Strategie di comunicazione

In una intervista sul suo rapporto con i social network, lo scrittore Giulio Mozzi ha elencato gli elementi che caratterizzano, da sempre, la sua “strategia di comunicazione”, su Facebook e non solo. Mi pare meritino di essere meditati.

Ho una strategia di comunicazione, non solo per Facebook e non da quando Facebook esiste. Le scelte strategiche sono poche: (a) stare a sentire, (b) dire solo cose vere e verificabili, (c) fare attenzione alle retoriche, (d) esprimere il minimo indispensabile di opinioni, (e) non commettere abuso di potere, (f) non far finta di non avere un potere, (g) proteggere la mia persona.

Le ragioni di Blu

Ma è proprio per questo che avete costruito le torri, no? Non sono forse state costruite come fantasie di ricchezza e potere destinate un giorno a trasformarsi in fantasie di distruzione? Una cosa del genere la si costruisce soltanto per vederla crollare. La provocazione è evidente. Altrimenti perché spingersi così in alto, e poi raddoppiare, farlo due volte? In fin dei conti è una fantasia, perché non realizzarla due volte? In pratica è come dire: “Ecco qua, ora buttatela giù”.

Don DeLillo, L’uomo che cade

blu03La storia, a quest’ora, è ormai ben nota: siccome a Bologna dei privati hanno organizzato una mostra di street art, che prevede l’esposizione in uno spazio museale di opere staccate (con il consenso dei proprietari dei muri, ma senza quello degli autori) dalla loro sede originaria, qualcuno, in particolare Blu (notissimo, e bravissimo, artista originario di Senigallia) ha deciso, per protesta, di cancellare tutte le sue opere presenti sui muri di Bologna. E sono tante, e belle, e importanti.

Sul fatto specifico si sta dibattendo molto, e sulle questioni teoriche generali che ci stanno dietro immagino ci sia in corso da anni una riflessione cospicua, della quale io non so niente. Ma niente, proprio. Però la cosa mi sembra molto interessante: e queste foto che girano, di un artista che distrugge sistematicamente le sue gigantesche opere, hanno un impatto emotivo perturbante. Un turbamento che merita di essere indagato un attimo.

L’opera di un writer – credo – nasce da un preciso intento: riappropriarsi di uno spazio (di solito degradato/brutto/insignificante) attraverso l’arte (e renderlo così vivibile/bello/significativo). L’opera, insomma, è inscindibile dal luogo in cui viene creata, e dal gesto (artistico ma anche politico) che la crea. Conseguenza diretta di questa azione è la scelta di “consegnare” al luogo l’opera, rinunciando a farne occasione di arricchimento personale, cioè merce.

Il fatto che Blu, nello scarno messaggio con cui spiega il suo gesto, parli degli organizzatori della mostra come di “magnaccia” rimanda chiaramente ad una prostituzione dell’arte, che del resto non c’è da oggi. Però Blu ha il sacrosanto diritto di vederla diversamente, almeno per quanto lo riguarda personalmente.

Però come far valere questo diritto, quando la tua opera è lì, in uno spazio pubblico, su un muro che non è tuo, e chiunque può farne quel che vuole? (cosa se ne fa, di solito, è peraltro il segno dello stato di avanzamento civile e culturale di chi vive in quello spazio: forse anche questo vogliono – consciamente o inconsciamente – misurare i writers).

Qualcuno, insomma, può pensare di staccarla per venderla, qualcun altro di coprirla per motivi di (presunto) decoro urbano, qualcuno può – animato da quelle buone intenzioni di cui è lastricata la famosa strada – decidere di volerla salvaguardare, e lasciarla a futura memoria in un museo (dinamica, fra l’altro, presente da secoli nella nostra cultura: di solito, infatti, nulla di quel che sta in un museo era nato per stare lì, spesso – anzi – era nato in polemica con le cose esposte di solito nei musei).

Quindi?

Quindi niente. Possono starci tante ragioni per decidere di tirar via un’opera di Blu da un muro e farne altro. Alcune ragioni possono essere anche buone, non discuto.

Però poi c’è Blu, che di quelle opere è l’autore, con la sua poetica e la sua idea di arte e di artista. E non c’è ragione al mondo che possa portarmi a non condividere la sua sacrosanta scelta di restituire all’effimero quelle opere da lui create su un muro che grazie a lui ha smesso di essere anonimo: lui le aveva fatte per Bologna, per quegli spazi, e se Bologna – secondo lui – non se le merita, ha ragione da vendere a coprirle di vernice grigia, anche se la cosa fa male (e se fa male a me, che fino a ieri sapevo a malapena chi fosse Blu, posso immaginare che effetto possa aver fatto a lui!).

Io, in definitiva, in quel gesto vedo un magnifico atto ribellione e di libertà, una sorta di suicidio stoico simbolico. In fondo, ci vedo un’altra opera d’arte, non meno bella di quella che ha distrutto.

