Due postille a “Mio fratello e la crisi”

Nei giorni in cui scrivevo un post relativo alle scelte (non) lavorative di mio fratello Francesco e al problema del “troppo” nella nostra società, mio padre (che riesce in un modo originale e ammirevole a coniugare la coltivazione del campicello con una vivace e non banale presenza sui social network) scriveva questo twit: “mi chiedo: questi cercatori di cose nuove, prima non c’erano, o si lasciavano nascosti? Interessante”. Non sono sicuro (mi sono sempre scordato di chiederglielo, poi) che si riferisse ai discorsi fatti da me o soprattutto da Francesco, ma a me ha dato lo spunto per ragionare un po’ in prospettiva storica sui temi di cui si stava discutendo (lavoro, rapporto otium-negotium, uso del tempo, problema della scelta, come andare alle cose essenziali…): naturalmente sono questioni vecchie come il cucco, e vi risparmio i miei ragionamenti, Seneca e tutto il resto. Però voglio mettere qui due brani che ho letto recentemente: sono molto diversi anche se scritti proprio negli stessi anni (il primo è del 1923, il secondo sta in un romanzo pubblicato in diverse versioni fra 1916 e 1925). Nel primo Paul Valery parla del suo rapporto coi musei (l’ho trovato, di seconda mano, nel libro di Eco La vertigine della lista, a p. 169):

Non amo troppo i musei. Ve ne sono di ammirevoli, ma nessuno è delizioso. Le idee di classificazione, di conservazione e utilità pubblica, che sono giuste e chiare, hanno pochi rapporti con le delizie […] Mi trovo in un tumulto di creature congelate, ciascuna delle quali esige, senza ottenerla, l’inesistenza delle altre […] Davanti a me si sviluppa nel silenzio uno strano disordine organizzato. Sono preso da un orrore sacro. Il mio passo si fa religioso. La mia voce cambia, diventa poco più alta che se fossi in chiesa, ma meno forte di quanto non mi accada nella vita. Presto non so più che cosa sia venuto a fare in queste solitudini cerate, che ricordano il tempio e il salone, il cimitero e la scuola […] Quale fatica, mi dico, quale barbarie! Tutto è così disumano. Non è puro. Questo avvicinamento di meraviglie indipendenti e nemiche, e tanto più nemiche quanto più si assomigliano, è paradossale […] L’orecchio non sopporterebbe dieci orchestre insieme. Lo spirito non può seguire molte operazioni distinte, non ci sono ragionamenti simultanei. […] Ma la nostra eredità ci schiaccia. L’uomo moderno, estenuato dall’enormità dei suoi mezzi tecnici, è impoverito dallo stesso eccesso delle sue ricchezze […] Un capitale eccessivo e dunque inutilizzabile.

Una pagina che sembra commentare, spostando il discorso sul piano dall’economia e dagli oggetti alla tradizione culturale e all’estetica, quel che dicevo qualche giorno fa a proposito dell’eccesso di cose che alla fine schiaccia la nostra vita e la nostra creatività.

Se il problema è quello di scegliere, di trovare l’essenziale, la cosa vale in maniera particolare per chi di mestiere si occupa, come faccio io, di trasmettere conoscenza da un passato complicato ad un futuro incerto (George Steiner parla – qui – dell’insegnate come di un “corriere dell’essenziale”, ed è una definizione che mi piace molto). La responsabilità della scelta di cosa leggere, di cosa conoscere, di come affrontarlo,  la sentiamo ogni giorno, noi insegnanti, e ogni giorno è più complicato, anche perché nessuno (parlo almeno per chi come me insegna lettere) si prende questa responsabilità al posto nostro: non lo fa la critica, non lo fa l’editoria, non lo fa (per fortuna) la politica. Probabilmente è giusto così, ma la valigia è piccola e va riempita con le cose giuste.

Avevo promesso due brani. Ecco il secondo, preso dai Quaderni di Serafino Gubbio operatore, uno dei più interessanti romanzi di Pirandello, in realtà meno conosciuto di altri: il protagonista è un operatore di macchina cinematografica, emblema di uno sguardo straniato, filtrato, sghembo sul mondo. Mi ha fatto incontrare di nuovo questa pagina, l’altro giorno, una generosa collega, Milena, che ringrazio. Buona lettura.

Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch’io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno. […] C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo. Ma appena quest’oltre baleni negli occhi d’un ozioso come me, che si metta a osservarvi, ecco, vi smarrite, vi turbate o irritate.

Conosco anch’io il congegno esterno, vorrei dir meccanico della vita che fragorosamente e vertiginosamente ci affaccenda senza requie. Oggi, così e così, questo e quest’altro da fare: correre qua, con l’orologio alla mano, per essere in tempo là. […] Nessuno ha tempo o modo di arrestarsi un momento a considerare, se quel che vede fare agli altri, quel che lui stesso fa, sia veramente ciò che sopra tutto gli convenga, ciò che gli possa dare quella certezza vera, nella quale solamente potrebbe trovar riposo. Il riposo che ci è dato dopo tanto fragore e tanta vertigine è gravato da tale stanchezza, intronato da tanto stordimento, che non ci è più possibile raccoglierci un minuto a pensare. Con una mano ci teniamo la testa, con l’altra facciamo un gesto da ubriachi: – Svaghiamoci!

[…] Non dico di no: l’apparenza è lieve e vivace. Si va, si vola. E il vento della corsa dà un’ansia vigile ilare acuta, e si porta via tutti i pensieri. Avanti! Avanti perché non s’abbia tempo né modo d’avvertire il peso della tristezza, l’avvilimento della vergogna, che restano dentro, in fondo. Fuori, è un balenio continuo, uno sbarbàglio incessante: tutto guizza e scompare. […]

C’è una molestia, però, che non passa. La sentite? Un calabrone che ronza sempre, cupo, fosco, brusco, sotto sotto, sempre. […] Ma questo ronzio, questo ticchettio perpetuo, sì, dice che non è naturale tutta questa furia turbinosa, tutto questo guizzare e scomparire d’immagini. […] Ah, non bisogna fissarci l’udito. Darebbe una smania di punto in punto crescente, un’esasperazione insopportabile; farebbe impazzire. In nulla, più in nulla, in mezzo a questo tramenìo vertiginoso, che investe e travolge, bisognerebbe fissarsi. Cogliere, attimo per attimo, questo rapido passaggio d’aspetti e di casi, e via, fino al punto che il ronzìo per ciascuno di noi non cesserà. […]

Su la terra l’uomo è destinato a star male, perché ha in sé più di quanto basta per starci bene, cioè in pace e pago. E che sia veramente un di più, per la terra, questo che l’uomo ha in sé  (e per cui l’uomo non è un bruto), lo dimostra il fatto ch’esso – questo di più – non riesce a quietarsi mai in nulla, né di nulla appagarsi quaggiù, tanto che cerca  e chiede altrove, oltre la vita terrena, il perché e il compenso del suo tormento. Tanto peggio poi l’uomo vi sta, quanto più vuole impiegare su la terra stessa in smaniose costruzioni e complicazioni il suo superfluo.

 

Quel che resta di Giacomo

Mi serve per una cosa mia: ma tu, lettore più o meno occasionale di questo blog, che ricordo hai conservato di Giacomo Leopardi dai tuoi studi scolastici?

(da questo post mi aspetto – mi aspettavo, perché poi tutti hanno scritto su facebook… – un piccolo boom dei commenti – tipo più di due almeno uno! Astenersi perditempo e addetti ai lavori)

Mio fratello e la crisi

Ho due fratelli, uno di loro si chiama Francesco. Francesco ha deciso, quest’anno, di fermarsi. O, almeno, rallentare: lavorare poco, stare in silenzio e ragionare/sperimentare cose che stanno intorno alla parola essenziale. Spiega le sue ragioni benissimo qui e qui, e non perdo tempo a ripeterle, che le cose da dire son tante. Ci tengo solo a informare chi non conosce Francesco che non è né un “bamboccione” né uno “sfigato”, e, se dobbiamo usare una delle espressioni inventate per descrivere la sventurata generazione dei trentenni di oggi, lui rientrerebbe piuttosto in quella dei “cervelli in fuga”: laureatosi fra ingegneria e architettura, fra Ancona e Parigi, ha studiato l’approccio surrealista al paesaggio e ha disegnato,  in uno studio sotto il Beaubourg, passerelle, ponti, vele di vetro e centri commerciali cinesi (tra il surrealismo e gli ipermercati cinesi – mi dico – un nesso ci deve essere, non so quale ma ci deve essere), poi ha inseguito altri progetti urbani ed umani a Madrid. Ora si ferma, un po’. Punta all’essenziale.

