperazione insopportabile; farebbe impazzire. In nulla, più in nulla, in mezzo a questo tramenìo vertiginoso, che investe e travolge, bisognerebbe fissarsi. Cogliere, attimo per attimo, questo rapido passaggio d’aspetti e di casi, e via, fino al punto che il ronzìo per ciascuno di noi non cesserà. […]

Su la terra l’uomo è destinato a star male, perché ha in sé più di quanto basta per starci bene, cioè in pace e pago. E che sia veramente un di più, per la terra, questo che l’uomo ha in sé  (e per cui l’uomo non è un bruto), lo dimostra il fatto ch’esso – questo di più – non riesce a quietarsi mai in nulla, né di nulla appagarsi quaggiù, tanto che cerca  e chiede altrove, oltre la vita terrena, il perché e il compenso del suo tormento. Tanto peggio poi l’uomo vi sta, quanto più vuole impiegare su la terra stessa in smaniose costruzioni e complicazioni il suo superfluo.

 

Quel che resta di Giacomo

Mi serve per una cosa mia: ma tu, lettore più o meno occasionale di questo blog, che ricordo hai conservato di Giacomo Leopardi dai tuoi studi scolastici?

(da questo post mi aspetto – mi aspettavo, perché poi tutti hanno scritto su facebook… – un piccolo boom dei commenti – tipo più di due almeno uno! Astenersi perditempo e addetti ai lavori)

Mio fratello e la crisi

Ho due fratelli, uno di loro si chiama Francesco. Francesco ha deciso, quest’anno, di fermarsi. O, almeno, rallentare: lavorare poco, stare in silenzio e ragionare/sperimentare cose che stanno intorno alla parola essenziale. Spiega le sue ragioni benissimo qui e qui, e non perdo tempo a ripeterle, che le cose da dire son tante. Ci tengo solo a informare chi non conosce Francesco che non è né un “bamboccione” né uno “sfigato”, e, se dobbiamo usare una delle espressioni inventate per descrivere la sventurata generazione dei trentenni di oggi, lui rientrerebbe piuttosto in quella dei “cervelli in fuga”: laureatosi fra ingegneria e architettura, fra Ancona e Parigi, ha studiato l’approccio surrealista al paesaggio e ha disegnato,  in uno studio sotto il Beaubourg, passerelle, ponti, vele di vetro e centri commerciali cinesi (tra il surrealismo e gli ipermercati cinesi – mi dico – un nesso ci deve essere, non so quale ma ci deve essere), poi ha inseguito altri progetti urbani ed umani a Madrid. Ora si ferma, un po’. Punta all’essenziale.

Dietro questa scelta ci sono mille motivazioni e davanti e intorno mille spunti, riflessioni e interrogativi; c’è, in fondo, una vita intera. Ma non è di questo che posso parlare, perché sarebbe troppo complicato e comunque sarebbe impudico farlo qui. Del resto gli aspetti esistenziali sono interessantissimi, ma non solo gli unici: ci sono quelli sociali, politici, economici: quelli legati – diciamo così – non alla vita ma allo stile di vita. Questa scelta comunque c’è, e interroga. A fronte di tanti che parlano, discutono, teorizzano, prospettano e disegnano scenari, Francesco questa cosa l’ha fatta, e l’ha fatta senza avere le spalle coperte, in un momento in cui il problema dei più è semmai trovarlo il lavoro, non lasciarlo.

Certo, è una scelta che non tutti possono fare: chi non mette insieme il pranzo con la cena, chi non ha un curriculum così ricco e flessibile che un lavoro lo trova quando vuole, chi ha sulle spalle le vite degli altri non può permettersi questo tipo di opzioni. Ma proprio questo aspetto rende il caso di mio fratello interessante: è emblematico di una società ricca, con molte opportunità e molte scelte davanti, ma allo stesso tempo in crisi, insoddisfatta, cosciente – al di là delle frottole che ci raccontiamo – che c’è qualcosa di sbagliato in questo continuo produrre pubblicizzare vendere comprare consumare buttare e poi di nuovo produrre e così via. Quindi, in sostanza, userò Francesco come una metafora, e spero che mi perdonerà, perché è la metafora di una strada (almeno secondo me) giusta.