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Blu ed Ericailcane al porto di Ancona

 

Idea di un delfino

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Cosa mi affascina di questo video? forse, nel rosso del tramonto, le pinne dei delfini che escono dall’acqua e sullo sfondo la sagoma di un cetaceo terragno ben più grande: la grande balena Conero; non so, forse di più il sonoro, le rare voci allegre dei delfini, quelle sommesse e meravigliate dei ragazzi sul moscone, che quasi non ci credono di essere testimoni e protagonisti di un contatto così vero, primordiale, con la natura. Due viventi sopra un pezzo di legno galleggiante che – mentre la notte che incombe cancella l’inutile dettaglio degli umani manufatti – incontrano altri tre viventi, diversi da loro, e giocano. Unico intruso: l’apparecchio elettronico che permette a noi di conoscere questo momento. Ma con esso siamo già fuori dall’evento, nel campo della narrazione, come qui.

Buona estate. E speriamo di incontrare i delfini.

Let’s dream!

Vediamo di far ripartire questo blog che, da molto tempo, annaspava. Intanto ho cambiato il suo aspetto, ancora più minimal come vuole una certa moda degli architetti e dei creativi del web. Arriverò presto a piccole scritte nere (o meglio ancora, grigio scuro) su uno schermo completamente bianco: ci sto lavorando.

Nei contenuti, la novità sarà che metterò qui, oltre a qualche divagazione, a qualche appunto di varia umanità come ho sempre fatto, anche la segnalazione di alcune cose fra le tante e diverse nelle quali mi capita di trovarmi coinvolto negli ultimi tempi. Anche perché ho bisogno di uno spazio, preferibilmente non del tutto autoreferenziale, per riflettere sullo strano e un po’ indefinibile lavoro che sto facendo in questi mesi.

Comincio da qui: venerdì un amico, Claudio Gaetani, verrà a parlare al corso che sto tenendo all’Università di istruzione permanente di Recanati, un corso sul Sogno nella letteratura che è una delle cose belle che mi sono capitate quest’anno: c’è una “classe” vivace e interessata, un’aula dove alla sera – quando arrivo io – pare di cogliere ancora le voci e i respiri dei ragazzi che la abitano al mattino, e che sono stati miei alunni l’anno scorso, e la possibilità di parlare di cose belle, e di ascoltare amici che parlano di cose ancora più belle.

La settimana scorsa, ad esempio, è venuta Elena Frontaloni, che ci ha raccontato come sognava, e come e perché raccontava i suoi sogni Dolores Prato, con una passione rara e autentica, che solo chi ha fatto un grosso e lungo lavoro a contatto diretto con un autore e coi suoi manoscritti forse può avere, e trasmettere. E’ stato un regalo straordinario.

Venerdì invece, come dicevo, viene Claudio Gaetani. Claudio è uno che vive di cinema, lo studia (per esempio in questo e quest’altro libro) e lo fa (qui un bellissimo progetto a cui partecipa, qui un cortometraggio in cui si vede – qualche secondo prima del minuto 4.00 – anche che bellissima faccia da attore c’ha – invidia invidia invidia!). Ci parlerà del sogno nel (del?) cinema. Chi vuole è il benvenuto: ci trova venerdì alle 18.30 al piano terra di Palazzo Venieri, a Recanati. Poi si può andare a prendere un aperitivo al Passepartout.

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Passando di qua…

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– Toh! Chi si rivede!

– Oh, ciao! Passavo di qua…
– Ah, a proposito: Buone Feste, eh!
– Ah già: a te…

Gli auguri per le festività natalizie ai tempi dei social network sono diventati terribili, tanto che m’è del tutto passata la voglia di farli (chissà, forse semplicemente le potenzialità enormi della tecnologia hanno fatto esplodere ai miei occhi un’ipocrisia che in fondo è quella che c’è sempre stata? Mah…).

Finché ti arrivano anonimi auguri dalla mailing list del tuo supermercato o del tuo dentista, passi, è una forma di marketing come un’altra; però avere il cellulare invaso dagli auguri “circolari” di parenti e amici, boh, magari va anche bene, è l’unica cosa possibile da fare, ma a me crea un po’ di disagio. Gli anni scorsi rispondevo puntigliosamente a questi messaggi circolari, uno ad uno, mettendo in evidenza, con un riferimento preciso (a un nome, a un legame…) che la mia non era una risposta stardard. Ma alla fine il mio più che un augurio diventava, forse, quasi un rimprovero. Basta così, dunque: accetto serenamente l’affermazione di questa nuova pratica, e la archivio come rumore di fondo. Poi se con qualcuno ci sarà modo di vedersi, sentirsi, scambiarsi uno sguardo o una lettera o un biglietto, e in questo modo far passare il calore di un saluto e di un augurio, bene. Con tutti gli altri, sarà per un’altra volta.

Per quanto riguarda questo blog, esso si associa agli auguri di uno che, su queste cose come su tante altre, è un punto di riferimento insostituibile.

Igor Mitoraj (1944-2014)

Oggi è morto Igor Mitoraj. Per me è soprattutto l’autore delle opere di inquietante bellezza – frammenti di enormi statue deflagrate – che vedevo da studente, nel 1995, in giro per Macerata. Mi ricordo in particolare questa, sopra la rotonda dei Giardini Diaz, con questi occhi ciechi e l’espressione assorta. Guardandola, e leggendo il nome dell’autore che suonava slavo, pensavo alle bombe che ancora cadevano di là dell’Adriatico e insieme al mito, alla bellezza classica di cui mi nutrivo a lezione. E cercavo una difficile sintesi, che infatti non veniva.