Dietro questa scelta ci sono mille motivazioni e davanti e intorno mille spunti, riflessioni e interrogativi; c’è, in fondo, una vita intera. Ma non è di questo che posso parlare, perché sarebbe troppo complicato e comunque sarebbe impudico farlo qui. Del resto gli aspetti esistenziali sono interessantissimi, ma non solo gli unici: ci sono quelli sociali, politici, economici: quelli legati – diciamo così – non alla vita ma allo stile di vita. Questa scelta comunque c’è, e interroga. A fronte di tanti che parlano, discutono, teorizzano, prospettano e disegnano scenari, Francesco questa cosa l’ha fatta, e l’ha fatta senza avere le spalle coperte, in un momento in cui il problema dei più è semmai trovarlo il lavoro, non lasciarlo.

Certo, è una scelta che non tutti possono fare: chi non mette insieme il pranzo con la cena, chi non ha un curriculum così ricco e flessibile che un lavoro lo trova quando vuole, chi ha sulle spalle le vite degli altri non può permettersi questo tipo di opzioni. Ma proprio questo aspetto rende il caso di mio fratello interessante: è emblematico di una società ricca, con molte opportunità e molte scelte davanti, ma allo stesso tempo in crisi, insoddisfatta, cosciente – al di là delle frottole che ci raccontiamo – che c’è qualcosa di sbagliato in questo continuo produrre pubblicizzare vendere comprare consumare buttare e poi di nuovo produrre e così via. Quindi, in sostanza, userò Francesco come una metafora, e spero che mi perdonerà, perché è la metafora di una strada (almeno secondo me) giusta.

C’è forse un problema che più di tanti altri complica e impoverisce le vite di tanti di noi: è il problema del troppo. Abbiamo troppe cose, “tutte queste cose” appunto: troppo cibo e troppi vestiti, troppe cose da fare, belle e brutte: troppi film che ancora non abbiamo visto e troppi nei che non abbiamo fatto controllare, troppi viaggi programmati e troppe bollette da pagare. Troppa informazione, troppi siti da visitare, troppi spunti da inseguire e troppi argomenti interessanti su cui fermarsi almeno un momento a pensare, magari soltanto per scriverci un breve post che se non altro mi permetterà di ritrovare quel pensiero, un giorno. Ma intanto fuori c’è un tramonto bellissimo davanti al quale potrei fermarmi. Ma, accidenti!, devo preparare la cena.

Ho letto un bell’articolo su Internazionale, poco tempo fa, era stato scritto da un giornalista tedesco per Die Zeit e si intitolava, modestamente, La fine del capitalismo. Era accompagnato dalle foto delle opere di Liu Bolin, un cinese che dipinge i suoi abiti e il suo corpo per “scomparire” nello sfondo: nel caso specifico scompariva davanti agli scaffali di un supermercato pieno di roba.  L’articolo parlava dei debiti, sostanzialmente, e del fatto che la gente non compra più tanta roba perché ne ha troppa. Non perché non se la può permettere: la Germania, infatti, è ancora abbastanza ricca, ma proprio perché non sa che farsene e dove metterla.