C’è forse un problema che più di tanti altri complica e impoverisce le vite di tanti di noi: è il problema del troppo. Abbiamo troppe cose, “tutte queste cose” appunto: troppo cibo e troppi vestiti, troppe cose da fare, belle e brutte: troppi film che ancora non abbiamo visto e troppi nei che non abbiamo fatto controllare, troppi viaggi programmati e troppe bollette da pagare. Troppa informazione, troppi siti da visitare, troppi spunti da inseguire e troppi argomenti interessanti su cui fermarsi almeno un momento a pensare, magari soltanto per scriverci un breve post che se non altro mi permetterà di ritrovare quel pensiero, un giorno. Ma intanto fuori c’è un tramonto bellissimo davanti al quale potrei fermarmi. Ma, accidenti!, devo preparare la cena.

Ho letto un bell’articolo su Internazionale, poco tempo fa, era stato scritto da un giornalista tedesco per Die Zeit e si intitolava, modestamente, La fine del capitalismo. Era accompagnato dalle foto delle opere di Liu Bolin, un cinese che dipinge i suoi abiti e il suo corpo per “scomparire” nello sfondo: nel caso specifico scompariva davanti agli scaffali di un supermercato pieno di roba.  L’articolo parlava dei debiti, sostanzialmente, e del fatto che la gente non compra più tanta roba perché ne ha troppa. Non perché non se la può permettere: la Germania, infatti, è ancora abbastanza ricca, ma proprio perché non sa che farsene e dove metterla.

Quando gli economisti si riferiscono alle persone, usano spesso il termine “consumatori”, perché è questo il ruolo dei cittadini nella catena economica. Invece del verbo “consumare” si potrebbe usare anche il termine “comprare”. Un tempo avevano lo stesso significato. Si leggevano libri appena comprati, si indossavano magliette nuove, ci si divertiva con un nuovo giocattolo. Ma per fare tutto questo ci vuole tempo. Se il tedesco medio usa almeno una volta nella vita le diecimila cose che ha comprato, non resta molto tempo per comprarne di nuove. Quindi il consumo, fattore essenziale del capitalismo, può frenare la macchina. Per continuare a far crescere l’economia, infatti, bisogna comprare senza sosta. A questo punto sorge un altro problema: come convincere le persone a comprare senza consumare, accumulando libri dimenticati sulle mensole, vestiti nell’armadio, giocattoli nelle camere da letto dei bambini, con il solo scopo di impacchettarli e abbandonarli al più presto per comprarne di nuovi. Con la pubblicità si possono convincere le persone, ma è un processo difficile e costoso, e a volte non funziona. Così la macchina del capitalismo finisce per rallentare e bloccarsi.

L’articolo continua parlando di Keynes, che nel 1930 profetizzava che i suoi nipoti (noi) sarebbero stati ricchi otto volte i loro nonni (è successo) e con questo il capitalismo, esaurito il suo ruolo, si sarebbe lentamente spento (non è successo). E si conclude con una serie di domande:

La società si può organizzare in modo da accontentarsi di conservare [e magari distribuire con più equità, ndGG] il benessere invece di aumentarlo? Cosa bisogna fare perché sia la felicità delle persone a crescere e non il fatturato delle imprese? E’ possibile dare alla natura un valore superiore a quello dei diecimila oggetti? Insomma, esiste un’alternativa al capitalismo?

Due settimana dopo, sempre su Internazionale, sempre da Die Zeit, sempre con un geniale apparato iconografico, esce un secondo articolo, Avere o usare, che – non la faccio ancor più lunga, propone già alcune risposte. Chi è interessato può trovarlo qui.

Cosa voglio dire, alla fine? Che c’è bisogno di gente che si fermi, che scenda dal treno e dedichi tempo e energia a pensare modi alternativi di produzione, di consumo, di convivenza. E che c’è bisogno soprattutto di gente che li sperimenti, dal basso e in rete. E che bisogna dare una mano a chi lo fa, condividendo pensieri e scelte, perché il momento è stimolante, e molti i futuri possibili. Ci sono probabilmente un sacco di cose belle e utili che dal passato e dal presente possiamo portare in questi futuri: ma non ci sarà molto posto, e la cosa più importante sarà selezionarle bene.

Buona ricerca, F.

