Farfalle

13332865_10209989500922890_110130525597948911_nStanotte un gruppo di ragazzi ha ridipinto e restaurato i giochi di un parco pubblico; di notte, per fare una sorpresa ai bambini che lo frequentano; da soli, per dare un senso di gratuità e di impegno per il bene comune.

Loro descrivono la loro azione con queste parole:

questa notte cinquanta farfalle sono venute nel nostro parco. Si sono poggiate su giostre e panchine e le hanno lisciate, smaltate, colorate. Poi si son fermate sul muro del campetto per una firma, alle 6.30 di questa mattina, quando finito il lavoro dopo 9 ore sono andate via, silenziose…

Stefano, uno dei protagonisti, ne parla così:

E cosi, alle 4 di mattina, ti trovi a raccontare di una nottata passata con qualche decina di matti a pitturare le giostre di un parco. Per fare una sorpresa ai bambini della città e a un quartiere intero.
L’abbiamo chiamato notte dei beni comuni, perché una comunità che si riappropria di uno spazio, che lo cambia e modifica, lo fa proprio e lo rende migliore (andando anche oltre quanto già fa ogni giorno) è essa stessa il primo, prezioso, bene di tutti.

Tutto questo avviene a Recanati, per opera del Centro Culturale Fonti San Lorenzo, e noi a questo centro gli dobbiamo voler bene.

La versione di Lillo

I miei venticinque lettori (non è modestia, più o meno i numeri sono quelli), o almeno quelli più assidui, avranno notato che in questi ultimi mesi di politica ho parlato pochissimo: è stata una scelta precisa, dettata dalla necessità di elaborare la triste fine della mia breve esperienza “civatiana” nel PD. Non voglio derogare troppo a questa regola, e allora, invece di parlare io, mi approprio delle osservazioni sul voto di ieri di un giovanissimo dirigente siciliano –  e nazionale – dei Giovani Democratici, Lillo Colaleo, che condivido in toto (da Facebook, grassetto mio):

Politicamente è un disastro. Consensi del PD vistosamente diminuiti sia in termini assoluti che percentuali (si naviga tra l’11% di Napoli al 28% di Milano, eccettuato il 35% di Bologna). Delle candidature principali nessuna sfonda ed il risultato politico positivo desiderato diviene l’arrivo al ballottaggio. Di fatto, è il disastro del Partito della Nazione come modello politico e culturale: il PD senza il centro-sinistra è una forza politica destinata all’isolamento (e tutto questo ricorda tanto il PD di Veltroni), che non solo ha perso la sua bussola e non riesce più a guidare il centro-sinistra (qualcuno, paradossalmente, pensa di voler misurare il PD rispetto a Sinistra Italiana anziché rispetto al Centro-Destra), ma che, a quanto pare, pur avendone imbarcato una quantità imbarazzante di ceto politico, non riesce a guadagnare neppure consensi al centro e tra i moderati. E questo, tranne a voler tenere le bendi sugli occhi, dovrebbe farci riflettere un tantino. Continua a leggere

Tre noterelle su scuola, libri e lavoro

Mentre stiamo a discutere di se/come riformare la prova di greco e latino al classico, di possibili ritorni ad una scuola media-ginnasio, col latino e tutto e il resto, di come tutto era più bello quando la scuola era saldamente gentiliana e classista, tutti discorsi interessanti certo ma rivolti decisamente al passato, qui succedono un po’ di cose, ne segnalo qualcuna, quasi random. Continua a leggere

Bilanci

Paolo Mazzocchini traccia un lucido bilancio, ad un anno o quasi dalla sua promulgazione, della legge 107, mettendone in evidenza i tre aspetti più critici, critici perché nati da presupposti ideologici invece che dalle reali necessità della scuola: il meccanismo contraddittorio e inefficace del bonus agli insegnanti; l’alternanza scuola-lavoro, “un sacrificio cruento consumato sull’altare delle pretese di banche e confindustria” (che, prevedo, finirà malamente nel giro di pochi anni, a meno che non venga radicalmente ripensata nei metodi e nei fini); le scellerate assunzioni per il potenziamento che hanno portato migliaia di giovani (non sempre) e volenterosi (spesso) professionisti a poltrire nelle sale insegnanti in attesa di una supplenza, e che priveranno i più bravi fra i veramente giovani della possibilità di entrare a scuola per chissà quanti anni.

L’articolo si può leggere qui.