Quando gli economisti si riferiscono alle persone, usano spesso il termine “consumatori”, perché è questo il ruolo dei cittadini nella catena economica. Invece del verbo “consumare” si potrebbe usare anche il termine “comprare”. Un tempo avevano lo stesso significato. Si leggevano libri appena comprati, si indossavano magliette nuove, ci si divertiva con un nuovo giocattolo. Ma per fare tutto questo ci vuole tempo. Se il tedesco medio usa almeno una volta nella vita le diecimila cose che ha comprato, non resta molto tempo per comprarne di nuove. Quindi il consumo, fattore essenziale del capitalismo, può frenare la macchina. Per continuare a far crescere l’economia, infatti, bisogna comprare senza sosta. A questo punto sorge un altro problema: come convincere le persone a comprare senza consumare, accumulando libri dimenticati sulle mensole, vestiti nell’armadio, giocattoli nelle camere da letto dei bambini, con il solo scopo di impacchettarli e abbandonarli al più presto per comprarne di nuovi. Con la pubblicità si possono convincere le persone, ma è un processo difficile e costoso, e a volte non funziona. Così la macchina del capitalismo finisce per rallentare e bloccarsi.

L’articolo continua parlando di Keynes, che nel 1930 profetizzava che i suoi nipoti (noi) sarebbero stati ricchi otto volte i loro nonni (è successo) e con questo il capitalismo, esaurito il suo ruolo, si sarebbe lentamente spento (non è successo). E si conclude con una serie di domande:

La società si può organizzare in modo da accontentarsi di conservare [e magari distribuire con più equità, ndGG] il benessere invece di aumentarlo? Cosa bisogna fare perché sia la felicità delle persone a crescere e non il fatturato delle imprese? E’ possibile dare alla natura un valore superiore a quello dei diecimila oggetti? Insomma, esiste un’alternativa al capitalismo?

Due settimana dopo, sempre su Internazionale, sempre da Die Zeit, sempre con un geniale apparato iconografico, esce un secondo articolo, Avere o usare, che – non la faccio ancor più lunga, propone già alcune risposte. Chi è interessato può trovarlo qui.

Cosa voglio dire, alla fine? Che c’è bisogno di gente che si fermi, che scenda dal treno e dedichi tempo e energia a pensare modi alternativi di produzione, di consumo, di convivenza. E che c’è bisogno soprattutto di gente che li sperimenti, dal basso e in rete. E che bisogna dare una mano a chi lo fa, condividendo pensieri e scelte, perché il momento è stimolante, e molti i futuri possibili. Ci sono probabilmente un sacco di cose belle e utili che dal passato e dal presente possiamo portare in questi futuri: ma non ci sarà molto posto, e la cosa più importante sarà selezionarle bene.

Buona ricerca, F.

WeeklyLinks

Lunedì. Antonio Dipollina ci avverte che l’ambiente culturale italiano è “inguinato” (via Wittgenstein).

Martedì. Ogni tanto vale la pena di ricordare che la Siae dovrebbe chiudere, o almeno essere radicalmente trasformata.

Mercoledì. Vecchie ma sempre interessanti discussioni di embriologia medievale.

Giovedì. Lanfranco Binni, non solo il figlio di Walter, conosciuto qui.

Venerdì. Per dare un’idea del momento più esilarante del concerto visto stasera.

Sabato: musiche e immagini per questi tempi.

Domenica.

Il Sindaco che giocava su Facebook

Puntuale e atteso arriva, con il disgelo, il comunicato polemico del più estroverso, intraprendente e presenzialista politico locale – l’ex leghista Enzo Marangoni – sui disagi legati alla neve e al ghiaccio e sulle presunte inadempienze e incapacità dell’Amministrazione Comunale di Recanati nell’affrontarli.

E’ vero che dopo una partenza che ha stupito tutti per la qualità e la quantità degli interventi, il piano neve ha fatto fatica a reggere l’uno-due delle tormente abbattutesi sulla città nelle notti di sabato e di domenica scorsi, e tutti i recanatesi si sono accorti di un affanno che ancora dura. Ma lascio al dibattito fra i diretti interessati la definizione dei meriti e degli errori, non è quello che qui mi interessa.

Quello che a me preme sottolineare è solo un piccolo particolare del comunicato suddetto, dove ad un certo punto, dopo un lungo elenco di tutti i disagi sopportati dalla popolazione in questi giorni, ci si chiede “dove stava il Sindaco in questa situazione? Giocava su facebook?”.

