L’uomo del futuro

Qui sotto i primi paragrafi della mia nota Un principio di umanità: don Milani in L’uomo del futuro di Eraldo Affinati, pubblicata su laletteraturaenoi il 16 maggio scorso.

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Nel suo ultimo libro (L’uomo del futuro, Mondadori 2016) Eraldo Affinati fa i conti con una figura affascinante e ingombrante, in ogni caso ineludibile, quella del prete ed educatore Lorenzo Milani, e lo fa nella maniera a cui la sua scrittura ci ha abituato, ovvero con un corpo a corpo che è sempre, insieme, una lotta e un abbraccio. Continua a leggere

Istantanee

Sono le foto (grazie, Giovanni Di Girolamo, per averle scattate) delle prove dello spettacolo Gerusalemme liberata. Frammenti da una storia di guerra e d’amore, che andrà in scena nel cortile di Palazzo Buonaccorsi sabato prossimo, 14 maggio, a partire dalle 20.30.

Altre info qui e qui

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Poligono

Due giorni fa Renata, non è la prima volta che la cito qui, ha messo su facebook questo post:

Hanno portato mio figlio in gita di istruzione al poligono – gita di ISTRUZIONE: A SPARARE coi proiettili di gomma al poligono – l’educazione interculturale e sessuale, contro la violenza, per l’integrazione NO, ma A SPARARE, sì

Io l’ho visto solo stamattina, e sotto c’erano una cinquantina di commenti così mi sono incuriosito e sono andato a leggere. I commenti, dico. C’era qualcuno, per esempio un ragazzo che io non conosco di persona ma che è fra i miei contatti su facebook, uno che ha un nome, e ha anche un cognome che sembra il diminutivo di un nome, c’era qualcuno dunque che per esempio diceva che sparare non significa per forza sparare alla gente, e che è anche uno sport, e che essere contro lo sparare è un pregiudizio e che se le mamme per questo pregiudizio vogliono impedire le gite a sparare al poligono allora queste mamme sono tali e quali alle mamme antigender. Questo sosteneva quel ragazzo che io non conosco di persona ma che non è la prima volta che, nei suoi commenti su facebook, non capisco bene se alle cose che dice ci crede davvero o fa solo per provocare. In ogni caso, voglio anche prenderla per buona, questa obiezione o provocazione che sia: mi faccio un po’ forza e cerco di pensare che andare a sparare a delle sagome con una pistola a proiettili di gomma sia un’attività educativa come le altre per un preadolescente. Continua a leggere

Lo specchio dell’uomo

Son giorni che vado proprio di fretta, e di conseguenza uso questo spazio più come un blocchetto per gli appunti che altro. Ecco allora che ad esempio voglio appuntarmi la presentazione a cui ho partecipato ieri sera, in un posto caldo e accogliente (la libreria-caffé Passepartout di Recanati), del libro Lo specchio dell’uomo, una raccolta di traduzioni di testi in greco antico sul vino tradotti da Stella Sacchini, introdotti dal professor Paolo Mazzocchini, e con un racconto finale (un dispetto) di Adrian Bravi. Tre bellissime persone (oltre che veri intellettuali), una piccola casa editrice innovativa e coraggiosa, il tutto per un piccolo libro davvero di grande valore:

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Milioni di domande

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Diversi mesi fa abbiamo iniziato (io, l’Istituto Storico di Macerata, il festival Macerata Racconta, diverse amiche insegnanti, molti ragazzi e ragazze delle scuole di Macerata e Recanati) un percorso in compagnia de L’ultimo arrivato, il romanzo di Marco Balzano che lo scorso anno ha vinto il Premio Campiello (un romanzo molto bello, che consiglio caldamente).

Insomma, abbiamo letto il libro, ci siamo interrogati sulle vicende di migrazione e marginalità che racconta, abbiamo approfondito (partendo da qui) la storia e il presente delle migrazioni, abbiamo scoperto altri libri molto belli, come lo straordinario Milano, Coreainsomma ci siamo affezionati a Ninetto Pelleossa, il protagonista del libro, e alla voce che gli ha dato Marco Balzano.

Finalmente, domani e dopodomani, a Macerata e a Recanati, Marco ci viene a trovare (i dettagli sul sito di Macerata Racconta e su quello dell’Istituto Storico), viene a trovare i circa duecento ragazzi che hanno letto il libro, i quali hanno preparato… milioni di domande. Le guardo stampate qui davanti a me, e sono un po’ preoccupato: probabilmente l’autore non avrà tempo di rispondere a tutte. Ma alla fine ma non fa niente: quando un libro ha suscitato delle domande, molte domande, ha già fatto un bel pezzo del suo lavoro.