Aggiungo il link all’articolo di Ruggero, uno studente (ora universitario) che fa un altro bilancio, quelle delle lotte (studentesche e non) contro la 107.

Buona lettura.

Poligono

Due giorni fa Renata, non è la prima volta che la cito qui, ha messo su facebook questo post:

Hanno portato mio figlio in gita di istruzione al poligono – gita di ISTRUZIONE: A SPARARE coi proiettili di gomma al poligono – l’educazione interculturale e sessuale, contro la violenza, per l’integrazione NO, ma A SPARARE, sì

Io l’ho visto solo stamattina, e sotto c’erano una cinquantina di commenti così mi sono incuriosito e sono andato a leggere. I commenti, dico. C’era qualcuno, per esempio un ragazzo che io non conosco di persona ma che è fra i miei contatti su facebook, uno che ha un nome, e ha anche un cognome che sembra il diminutivo di un nome, c’era qualcuno dunque che per esempio diceva che sparare non significa per forza sparare alla gente, e che è anche uno sport, e che essere contro lo sparare è un pregiudizio e che se le mamme per questo pregiudizio vogliono impedire le gite a sparare al poligono allora queste mamme sono tali e quali alle mamme antigender. Questo sosteneva quel ragazzo che io non conosco di persona ma che non è la prima volta che, nei suoi commenti su facebook, non capisco bene se alle cose che dice ci crede davvero o fa solo per provocare. In ogni caso, voglio anche prenderla per buona, questa obiezione o provocazione che sia: mi faccio un po’ forza e cerco di pensare che andare a sparare a delle sagome con una pistola a proiettili di gomma sia un’attività educativa come le altre per un preadolescente. Continua a leggere

Preistoria digitale, gente che scappa, streghe che bruciano

Tutti sappiamo che una volta risolto il problema della quantità artistica sarà inevitabile occuparsi della sua selezione. Molti però oggi pensano, e non a torto, che nella preistoria digitale nella quale siamo immersi, questo non sia ancora accaduto se non per un numero molto limitato di utilizzatori avanzati. E che anzi molto spesso gli algoritmi, i mercanti e la (nostra) psiche, favoriscano l’esatto contrario.

E’ un brano tratto da un articolo di Massimo Mantellini di cui non credo di condividere l’idea di fondo (non è bello cancellare la propria pagina facebook o twitter perché così scompaiono pezzi di vita digitale di chi ha interagito con te: e allora?) ma che è pieno di riflessioni molto stimolanti su quel che sta cambiando nel rapporto fra artisti e pubblico, e più in generale fra persone che producono e si scambiano informazioni e idee in rete. Continua a leggere

Sii coraggiosa

Ieri mattina mi sentivo pieno di sconforto, e mi sono ritrovato in pieno nelle parole di Christian Raimo (da qui):

Aboliamo la festa del 25 aprile. In questi giorni verrebbe da fare la modesta proposta di eliminare questo giorno di festa dal calendario o in alternativa di sostituirne la denominazione: chiamiamola festa di primavera o qualcosa del genere. Sanciamo una condizione di fatto, l’assoluta indifferenza della gran parte delle istituzioni, dei mezzi d’informazione, dell’opinione pubblica per la ricorrenza della liberazione dell’Italia dal fascismo.

Quell’indifferenza la vedevo tutta intorno a me, e un po’ anche dentro di me – per reazione. Poi però, contro tutto e tutti, soprattutto contro un cielo che ha rovesciato su Recanati tutta la pioggia della stagione, ci siamo ritrovati, con tante ragazze e tanti ragazzi, nel cortile di una vecchia scuola dove abbiamo festeggiato quei vecchi e giovanissimi ragazzi che oltre settant’anni fa hanno saputo scegliere. C’erano tanti musicisti che hanno cantato la passione, la rabbia e l’amore; c’erano i ragazzi del Centro che vendevano vecchi libri per autofinanziarsi, le sindacaliste che raccoglievano firme per i referendum, l’immagine di Nunzia sul muro della scuola che ci raccontava di quando faceva la staffetta, le ragazze della libreria-caffé Passepartout, la più bella e nuova realtà culturale di Recanati, c’erano i tanti ragazzi dell’ARCI con i panini il vino l’entusiasmo, c’erano Giacomo a vendere libri e fare tessere dell’ANPI, Ruggero a parlarci con passione e competenza di Costituzione, Piergiorgio che dava voce a Calamandrei, Maria Vittoria che commossa e commovente leggeva le parole di Leone a Natalia; queste, ad esempio, che lui scrive a lei poche ore prima di morire:

Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero, Natalia? Ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa.
Leone

E in mezzo a tutto questo c’ero io, che osservavo tutto questo e grazie a questo, grazie a tutti loro, mi scuotevo di dosso la polvere dello sconforto e del disincanto.