Ecco, fate polemica su quello che vi pare, però non prendetevela così con i social network, solo per titillare l’ignoranza di qualche elettore vittima del digital divide! In questi giorni la pagina facebook dell’Amministrazione Comunale di Recanati è stata uno strumento veloce e utilissimo per avere le notizie in tempo reale, per comunicare esigenze e urgenze, e magari anche per farsi forza e compagnia in una comunità virtuale che comprende direttamente più di mille famiglie (ma chi conosce la realtà dei social network sa che poi la diffusione delle notizie è molto più capillare, anche fra i non iscritti). Il Sindaco e i suoi collaboratori hanno usato questo mezzo con intelligenza e sobrietà, e anche con tanta pazienza: gliene dovremmo essere grati. Molti, è vero, usano Facebook (anche) per giocare, ma non era certo il loro caso.

Aggiornamento: non contento, l’ineffabile di cui sopra rincara la dose, prendendosela – nientemeno – con l'”assessore a Facebook”. Nel 2012. Mah.

Cronaca di un dopocena

C’è un prologo: stamattina, fra una spalata e l’altra, Fabio mi fa notare un articolo di Francesco Piccolo, che parte da un recente film muto, che ho ho visto due mesi fa con molto spasso e senza alcuna nostalgia per il film muto, per arrivare a dirmi (eh sì, perché Piccolo parlava proprio a me!) che sono un esponente del ceto medio riflessivo di sinistra reazionario, nostalgico e misoneista proprio perché mi è piaciuto quel film lì, e dunque ho nostalgia del film muto e dunque guardo con ostilità gli ebook, la tecnologia ecc., insomma sarei un incrocio fra Jonathan Franzen, la Camusso e la zia di Piccolo, anche se ho il sospetto di essere solo la vittima di uno scrittore moderatamente nostalgico e di sinistra che cerca di liberarsi da questi brutti vizi scrivendo provocatorie banalità sul supplemento culturale del Corriere della domenica. Insomma: ho trovato l’articolo tanto interessante quanto sbagliato e confuso – interessante proprio perché sbagliato e confuso – e mi son detto: stasera quasi quasi ci scrivo sopra un post.

Poi il programmino che ho appena installato per i feed (Piccolo, pensa come sono messo! Ho installato un programmino per i feed su Chrome solo nel febbraio 2012: quanto può essere nostalgico e misoneista uno così in ritardo? eh, quanto?) questo programmino mi ha segnalato, siamo a fine pomeriggio, che Leonardo ha scritto un post intitolato Manifesto del conservatore di sinistra. Mi ha fregato sul tempo, penso. Ma è un post lungo anche per la media di Leonardo, e rimando la lettura al dopocena, quando scopro che in realtà il post parla del quotidiano il Manifesto, e dei suoi errori, e alla fine dà ragione a Piccolo, perché quelli del Manifesto non hanno capito il web 2.0., non ne hanno accettato la logica “barbara” della condivisione di tutto, della contaminazione senza steccati (giornalisticamente parlando: leggere da Libero al Manifesto passando per Repubblica), ma sono rimasti nella logica della tribù, di quei circuiti duri e puri, senza troppa curiosità per il diverso. [Digressione: questi ragionamenti mi hanno fatto venire in mente che una mia giovane amica con cui litigo sempre (e che dentro di me considero l’idealtipo della lettrice del Manifesto, anche se nella realtà è forse troppo giovane anche per sapere che il Manifesto esiste), mi ha segnalato su facebook e consigliato caldamente di vedere un video e io ancora non l’ho fatto (lo vediamo insieme? no, ok, dura un’ora e mezza, però mi piace che una filo-palestinese-a-priori come la mia giovane amica mi consigli di vedere un documentario israeliano sull’antisemitismo: dimostrazione immediata che i miei pregiudizi erano sbagliati, come quasi sempre). Fine della digressione]. Ma poi il post di Leonardo parla anche di altre cose interessanti: per esempio di quelli che nel Quattrocento volevano che la stampa riproducesse il carattere corsivo degli amanuensi (e questo mi ha portato a leggere una bizzarra recensione che avevo visto segnalata sulla copertina del Post e che in effetti c’entra molto con l’argomento in questione); e poi, sempre nel post di Leonardo, c’è anche una frase bellissima sul problema (ridicolo a ben pensarci) del rapporto fra internet e vita reale: dice Leonardo: “Insomma, senza mai essere stato un vero acquirente del prodotto, io il Manifesto l’ho sempre letto in giro, in quella internet imperfetta e lenta che era la vita quotidiana fino a 10 anni fa”. Poi, a proposito della chiusura del Manifesto, mi stavo dimenticando che, proprio in un sito che ho scoperto oggi c’era un articolo su questo tema, ma non l’ho ancora letto. Devo recuperarlo… Aspettatemi un attimo. Ah niente, era solo la riproposizione, per solidarietà, del videoeditorale del direttore del giornale. Be’, curiosa la solidarietà ad un giornale di carta, che chiude anche perché non abbastanza integrato nel web, da parte di un sito nato con questi propositi. Ah, il direttore del Manifesto è Norma Rangeri. Qualcuno mi segnala, così, per curiosità, gli articoli più belli di Norma Rangeri, per favore? Ai tempi in cui la leggevo faceva recensioni televisive non sempre brillantissime, mai tali da farmi dire: questa un giorno diventerà direttrice di giornale. Ma le cose cambiano…