Un ricordo

Quando avevo più o meno quattordici anni mi misi in testa di imparare a suonare la chitarra (poi non ci sono riuscito), così comprai una chitarra, un libriccino con gli schemi degli accordi, e un quadernone. Sul quadernone scrissi i testi di alcune canzoni di cui avevo trovato gli accordi non so bene come. Erano quattro o cinque in tutto, credo. Mi ricordo Generale, Margherita, Questo piccolo grande amore e poi una canzone che canticchiava qualcuno in famiglia, una canzone in forma di lettera. Scrivere a mano una canzone è già un buon modo per fermarsi a pensare al testo; provare a cantarla mettendoci sotto un giro di accordi che ancora le dita non si decidono a padroneggiare è perfetto per fermarsi su ogni parola. Fu così che pensai a quanto era geniale quella battuta su miracoli più o meno straordinari riguardanti muti e sordi, ma soprattutto che mi affezionai a quel finale in cui c’era un dolce e malinconico senso della perdita, del tempo che rapisce tutto: un sentimento del tempo che poi avrei ritrovato in mille poeti, ma che forse allora per la prima volta colpì la mia immaginazione, e mi strinse il cuore. “L’anno che sta arrivando fra un anno passerà. Io mi sto preparando: è questa la novità”.

Con quelle canzoni scritte a mano sul quadernone non facevo grandi passi avanti, però non volevo mollare. Decisi di potenziare l’armamentario didattico: dal quadernone passai alle fotocopie di uno di quei libretti con le canzoni e gli accordi che usavano gli Scout. Il mio non era degli Scout ma di una associazione di operai cristiani: cambia poco. Fra le canzoni con gli accordi facili che provavo ce n’era una che diceva: “A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io. Avrei bisogno di pregare Dio, ma la mia vita non la cambierò mai mai. A modo mio quel che sono l’ho voluto io: lenzuola bianche per coprirci non ne ho sotto le stelle in Piazza Grande, e se la vita non ha sogni io li ho, e te li do. E se non ci sarà più gente come me voglio morire in Piazza Grande, tra i gatti che non han padrone come me attorno a me.”

Avevo più o meno quattordici anni, e mi sembrava un bellissimo programma di vita e di libertà.

“Scuole non commerciali”: che vor di’?

La mia unica fonte, per ora, è questo articolo di Repubblica.it. Poi magari approfondirò, studierò, capirò. Per ora, così su due piedi e da un’unica fonte, non capisco proprio.

Già il titolo: Monti: “Esenti dall’Imu scuole non commerciali”. Che vuol dire? Quali sono le scuole commerciali? Quelle che fanno pagare la retta o quelle che vendono voti e diplomi? Le prime sono tutte quelle non pubbliche, le altre… non dovrebbero esistere.

Poi leggo che Monti fissa tre parametri “necessari” e “ragionevoli”. Primo: le scuole Imu-esenti devono essere “assimilabili al pubblico” sotto il profilo dei programmi (ovvio), dell’accoglienza degli alunni disabili (più che ovvio) e della applicazione della contrattazione collettiva del personale (ovvissimo). Come dire: le scuole devono rispettare la legge. Mecojoni! Secondo: il servizio deve essere “aperto a tutti i cittadini alle stesse condizioni”. Come dire: la retta del figlio della Severino deve essere uguale a quella di Mohamed, ambulante marocchino, arrivato l’altro ieri in  Italia. In effetti, sì, quel che è giusto è giusto. Andiamo avanti: terzo parametro: la selezione all’ingresso deve essere per merito e non dovuta a norme “discriminatorie”. Se Monti sente di dover mettere questo paletto, evidentemente è perché esistono casi di scuole che discriminano (per razza? religione? colore della pelle? cos’altro?), quindi che non rispettano la Costituzione. Bene. Sono contento.

L’articolo, poi, continua così:

l’organizzazione della scuola, anche dal punto di vista delle rette, deve essere tale “da preservare senza alcun dubbio la finalità non lucrativa”. Gli “avanzi” dunque non siano un “profitto” ma “sostegno direttamente correlato ed esclusivamente destinato alla gestione dell’attività didattica”.

Come si fa a definire tutto questo? Vanno gli ispettori del Ministero? Si controllano i bilanci delle scuole? Si manda l’Agenzia delle Entrate o la Guardia di Finanza con i cani lupo? O basta un’autodichiarazione di Bagnasco? Non so davvero. Io, come dicevo, non capisco.

Più avanti nell’articolo, però, leggo una dichiarazione della CEI, che mi pare abbia capito tutto e subito: “Le dichiarazioni di Monti vanno nella direzione giusta, quella portata avanti anche in Europa. Scuole e oratori sono attività no profit e non ha senso tassare attività che hanno chiara rilevanza pubblica e sociale”. Cioè: le scuole cattoliche non saranno tassate, come gli oratori e le chiese. Fine del problema. Amen.