E adesso si va al corteo (sempre sotto la pioggia) – e poi a metter su Internate.

Buon 25 aprile, festa della Liberazione, a tutte e tutti.

50 cent

Si fa un gran parlare del fatto che la scuola deve entrare in logiche privatistiche, in dinamiche imprenditoriali: personalmente, non sono d’accordo, ma stiamo per un po’ al gioco e prendiamo un caso di studio: la selezione del personale.

Qualche mese fa, si passeggiava amabilmente per le vie del centro di Milano, un’amica mi raccontava come suo figlio avesse fatto ad entrare come programmatore in Amazon. Funziona più o meno così: per prima cosa qualcuno che già ci lavora ti deve scovare e presentare all’azienda: sarà il tuo sponsor; da lì inizia una serie di indagini su di te, fra invio curriculum e colloqui via skype, indagini puntali, precise, estenuanti, da affrontare con molte diverse persone esperte di vari ambiti, non tutti tecnici; superata questa prima selezione, se sembri davvero bravo, ti pagano un biglietto aereo, vitto e alloggio dall’altra parte d’Europa, e lì per diversi giorni ancora colloqui, interviste, lavoro di squadra, simulazioni. Alla fine, se gli piaci, ti propongono un contratto adeguato alla tua professionalità, ti inseriscono in un team, e per i primi mesi non hai compiti specifici: ti devi guardare intorno, capire i meccanismi, proporre idee, lavorare a progetti che ti stimolano. Sei assunto, insomma, e il tuo sponsor iniziale avrà un premio di diverse migliaia di euro per esser stato bravo ad individuare la persona giusta.

E’ un buon metodo? Non so. Funziona? Pare di sì. Costa? Moltissimo.

Vediamo invece cosa succede nella scuola: lo scorso anno sono stati assunti molti insegnanti, assunzioni che sono state l’ultima tappa di una deprecabile politica della precarietà che andava avanti da lustri, da decenni. Le persone assunte venivano da storie professionali molto diverse fra loro, l’importante era che fossero nella graduatoria giusta, dove erano finiti in vario modo, a seconda delle lisergiche regole che si sono avvicendate negli anni. Fra gli assunti dunque – almeno in linea teorica – ci poteva stare un po’ tutto: gente che aveva insegnato con passione tutti gli anni, pur con contratti a tempo, pur senza la prospettiva di poter riavere le stesse classi l’anno successivo, ma anche – probabilmente – insegnanti mediocri il cui unico merito era l’anzianità di presenza in quelle graduatorie, per una abilitazione senza una vera selezione ottenuta un tot di anni fa, e persino persone che non insegnavano più da anni e avevano preso tutt’altra strada, e poi si sono ritrovate da un giorno all’altro con la proposta di un posto fisso statale – e allora come dire di no? Già solo nel piccolo spicchio di mondo che posso osservare direttamente, tutto questo c’è, in percentuali molto diverse (quasi tutti appartengono al primo gruppo, il più virtuoso), e anche qualcosa di più inquietante, ma su questo magari un’altra volta.

E poi queste erano persone abilitate ad insegnare materie che magari non erano quelle che servivano nelle scuole: nel liceo che conosco meglio, il mio, (non è un liceo artistico) è arrivato un collega di materie plastiche (in pratica, mi par di capire: scultura), e vari docenti di diritto ed economia, materia insegnata solo in un paio di classi del biennio, e già coperta. Ora questi colleghi stanno lì, fanno qualche “progettino”, molte supplenze, ma per lo più aspettano che il tempo passi in sala insegnanti. E questo vale anche per colleghi di discipline come italiano e matematica, perché – è la cosa più assurda – a questi nuovi arrivati non sono state assegnate classi: dovevano servire per un fantomatico e vago “potenziamento”, che di fatto è partito poco e male. Risultato: mentre alcuni docenti sono in burn out per il troppo lavoro, le troppe lezioni, le troppe verifiche da correggere, altri sono depressi dal non poter fare nulla, dal sentirsi inutili. Un’umiliazione per tutti. E, naturalmente, un colossale spreco di denaro pubblico in un settore – quello dell’educazione – già drammaticamente impoverito dalle politiche degli ultimi vent’anni (almeno).