Io però volevo parlare dell’articolo di Francesco Piccolo. A questo punto me lo dovrei rileggere, ma ormai è tardi, e forse quello che volevo dire l’ho già detto. O lo dirò un’altra volta.

Che tempo fa(ceva)

Su Youtube c’è questo video in cui si vede il generale Andrea Baroni che, 27 anni fa, metteva sull’avviso l’Italia per l’arrivo di una perturbazione che poi avrebbe portato una nevicata storica quanto quella di questi giorni. A me è capitato sotto gli occhi qualche tempo fa grazie a una segnalazione di P., esploratore dell’Adriatico e poeta meteorologo. E si è aperto l’abisso.

Nel gennaio dell’1985, se non sbaglio i calcoli, Gab faceva la seconda media, era appassionato di storia e di scienze, da grande voleva fare lo zoologo e non si perdeva una puntata di Quark dopo pranzo né una di Che tempo fa prima di cena. Non è dato sapere se Gab avesse a quell’epoca una idea di cosa significasse “divulgazione scientifica”, ma di certo intuiva che c’era un legame fra quei programmi e le ore di scienze a scuola, e le sue prime letture di libri sulle meraviglie della natura; e più o meno coscientemente capiva che l’uomo delle previsioni del tempo non stava lì ogni sera solo per dirci che tempo avrebbe fatto l’indomani, ma ambiva a migliorare la cultura meteorologica degli spettatori. E lo faceva, l’uomo del tempo, in un modo non proprio così elementare: Gab, infatti, non capiva tutto, ma a quell’età non capire tutto, avere uno spazio di nebbia o di buio e la ragionevole speranza di poterlo rischiarare in futuro, è il fascino stesso dello studio e dell’esperienza, la molla principale verso la conoscenza. Probabilmente non capivano molto, di questi excursus, nemmeno i familiari di Gab, il babbo e la mamma, il nonno e la nonna (che probabilmente si concentravano semplicemente su domani-sole o domani-pioggia), di certo non capivano nulla o quasi i due fratellini piccoli. Eppure il generale Baroni, con umiltà e determinazione, faceva il suo lavoro di divulgatore, e parlava di frecce bariche e di Meteosat, di grandi canali depressionari, di Golfo di Biscaglia e – ovviamente – dell’anticilone delle Azzorre. Accompagnava le parole con i suoi modi seri e garbati, i gesti ampi delle braccia nell’indicare una freccia o nello spostare una calamita: tutti elementi che contribuivano a creare in Gab – lui non se ne accorgeva – un’idea, o un ideale.