Gli incontri sono aperti al pubblico: vi aspetto!

Sii coraggiosa

Ieri mattina mi sentivo pieno di sconforto, e mi sono ritrovato in pieno nelle parole di Christian Raimo (da qui):

Aboliamo la festa del 25 aprile. In questi giorni verrebbe da fare la modesta proposta di eliminare questo giorno di festa dal calendario o in alternativa di sostituirne la denominazione: chiamiamola festa di primavera o qualcosa del genere. Sanciamo una condizione di fatto, l’assoluta indifferenza della gran parte delle istituzioni, dei mezzi d’informazione, dell’opinione pubblica per la ricorrenza della liberazione dell’Italia dal fascismo.

Quell’indifferenza la vedevo tutta intorno a me, e un po’ anche dentro di me – per reazione. Poi però, contro tutto e tutti, soprattutto contro un cielo che ha rovesciato su Recanati tutta la pioggia della stagione, ci siamo ritrovati, con tante ragazze e tanti ragazzi, nel cortile di una vecchia scuola dove abbiamo festeggiato quei vecchi e giovanissimi ragazzi che oltre settant’anni fa hanno saputo scegliere. C’erano tanti musicisti che hanno cantato la passione, la rabbia e l’amore; c’erano i ragazzi del Centro che vendevano vecchi libri per autofinanziarsi, le sindacaliste che raccoglievano firme per i referendum, l’immagine di Nunzia sul muro della scuola che ci raccontava di quando faceva la staffetta, le ragazze della libreria-caffé Passepartout, la più bella e nuova realtà culturale di Recanati, c’erano i tanti ragazzi dell’ARCI con i panini il vino l’entusiasmo, c’erano Giacomo a vendere libri e fare tessere dell’ANPI, Ruggero a parlarci con passione e competenza di Costituzione, Piergiorgio che dava voce a Calamandrei, Maria Vittoria che commossa e commovente leggeva le parole di Leone a Natalia; queste, ad esempio, che lui scrive a lei poche ore prima di morire:

Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero, Natalia? Ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa.
Leone

E in mezzo a tutto questo c’ero io, che osservavo tutto questo e grazie a questo, grazie a tutti loro, mi scuotevo di dosso la polvere dello sconforto e del disincanto.

E adesso si va al corteo (sempre sotto la pioggia) – e poi a metter su Internate.

Buon 25 aprile, festa della Liberazione, a tutte e tutti.

Tre poesie

Tre poesie sull’educazione (la terza non è una poesia ma è come se lo fosse):

Ciascuno cresce solo se sognato (Danilo Dolci)

C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.

C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.

C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

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Introduzione alla poesia (Billy Collins)

Chiedo loro di prendere una poesia
e di tenerla in alto controluce
come una diapositiva a colori
o di premere un orecchio sul suo alveare.
Dico loro di gettare un topo in una poesia
e osservarlo mentre cerca di uscire,
o di entrare nella stanza della poesia
e cercare a tentoni l’interruttore sul muro.
Voglio che facciano sci d’acqua
sulla superficie di una poesia e salutino
con la mano il nome dell’autore sulla spiaggia.
Ma la sola cosa che loro vogliono fare
è legarla con una corda a una sedia
e torturarla finché non confessi.
La  picchiano con un tubo di gomma
per scoprire che cosa davvero vuol dire.

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due brani di lettera (Lorenzo Milani)

E’ meraviglioso da vecchi prendere una legnata da un figliolo, perché è segno che quel figliolo è già un uomo e non ha più bisogno di balia, e qui è il fine ultimo di ogni scuola: tirar su dei figlioli più grandi di lei, così grandi che la possano deridere. Solo allora la vita di quella scuola o di quel maestro ha raggiunto il suo compimento e nel mondo c’è progresso.

La scuola deve tendere tutta nell’attesa di quel giorno glorioso in cui lo scolaro migliore le dice: “Povera vecchia, non ti intendi più di nulla!” e la scuola risponde colla rinuncia a conoscere i segreti del suo figliolo, felice soltanto che il suo figliolo sia vivo e ribelle.

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Credits:

  • Ho ascoltato questa poesia qualche tempo fa dalla voce di Meri Bracalente, del teatro Rebis di Macerata, durante un incontro dedicato a Danilo Dolci (in una ciclo che si intitola proprio Ciascuno cresce solo se sognato)
  • La poesia l’ho raccolta da una segnalazione via facebook di Eleonora Tamburrini, giovane collega dalla quale imparo sempre tante cose
  • da Eraldo Affinati, L’uomo del futuro, p. 150.

 

La vita in tempo di pace

Ho letto La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro, e l’ho fatto – come mi capita per quasi tutti i libri che leggo – fuori sincrono, quando ormai non ne parla più nessuno o quasi. Forse dovrei creare una apposita rubrica del blog intitolata dopo de àmmene, non so.