Ora, quando ancora non s’è capito cosa far fare a questi nuovi assunti (a tempo pieno, e per sempre, a carico della collettività) si fa un nuovo concorso, solo perché Renzi e Giannini l’avevano promesso. Un concorso pieno di assurdità e contraddizioni (non mi dilungo perché ha già spiegato tutto benissimo Renata qui e qui).

Un concorso in cui i candidati non sanno nemmeno bene come saranno fatte le prove, su quali argomenti. Una collega di latino mi diceva che non sa se ci sarà da tradurre oppure no, ad esempio. I più studiano un po’ a caso l’universo mondo, un po’ di pedagogese e didattichese antologizzato alla meno peggio in manuali che a volte sono scopiazzature da wikipedia. Gente con dottorati, anni di esperienza, pubblicazioni e stage all’estero, umiliate da una selezione fatta a casaccio. E a risparmio.

Basti pensare all’assurda farsa di un altro reclutamento, quello dei commissari d’esame: le persone che devono decidere la sorte di una generazione di aspiranti insegnanti e di numerose generazioni di studenti. Al Ministero hanno pensato bene che la correzione di una prova d’esame (ovvero il momento in cui si decide il futuro di una carriera, e se centinaia di futuri studenti si troveranno davanti un bravo insegnante o un incapace) valga 50 centesimi. Sì: la metà di un euro. Venti minuti di parcheggio. Mezzo caffè. Ora però sembra che in molte regioni (non nelle Marche: nelle Marche siamo ligi, o coglioni) non si siano trovati docenti disponibili a fare i commissari a queste condizioni. Strano, no? Allora hanno fatto un provvedimento d’urgenza per portare il compenso da 50 centesimi a… 1 euro. Ora il caffè ci esce tutto. E già si mormora che, se non dovesse bastare questo incentivo, ne faranno un altro, di decreto, per raddoppiare ancora la paga. E forse toglieranno anche il limite dei 5 anni di anzianità richiesti al commissario, per cui potrà forse accadere che un neoassunto vada a valutare e selezionare i futuri docenti.

Non ci vuole troppa fantasia, né bisogna essere irrimediabilmente pessimisti, per pensare che molto difficilmente – a queste condizioni – ad esaminare i futuri docenti saranno i migliori fra i presenti.

Però stiamo tranquilli, perché la scuola pubblica ha i giorni contati, e presto i professori per le future generazioni li compreremo su Amazon.

 

A banda

Nel 1966 il Brasile da due anni era sotto la dittatura militare, e in quegli anni i Festival de Música Popular erano diventati un’occasione di espressione di disagio e di protesta, tanto che questi appuntamenti cominciarono ad essere presidiati regolarmente dagli agenti del DOPS (Departemento de Ordem Pólitica e Social), e l’entusiasmo con cui il pubblico (sotto lo sguardo serio dei poliziotti ostentatamente in divisa) cantava le canzoni più amate, era insieme un’espressione di gioia istintiva e un grido di protesta politica.

Nel 1966 vinse (a parimerito) uno di questi Festival un giovane artista di 22 anni, Chico Buarque, con la canzone “A banda”, una canzone che parla di un paese triste che si rallegra improvvisamente per il passaggio della banda, per la musica, ma – dopo l’entusiasmo – non ci vuole molto a ritornare al disincanto e alla consapevolezza della triste situazione. Non ci voleva molto a cogliere la metafora.

Su Youtube si può vedere il video di quella sera in cui Chico vinse il Festival. All’inizio dell’esibizione è serio mentre canta, sembra preoccupato (qualche fischio dal pubblico), ma subito acquista sicurezza, sorride, il pubblico canta e batte le mani, e nel giro di poco viene giù il teatro. Gli agenti del DOPS guardano sempre più preoccupati. Alla fine Chico non si ferma più e il presentatore gli deve togliere lo sgabello dal sotto il piede.

Un popolo straordinario con il ritmo nel sangue, la forza trascinante della musica, il conflitto con un potere liberticida, il talento e la consapevolezza politica di un giovane artista, il potere dell’arte e della sua condivisione: tutto concentrato in pochi minuti.

Un video da guardare nei giorni tristi, nebbiosi, in cui ogni spazio sembra chiuso all’azione e al cambiamento.