Il generale Baroni aveva gli stessi baffi, lo stesso fisico minuto, soprattutto gli stessi gilet – beige, grigi, maròn – da fiera di paese, di Guglielmo, il nonno di Gab che tutti chiamavano Pare’. Gab tutte le sere guardava le previsioni del tempo formulate da questo alter ego dotto di suo nonno e senza saperlo interiorizzava quei modi di fare e di dire, ne faceva – piano piano – una vocazione. Un anno dopo, con una decisione in qualche modo storica in una famiglia dove nessuno era mai andato oltre la quinta elementare, Gab si sarebbe iscritto al liceo scientifico, probabilmente pensando di trovarci insegnanti con quei baffi, quei gilet, quel repertorio di parole affascinanti e un po’ oscure, quelle ampie aperture di braccia nello spiegare alla lavagna. E magari senza saperlo con chiarezza Gab percepiva anche che tutto questo avrebbe avuto in qualche modo a che fare con il suo destino.

Andrea Baroni avrebbe fornito le previsioni fino al 31 dicembre 1993, quando si congedò dal pubblico con le parole: “E’ tutto. Vi ringrazio. Vi dico la buonasera. Vi auguro il buon anno. E’ tutto.” Poi Che tempo fa ha continuato stancamente le trasmissioni, sempre più emarginato dal palinsesto di Rai1, e ho scoperto con stupore che è durato fino al giugno dello scorso anno, quando Guido Caroselli ha salutato malinconicamente il pubblico. Ma questo con il destino di Gab non aveva già più a che fare da tempo. 

Titoli di testa

Una cosa era certa: non avrei cominciato a scrivere questo blog finché non gli avessi trovato un titolo che mi sembrasse adeguato. Fosse stato per le cose da dire, gli appunti da prendere, i pensieri da fissare, TQC poteva essere nato molto tempo fa. Non foss’altro perché per uno che passa un po’ di tempo sulla rete un blog è un buon modo di prendere appunti, per se stesso prima che per gli altri.

Però mi mancava il titolo: da tempo ci pensavo, e ogni tanto ho anche registrato su wordpress dei domini dai nomi banali o bizzari, che ora stanno lì, vuoti, probabilmente destinati a non essere mai usati. Molti di quei nomi erano omaggi più o meno espliciti ad autori che amo. Ad esempio avevo pensato di chiamare questo blog lesnuageslabas, in onore del primo dei piccoli poemi in prosa di Baudelaire, il cui protagonista professa un amore esclusivo per le nuvole che corrono all’orizzonte; ma magari ne sarebbe nato un blog vagamente poetico, certamente fumoso, lontano dalla concretezza dei giorni, delle cose che faccio e che vedo, così ci ho rinunciato. Ha avuto poi anche l’inevitabile tentazione leopardiana, e ho registrato sia operettemorali sia lericordanze sia, con una certa maggiore convinzione, leremitadegliappennini, l’appellativo con cui Leopardi veniva chiamato da un amico svizzero-fiorentino, e che certo dice qualcosa di me, di questi miei anni a Recanati.

Ma i titoli letterari sono sempre rischiosi, vincolanti, pretenziosi. Così sono passato a tutt’altro e nella mia testa per un po’ il futuro blog si è chiamato nonmeneintendo, un intercalare che usava come premessa ad ogni discorso un’amica, in una stagione lontana: in fondo qui parlerò come sempre di cose che conosco poco, avendo rinunciato da tempo ad essere specialista in qualcosa, e quel titolo poteva essere davvero il più adatto. Ma sarei passato per il falso modesto che poi pontifica su tutto, e così ho lasciato perdere anche questo titolo.

Ci sono state anche ipotesi diverse, come canepino, un omaggio (suggerito da Fabio) al luogo dove sono cresciuto; o gabgolan, il nome che mi ha dato una volta Marco e che uso spesso sulla rete; o altri ancora che non ricordo più.

Poi l’altro giorno, per caso, ho riascoltato una vecchia canzone di Francesco De Gregori, e ho sentito la sua voce fermarsi su queste tre parole banali e perfette prima che qualcuno dal pubblico urlasse – fuori tempo – l’ultima parola (“passare”) del verso; parola che poi De Gregori, burbero e indifferente, ha cantato quand’era giusto farlo, poche battute dopo.

Banale, perfetto, fuori tempo. In quel momento ho capito che questo blog poteva cominciare ad esistere.

Aggiornamento: …e invece mi dicono che i blog non sono poi così fuori tempo come pensavo…