In realtà, non sono tante le immagini di quegli anni che porto impresse nella memoria, ma questa sì, posso metterla agli atti.

(L’unica cosa strana è che nel mio ricordo questa scultura era bianca!)

Orfini Matteo, presidente

Non so perché, ma stasera mi viene in mente questo episodio di qualche tempo fa.

Era la campagna elettorale per le primarie, quelle che poi Bersani ha vinto su Renzi, e poi il resto della storia la sappiamo. A Recanati viene a fare campagna elettorale per Bersani un giovane dirigente del PD, laureato in filosofia e responsabile della cultura del partito, Matteo Orfini e io, che in effetti in quella campagna elettorale mi ero schierato con Bersani, vado a sentirlo.

Alla fine del discorso di Orfini, in cui grosso modo si diceva “Bersani bene, Renzi brutto: votate Bersani”, e qualche intervento di membri del comitato che dicevano grosso modo “Bersani olè, Renzi buuu” ad una platea composta solo da gente già decisa a votare Bersani, anch’io sono intervenuto, convinto in buona fede che non fosse bello aver fatto venire un dirigente nazionale del PD a Recanati da Roma solo per fargli dire di votare Bersani a gente che già votava Bersani.

Sono intervenuto e ho detto, con tutta tranquillità, come fosse la cosa più normale del mondo, che però in effetti la presenza rinnovatrice-rottamatrice di Renzi era un’oggettiva buona notizia nel PD, perché rappresentava un’esigenza di svecchiamento della classe dirigente e di rottura di certe incrostazioni che nessuno, nemmeno il più sfegatato antirenziano, non poteva non vedere. E poi ho fatto una domanda, che suonava più o meno così: ma siamo poi così sicuri sicuri (non è che io non lo sia, ho detto: sono quasi sicuro, ma non sicuro sicuro sicuro) che quella socialdemocratica-ortodossa sia la risposta più ragionevole ai problemi strutturali dell’economia e della società italiana? non è che magari è il caso di superare la prospettiva limitata della difesa a oltranza di tutti i diritti di chi è già tutelato e guardare un po’ le cose anche dal punto di vista di chi non ha nessuna tutela sul lavoro, magari nessun lavoro, magari nulla di nulla? Non è questo il senso della sinistra, guardare le cose dalla parte degli ultimi? Siamo sicuri, allora, che il PD (e la CGIL) lo stiano facendo? E che per farlo basti dire che i diritti dei lavoratori non si toccano? Ecco, ho fatto domande così, non per provocare ma perché non avevo (non ho) le idee chiare su questo punto e mi sembrava che Orfini (che con Fassina è il più socialdemocratico dei dirigenti PD) fosse la persona giusta a cui chiedere. In una pubblica assemblea a Recanati di qualche tempo fa.

Non l’avessi mai fatto: Orfini, già mentre finivo di parlare, aveva subito una minima ma percettibile trasformazione fisica (la barbetta somigliava sempre più a un baffino) e la metamorfosi è risultata evidente quando ha iniziato a rispondere, perché ha parlato con i toni e i modi di un perfetto epigono di D’Alema (credo abbia esordito con “Francamente”, ma non posso giurarci), e mi ha fatto letteralmente nero, facendomi capire che RENZI E’ MALE e che i fighetti che mettono in discussione l’ortodossia socialdemocratica sono solo dei sabotatori, dei fascisti mascherati e, in poche parole, degli stronzi. Come me, insomma, che ho osato riconoscere qualcosa a Matteo Renzi, e ho usato la parola socialdemocrazia senza inchinarmi.

Mi è venuto in mente questo episodio, insomma, stasera. Chissà poi perché…

Un ragno nell’orecchio

Oggi, durante un pic nic ai Piani di Ragnolo, mi è entrata nell’orecchio questa simpatica bestiolina:

Vivrò i prossimi giorni nel dubbio che nel condotto uditivo mi stiano covando tanti piccoli aracnidi. E questo non è bello, anche perché poi uno fa le ricerche in internet e c’è sempre un articolo di Elmar Burchia, che è Elmar Burchia e va bene, però intanto l’articolo l’hai letto e ti rovina la serata (e ti dici: “maledetto Elmar, non potevi occuparti di roba come cane che assomiglia a Putin? quella è una notizia per te, diamine!). E intanto cominci a sentire uno strano prurito nel padiglione destro…

…e anche qualcosa che sembra muoversi, ogni tanto…

…ma non è niente…

…no, non è niente, dai, è solo suggestione…

…maledetto Elmar Burchia!

…non è niente.

…tranquillo.

(Dopo quattro mesi, l’unico modo per riuscire a ricominciare era scrivere una cazzata. Eccola, scusate. Magari però scelgo l’Eresus Cinnaberinus come emblema di questa nuova stagione del blog; chissà…).

…?

Solo suggestione, dai!

Elmar Burchia maledetto!