 

 

Appunti per un documentario antropologico su Loreto

(un post vecchio di qualche anno, rimasto a lungo fra le bozze per un motivo che non ricordo più, ma ora mi va di tirarlo fuori…)

Domenica scorsa sono stato a Loreto, ho assistito ad una messa, resa solenne da cori internazionali e bravi musicisti locali; celebrava un vescovo. Io a Loreto ci andavo da piccolo, e ero contento perché di solito alla fine del giro in Santa Casa i miei si fermavano in un negozio di giocattoli più fornito della media. In ogni caso, è un luogo della mia infanzia, e della mia vita. Credo che con un po’ di pazienza potrei ricostruire il mio percorso nella religione cattolica (scoperta, fascinazione, adesione incondizionata, inquietudine, dubbi, rifiuto, ancora dubbi, sereno distacco, sempre più dubbi, sguardo razionale, dubbi definitivi, rassegnazione, dubbi insormontabili, consapevolezza, dubbi, libertà, dubbi, irritazione, dubbi, denuncia, dubbi, ancora distacco e libertà… ad libitum) ricostruendo i miei passaggi, da solo o variamente accompagnato, nella casetta della Madonna Nera di Loreto.

Ieri, comunque, ci sono tornato dopo veramente tanto tempo, e non so perché proprio ieri avevo lo sguardo dell’antropologo, almeno per come posso immaginarmelo io, che antropologo non sono. Io me lo figuro così: un terzo distanza, un terzo curiosità, un terzo spirito critico, e un pizzico di simpatia istintiva. Ne sono venute fuori alcune osservazioni:

1) La stampella messa di traverso a tenere occupati in prima fila.

2) La monaca che invita “chi è uso a prendere l’ostia sulla mano a metterla in bocca alla presenza dell’officiante” (contro eventuali satanisti?).

3) L’impressionante sequenza di cassette per le offerte in prossimità e dentro la Casa della Madonna Nera: all’ingresso, a ciascuna delle uscite, dove la gente sta ferma in preghiera. Ma soprattutto (il particolare mi ha colpito tantissimo) nello spazio sottostante la Madonna Nera: se si pensa a quello spazio come ad una piccola chiesa (e tutti gli elementi strutturali spingono a questo: la posizione della Madonna, la grata, la forma complessiva dell’edificio…), lo spazio sotto la Madonna è quello destinato all’altare, ovvero il luogo del sacrificio eucaristico, e in effetti ogni cappellina, anche la più piccola, lì c’è un altare – in questo caso no: in questo caso lì c’è una grande fessura per le offerte dei fedeli. Poi si esce, e un apposito addetto (un frate) si occupa – a pagamento, mi par di capire – della benedizione degli oggetti sacri. (Pensare, in questi momenti, a Lutero; o a Pietro Giordani, come ad esempio in una delle più belle scene de Il giovane favoloso).

4) La giovane rannicchiata in un angolo di quella cappellina, in sincera e commossa (e commovente) contemplazione.

5) Il vescovo che alla fine della messa, dopo aver salutato gli ospiti stranieri, rivolge un pensiero agli industriali riuniti per la “Pasqua degli imprenditori” [sic!], e nomina con deferenza il più importante di loro (lui si schernisce). Alla fine tutti a salutarlo e omaggiarlo, in una lunga fila. Come un signore feudale.

6) I pagamenti in contanti, e senza ricevuta, ai collaboratori, direttamente con le banconote di piccolo taglio delle offerte dei fedeli.

7) L’indiano che cerca di convincere i due turisti in divisa da motociclista che i suoi occhiali sono fatti in Italia, “no roba cinese”.

8) La messa per i giovani che si preparano al matrimonio, la ragazza che si stringe al ragazzo nel momento in cui il celebrante parla di progetti per la vita e amore puro. Io mi sento un intruso, e mi vergogno un po’ quando mi trovo a pensare che quella povera ragazza la stanno illudendo. E che per quel prete sono solo parole mentre per lei è carne e vita vera.

9) La gente in fila a fare la comunione. Persone che non ci pensano e stanno lì a ripetere un rito antichissimo, antropofago: mangiare il tuo Dio o il tuo nemico perché ti dia la forza. Non ci si pensa, ma è una roba primitiva, o meglio: primordiale. A me, 226 anni dopo la rivoluzione francese, fa quasi paura. Ma mi affascina, anche.

10) Il maxischermo che rimanda i due giovani frati barbuti (esteticamente non così diversi da rivoluzionari cubani, o hipsters, o fondamentalisti islamici) che portano il candeliere con aria svogliata.

Eccetera.