La vita in tempo di pace, dunque: l’ingegner Ivo Brandani, quasi settant’anni, si sta per imbarcare da Sharm verso Roma, verso casa, dove non arriverà: si sentirà male durante il volo, a causa di una infezione rara e fatale, un’ameba che ti mangia il cervello, contratta in Africa. Il romanzo è la registrazione del flusso di coscienza del protagonista nell’attesa del volo e durante lo stesso, alternata al racconto a ritroso di sette momenti chiave della vita di Brandani. I capitoli dedicati al giorno fatale, se letti di seguito, sarebbero già da soli un romanzo, dallo stile solido e compatto. I capitoli retrospettivi, invece, potrebbero essere ciascuno il racconto esemplare di un autore diverso. Non è difficile vedere in controluce il modello di Se una notte d’inverno un viaggiatore.

Dentro questo schema, il flusso di pensieri, i casi della vita di un uomo nato appena finita la guerra, testimone-protagonista del progressivo esaurirsi della spinta storica della ricostruzione, destinato a vivere solo delle sue idiosincrasie e dei mille inutili conflitti quotidiani senza prospettiva propri di un’epoca che ha abolito i grandi conflitti epocali, del tempo di pace (“adesso la vicinanza, la solidarietà provata un tempo per i compagni del movimento, era scomparsa. Al suo posto c’era il tutti-contro-tutti della vita in Tempo di Pace”, p. 375).

Il romanzo di uno Sconfitto-Per-Assenza-Di-Guerre, insomma: uno che avrebbe voluto combattere e costruire ponti, e che invece ha girato a vuoto ed è finito a progettare barriere coralline farlocche ricostruire in fabbriche orientali.

Un romanzo pieno di intuizioni, portatore di una visione del mondo sofferta e coerente, e scritto con innegabile – a volte impressionante – talento. E con un protagonista indimenticabile. Però un romanzo forse troppo lungo, anche ripetitivo, forse perché  probabilmente voleva proprio trasmettere il senso di noia e inutilità della vita in tempo di pace. Va bene, però arrivi verso la fine del libro pensando che – se un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire – questo forse un classico non è, perché pare che abbia finito di dirti quello che aveva da dire anche prima che tu abbia finito di leggerlo.

Poi però, per contrappasso, proprio alla fine di questo libro fluviale, ti arriva un epilogo brevissimo (tre pagine) e folgorante. E ti devi per forza ricredere.

Il vizio di vivere

Oggi non riesco a preparare il mio consueto post a giorni alterni perché devo finire di preparare i miei testi per intervenire stasera a questa cosa qui (l’idea è quella di trasformare la presentazione di un disco in un viaggio nella storia e nella cultura del Novecento):

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Se poi la cosa viene bene, domani metto i testi che ho preparato. Per chi l’ha visto e per chi non c’era.

[pro memoria 03/16]

Libri acquistati – Tzvetan Todorov, La conquista dell’America; Edgardo Franzosini, Questa vita tuttavia mi pesa molto; Jonathan Franzen, Purity; Philipp Meyer, Ruggine americana; Luigi Meneghello, L’apprendistato; Vittorio Sermonti, Il vizio di leggere; Alexandra Laignel-Lavastine, Il fascismo rimosso: Cioran, Eliade, Ionesco; Walter Bonatti, Una vita così; Joe Sacco, Neven; Anna Ferrari, Dizionario dei luoghi letterari immaginari; AA.VV., Storia della Shoah. La crisi dell’Europa, lo sterminio degli ebrei e la memoria del XX secolo.

Libri letti – Franco Alasia, Danilo Montaldi, Milano, Corea; Walter Siti, Il realismo è l’impossibile; Don De Lillo, L’uomo che cade, Edgardo Franzosini, Questa vita tuttavia mi pesa molto; Francesco Pecoraro, La vita in tempo di pace (vabbe’, quasi finito…);

Film visti – Il caso Spotlight; Il figlio di Saul; Una volta nella vita; Lo chiamavano Jeeg Robot; (Cloverfield); (Hunger Games – La ragazza di fuoco); (Il pranzo di Babette); Brooklyn;

Altro (una selezione da tutto il resto) – K.O. Knausgård, Viaggio al centro del cervello (da «Internazionale»); R. Ceserani, La maledizione degli ismi («Allegoria») e la risposta di Raffaele Donnarumma e il seguito del dibattito…; Gianni Celati, I costumi degli italiani…; Umberto Eco, Postille a Il nome della rosa;

 

(Titolo alternativo per questo post: Non c’è mai abbastanza tempo)